Nella terza parte dell’intervista di Salvo Amato di Professione Insegnante a “Isola Creativa”, evento nazionale di Artedo su “creatività e intelligenza emotiva”, abbiamo affrontato i tempi dell’età degli insegnanti italiani e delle loro motivazioni a svolgere ancora corsi di aggiornamento. Il mio punto di vista è che non ci si debba arrendere ai dati anagrafici, se l’obiettivo comune è creare una vera e propria scuola dell’intelligenza emotiva. Piuttosto, occorre far leva sulle motivazioni a finalizzare la mission della scuola: apprendere per la vita, per essere autonomi. Fattore che non può essere agganciato all’anzianità dei docenti.
Sull’aggiornamento dei docenti anziani
SA: Il gruppo facebook “ProfessioneInsegnante”, di fatto, è diventato un termometro di tutta la scuola italiana. Un docente su sei fa parte del nostro gruppo: quindi, di conseguenza c’è un’attiva presenza all’interno delle scuole. È così che veniamo a contatto con una serie di problematiche, come quella che lega l’aggiornamento all’età avanzata degli insegnanti italiani che, alla vigilia della pensione, non hanno più la motivazione a formarsi in qualcosa di nuovo e di “fuori dall’ordinario”. Il 30% degli insegnanti supera i 60 anni. E l’insegnante che ha 60 anni vuole andare in pensione, non innovarsi. Non perché non voglia ma perché, dopo quarant’anni di servizio, è stanco. Spesso, peraltro, è proprio a quell’età che si scoprono i migliori insegnanti. Comprendi bene che chiedere ancora una volta di continuare a formarsi può non incontrare il favore di tutti. Peraltro, quale azienda, come è ormai la scuola, investe preziose risorse economiche per formare a qualcosa di nuovo operatori alla soglia del pensionamento?
SC: Partiamo dall’età. Consideriamo che oggi nella scuola primaria l’età media degli insegnanti si aggira intorno ai cinquant’anni. Qual è la differenza di età che c’è tra un insegnante e un bambino? Mediamente, quarant’anni. Ci sono degli studi che dicono che il quoziente di intelligenza aumenta di tre punti ogni dieci anni. Vuol dire che ogni dieci anni le nuove, generazioni sono più intelligenti di quelle precedenti di tre punti.
Quindi, parliamo di insegnanti che, a cinquanta e passa anni, hanno davanti bambini che sono più intelligenti di loro di dodici punti. È tanta differenza. Che non si colma perché le due generazioni dialogano, senza capirsi, con codici diversi. I giovani con il linguaggio del web. Gli educatori puntando a preservare, in modo che definirei “tranquillo ma preoccupante”, una conoscenza che non si aggiorna ai tempi che corrono. Così, si creano due schieramenti. Il risultato è la noia dei ragazzi che non sono più interessati alla scuola. Bisogna fare un aggiornamento sulla modalità di interessarli. A questo serve l’intelligenza emotiva.
Maestre nonne
SA: In Italia abbiamo maestre che possono essere considerate delle nonne…
SC: …il che non è necessariamente e sempre un fatto negativo, almeno sul piano del maternage alla primaria. Però, è vero che non c’è nessuna azienda che oggi abbia interesse a formare (e motivare) risorse umane che sono ormai sulla soglia del pensionamento. Ad esempio, se l’insegnante utilizzasse opportunamente il suo bonus Carta del Docente, apprenderebbe e scoprirebbe anche metodi piacevoli di insegnare, attività da svolgere in classe attraverso il gioco e la creatività e per sviluppare delle competenze che non servono solo nell’ambito scolastico ma al mondo intero. Purtroppo, però, in Italia, specie al sud, non si fa buon uso di questa possibilità.
È il mondo che dice che i prossimi giovani che entreranno nel mondo del lavoro devono possedere creatività, intelligenza emotiva, capacità di pensiero critico. La scuola in che modo risponde a questi bisogni? Che cosa fa per sviluppare queste tre competenze fondamentali? Secondo l’OCSE stiamo sfornando persone che non capiscono neppure quello che leggono.
Le cose vanno a rotoli. Vogliamo far qualcosa o ci basta assistere allo scatafascio?
L’effetto Butterfly
SA: Ci vuole Intelligenza Emotiva anche nella gestione delle relazioni tra i colleghi, a scuola. Personalmente, noto determinazione e motivazione a collaborare in alcuni ordini di scuola piuttosto che in altri. Ci sono degli ordini di scuola dove ognuno ritiene di stare nella propria “gabbia”, nonostante tutto quello che ci viene proposto nella formazione sui dipartimenti, sull’organizzazione di discipline trasversali ecc.. Nei gradi superiori, ad esempio, perdiamo tempo in aspetti che non c’entrano nulla con l’insegnamento: la burocrazia, la programmazione su studenti di cui ancora non si sa niente. Questi aspetti soffocano e danneggiano le relazioni tra colleghi e demotivano a insegnare innovando creativamente come dici tu.
SC: Concordo. Ma c’è da dire che ho incontrato anche moltissimi insegnanti motivati. Noi siamo nella posizione di analizzare un dato, quello che oggi a livello europeo ci dice che i nostri ragazzi apprendono male. Atteniamoci a questo: vuol dire che possiamo fare di più. Ci sono tanti insegnanti che hanno perfettamente ragione a dire che andrebbe ritoccato l’intero sistema a partire dalle retribuzioni. Pienamente d’accordo. Ma non lo risolviamo noi. È un altro aspetto del nodo. Qui noi possiamo solo domandarci se possiamo fare di più.
Io credo nell’Effetto Butterfly, il battito di ali della farfalla che scatena un uragano dall’altra parte del mondo. Se comincio io, vuol dire che posso dare il buon esempio.
Aggiornarsi per inventare soluzioni
In molte occasioni in cui ho potuto parlare di questo, la richiesta, come feedback, è stata: “Devo fare lezione così? Che cosa posso fare a lezione domani su questo argomento?” Io posso certamente dare delle idee ma domani si ripresenterà lo stesso problema per la lezione di dopodomani.
Bisogna, invece, mettersi nella condizione di avere materiale infinito da produrre, creandolo ogni giorno, senza chiederlo in prestito ad altri. Praticare (e formarsi ne) i linguaggi della creatività, ad esempio, offre proprio questa possibilità: scoprire la vena creativa per valorizzare un patrimonio inesauribile di idee utili per modificare ogni giorno il modo di fare la lezione.
Purtroppo ancora, facciamo la nostra brava fatica a convincere gli insegnanti a entrare in questa dimensione della formazione, cioè la formazione su se stessi. Tutti vogliono soluzioni preconfezionale o, piuttosto, aggiornarsi con poco impegno personale, nelle conoscenze tecniche. Ma oggi la richiesta è un’altra e non si riesce a starle dietro.
























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