Nei giorni scorsi ho risposto a 5 domande che mi ha posto Lukas Skena nel corso di un’intervista per il blog TheDigitalMoon su intelligenza emotiva, arti terapie e il Metodo Autobiografico Creativo. Eccovi il contenuto. Mentre, cliccando su questo link, potrete accedere al contenuto originale.Obiettivo
Sull’intelligenza emotiva
“Il tuo percorso unisce la psicologia clinica, le arti terapie e la formazione, portandoti a fondare il network Artedo e a ideare il Metodo Autobiografico Creativo. Come si integrano questi diversi strumenti nel facilitare la conoscenza di sé e nello sviluppo dell’intelligenza emotiva?”
Nel mio percorso, psicologia clinica, arti terapie e formazione sono linguaggi diversi ma affini che convergono verso uno stesso obiettivo: aiutare la persona a conoscersi meglio, a dare significato alla propria esperienza e a sviluppare una maggiore consapevolezza emotiva. La psicologia mi ha fornito le chiavi per comprendere il funzionamento della persona, le dinamiche emotive e relazionali, i processi attraverso cui costruiamo la nostra identità. Le arti terapie mi hanno mostrato, invece, quanto non tutto ciò che viviamo possa essere immediatamente pensato o raccontato attraverso le parole. A volte un’immagine, un gesto, un suono, una forma o una metafora riescono ad avvicinarci a contenuti interiori che il linguaggio razionale fatica ancora a raggiungere.
Continuando….
La formazione, infine, mi ha permesso di trasformare queste conoscenze in esperienze concrete e accessibili, capaci di coinvolgere attivamente le persone e non soltanto di trasmettere loro dei contenuti. Il Metodo Autobiografico Creativo nasce proprio dall’incontro di queste dimensioni. Parte dalla narrazione di sé, perché raccontarsi significa iniziare a riconoscere il filo che collega esperienze, emozioni, relazioni e scelte; ma integra questa narrazione con l’espressione artistica spontanea, che consente di esplorare ciò che spesso rimane implicito, confuso o difficilmente verbalizzabile.
In questo senso, la conoscenza di sé non è per me un esercizio puramente introspettivo: è un processo esperienziale. Significa imparare a riconoscere ciò che sentiamo, dare un nome alle emozioni, comprenderne l’origine, osservare come influenzano il nostro modo di pensare, comunicare e agire. Ed è proprio qui che il lavoro autobiografico e creativo incontra l’intelligenza emotiva. Perché non possiamo regolare ciò che non riconosciamo, né comprendere davvero gli altri se prima non impariamo ad ascoltare ciò che accade dentro di noi. L’obiettivo, quindi, non è semplicemente conoscere meglio la propria storia ma acquisire strumenti per riscrivere consapevolmente il modo in cui continuiamo a viverla.
Sul Metodo Autobiografico Creativo
“Attraverso la fiabazione e le tecniche artistiche e narrative, il Metodo Autobiografico Creativo permette di esplorare l’inconscio e dare voce alle proprie emozioni. In che modo l’espressione artistica spontanea riesce a rompere le difese razionali e a guidare la persona verso una maggiore consapevolezza?”
L’espressione artistica spontanea ha una caratteristica fondamentale: ci mette nella condizione di fare prima di spiegare. Quando disegniamo, modelliamo, scriviamo, costruiamo una storia o diamo forma a un’immagine senza preoccuparci del risultato estetico, riduciamo temporaneamente il controllo esercitato dal pensiero razionale, dal giudizio e dal bisogno di essere coerenti. In quello spazio possono emergere associazioni, simboli, immagini e contenuti emotivi che spesso, nel linguaggio ordinario, tendiamo a filtrare, correggere o censurare. E questo è uno degli aspetti più interessanti del Metodo Autobiografico Creativo: la persona non viene invitata a “fare arte” ma a utilizzare il linguaggio artistico come strumento di esplorazione di sé. La spontaneità, quindi, non riguarda il talento, ma la possibilità di esprimersi senza dover immediatamente comprendere o controllare ciò che sta emergendo.
Continuando….
La fiabazione, intesa come tecnica di scrittura di una fiaba estemporanea, lavora nella stessa direzione. Attraverso personaggi, ambientazioni, ostacoli, alleati e trasformazioni, la persona può raccontare indirettamente parti di sé che, se affrontate in modo troppo diretto, potrebbero attivare resistenze. La dimensione simbolica crea una distanza protettiva e, nello stesso tempo, rende visibili dinamiche profonde. Il passaggio decisivo, però, avviene dopo. L’immagine, il racconto o il prodotto creativo non vengono interpretati dall’esterno come se contenessero una verità nascosta da decifrare: diventano piuttosto uno stimolo per l’autoriflessione. È la persona stessa, accompagnata da domande adeguate, a riconoscere significati, connessioni, emozioni e risonanze con la propria storia.
Nasce così la consapevolezza: quando qualcosa che prima sentivamo in modo indistinto acquista una forma, un nome e un significato. L’arte spontanea, in questo senso, non dà risposte al posto nostro; ci aiuta a formulare domande che, spesso, il pensiero razionale da solo non riusciva ancora a porre.
Sulle Arti Terapie
“Sei stato tra i promotori di un dispositivo per il riconoscimento e la disciplina delle arti terapie e della norma tecnica sulla figura professionale dell’arti terapeuta. Quali passi avanti sono stati fatti in Italia in questo ambito e quali sono ancora le sfide per un pieno riconoscimento di queste professioni?”
Negli ultimi anni sono stati compiuti passi molto importanti, soprattutto se penso alla situazione da cui siamo partiti. Quando abbiamo iniziato a lavorare per dare maggiore riconoscibilità alle arti terapie, uno dei problemi principali era proprio l’assenza di riferimenti condivisi rispetto alla formazione, alle competenze e ai confini professionali dell’arti terapeuta. Un primo passaggio fondamentale è stato rappresentato, allora, dalla Legge 4/2013, che ha introdotto in Italia una cornice per le professioni non organizzate in ordini o collegi. In questo quadro si è inserito successivamente il lavoro di normazione tecnica che ha portato alla UNI 11592 del 2015, tuttora in vigore, che definisce conoscenze, abilità e competenze richieste ai professionisti delle Arti Terapie.
Per me questo è stato un passaggio culturale prima ancora che tecnico: significava affermare che non è sufficiente utilizzare l’arte in un contesto educativo, sociale o di benessere per potersi definire arti terapeuti. Occorrono una formazione specifica, competenze definite, responsabilità professionali e una chiara consapevolezza dei limiti del proprio intervento. Un altro segnale molto significativo è arrivato più recentemente dal sistema dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica. Con il Decreto Ministeriale n. 128 del 12 febbraio 2025 sono stati ridefiniti i settori artistico-disciplinari AFAM e l’Arteterapia è oggi presente come specifico settore; inoltre, nell’aggiornamento dei profili, accanto ad Arteterapia e Musicoterapia presto troveranno spazio anche Teatroterapia e Danzaterapia. È un passaggio importante perché testimonia quanto questi saperi siano ormai entrati anche nel campo della formazione superiore, della ricerca e della riflessione accademica.
Continuando….
Questo, però, non significa che il percorso sia concluso. La sfida principale rimane quella di costruire un sistema sempre più chiaro e omogeneo, capace di distinguere la formazione qualificata da quella improvvisata, di definire con precisione gli ambiti di intervento e, soprattutto, di evitare sovrapposizioni con le professioni sanitarie e con le attività riservate ad altre figure professionali. Credo quindi che il futuro delle arti terapie in Italia passi attraverso tre parole: qualità, identità e responsabilità. Qualità della formazione, identità professionale riconoscibile e responsabilità nei confronti delle persone con cui si lavora. Il riconoscimento, infatti, non dovrebbe essere inteso soltanto come l’attribuzione di un titolo o come una tutela formale della professione. Dovrebbe servire soprattutto a tutelare gli utenti, a valorizzare i professionisti realmente formati e a consentire alle arti terapie di dialogare, con pari dignità ma nel rispetto delle rispettive competenze, con il mondo educativo, sociale, sanitario e della promozione del benessere.
Sulla scuola
“Nei tuoi libri e nei progetti formativi applichi il concetto di edutainment per promuovere l’alfabetizzazione emotiva anche nelle scuole e nei contesti comunitari. Quali benefici concreti porta l’educazione emotiva nel prevenire fenomeni come il bullismo, la dispersione scolastica e l’isolamento giovanile?”
Quando parliamo di educazione emotiva, spesso la immaginiamo come qualcosa di accessorio rispetto ai compiti tradizionali della scuola. Io credo, invece, che sia esattamente il contrario: imparare a riconoscere le proprie emozioni, comprenderle, regolarle e leggere quelle degli altri significa sviluppare competenze che incidono direttamente sul modo in cui un ragazzo apprende, costruisce relazioni e affronta le difficoltà. Ogni comportamento problematico, del resto, nascono da qualche parte. Dietro l’aggressività, il ritiro, la provocazione o la disaffezione scolastica possono esserci emozioni che il ragazzo non riesce ancora a riconoscere, nominare o comunicare adeguatamente. Se manca un vocabolario emotivo, il disagio rischia di trovare altre forme di espressione.
Pensiamo al bullismo. Educare all’empatia significa aiutare i ragazzi a comprendere l’effetto che le proprie azioni producono sugli altri, ma anche insegnare loro a gestire rabbia, frustrazione, bisogno di appartenenza e ricerca di riconoscimento. E significa lavorare non soltanto sul bullo e sulla vittima, ma sul gruppo, perché molti fenomeni di prevaricazione si alimentano proprio nel silenzio o nella complicità degli osservatori. Lo stesso vale per la dispersione scolastica. Un ragazzo non abbandona sempre la scuola perché non è capace di apprendere; qualche volta smette prima di sentirsi parte di quel contesto. Sentirsi inadeguati, non riconosciuti, continuamente giudicati o incapaci di tollerare l’insuccesso può produrre progressivamente disinvestimento, fino all’allontanamento. L’educazione emotiva aiuta anche a costruire autostima, capacità di affrontare l’errore, motivazione e senso di autoefficacia.
Continuando….
E poi c’è l’isolamento, che oggi assume forme particolarmente complesse: possiamo essere costantemente connessi e, nello stesso tempo, profondamente soli. Per questo i ragazzi hanno bisogno di luoghi nei quali sperimentare relazioni autentiche, sentirsi ascoltati e imparare a esprimere ciò che vivono senza temere immediatamente il giudizio. In questo senso, dal mio punto di vista, l’edutainment diventa particolarmente efficace. Le competenze emotive difficilmente si apprendono soltanto spiegandole. Occorre viverle. Il gioco, la narrazione, il teatro, la musica, il movimento, le immagini e le attività creative trasformano concetti astratti in esperienze e consentono ai ragazzi di imparare mentre partecipano, si emozionano, si confrontano e riflettono su ciò che è accaduto.
Per questo considero l’alfabetizzazione emotiva una forma di prevenzione primaria. Non possiamo pensare di eliminare ogni conflitto, ogni fragilità o ogni momento di crisi; possiamo però fornire ai ragazzi strumenti migliori per attraversarli. E forse è proprio questo uno dei compiti più importanti dell’educazione: non proteggere i giovani dalla vita ma prepararli ad abitarla con maggiore consapevolezza, responsabilità e capacità di relazione.
Sul saper essere
“In un’epoca dominata dalla digitalizzazione e dalla corsa alle competenze tecniche, perché la “leadership di sé” e lo sviluppo delle soft skills emotive rappresentano, oggi più che mai, la chiave fondamentale per il benessere personale e professionale?”
Viviamo in un tempo in cui le competenze tecniche diventano obsolete con una rapidità impressionante. Strumenti, piattaforme, linguaggi e professioni cambiano continuamente. Per questo penso che, accanto al sapere fare, diventi sempre più decisivo il sapere essere. La leadership di sé parte proprio da qui: dalla capacità di conoscersi, riconoscere i propri stati emotivi, governare le reazioni impulsive, tollerare l’incertezza, prendere decisioni coerenti con i propri valori e assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Ed è determinante non per avere sempre tutto sotto controllo ma per non essere completamente in balìa di ciò che accade fuori o dentro di noi.
Le soft skills emotive hanno oggi un valore enorme perché incidono su quasi tutto ciò che facciamo: sulla qualità delle relazioni, sulla capacità di comunicare, sulla gestione dei conflitti, sulla motivazione, sulla creatività, sull’adattamento al cambiamento, sulla possibilità di lavorare con gli altri senza perdere sé stessi.
Continuando….
Anche nel mondo professionale, del resto, la differenza non la fa più soltanto chi possiede più informazioni. Le informazioni sono ovunque e l’intelligenza artificiale può già svolgere una parte crescente dei compiti cognitivi e tecnici. Diventano quindi ancora più preziose quelle competenze profondamente umane che consentono di interpretare i contesti, comprendere le persone, costruire fiducia, guidare gruppi, affrontare l’imprevisto e attribuire significato alle proprie azioni. Per questo considero la leadership di sé una competenza trasversale fondamentale. Prima di guidare un team, un’organizzazione o un progetto, occorre imparare a guidare se stessi. Occorre sapere che cosa ci muove, che cosa ci blocca, quali emozioni orientano le nostre decisioni e quale direzione vogliamo dare alla nostra vita.
La tecnologia può renderci più veloci, più produttivi, perfino più potenti. Ma non può decidere al posto nostro che tipo di persone vogliamo diventare. La qual cosa si traduce nel senso dell’unica vera sfida del futuro: diventare sempre più profondamente umani nell’era della digitalizzazione selvaggia.



















0 commenti