Viviamo in un’epoca nella quale milioni di persone trascorrono una parte significativa della propria vita all’interno di spazi digitali. Commentano, discutono, approvano, criticano, condividono. Eppure, proprio mentre la tecnologia ci offre possibilità straordinarie di connessione, assistiamo ogni giorno a fenomeni che sembrano andare nella direzione opposta: aggressività, insulti, umiliazioni pubbliche, conflitti continui, polarizzazioni sempre più estreme. Ecco il fenomeno psicologico della disinibizione online.
Online siamo più cattivi?
La domanda che in molti si pongono è semplice: perché online le persone sembrano diventare più cattive?
La risposta, in realtà, è molto più complessa di quanto possa apparire.
Una delle osservazioni più affascinanti che la psicologia sociale ci consegna riguarda, infatti, una considerazione fondamentale: normalmente, la maggior parte delle persone non dice online ciò che pensa realmente. Dice ciò che può permettersi di dire senza conseguenze immediate.
Per questo, se devono dar fondo al peggio di sé, usano profili fake, nomi di fantasia e foto di profilo di animali, manga o altro.
La disinibizione online
L’idea che molti hanno di internet e dei social network come uno spazio nel quale finalmente emerge la verità nascosta degli individui, come se dietro ad uno schermo cadessero tutte le maschere e apparisse il volto autentico della persona, è, infatti, molto romantica. Ma spesso la ricerca psicologica suggerisce una lettura diversa. Ciò che emerge online non è il vero sé ma, più spesso, semplicemente un sé meno contenuto.
Tanto è vero che, nei casi di aggressione sui social, quando la vittima affronta di persone il suo carnefice, quest’ultimo si presenta come un normalissimo soggetto in difficoltà, normalmente inoffensivo e per nulla in grado di nuocere.
In psicologia questo fenomeno prende il nome di “disinibizione online“. Ed ecco come matura.
Conseguenze: sì o no?
Quando il cervello percepisce una riduzione del rischio sociale, del rischio di “essere visto e giudicato”, diminuisce anche la necessità del soggetto di controllare impulsi, emozioni e comportamenti. Nella vita reale, invece, ogni interazione porta con sé conseguenze immediate.
- Vediamo la reazione dell’altro.
- Ne percepiamo il disagio.
- Possiamo essere giudicati.
- Possiamo perdere una relazione.
- Possiamo essere esclusi da un gruppo.
Online, invece, gran parte di questi fattori si riduce drasticamente.
- Lo schermo crea distanza.
- L’anonimato crea protezione.
- L’assenza del volto dell’altro riduce l’empatia.
E quando il rischio percepito diminuisce, aumenta la probabilità che emergano comportamenti che normalmente verrebbero regolati.
I leoni da tastiera
Così la persona che nella vita quotidiana eviterebbe il conflitto può trasformarsi in un provocatore seriale. In un leone da tastiera.
- La persona che dal vivo fatica a esprimere il proprio dissenso può diventare aggressiva;
- la persona che si sente fragile può improvvisamente sperimentare una sensazione di potere.
Sarebbe, infatti, un errore interpretare tutto questo come una manifestazione di forza.
Molto spesso è vero esattamente il contrario.
Dal punto di vista psicologico, infatti, la maturità emotiva sta proprio nel filtrare gli impulsi, elaborandoli, comprendendoli e regolandoli per evitare che siano proprio quegli impulsi a prendere il sopravvento sui nostri pensieri e sui nostri comportamenti.
La gestione delle emozioni
Una persona strutturata emotivamente prova rabbia, frustrazione, tristezza, delusione esattamente come tutti gli altri. La differenza è che non sente il bisogno di scaricare continuamente queste emozioni sugli altri.
- Le osserva.
- Le accoglie.
- Le comprende.
- Le trasforma.
Chi possiede una buona capacità di regolazione emotiva sa che ogni emozione contiene un messaggio e che il compito della coscienza non è espellerla riversandola sugli altri ma ascoltarla.
Le persone meno strutturate, invece, spesso utilizzano strategie molto diverse.
Espello, proiettano, attaccano e trasferiscono all’esterno ciò che non riescono a gestire internamente.
Ed è proprio qui che nasce gran parte dell’aggressività online.
Forza o difficoltà?
Il commento offensivo non è necessariamente il prodotto della forza. Molto spesso è il prodotto di una difficoltà.
- Una difficoltà a contenere la tensione psicologica.
- Una difficoltà a tollerare la frustrazione.
- Una difficoltà a convivere con emozioni dolorose.
Quando il mondo interno diventa troppo pesante da sostenere, alcune persone cercano inconsapevolmente di alleggerirlo, scaricandone una parte sugli altri.
- Se mi sento inadeguato, svaluto.
- Se mi sento invisibile, provoco.
- Se mi sento impotente, umilio.
- Se mi sento frustrato, attacco.
L’obiettivo non è quasi mai l’altro.
L’obiettivo è ottenere un sollievo immediato. Per questo il fenomeno è così insidioso.
Il cervello ed il rinforzo
Perché il cervello umano apprende attraverso il rinforzo. E ogni comportamento che produce un beneficio, anche minimo e temporaneo, tende a essere ripetuto.
Se insultare qualcuno mi fa sentire meglio per qualche minuto, il cervello registra quell’esperienza come una possibile strategia di regolazione emotiva. Il sollievo dura poco, spesso pochissimo.
Ma è sufficiente per rinforzare il comportamento.
Nasce così un circolo vizioso.
- L’aggressività produce sollievo.
- Il sollievo rinforza l’aggressività.
- L’aggressività diventa abitudine.
- L’abitudine diventa stile relazionale.
Passano gli anni e alcune persone finiscono per costruire la propria identità attorno alla critica continua, alla provocazione sistematica, alla derisione.
- Correggono tutti.
- Contestano tutto.
- Ridicolizzano chiunque.
- Sono convinti di esercitare spirito critico, quando invece stanno semplicemente dando voce ad una sofferenza non elaborata.
Il bullismo
La letteratura psicologica sul bullismo, del resto, racconta una realtà molto diversa da quella immaginata dal senso comune.
Per lungo tempo il bullo è stato rappresentato come una figura forte, dominante, sicura di sé.
Le evidenze scientifiche mostrano invece che dietro molte forme di aggressività cronica troviamo fragilità identitarie, vulnerabilità narcisistiche, bassa tolleranza alla frustrazione, difficoltà nella regolazione delle emozioni e un’autostima che dipende fortemente dal confronto con gli altri.
In altre parole, il valore personale non viene percepito come qualcosa che nasce dall’interno. Deve essere continuamente dimostrato, conquistato, difeso. E spesso la strada più semplice per sentirsi superiori consiste nel tentare di rendere inferiore qualcun altro.
Per questo l’umiliazione diventa così attraente.
Per alcuni individui svalutare una persona produce una sensazione temporanea di sollievo. Una sorta di analgesico psicologico. Breve, superficiale, inefficace ma immediatamente disponibile.
L’odio non cura il dolore
Il problema è che nessun analgesico cura la causa del dolore.
- La copre.
- La anestetizza.
- La rimanda.
Ed è esattamente ciò che accade anche sul piano psicologico.
- L’insulto non risolve l’insoddisfazione.
- La derisione non cura l’insicurezza.
- L’aggressività non costruisce autostima.
Per qualche istante fanno sembrare il problema più piccolo.
Poi tutto ritorna esattamente com’era prima.
Le trappole mentali
Ed è per questo che molte persone restano intrappolate per anni negli stessi schemi relazionali.
- Cambiano le piattaforme.
- Cambiano i bersagli.
- Cambiano gli argomenti.
Ma l’emozione sottostante rimane identica.
- La stessa rabbia.
- La stessa frustrazione.
- La stessa sensazione di vuoto.
Alle vittime dico….
Ecco perché sapere queste cose serve soprattutto a chi questi attacchi li riceve.
In particolare ai più giovani, che oggi crescono in un mondo nel quale l’identità personale viene continuamente esposta al giudizio pubblico. Sicché una delle competenze psicologiche più importanti che possiamo sviluppare consiste proprio nell’imparare a distinguere un’opinione da una proiezione.
Non tutto ciò che viene detto su di noi, infatti, parla realmente di noi.
Anzi.
Molto spesso parla della persona che lo sta dicendo.
- Della sua rabbia.
- Della sua invidia.
- Della sua frustrazione.
- Del suo bisogno di sentirsi superiore.
- Del suo bisogno di essere visto.
Però tutti, quando riceviamo una critica o un’offesa, reagiamo spontaneamente chiedendoci immediatamente: “Che cosa c’è di sbagliato in me?”.
È una domanda comprensibile ma raramente è la domanda più utile. Esiste una domanda più interessante, psicologicamente più matura. Ed è: “Quale stato mentale produce un comportamento del genere?”
Osserviamo la differenza
- Nel primo caso diventiamo il bersaglio.
- Nel secondo diventiamo osservatori.
E l’osservatore possiede una libertà che il bersaglio non ha.
- Può analizzare.
- Può contestualizzare.
- Può comprendere.
- Può scegliere.
Questo non significa giustificare l’aggressività. Significa comprenderla senza assorbirla. Perché comprendere un comportamento non vuol dire accettarlo. Vuol dire sottrargli parte del suo potere.
Quando, allora, smettiamo di interpretare ogni attacco come una verità su noi stessi e iniziamo a leggerlo come un’informazione sul funzionamento psicologico di chi lo produce, qualcosa cambia profondamente.
- L’offesa perde forza.
- La provocazione perde attrattiva.
- L’umiliazione perde efficacia.
Ai carnefici dico…
Infine, una riflessione per chi utilizza abitualmente l’aggressività come forma di espressione.
La cattiveria cronica non ha nulla di intelligente. Non è autenticità, non è carattere, non è anticonformismo. Molto spesso è soltanto il tentativo di gestire una sofferenza che non si è ancora imparato ad affrontare in modo diverso e sano.
Ovvero, scegliendo una strada più difficile ma infinitamente più sensata.
- Guardarsi dentro invece di colpire fuori.
- Comprendere invece di reagire.
- Elaborare invece di espellere.
Perché nessun commento offensivo cambierà davvero la qualità della nostra vita. Nessun insulto aumenterà la nostra autostima. Nessuna umiliazione guarirà le nostre ferite.
Per un attimo potranno forse attenuare il disagio ma non ce lo toglieranno.
È come grattare una ferita: per qualche secondo sembra dare sollievo. Poi il dolore ritorna, spesso più intenso di prima.
Guarire richiede altro.
- Richiede consapevolezza.
- Richiede responsabilità.
- Richiede il coraggio di riconoscere che, molto spesso, il vero problema non è mai stato la persona dall’altra parte dello schermo.
Il vero problema era sempre rimasto dentro di noi, in attesa di essere finalmente ascoltato.



















0 commenti