Perdiamo 338 parole al giorno. Proprio così: 338 parole ogni giorno. Un numero enorme. Ed ora vi spiego le conseguenze. Intanto, parliamo del dato. Secondo uno studio intitolato “Sliding Into Silence?” e firmato da Valeria Pfeifer e Matthias Mehl, psicologi dell’Università dell’Arizona, nel 2005 parlavamo con 16.000 parole al giorno, mentre nel 2019 con solo 12.700. Quindi, appunto, con 338 parole in meno ogni giorno. La ricerca, pubblicata all’inizio del 2026 sulla rivista scientifica Perspectives on Psychological Science, ha riguardato 2.200 soggetti che sono stati monitorati, in 22 studi diversi tra il 2005 e il 2019, con un Registratore ad Attivazione Elettronica che poteva catturare tutte le parole pronunciate ad alta voce dai partecipanti. Il titolo completo è “Sliding Into Silence? We Are Speaking 300 Daily Words Fewer Every Year”, di Valeria A. Pfeifer e Matthias R. Mehl. Una precisazione: Mehl è professore di Psicologia all’University of Arizona, mentre Pfeifer, prima autrice del lavoro, oggi è Assistant Professor presso la University of Missouri–Kansas City.
La scoperta
Pfeifer e Mehl stavano lavorando alla replica di un precedente studio di Mehl del 2007 sulla quantità di parole pronunciate quotidianamente da uomini e donne. Mettendo insieme i nuovi dati, si sono accorti che il numero medio di parole pronunciate durante una giornata risultava sensibilmente più basso rispetto alla vecchia stima: circa 12.792 parole al giorno, contro le 15.959 rilevate nel lavoro del 2007. A quel punto hanno verificato se si trattasse semplicemente di una differenza tra campioni oppure dell’indizio di una variazione nel tempo.
L’analisi ha riguardato 2.197 persone, tra i 10 e i 94 anni, provenienti soprattutto dagli Stati Uniti ma anche da Messico, Australia ed Europa. I dati derivavano da 22 studi indipendenti, raccolti nell’arco di 14 anni, dal 2005 al 2019. La quantità di linguaggio parlato era stata stimata attraverso registrazioni ambientali passive della vita quotidiana, una metodologia utilizzata da anni dal gruppo di Mehl.
Quando i ricercatori hanno messo in relazione il numero medio di parole pronunciate con l’anno in cui erano stati raccolti i dati, è emersa una tendenza lineare sorprendente: ogni anno, tra il 2005 e il 2019, le persone pronunciavano in media circa 338 parole in meno al giorno rispetto all’anno precedente.
L’intervallo credibile al 95% dell’analisi bayesiana andava da circa −652 a −25 parole. Nell’intero periodo considerato la riduzione stimata è stata di circa il 28%. Tradotto in termini più intuitivi, 338 parole quotidiane equivalgono a oltre 120.000 parole pronunciate in meno nell’arco di un anno.
Un aspetto metodologicamente interessante
I 22 studi originari non erano stati progettati per verificare se le persone stessero parlando meno. Riguardavano temi molto diversi: adattamento dopo un divorzio, relazioni interpersonali, meditazione, esperienze connesse al tumore al seno e altri fenomeni psicologici. Questo rende il risultato particolarmente curioso perché i partecipanti ignoravano completamente che, anni dopo, le loro registrazioni sarebbero state utilizzate per studiare una possibile diminuzione della conversazione quotidiana.
Ed è proprio per questo che gli autori parlano metaforicamente di una sorta di “unexpected pothole”, una “buca inattesa” incontrata analizzando dati raccolti per tutt’altro scopo.
Significa che smartphone e social network ci stanno facendo parlare meno? Lo studio rileva una tendenza ma non ne dimostra la causa. Gli stessi autori evitano di concludere che smartphone, social network o comunicazione digitale siano responsabili della riduzione. È certamente un’ipotesi plausibile e Mehl la prende in considerazione nelle interviste successive alla pubblicazione. Tuttavia i dati consentono di affermare che le conversazioni parlate sembrano essersi ridotte nel periodo studiato, non di stabilire perché sia accaduto.
I social e le parole perdute
Questo punto, a mio avviso, è importante anche dal punto di vista divulgativo: sarebbe improprio trasformare il risultato in “i social ci hanno fatto smettere di parlare”. Il lavoro dice qualcosa di più circoscritto e scientificamente interessante: nei campioni analizzati, dal 2005 al 2019, il volume del linguaggio parlato quotidiano è diminuito sistematicamente.
Gli autori stessi pongono infatti nuove domande: quali conversazioni abbiamo perso?
- Quelle con gli amici?
- Con i familiari?
- Con gli estranei?
- La diminuzione riguarda tutti allo stesso modo?
- E soprattutto: quali potrebbero essere le conseguenze psicologiche e sociali della progressiva rarefazione della conversazione?
Ed è probabilmente questa la parte più interessante dello studio: il numero delle parole diventa un possibile indicatore quantitativo di una trasformazione più ampia della nostra vita relazionale.
338 parole in meno
La verità è che in un mondo ottimizzato, smart, veloce, efficiente, che azzera gli spechi di tempo, la perdita di 338 parole al giorno misura in modo quantitativo come la digitalizzazione della vita quotidiana stia progressivamente riducendo al silenzio il nostro mondo analogico.
Secondo la ricerca, non sono, dunque, i grandi discorsi che si vanno perdendo ma la micro-socialità strumentale, come parlare a tavola con i figli, chiedere “come vanno le cose a casa ” al collega in pausa caffè, scambiare una battuta con la cassiera del supermercato o con il barista o fare una telefonata ad un amico solo per il piacere di sentirlo.
338 parole in meno al giorno significano un lessico mentale più povero e, di conseguenza, pensieri che non faremo, idee che non avremo, soluzioni che non troveremo, relazioni che non intratterremo o che non salveremo.
Le parole che non ti dirò
Perché le parole sono tutto ciò che possiamo pensare. Se le perdiamo, non avremo altra scelta che pensare con le parole di qualcun altro o di qualcos’altro, accettandone sommessamente la tirannia. Nella migliore delle ipotesi, saremmo esposti alla manipolazione; in quella peggiore, e mi riferisco all’IA, alla robotizzazione. Ma in entrambi i casi perderemo la libertà.
Se poi consideriamo che le parole che non si pronunciano più sono quelle delle emozioni e dei sentimenti, quelle che sanno di amicizia, perdono, vicinanza, gratitudine, amore, comprensione, tolleranza, ci spieghiamo anche perché il mondo si stia così imbruttendo. E perché la vera scuola, quella umana, la scuola dell’intelligenza emotiva, sia l’ultima ciambella di salvataggio a cui restiamo aggrappati per non affondare, come forse meriteremmo.
Ha ragione Ligabue quando canta “ho perso le parole ma forse sono loro che perdono me”.
Mentre, per dirla con un film, “le parole che non ti ho detto”…beh….probabilmente non potrò più dirtele.



















0 commenti