Con l’espressione “Io plurale”, Sigmund Freud spiega che l’identità non è mai riducibile a un solo tratto. E che essa non è solo ruolo, non è solo carattere, non è solo biografia: piuttosto, una struttura interna complessa, capace di tenere insieme dimensioni affettive, cognitive, corporee, sociali e simboliche, a volte anche diverse e perfino tra loro contraddittorie.
Essere se stessi
Come ho già avuto modo di scrivere in altri articoli, essere se stessi significa mantenere un nucleo di coerenza personale mentre si vive in relazione alla propria complessità e, soprattutto, nella relazioni con gli altri. L’identità, dunque, non separa individuo e società: li mette in dialogo, nel senso che l’individuo diventa se stesso all’interno delle relazioni ma sentendosi separato e distinto da esse.
Le conferme, i rifiuti, i rinforzi, le svalutazioni, i modellamenti, soprattutto quelli provenienti dalle persone per noi significative, lasciano un segno profondo nella costruzione del sé. Per questo affermiamo che l’identità è molto influenzata dai rispecchiamenti relazionali.
Questo vuol dire che essa si forma all’interno di una rete di sguardi: il modo in cui veniamo accolti, nominati, riconosciuti o fraintesi contribuisce alla percezione che sviluppiamo di noi stessi. Se un bambino cresce in un ambiente che riconosce il suo valore, le sue emozioni, i suoi bisogni, sarà più probabile che costruisca un senso di sé più stabile. Al contrario, se sperimenta rifiuto, incoerenza o svalutazione, potrà interiorizzare immagini di sé fragili, contraddittorie o svalorizzate.
Per questo il riconoscimento è così centrale nei processi educativi e terapeutici: aiutare una persona a costruire identità significa anche offrirle uno spazio in cui possa finalmente vedersi in modo più vero, più intero, più umano, lungo un arco di tempo sufficientemente ampio da permetterle di ricevere dal suo ambiente ogni conferma sulla sua natura.
La continuità nonostante le molteplici identificazioni
Significa che l’identità si plasma sulla continuità. Cioè, l’identità non ci fa solo sentire con gli altri ma anche diversi dagli altri. E ci fa sentire anche gli stessi nel tempo. Ci permette di riconoscerci come noi stessi nonostante i cambiamenti, le difficoltà, le trasformazioni, le perdite di punti di riferimento. Senza continuità interna, il soggetto rischia di sentirsi in balia degli eventi, frammentato, instabile, incapace di orientarsi. Con la continuità, invece, anche il cambiamento può essere vissuto non come una minaccia ma come una trasformazione che può essere attraversata.
Ma l’identità si forma attraverso molteplici identificazioni: con i genitori, con figure educative, con modelli culturali, con gruppi di appartenenza, con ideali, con ruoli sociali. Tuttavia non si limita a sommarli passivamente. Li attraversa, li rielabora, li sintetizza.
Cioè, cresciamo prendendo qualcosa dagli altri. Tuttavia, l’identità matura quando queste influenze vengono interiorizzate e trasformate in una forma personale e duraturo: non siamo, in altre parole, una semplice copia delle persone che ci hanno cresciuto o dei modelli che abbiamo incontrato ma il risultato di un lavoro psichico di integrazione, selezione, rielaborazione.
Ed è proprio qui che si apre uno spazio fondamentale per la crescita personale: diventare adulti, in senso profondo, vuol dire smettere di abitare identità ricevute in modo passivo e iniziare a costruire un’identità scelta, sentita, assunta consapevolmente.
L’identità cambia nel tempo
Nonostante ciò, pur mantenendo il nucleo centrale, l’identità può profondamente cambiare e subire modifiche anche rilevanti nel corso della vita. E questo è un concetto importantissimo, perché ci sottrae all’illusione che esista un io completamente definito e immobile. La vita ci cambia. Le esperienze ci cambiano. Le perdite, i successi, le crisi, le svolte biografiche, le relazioni, il lavoro, il corpo, il passare del tempo modificano continuamente il nostro modo di percepirci.
Ma allora come si sposa questo concetto con il principio della continuità? Semplicemente con la considerazione che cambiare identità non significa necessariamente perderla. Anzi, la maturità consiste proprio nel riuscire a trasformarsi senza frammentarsi, nel modificarsi senza smarrire del tutto il filo della propria continuità interna.
Per questo, una identità sana non è rigida. È piuttosto abbastanza stabile da non sgretolarsi a ogni urto ma anche abbastanza flessibile da potersi ridefinire quando la vita lo richiede.
L’identità e l’unicità
In definitiva, l’identità permette all’individuo di percepirsi come unico, pur appartenendo contemporaneamente a più ruoli e contesti, a volte persino in contrasto tra loro. È un punto molto attuale. Noi non siamo una cosa sola: siamo figli, genitori, professionisti, partner, amici, cittadini, membri di gruppi culturali e sociali diversi. E questi ruoli non sempre sono perfettamente armonici.
Il problema non è avere identità multiple: il problema nasce quando manca una regia interna capace di integrarle. Una persona può vivere conflitti tra dimensione familiare e professionale, tra bisogni personali e aspettative sociali, tra desideri autentici e ruoli imposti.
Può, cioè, essere un pessimo figlio ma un ottimo padre, un pessimo membro della collettività ma un grande professionista, un cattivo marito ma un amico leale: l’identità matura non elimina questi contrasti ma cerca di comporli in una sintesi vivibile.
Perché sentirsi unici non vuol dire essere semplici: vuol dire riuscire a riconoscere un centro personale anche dentro la complessità (che è il miglior antidoto alla patologica rigidità).



















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