Noi non siamo soltanto ciò che diciamo di essere. O ciò che crediamo di essere. Siamo anche ciò che abbiamo vissuto, ciò che abbiamo sentito, ciò che abbiamo perduto, ciò che abbiamo desiderato, ciò che abbiamo interiorizzato attraverso gli sguardi, le parole, le attese, le conferme e talvolta le ferite ricevute dagli altri. Siamo il risultato di una storia ma non in senso deterministico. Perché la storia personale non è mai soltanto ciò che è accaduto: è anche il modo in cui quell’esperienza viene riletta, significata, integrata. Ed è proprio in questo scarto, sottile ma decisivo, che si apre lo spazio della coscienza, della trasformazione, della crescita. L’identità è, dunque, un processo in divenire, un equilibrio dinamico e mai definitivamente acquisito tra memoria e trasformazione, tra continuità e cambiamento, tra ciò che abbiamo ricevuto e ciò che, nel tempo, scegliamo di far diventare nostro.
L’identità è un territorio complesso
Parlare di identità significa entrare in un territorio complesso. Significa riconoscere che l’essere umano non coincide mai pienamente con un ruolo, con una funzione, con una categoria, con un’appartenenza. Ogni persona attraversa ruoli molteplici, appartiene a sistemi diversi, vive tensioni, ambivalenze, fratture, passaggi evolutivi. Eppure, dentro questa pluralità, resta viva la necessità di percepirsi come un tutto, come una presenza dotata di continuità, come un centro capace di tenere insieme il molteplice senza annullarlo.
È qui che il tema dell’identità si lega profondamente alla questione del senso. Perché non basta vivere esperienze per costruire se stessi. Occorre anche poterle riconoscere, nominare, rappresentare, collegare. Occorre poter ritrovare un filo. Senza questa possibilità, il rischio è quello della dispersione interiore:
- si accumulano frammenti di vita ma manca una trama che li unisca;
- si abitano ruoli ma senza una reale percezione di coerenza;
- si cambia ma senza sapere più che cosa, in quel cambiamento, continui davvero a parlarci di noi.
L’identità secondo Erwing Goffman
Secondo il sociologo canadese Erwing Goffman, l’identità personale è costituita dall’insieme dei ruoli che ognuno recita di fronte al mondo o perché se li è scelti o perché gli sono stati assegnati da qualcun altro o perché è stato indirizzato in quella direzione, in modo implicito o esplicito, fin dall’infanzia.
Goffman attribuisce un grande valore agli aspetti esteriori, alle facce (la “faccia” per Erving Goffman è l’immagine di sé che ogni individuo proietta e difende durante le interazioni sociali che rappresenta un valore sociale positivo e l’identità pubblica che si desidera mantenere) a cui ognuno cerca di conformarsi per essere riconoscibile, apprezzato e credibile: secondo Goffman, ognuno di noi, quando è di fronte agli altri, si sforza di offrire di sé una rappresentazione coerente che tenga conto anche di quello che gli altri si aspettano da noi. Per questo, assimila il mondo ad un grande teatro e la vita sociale ad un’enorme scena su cui gli attori si sforzano di rispettare i rituali e delle norme di condotte per poter reiterare le loro facce pubbliche.
Tuttavia, l’attore ha la possibilità di osservare se stesso dall’esterno e, quindi, di dissociarsi dai ruoli che recita di fronte agli altri. Secondo Goffman questo accade perché noi siamo in grado di muoverci ad un doppio livello: quello dell’identità reale è quello dell’identità virtuale.
Identità esistenziale e identità sociale
Per Goffman si deve distinguere, infatti, un’identità esistenziale, quella percepita dal soggetto, da un’identità sociale, quelle che si assume davanti al mondo. L’identità esistenziale è il nucleo fondante della personalità, il Sé, quello che può nascondersi nei ruoli pubblici che l’individuo è portato ad assumere abitualmente in mezzo agli altri. Ma è anche quello che dà continuità all’individuo, stabilità nel tempo e senso di unicità. E poiché dissociarsi troppo spesso dei ruoli recitati in pubblico può essere molto faticoso, è legittimo che l’individuo cerchi di far combaciare il più possibile l’identità esistenziale con quella sociale, riducendo finché è possibile le recite per essere veri.
Il Metodo Autobiografico Creativo nasce precisamente in questo spazio:
- laddove la persona sente il bisogno di riconnettersi a sé, ricordare e comprendersi;
- di raccontare eventi e di attraversarli in modo nuovo;
- di descrivere la propria storia e di trasformarla in consapevolezza.
In questa prospettiva, il lavoro autobiografico non è un semplice esercizio retrospettivo, né una pratica narrativa fine a se stessa. È un’esperienza di ricomposizione. È un processo mediante il quale il soggetto può tornare a incontrare la propria interiorità, rileggere i propri passaggi esistenziali, riconoscere le proprie ferite e le proprie risorse, dare dignità simbolica a ciò che era rimasto implicito, confuso, marginale.
La narrazione di sé
La narrazione di sé, infatti, non ha solo una funzione descrittiva. Ha una funzione costruttiva, organizzativa, trasformativa. Ogni volta che una persona si racconta in modo autentico, non si limita a esporre una sequenza di fatti: compie un lavoro psichico profondo. Seleziona, collega, attribuisce significato, riconosce nessi, scopre continuità, rilegge fratture. Cioè, riorganizza la propria esperienza. E quando questo processo si apre alla dimensione creativa, l’efficacia del lavoro si amplifica ulteriormente.
Non tutto ciò che siamo, infatti, è immediatamente accessibile alla parola lineare. Esistono vissuti che abitano il registro dell’immagine, del simbolo, della metafora, del gesto, del colore, della forma. Esistono memorie emotive che non si lasciano catturare da una spiegazione razionale ma che possono emergere con forza attraverso un collage, un disegno, una scrittura evocativa, una rappresentazione simbolica con i materiali plastici.
Per questo, nel Metodo Autobiografico Creativo, l’espressione artistica spontanea rappresenta una via privilegiata di accesso al mondo interno, una possibilità concreta di dare forma a ciò che ancora non possiede una forma compiuta nel pensiero cosciente.
Il Metodo Autobiografico Creativo
La creatività, in questo senso, è rivelazione. Attraverso il linguaggio creativo, la persona può vedere di sé ciò che prima intuiva soltanto in modo confuso; può riconoscere nuclei identitari nascosti, conflitti non nominati, desideri rimasti in ombra, risorse mai del tutto legittimate. Può, soprattutto, ritrovare un rapporto più vivo con la propria storia, non più subita come qualcosa di statico e già dato ma riattraversata come uno spazio aperto di comprensione e di trasformazione.
Da questo punto di vista, il Metodo Autobiografico Creativo si configura come una pratica profondamente formativa. Non mira a produrre racconti “belli”, né a sollecitare una semplice introspezione autoreferenziale. Mira, piuttosto, a favorire un processo di integrazione identitaria.
- Aiuta la persona a distinguere ciò che le appartiene autenticamente da ciò che ha assorbito passivamente;
- la accompagna nel riconoscere le appartenenze che l’hanno nutrita e quelle che, al contrario, l’hanno irrigidita;
- le offre strumenti per attraversare le crisi non come pura disorganizzazione ma come soglie evolutive;
- le consente di ritrovare continuità anche dentro il cambiamento.
Identità e accelerazione
E questo aspetto appare oggi più che mai centrale. Viviamo in una società attraversata da accelerazioni incessanti, da trasformazioni rapide, da instabilità dei ruoli, da crisi dei riferimenti simbolici e relazionali. In un simile scenario, il rischio di smarrire il senso di sé è concreto.
Le tecnologie hanno trasformato profondamente il nostro rapporto con il tempo e con lo spazio, hanno introdotto nuovi linguaggi, nuovi codici comunicativi, nuovi ambienti simbolici e relazionali. In un certo senso, hanno moltiplicato i mondi dentro cui viviamo e attraverso cui costruiamo il nostro senso di realtà. Tutto questo rende l’identità più esposta al cambiamento, più sollecitata, più complessa.
A questa complessità si aggiungono anche le forti disuguaglianze tra diverse aree del mondo, soprattutto tra il contesto occidentale e i paesi più poveri, differenze che alimentano grandi movimenti migratori. Questi fenomeni mettono in discussione le forme tradizionali dell’identità, perché ci pongono sempre più spesso di fronte all’incontro, e talvolta allo scontro, tra culture, visioni del mondo e modalità differenti di relazione.
Identità e trasformazione
Per questo oggi parlare di identità significa parlare non di qualcosa che si possiede ma di qualcosa che si costruisce continuamente nel confronto con il cambiamento, con l’altro e con la realtà storica in cui viviamo. Ognuno di noi, infatti, vive dentro una molteplicità di appartenenze, ruoli e posizioni sociali che cambiano nel corso della vita e che contribuiscono continuamente a riorganizzare il modo in cui ci percepiamo.
In altre parole, ci si adatta, ci si ridefinisce, ci si espone continuamente a nuove richieste ma spesso senza un reale tempo di elaborazione. Così, mentre aumentano le occasioni di cambiamento, si indeboliscono talvolta le condizioni interiori necessarie per abitarlo in modo consapevole. Per questo, tornare alla propria storia (e farlo in modo creativo, riflessivo, simbolicamente fertile) non è un gesto nostalgico. È un atto di cura. È un gesto di resistenza all’omologazione e alla frammentazione. È una possibilità di ricostruire legami tra passato, presente e futuro.
È un modo per restituire voce all’esperienza vissuta e per riconoscere che l’identità non coincide con l’adattamento passivo alle aspettative esterne ma con la difficile, paziente, necessaria costruzione di una coerenza interiore.
Oltre i ruoli
In fondo, il Metodo Autobiografico Creativo si muove proprio in questa direzione: aiutare la persona a non ridursi ai ruoli che ricopre, alle etichette che riceve, alle immagini che gli altri proiettano su di lei. Aiutarla, invece, a ritrovare una forma più autentica di presenza a se stessa. Una presenza più consapevole, più integrata, più capace di tenere insieme fragilità e risorse, memoria e desiderio, ferita e possibilità.
Così, la ricerca dell’identità smette di essere una rincorsa ansiosa verso una definizione stabile e rassicurante. Diventa, piuttosto, un cammino di riconoscimento. Un processo attraverso cui la persona può imparare ad abitare la propria storia con maggiore verità, a dare forma ai propri passaggi interiori, a trasformare il vissuto in esperienza pensata, sentita, espressa. E a scoprire, forse, che diventare se stessi non significa trovare una risposta definitiva alla domanda “chi sono?” ma imparare a sostenerla nel tempo.



















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