Per molti genitori la parola regola è diventata quasi imbarazzante. Evoca l’autoritarismo, la rigidità, il divieto, una forma di educazione appartenente a un’altra epoca. Così, nel comprensibile tentativo di prendere le distanze dai modelli educativi eccessivamente severi del passato, una parte della cultura familiare sembra oggi essersi spinta nella direzione opposta: evitare il conflitto, ridurre le frustrazioni dei figli, negoziare continuamente ciò che un tempo apparteneva alla responsabilità dell’adulto. Ma educare senza autoritarismo non significa educare senza autorità. Partire da qui per comprendere perché, in molte famiglie, il sistema della regola semba essere entrato in crisi.
Dall’autorità all’autorevolezza
Per molto tempo l’educazione familiare si è fondata su una struttura gerarchica piuttosto netta. Gli adulti decidevano e i figli obbedivano. Era un modello che aveva certamente molti limiti: lasciava poco spazio all’ascolto, alla negoziazione, all’espressione emotiva e all’autonomia.
La progressiva trasformazione della famiglia occidentale ha rappresentato sotto questo profilo un enorme avanzamento culturale. I bambini hanno acquisito uno status diverso. Sono diventati soggetti da ascoltare, comprendere e accompagnare. La psicologia dello sviluppo ha contribuito a mostrare quanto siano importanti la sensibilità genitoriale, il dialogo, l’attaccamento sicuro e il rispetto dei bisogni emotivi dei figli.
Poi qualcosa si è inceppato.
Perché?
Perché dal superamento dell’autoritarismo siamo talvolta passati al sospetto verso qualsiasi forma di autorità.
- Dal diritto del bambino a essere ascoltato siamo arrivati talvolta alla convinzione che ogni suo desiderio debba essere accolto.
- Dalla protezione siamo scivolati nell’iperprotezione.
- Dalla comprensione delle emozioni siamo arrivati, in alcuni casi, al tentativo di eliminare qualsiasi esperienza emotivamente spiacevole.
In un mio precedente lavoro ho definito questo processo come parte di una più ampia crisi della “holding educativa”, cioè di quella rete costituita soprattutto dalla famiglia e dalla scuola che dovrebbe offrire ai ragazzi contenimento, orientamento, responsabilità e riferimenti adulti.
Una regola non è una punizione
Uno degli equivoci più frequenti consiste nel confondere la regola con la repressione.
Ma sono due cose completamente diverse.
La regola dice al bambino che il mondo possiede dei confini. Gli comunica che esistono tempi, bisogni e diritti degli altri. Gli insegna che non tutto può avvenire nel momento in cui lo desideriamo. Un apprendimento fondamentale perché la vita adulta sarà inevitabilmente attraversata dall’attesa, dal limite, dall’imprevisto, dalla rinuncia e dalla necessità di mediare i propri desideri con quelli degli altri.
La forza dell’autoregolazione
La capacità di tollerare queste esperienze prende parte allo sviluppo dell’autoregolazione.
Una recente meta-analisi pubblicata sul Journal of Family Psychology, che ha integrato 62 studi, ha trovato una relazione significativa tra pratiche genitoriali supportive e migliori capacità di autoregolazione nei figli. Al contrario, modalità educative punitive e soppressive risultavano associate a una peggiore autoregolazione. Il dato interessante è proprio questo: la scienza non ci invita a scegliere tra rigidità e assenza di regole. Ci orienta verso una terza strada fatta di sostegno, struttura e progressiva autonomia.
La regola efficace, dunque, non umilia. Non minaccia. Non controlla il mondo interiore del bambino.
Organizza il comportamento.
Il grande equivoco della frustrazione
Molti genitori sembrano avere sviluppato oggi una particolare sensibilità nei confronti della frustrazione dei figli.
- Il bambino protesta? Forse siamo stati troppo severi.
- Si arrabbia perché deve spegnere il tablet? Forse possiamo concedergli altri dieci minuti.
- Non vuole fare qualcosa? Cerchiamo un’alternativa.
Il problema nasce quando ogni reazione emotiva del figlio induce l’adulto a modificare il confine che aveva appena stabilito.
A quel punto il bambino impara qualcosa di molto semplice: la regola esiste fino a quando la mia protesta non diventa abbastanza intensa.
Evitare la sofferenza
Paradossalmente il genitore che vuole evitare la sofferenza finisce per rendere il figlio meno preparato a gestirla.
La ricerca sullo sviluppo dell’autoregolazione spiega, infatti, che i genitori svolgono un ruolo importante nell’accompagnare progressivamente il bambino verso la capacità di gestire emozioni, impulsi e comportamento. L’autoregolazione è una conquista che si sviluppa inizialmente dentro una relazione di co-regolazione con l’adulto.
In altre parole, prima che il bambino impari a contenersi da solo deve fare esperienza di un adulto capace di contenerlo.
Il problema non sono i bambini
Cioè, non sono i bambini di oggi che sono diventati improvvisamente incapaci di rispettare le regole: i bambini apprendono per imitazione e dentro sistemi relazionali.
Quando un confine cambia continuamente in funzione dell’umore dell’adulto, del senso di colpa, della stanchezza o della reazione del bambino, l’incertezza non riguarda soltanto la regola. Riguarda piuttosto proprio la relazione.
Ecco perché l’autoregolazione del genitore è così importante.
Uno studio sui genitori
Una revisione sistematica di 74 studi ha evidenziato il rapporto tra capacità di autoregolazione degli adulti e qualità delle pratiche genitoriali. Maggiore difficoltà dell’adulto nel regolare se stesso (e, dunque, scarsa intelligenza emotiva) può accompagnarsi a modalità educative più lassiste oppure a reazioni eccessive e incoerenti.
Il che proietta nel paradosso: chiediamo ai figli di regolarsi mentre noi adulti facciamo sempre più fatica a tollerare la loro rabbia, il loro pianto, la loro opposizione.
Per questo spesso cediamo. Non perché riteniamo sbagliata la regola. Perché non reggiamo il conflitto che produce.
L’autorevolezza non è controllo
Naturalmente il ritorno alle regole non implica la nostalgia di un modo antico e superato di educare i figli basato sul controllo e sulla repressione. Tanto è vero che una meta-analisi condotta su 25 studi e quasi 8.000 giovani e pubblicata su ScienceDirect ha evidenziato un’associazione significativa tra un rigido controllo genitoriale e comportamenti problematici nei bambini e negli adolescenti.
Vale sia nel caso del controllo dei comportamenti dei figli (ciò che un figlio può o non può fare, gli orari, le responsabilità, i comportamenti compatibili con la convivenza) che in quello di un più sottile controllo psicologico (pensieri, sentimenti e identità attraverso colpevolizzazione, manipolazione emotiva o svalutazione).
Significa che non si può più (e non è nemmeno una buona idea) tornare indietro. Per questo serve autorevolezza e non controllo. E l’autorevolezza va conquistata con l’esempio e con il cambio di registro comunicativo.
Dire: «Questo comportamento è sbagliato» è diverso da dire: «Sei sbagliato». Rifiutare un comportamento si può, se è giusto farlo e perché si forniscono esempi che vanno nella direzione opposta; rifiutare la persona no. È un passaggio chiave di un’educazione emotivamente intelligente.
Il senso di colpa dei genitori
C’è poi un aspetto che merita attenzione.
Le famiglie vivono spesso dentro giornate intensissime. Lavoro, spostamenti, impegni di tutti i componenti della famiglia comprimono il tempo della relazione. E quando il tempo è poco, facile che prevalga il desiderio di renderlo almeno piacevole.
Allora dire di no diventa più difficile.
Il genitore che passa poco tempo con suo figlio è portato inconsapevolmente a compensare l’assenza con le concessioni, con i beni materiali, con la disponibilità continua. Perché, con le comodità, nel tempo nasce la convinzione che tutto sia dovuto. E l’asticella delle pretese si alza.
Avevo già scritto di questo, parlando della progressiva “defamiliarizzazione”: quando gli adulti diventano più fragili agli occhi dei figli anche a causa dei propri sensi di colpa, i ruoli rischiano lentamente di invertirsi. Per questo serve un limite a tutto.
Il limite è una forma di cura
Una buona regola deve avere almeno tre caratteristiche:
- è comprensibile,
- è coerente
- ed è compatibile con l’età.
Soprattutto deve essere sostenuta dalla relazione. Significa che un bambino accetta più facilmente il limite della regola quando percepisce che l’adulto non lo impone per esercitare dominio ma per proteggerlo e accompagnarlo.
Il limite efficace, allora, potrebbe essere espresso così: «Capisco che sei arrabbiato. Capita anche a me. La regola resta.»
Regola ed empatia
Una ricerca sull’emotional socialization dimostra, peraltro, che le modalità attraverso cui i genitori reagiscono alle emozioni, parlano delle emozioni ed esprimono le proprie contribuiscono allo sviluppo della capacità di autoregolazione dei figli.
In questa frase convivono due dimensioni che troppo spesso consideriamo inconciliabili: empatia e fermezza.
- Possiamo comprendere senza cedere.
- Possiamo contenere senza reprimere.
- Possiamo amare senza eliminare la frustrazione.
Perché la vita non elimina le frustrazioni. Allenarsi da bambini è, allora, determinante.
Che cosa possiamo imparare?
- Il primo insegnamento è che il contrario dell’autoritarismo non è l’assenza di regole. È l’autorevolezza.
- Il secondo è che educare significa accettare di essere temporaneamente impopolari. Un genitore non può misurare la qualità della propria funzione educativa attraverso il grado di soddisfazione immediata del figlio.
- Il terzo riguarda la frustrazione. Piccole frustrazioni sostenibili, accompagnate da un adulto affidabile, sono un allenamento alla vita. Aspettare, rinunciare, perdere, sbagliare, riprovare e accettare un no sono esperienze attraverso cui cresce la capacità di autoregolarsi.
- Il quarto riguarda noi adulti. Prima ancora di domandarci perché i ragazzi non rispettino le regole dovremmo chiederci quanto siamo disposti a sostenerle quando diventano scomode.
- Infine, dovremmo ricordare che dare un limite significa anche trasmettere sicurezza.
Regola e confine
Un confine dice implicitamente al bambino: «Fin qui devi occuparti tu delle cose. Da qui in poi ci sono io».
Che poi è quello che bambini e adolescenti continuano a chiedere agli adulti, anche quando sembrano fare di tutto per dimostrare il contrario: qualcuno che abbia sufficiente fiducia nella relazione da poter dire un sì quando serve e un no quando è necessario.
Perché crescere significa diventare progressivamente capaci di darsi da soli quelle regole che, all’inizio della vita, devono necessariamente arrivare da qualcuno che si prende cura di noi.



















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