La Psicologia Evolutiva di Giulio Cesare Giacobbe spiega che soffriamo a causa del passato. Perché la maggior parte dei pensieri non riguardano il presente (quindi, il mondo del reale che non riusciamo a goderci) ma riguardano il passato (quindi, ciò che non c’è più) o il futuro (quindi, quello che non c’è ancora). Vivere nel passato significa continuare a rivivere ciò che è già successo: errori, delusioni, traumi, fallimenti. Di fronte ad un fatto presente, la mente ripesca quei ricordi e li propone come se fossero attuali. Quindi, soffriamo per accadimenti che non esistono più ma che nella nostra mente sono ancora vivi.
Soffriamo a causa del passato
E più ci pensiamo, più quelle memorie si rafforzano, seguendo un pericoloso loop. Oppure immaginiamo ciò che deve ancora accadere (“E se va male? E se mi rifiutano? E se non ce la faccio?”)
La mente a volte costruisce scenari catastrofici e a noi sembrano reali ma non è così. Di reale c’è solo quello che può nascere: ansia, stress, paura del futuro.
Passato e futuro: ecco dove nasce la maggior parte della sofferenza umana. Soffriamo per ciò che non esiste più e per ciò che non esiste ancora, e che forse non esisterà mai. E intanto il presente, l’unica cosa che conta, l’unico momento reale, ci sfugge. Viviamo nella mente ma non nella realtà.
Il mondo della mente non è il mondo reale
La mente crea spesso problemi che non sono reali, impossibili da risolvere concretamente, proprio perché immaginari: non si può gestire la mente con la mente. È un problema che nasce dall’identificazione, dal credere che i nostri pensieri siamo noi. Ma non lo sono, sono solo attività mentale, memorie del passato che si riciclano. Un problema che si risolve con la disidentificazione.
Se, infatti, fossimo la nostra mente, potremmo decidere quando pensare e soprattutto cosa pensare. Ma non è possibile! Impossibile smettere di pensare: i pensieri continuano ad arrivare senza che noi possiamo farci nulla. Se, invece, noi fossimo la nostra mente, potremmo decidere quando smettere o pensare solo cose belle. Invece arriva di tutto, soprattutto pensieri negativi incontrollabili.
Idem per le emozioni. Identificarsi con esse è perdere il controllo sulla propria vita. Le emozioni sono la reazione a un pensiero. Pensieri che nascono dentro di noi e che si manifestano nel corpo fisico sotto forma di emozioni. Dietro ogni emozione c’è sempre un pensiero, anche se l’emozione è stata provocata da un evento esterno. Quello che bisogna fare è disidentificarsi dalle emozioni per evitare di venirne dominati.
La felicità dipende dalla qualità delle emozioni
Se, infatti, le emozioni si impossessano di noi, perdiamo il controllo e reagiamo. E di solito la reazione è impulsiva, non ponderata, non ragionata, non consapevole. E porta a decisioni sbagliate, a dire cose che non si pensano, a ferire le persone intorno a noi, a infelicitarsi la vita. Il vero problema quindi non è ciò che proviamo, ma il fatto che crediamo di essere ciò che proviamo.
La qual cosa alimenta la sofferenza.
Ma, come abbiamo detto, il pensiero può essere osservato. E che anche le emozioni possono essere osservate.
E se possiamo osservare i nostri pensieri e le nostre emozioni, allora non siamo i nostri pensieri né le nostre emozioni. Se possiamo osservare il flusso dei pensieri, significa che esiste una parte di noi che osserva.
Il metodo autobiografico creativo
È molto semplice: nel momento in cui ce ne rendiamo conto e ne diventiamo consapevoli, si può creare una distanza tra noi e i nostri pensieri. Ad esempio, utilizzando le tecniche artistiche narrative del metodo autobiografico creativo, sostituendo un’autoimmagine inefficace di sé con un’autoimmagine più positiva.
I pensieri, infatti, non sono reali: sono memorie, immagini, supposizioni, non sono il presente. La mente funziona in modo automatico, è un archivio che si attiva da solo. Cioè, non possiamo interferire con il processo ma possiamo osservarlo e riconoscere da dove nasca. Osservandoli come si fa con un’opera d’arte, possiamo depotenziare i nostri pensieri, far pace con essi, con le nostre emozioni ed essere felici.
Pensieri e voci interne
Le prime voci, spiegano ancora De Simone e Sepe, autrici del libro “Il mondo con i tuoi occhi”, appartengono alle parti bambine spaventate, ansiose e bisognose di protezione. Quello che comunicano è un forte bisogno di vicinanza e di sicurezza che da sole non hanno potuto soddisfare in passato. Quelle emozioni, espresse dalle parti bisognose, una volta modulate, diventeranno preziosissime alleate nel coltivare relazioni autentiche con se stessi e con gli altri.
Altri pensieri nascono dalle voci arrabbiate e si fanno spazio per le ingiustizie subite, per le attenzioni non ricevute e per ogni volta in cui ci siamo sentiti rifiutati. Sono voci onnipresenti, che si manifestano ad ogni minima sollecitazione (mentre siamo in fila al supermercato, al volante o durante una competizione sportiva: tutti aspetti che rispecchiano il rapporto che abbiamo con la nostra sacca interiore e con la regolazione affettiva). Le voci arrabbiate diventano particolarmente utili nei momenti di pericolo.
Altri pensieri comuni sono quelli che abbiamo interiorizzato a causa di genitori svalutanti e pieni di disappunto. Sono in genere voci con cui abbiamo imparato a identificarci completamente poiché esprimevano giudizi severi che hanno finito per far parte della nostra autodisciplina. Si tratta delle parti critiche minimizzanti che scoraggiano progressi e tentativi.
Riconoscere queste voci, comprendere le loro origini e la loro funzione è il modo di prender distanza, disidentificandosi da esse, per appropriarci della felicità che meritiamo.



















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