Stiamo perdendo la conversazione faccia a faccia al ritmo di 338 parole al giorno. Lo riporta uno studio dal titolo “Sliding Into Silence?” condotto da Valeria Pfeifer e Matthias Mehl, psicologi dell’Università dell’Arizona, e pubblicato nel luglio del 2026 nel Volume 21, numero 4 di “Perspectives on Psychological Science”, rivista della Association for Psychological Science. Un argomento di cui mi sono occupato in un recente articolo. Mentre perdiamo le parole, aumenta la solitudine e si impoveriscono le relazioni. E, nell’era tecnologica, obbligano a porsi una domanda cruciale: è questo il primo passo del ritorno ad una tabula rasa delle mente, rovesciando letteralmente il concetto coniato da John Locke?
La mente come tabula rasa
Per John Locke, filosofo inglese e influente anticipatore dell’illuminismo, la mente umana alla nascita è una tabula rasa, una sorta di foglio bianco sul quale l’esperienza comincia progressivamente a scrivere. Nel Saggio sull’intelletto umano del 1690, Locke respinge l’idea di contenuti innati: ciò che sappiamo prende forma attraverso la sensazione, cioè il rapporto con il mondo esterno, e la riflessione, cioè il lavoro che la mente compie sulle proprie esperienze.
La tabula rasa di Locke è, dunque, un punto di partenza. È vuota perché deve ancora essere abitata dal mondo.
Una tabula rasa di ritorno
Alla luce dello studio di Pfeifer e Mehl, quello che potrebbe configurarsi adesso è una sorta di tabula rasa di ritorno: una mente che, dopo essersi riempita di parole, esperienze, narrazioni e significati, comincia progressivamente a svuotarsi, rinunciando alla propria attività che viene, di conseguenza, delegata alla macchina.
Noi, infatti, pensiamo attraverso le parole. Le parole consentono di distinguere, classificare, ricordare, mettere in relazione gli eventi, costruire concetti, raccontare ciò che ci è accaduto e attribuirgli un significato. Di conseguenza, più il vocabolario interiore si impoverisce, più rischia di restringersi anche la capacità di rappresentare la complessità dell’esperienza.
Pensiamo alle emozioni
Tra dire «sto male» e riuscire a distinguere tra frustrazione, nostalgia, vergogna, inquietudine, risentimento, paura, delusione e senso di colpa esiste una differenza enorme. Il primo modo registra grossolanamente uno stato interno. Le seconde permettono di pensarlo.
E ciò che riusciamo a pensare è più facilmente da comprendere, raccontare e regolare.
Per questo, perdere le parole significa rischiare di perdere progressivamente anche le differenze. E quando perdiamo le differenze perdiamo complessità e finiamo per appiattirci.
L’Intelligenza Artificiale
Il problema, naturalmente, non risiede nell’esistenza della macchina ma nel tipo di rapporto che costruiamo con essa. Se utilizziamo l’IA per ampliare il pensiero, confrontare prospettive, cercare informazioni, sottoporre le nostre idee a verifica e trovare nuove connessioni, la macchina può diventare un’estensione delle nostre facoltà cognitive.
Il rapporto cambia radicalmente quando iniziamo a chiederle sistematicamente di trovare le parole al posto nostro, come in questo esempio.
- Scrivimi quello che penso.
- Dimmi che cosa devo rispondere.
- Riassumimi ciò che dovrei leggere.
- Spiegami ciò che dovrei comprendere.
- Formula ciò che dovrei dire.
- Decidi quale posizione dovrei assumere.
Il paradigma di Locke si ribalta
Ecco il paradosso: la tecnologia che dovrebbe estendere il pensiero rischia di sostituirne alcuni passaggi. Oppure tutti.
In questo modo si ribalta il paradigma di Locke: la tabula rasa lockiana precede l’esperienza. La nuova tabula rasa rischia di seguirla.
La prima attende che l’uomo scriva su di essa attraverso il contatto con il mondo. La seconda appare quando l’uomo smette progressivamente di scrivere dentro di sé e lascia che qualcun altro (o qualcos’altro) organizzi le parole al suo posto.
Potremmo esprimerlo con una formula:
- per Locke la mente nasce vuota e l’esperienza la riempie;
- nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale il rischio è che una mente già piena si svuoti progressivamente perché delega alla macchina il lavoro attraverso cui costruisce significati.
Un rischio per le funzioni cognitive
Naturalmente, una persona che utilizza l’IA non perde letteralmente le proprie rappresentazioni mentali. Ma un uso eccessivo, irresponsabile e smodato alla lunga è un rischio per le funzioni cognitive: capacità linguistiche, elaborazione autonoma, memoria, argomentazione, immaginazione, riflessione, creatività, problem solving.
C’è poi un ulteriore passaggio che trovo ancora più interessante.
Locke immaginava una mente sulla quale l’esperienza scrive. Ma oggi una parte crescente dell’esperienza umana è mediata da sistemi algoritmici: ciò che vediamo, ciò che leggiamo, le parole che troviamo davanti a noi, le risposte che riceviamo, perfino le formulazioni attraverso cui interpretiamo gli eventi.
Chi scrive sulla tabula?
Significa che la domanda potrebbe diventare: “Chi scrive sulla tabula?”
- Per Locke era l’esperienza.
- Per noi rischia di essere sempre più spesso una macchina che ha già selezionato, ordinato e linguisticamente confezionato quell’esperienza.
E allora “farsi possedere dalla macchina” può essere letto precisamente in questo senso: cederle progressivamente la facoltà di nominare il mondo al posto nostro. Perché chi possiede le parole possiede anche una parte della possibilità di interpretare la realtà.
Se davvero stiamo assistendo a una diminuzione della conversazione quotidiana, come afferma lo studio di Pfeifer e Mehl, la domanda diventa: “Che cosa accade a una società che parla meno proprio mentre le macchine imparano a parlare sempre di più?”
Un futuro da robot
Forse il rischio più profondo dell’Intelligenza Artificiale non è che la macchina impari a pensare come l’uomo ma che sia l’uomo che si riduca a pensare come la macchina, abdicando la facoltà conquistata in millenni di evoluzione di essere autore del proprio pensiero.
E qui Locke potrebbe diventa sorprendentemente contemporaneo: la vera questione non è più stabilire se nasciamo come una tabula rasa ma capire chi finirà per scriverci sopra. E, quindi, per scrivere il nostro destino.



















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