Con la testa, con il cuore e con la mano. In questo modo, Johann Heinrich Pestalozzi spiegava, già sul finire del ‘700, l’apprendimento ideale. Dopo quasi due secoli, i risultati della ricerca neuroscientifica hanno dato ragione all’educatore riformatore svizzero, di fatto confermando che il cervello apprende unificando i tre aspetti di pensiero, emozione e pratica, e fondato la neuropedagogia, una branca del sapere scientifico che spiega il funzionamento degli apprendimenti in funzione di curiosità, interesse, piacere e motivazione. L’utilizzo dei precetti di questa disciplina da parte di educatori ed insegnanti è funzionale ad organizzare in modo ottimale le informazioni, in modo che il cervello possa apprendere con la massima efficienza.
Come apprende il cervello
Il costante sviluppo del cervello necessita di frequenti interazioni con il mondo esterno. In questa attività di scansione della realtà circostante, mediata soprattutto dal senso della vista, esso attraversa un continuo processo di selezione che passa per due fasi propedeutiche:
- l’estrazione di minuscoli frammenti di informazioni, capaci di catturare l’attenzione e ritenuti conformi alle aspettative, ai gradimenti e agli interessi,
- l’induzione degli organi di senso a selezionare gli stimoli più utili tra una moltitudine, in base alle condizioni interne e alla significatività di ogni singolo evento.
Ogni segnale proveniente dagli organi di senso, peraltro, fa sì che il cervello cerchi nella memoria informazioni coerenti con il processo in corso e di conferma con le esperienze precedenti che, di conseguenza, confluiscono in questo processo. Se, ad esempio, un avvenimento riporta alla memoria qualcosa di interessante, utile alla persona o piacevole, l’attività elettrica del cervello si rinvigorisce, potenziando, al tempo stesso, tutte le reti neurali ad esso associate.
Di conseguenza, inserisce i nuovi apprendimenti (in termini neurofisiologici si tratta di nuove sinapsi) all’interno delle reti esistenti, intensificando gli scambi tra le cellule nervose e rendendo le reti neurali più forti e salde. Risultato reso possibile dall’evidenza in virtù della quale che le cellule nervose confrontano costantemente ogni input sensoriale con il contenuto della memoria.
La neurobiologia dell’apprendimento
Ricerche condotte al Centro di ricerca sull’apprendimento e la memoria di Magdeburgo dai neurobiologi Henning Hildmann e Holger Sudhoff hanno dimostrato, attraverso un esperimento in laboratorio sui topi ballerini, che a rinforzare la catena degli apprendimenti concorrono due neurotrasmettitori responsabili del fluido cerebrale che lubrifica i circuiti della trasmissione delle informazioni:
- l’acetilcolina, implicata nella trasmissione delle informazioni (che sono apprendimenti) e nei processi cognitivi, e
- la dopamina, associata al piacere e allo stato di soddisfazione.
Quando impariamo nuove cose, questi due mediatori entrano in gioco con un’azione sinergica, non solo rafforzando la nostra attenzione ma assicurandosi anche che ci sentiamo appagati da quello apprendiamo. La valenza emotiva (soprattutto la piacevolezza, nel caso degli apprendimenti) dell’esperienza crea il ricordo, associando i contenuti alle accezioni emotive con cui le informazioni vengono archiviate nei cassetti della memoria.
Apprendere con le emozioni
Poiché, però, il sistema limbico controlla l’input prima che la coscienza possa valutarne gli effetti, possiamo affermare che il sistema emotivo possieda una priorità e che, sulla base di quella priorità, decida quali stimoli siano importanti e preziosi e, quindi, quali informazioni trattenere e quali lasciare andare.
Lo stesso criterio riguarda il recupero delle informazioni: quelle complete (cioè, cariche di senso e di significato emotivo positivo, associati ai contenuti neutri) sono più facili da recuperare di quelle incomplete (cioè, povere di senso o cariche di significato emotivo negativo, incentrate quasi esclusivamente sui contenuti).
Dal momento che, dunque, le informazioni su cui il sistema limbico imprime un’emozione vengono fissate nella memoria in modo duraturo (mentre la semplice conoscenza si perde rapidamente), comprendiamo che grande potere possiedano le emozioni che possono promuovere l’apprendimento efficace, potenziando l’attività delle reti neurali e rafforzando le connessioni sinaptiche. In altre parole, poiché l’emozione si conserva a lungo, il cervello ne approfitta per associarvi diversi contenuti ed archiviarli in memoria in modo funzionale al loro successivo utilizzo.
Emozioni e memoria
Peraltro, le informazioni emotivamente cariche non solo possono essere richiamate con facilità in qualsiasi momento ma entrano nella memoria a lungo termine della persona. In questo senso, lo studio di alcune forme di amnesia, come quella tipica del morbo di Alzheimer, invariabilmente accompagnate da danni al sistema limbico, conferma ulteriormente l’esistenza di un network emozione-memoria.
La neurobiologia spiega, ancora, che impariamo meglio se l’oggetto osservato possiede un rilevante contenuto emotivo, poiché le emozioni (e le motivazioni che vi sono associate) dirigono l’attenzione verso le informazioni salienti, decidendo quali immagazzinare nei circuiti neurali. In questo modo, un input sensoriale ritenuto rilevante dal centro dell’attenzione entra dapprima nella memoria a breve termine.
Successivamente, se l’input è molto intenso, la sua fissazione in memoria diventa più duratura e, per effetto di mutamenti chimici ed elettrici che rafforzano i contatti sinaptici, inizialmente collegati in maniera blanda, diventano tracce di memoria stabilì che danno vita alla memoria a lungo termine e alla messa in pratica di quei saperi per astrazione di ulteriori significati.
Apprendimento ed epigenetica
Un consiglio mi preme, a questo punto, dare agli educatori e agli insegnanti. Poiché il cervello, in presenza di più stimoli contemporanei, sceglie quelli che considera più interessanti, cioè, cattura (e vi porta l’attenzione) prima quelli rispondenti ai suoi gradimenti e coerenti con gli apprendimenti derivanti da esperienze precedenti, la strategia più efficace per trattenerli è che le
informazioni vengano trasmesse in modi diversi, perché così, spiega la neurobiologia, l’effetto sorpresa rende ancora più stabile e duratura la loro impronta nella memoria a lungo termine. Si tratta di una concorrenza di più aspetti di senso che agiscono in compartecipazione strategica ma sempre su di una base comune: la leva emotiva degli ancoraggi autobiografici.
I richiami alla storia personale e ai talenti, in altre parole, provocano emozioni piacevoli che ridestano attenzione e motivazione, spiega l’epigenetica, le cui variazioni nelle proposte dell’adulto evitano che subentri l’abitudine che può nascondersi anche nella reiterazione della novità della modalità relazionale e trasmissiva.
Le basi della neuropedagogia
Ecco, dunque, in che consiste la neuropedagogia o approccio pedagogico per competenze, la nuova frontiera della pedagogia (alla base della didattica dell’intelligenza emotiva) che sfrutta l’evidenza neurobiologica secondo cui
- la memoria umana funziona per associazione e
- i suoi contenuti salienti sono sufficienti per il richiamo di informazioni complesse.
Imparare significa, in conclusione, percorrere prima di tutto la strada delle inclinazioni soggettive, azione che si traduce nell’atto di esplorare il sapere e sperimentarne l’utilità in modo autonomo e personale. Ma servono un curricolo meno rigoroso e degli insegnanti-facilitatori che incoraggino e siano in grado di valutare gli studenti per i loro talenti sganciati dai confronti. E questa è la migliore idea possibile per delineare i contorni della scuola del futuro.























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