Nel libro “Il segreto della felicità”, l’autore, Giulio Cesare Giacobbe scrive: “Per quanto incredibile possa sembrare, la nostra felicità non dipende dagli avvenimenti ma da noi stessi. Chi vuole essere felice lo è. Chi è infelice è perché non sa che può essere felice. Acquistare consapevolezza della nostra capacità di felicità e una conquista intellettuale formidabile.”
La ricerca della felicità
Che cos’è la felicità? Possiamo definire la felicità come una scelta, la scelta di vivere al di fuori del cerchio delle preoccupazioni autoindotte dal pensiero nocivo e disfunzionale che è causa di sofferenza. Vivendo, per contro, nel cerchio dell’influenza, quello che restituisce all’individuo la centralità nel suo progetto di vita, lontano dal dolore emotivo e dalla sofferenza causata da pensieri disfunzionali e da paure immaginarie.
La felicità è assenza di paura
La felicità è assenza di paura, è essere psicologicamente adulti, è amare. E sviluppare l’amore verso se stessi, attraverso la realizzazione della personalità adulta, l’amore verso gli altri, attraverso la realizzazione della personalità genitoriale, e l’amore per l’intero universo, attraverso le realizzazione della personalità transpersonale. Personalità a cui l’individuo può avere accesso solo dopo essersi liberato delle paure immaginarie che lo relegano alla personalità infantile.
La felicità dei bambini
Qualcuno potrebbe addirittura immaginare che la felicità sia ritornare bambini. Ma la verità è che quando eravamo bambini non eravamo veramente felici: cioè, inizialmente lo siamo stati, probabilmente, ma poi abbiamo fatto i conti un po’ tutti con la solitudine, la tristezza, l’abbandono, il senso di inadeguatezza, la vergogna, il rifiuto, l’ingiustizia.
Di sicuro eravamo creativi, coraggiosi fiduciosi, innocenti e aperti al prossimo. Poi, con le prime pressioni dei nostri genitori, ci siamo sentiti spaventati, traditi e ci siamo vergognati di chi eravamo. Così, abbiamo messo da parte le emozioni scomode innescate della loro mancata accettazione, come la rabbia ed il senso di ingiustizia.
Con il passare degli anni, ci siamo convinti che fosse parte del diventare adulti non provare più gioia, stupore, amore e sorpresa e, per conto, siamo diventati persone sempre sull’attenti, pronte a vedere minacce ovunque.
La sacca invisibile
Abbiamo, in altre parole, messo nella “sacca delle esperienze incomprensibili” sulle nostre spalle tutte le emozioni scomode, i dolori, i traumi e le sofferenze che abbiamo accumulato sin dal giorno in cui siamo venuti al mondo, pensando di poter chiuderla per sempre e dimenticarne il contenuto. Come scrive Robert Bly, autore de “Il piccolo libro dell’ombra”, d’ispirazione junghiana.
Mentre però la sacca cresceva, per noi è diventato sempre più spaventoso guardarci dentro. Perché ci ricorda tutto quello che ci è stato tolto, ci obbliga a confrontarci con le nostre ferite che abbiamo volutamente ignorato per proteggere le narrazioni genitoriali e perché ci obbliga a regredire fino all’infanzia.
La verità è che il contenuto di quella sacca non è mai stato accettato e non ci siamo mai concessi la possibilità di trasformarlo in qualcosa di positivo. Se, infatti, avessimo il coraggio di aprire la sacca, vi troveremmo le parti selvagge e desiderose di libertà e l’impulsività che abbiamo represso durante la crescita.
Felicità ed emozioni primitive
Gli esseri umani, infatti, non vengono al mondo con gli impulsi primitivi ma li sviluppano a causa della repressione che viene esercitata durante la crescita. Ovvero, diventiamo disregolati a causa di rigidità sociali che vengono indotte da una scarsa consapevolezza emotiva e da una altrettanto scarsa cultura emotiva.
Per questo da grandi abbiamo a che fare con emozioni primitive dirompenti che percepiamo come ostili. Il motivo è che troppo a lungo le abbiamo rifiutate.
La verità è che, prima o poi, la sacca trova altri modi per farsi sentire, per far sentire quei vissuti di inadeguatezza, di vergogna e di angoscia legati al rifiuto che da bambini venivano messi a tacere. Spetta a noi, una volta diventati adulti, imparare a modulare quelle emozioni dissonanti, accogliendole con tono rassicurante.
Le voci interiori dell’adulto
Da grandi, infatti, quelle emozioni dissonanti diventano le voci interiori che sono presenti dentro di noi in ogni momento. Quelle voci esprimono esattamente i vissuti interiori rifiutati che, ad un certo punto, reclamano la nostra attenzione.
A noi, d’altro canto, spetta il compito di comprendere che relazione abbiamo con quel pensiero, con quell’impulso e con quell’emozione. E decidere se sbarazzarsene, se siano utili o se ci diano fastidio o facciano paura ma solo ammettendo che non si tratta di qualcosa a sé, ma che esprimono un mondo che abbiamo sempre ignorato, pur facendo parte della nostra vita.
Attenzione! Il fatto che quelle voci appartengono alla nostra vita non vuol dire che quelle voci siamo noi ma solo che esse siano riconducibili alla nostra esperienza infantile che rivive in età adulta.
Io non sono i miei pensieri
A questo serve l’esperienza estetica: osservare con distacco la mente e il pensiero è il modo per osservare il contenuto della sacca e smettere di subirlo.
Avviare un dialogo con se stessi, d’altro canto, è un aspetto normale dell’esperienza umana. Lo facciamo fin da piccoli, interiorizzando gli scambi che abbiamo con le figure adulte di riferimento. Ad esempio, creiamo dentro di noi dei modelli di conversazione che riflettono nel modo in cui siamo stati trattati: ecco perché normalmente rifiutiamo ogni stato emotivo scomodo.
In fondo, scrivono nel libro “Il mondo con i tuoi occhi” De Simone e Sepe, “ci stato insegnato che la capacità di controllarci si raggiunge sviluppando una maggiore autodisciplina, mentre nessuno ci ha mai spiegato che si può raggiungere un equilibrio migliore con l’accettazione e il rispetto di sé.”
La felicità ed il dialogo interiore
Quello che oggi spiega molto bene la psicologia è che gran parte della sofferenza umana dipende dalla qualità del dialogo interiore. Cioè, che nasce dalla mente, proprio perché ci identifichiamo con i nostri pensieri. Se crediamo di essere noi la mente, restiamo ingabbiati in una prigione che ci costruiamo intorno da noi stessi. Ogni pensiero che produciamo lo facciamo diventare realtà e finiamo per realizzarla, come ogni profezia che si autodetermina.
Se la mente dice: “Non ce la puoi fare”, “Non sei capace”, e magari te lo dice perché da bambino era quello che ti dicevano i tuoi genitori, tu finisci per crederci. Ma il problema non è il pensiero, il problema è identificarsi con esso.
A questo servono le pratiche di consapevolezza, come il metodo autobiografico creativo: a disidentificarsi dal proprio pensiero, a osservarlo con distacco e a dominarlo, invece di farsi dominare da esso. Se si sa come farlo, qualsiasi effetto della nostra mente può essere annullato. E la felicità torna ad essere un sentiero percorribile.


















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