Il tremendismo è una particolare postura mentale ed emotiva attraverso cui la mente attribuisce agli eventi un peso sproporzionato, trasformando ciò che è difficile in insostenibile, ciò che è problematico in catastrofico, ciò che è incerto in minaccioso. Non riguarda tanto la presenza di difficoltà reali, quanto il modo in cui esse vengono interiormente amplificate dal nostro pensiero fino a diventare totalizzanti. È una lente deformante che ingigantisce l’impatto delle esperienze e riduce, al tempo stesso, la percezione delle proprie risorse.
Il tremendismo
Alla base del tremendismo vi è un errore di valutazione profondo: la convinzione, spesso implicita, che ciò che accade sia più grave di quanto sia realmente e che le conseguenze saranno non solo negative ma definitive. In questa logica, l’evento non è mai circoscritto, non è mai transitorio, non è mai affrontabile. Diventa un punto di non ritorno. La mente non registra semplicemente una difficoltà ma la eleva a prova di un destino avverso, di un fallimento globale, di una fragilità personale irreversibile.
Il tremendismo non nasce da una debolezza intellettuale ma da una iperattivazione emotiva. Quando il sistema nervoso è sotto stress, la mente perde la capacità di graduare l’esperienza. Tutto viene vissuto in termini di massimo o minimo, tutto o nulla. Il pensiero perde le sfumature e si organizza intorno a estremi. In questo stato, anche piccoli ostacoli vengono percepiti come enormi, e il futuro viene immaginato come una sequenza inevitabile di peggioramenti.
Una caratteristica centrale del tremendismo è il suo rapporto con il tempo. Il presente viene immediatamente proiettato nel futuro ma non in modo esplorativo: il futuro viene colonizzato da una previsione unica, rigida, negativa. Non esistono alternative, non esistono sviluppi inattesi, non esistono possibilità di adattamento. Ciò che oggi è faticoso diventa, nella mente tremendista, la conferma di un domani intollerabile. In questo modo, il presente perde il suo valore esperienziale e diventa solo un anticipo del peggio.
Il pensiero catastrofico
Il tremendismo agisce anche sul piano identitario. Non si limita a dire che qualcosa è difficile ma suggerisce che “io non sono in grado” di affrontarlo. L’evento e il sé vengono fusi. La difficoltà non è più qualcosa che accade ma qualcosa che definisce. Questa fusione produce un senso di impotenza anticipata che paralizza l’azione. Se ciò che mi aspetta è troppo grande e io sono troppo piccolo, allora ogni tentativo appare inutile ancor prima di essere iniziato.
Dal punto di vista emotivo, il pensiero catastrofico genera un clima interno dominato dall’ansia, dalla disperazione o da una forma di rassegnazione anticipata. Il corpo reagisce come se la minaccia fosse imminente e ineludibile. La tensione cresce, l’energia si contrae, la mente cerca continuamente conferme del pericolo. Ogni segnale viene interpretato come prova che “andrà male”. La persona non vive più l’esperienza: la teme.
Un altro aspetto cruciale del tremendismo è la sua apparente lucidità. Spesso viene scambiato per realismo, per senso di responsabilità, per capacità di vedere “le cose come stanno”. In realtà, è una forma di pensiero distorto che seleziona solo gli elementi coerenti con la catastrofe e ignora tutto ciò che potrebbe ridimensionarla. Non è pessimismo consapevole, ma una visione ristretta che ha perso il contatto con la complessità.
Anticipare il dolore
Il tremendismo non protegge dal dolore, come a volte promette. Al contrario, lo anticipa e lo moltiplica. Fa soffrire due volte:
- prima, nell’immaginazione;
- poi, se l’evento accade davvero.
E spesso fa soffrire anche quando l’evento non accade affatto. In questo senso, il tremendismo è una forma di sofferenza preventiva che consuma energie vitali senza offrire reali vantaggi adattivi.
È, tuttavia, importante comprendere che il tremendismo non è una colpa ma una strategia appresa. Spesso si sviluppa in contesti in cui l’errore è stato vissuto come intollerabile, la fragilità come pericolosa, l’incertezza come minaccia. La mente impara a reagire enfatizzando il rischio, nella speranza di evitarlo. Ma ciò che inizialmente nasce come tentativo di controllo, col tempo si trasforma in una gabbia percettiva.
Ridare proporzione
Il lavoro trasformativo sul tremendismo non consiste nel negare le difficoltà o nel forzarsi a pensare positivo. Consiste nel ridare proporzione all’esperienza. Significa restituire agli eventi il loro peso reale, né più né meno. Significa recuperare la capacità di tollerare l’idea che qualcosa possa essere difficile senza essere devastante, doloroso senza essere definitivo, incerto senza essere catastrofico.
Quando il tremendismo viene riconosciuto, perde parte del suo potere. La mente può iniziare a distinguere tra gravità e drammatizzazione, tra rischio e rovina, tra problema e identità. In questo spazio ritrovato, il futuro torna ad aprirsi. Non perché diventi privo di ostacoli ma perché smette di essere vissuto come insormontabile.
Superare il tremendismo significa, dunque, restituire fiducia alla capacità umana di attraversare la complessità. Significa ricordare che la vita non chiede perfezione o invincibilità ma adattamento. E che molto di ciò che la mente giudica “tremendo” è, in realtà, difficile ma affrontabile, doloroso ma trasformabile, incerto ma ancora aperto. È in questa differenza sottile, ma decisiva, che la mente ritrova equilibrio e la persona recupera la possibilità di muoversi nel mondo senza esserne schiacciata.
Quali interferenze?
Il tremendismo si manifesta principalmente attraverso pensieri negativi, caotici e disfunzionali, severa autocritica e persistenti paure, spesso immotivate. Le sue conseguenze comuni sulla vita quotidiana interessano diverse aree del funzionamento della persona:
l’area del benessere emotivo con
- aumento dell’ansia e dello stress: preoccupazioni costanti di non riuscire, del giudizio degli altri;
- umore altalenante: momenti di felicità seguiti da sensazione di colpa o vergogna;
- bassa autostima: percezione distorta di sé come insufficiente o indegno;
l’area del funzionamento cognitivo con
- pensieri tutto-o-niente: “devo essere perfetto in tutto”, pensiero che porta a procrastinazione o paralisi decisionale;
- overthinking: rimuginio su errori passati, difficoltà a chiudere i cicli mentali;
- difficoltà nel prendere rischi: la paura di fallire trattiene dall’intraprendere nuove attività o opportunità;
l’area dei comportamenti e delle abitudini con
- auto-svalutazione e autoimmolazione: trasformare piccoli errori in colpe immaginarie;
- evitamento: rinuncia a compiti sociali, progetti o attività per timore di fallire o del giudizio;
- rituali o compensazioni: eccessiva pianificazione, perfezionismo ingombrante, o comportamenti “controllanti” per ridurre l’incertezza;
l’area delle relazioni sociali con
- difficoltà comunicative: il timore di sembrare inadeguati rovina le conversazioni o porta ad evitare i feedback;
- dipendenza dall’approvazione e dalla rassicurazione: cercare costante conferma esterna per validare se stessi;
- conflitti interni: quando si è troppo critici con se stessi e si è ingabbiati nella paura o nei pensieri disfunzionali si è spesso irritabili o scarsamente empatia verso gli altri;
l’area della salute fisica con
- disturbi del sonno: insonnia o sonno non ristoratore a causa di preoccupazioni notturne;
- sintomi somatici: tensione muscolare, mal di testa, mal di stomaco legati allo stress cronico;
- affaticamento: l’energia mentale costante spesa nella critica consuma risorse.
Meccanismi del tremendismo
Utile segnalare i meccanismi sottostanti al tremendismo:
- perfezionismo: la persona fissa standard irrealisticamente alti e poco flessibili;
- schema di abbandono o vergogna: è radicata la paura di essere rifiutati o non all’altezza;
- strategie di coping: razionalizzazione, minimizzazione e procrastinazione.
Strategie di gestione
- Consapevolezza e etichettatura: riconoscere la voce critica e identificarne contenuti ricorrenti.
- Ristrutturazione cognitiva: sfidare pensieri automatici disfunzionali con domande come “Qual è la prova?”, “Qual è il vero errore?”.
- Compassione verso se stessi: pratiche di autocompassione (parole gentili, trattarsi come si farebbe con un amico).
- Mindfulness, pratica artistica e accettazione: meditazioni che osservano i pensieri senza identificarsi con essi o pratiche, con la medesima funzione, come quelle proposte dal metodo autobiografico creativo e dalle arti terapie;
- Esporsi gradualmente: affrontare situazioni temute in piccoli passi, riducendo l’evitamento.
- Stabilire norme realistiche: definire obiettivi specifici, misurabili e realistici (non perfetti, ma progressivi).
- Alimentazione del proprio “dialogo interno”.
Quando chiedere aiuto?
Se pensieri, autocritica e paura dovessero diventare pervasivi al punto di compromettere il congruo funzionamento della persona, chiedere il supporto di uno psicologo è la migliore soluzione.



















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