Nel 2007 Karl Szpunar, Jason Wilson e Kathleen McDermott, Ricercatori della Washington University di Saint Louis, in Ohio, nel corso di un loro esperimento monitorato con strumentazioni di Brain Imaging, hanno sottoposto un gruppo di volontari a un test sulle ripercussioni nel futuro della memoria. Si trattava di descrivere una scena di vita, indifferentemente passata o futura, il cui ruolo da protagonista doveva essere affidato a se stessi o a Bill Clinton (personaggio particolarmente adatto per questo compito, data la sua popolarità in USA in quegli anni). Durante questo esercizio mentale, i ricercatori rilevarono che ricordi personali e immagini del futuro attivano in gran parte le medesime regioni cerebrali della corteccia prefrontale, parietale e temporale. Solo l’attivazione di talune certe aree della pianificazione del movimento erano più legate all’immaginazione del futuro, molto probabilmente perché i volontari si muovevano mentalmente nello scenario immaginato.
Memoria e ricordi
Questo esperimento dimostra la fondatezza dei sospetti degli psicologi degli anni ottanta del secolo scorso i quali ritenevano che la memoria e i ricordi avessero un ruolo determinante nella pianificazione e nella rappresentazione degli eventi futuri. E che, quando fantastichiamo sul nostro futuro, non usiamo soltanto la fantasia: per immaginare il domani, sfruttiamo soprattutto il passato. Secondo Endel Tulving dell’Università di Toronto, autore del libro “Elementi di memoria episodica” del 1983, è la memoria che consente i viaggi nel tempo, attraverso la combinazione sempre nuova dei suoi frammenti, detti engrammi.
In un articolo pubblicato il Italia sulla rivista Mente e Cervello, oggi Mind, del luglio 2009, l’autore, Thomas Grüter, scrive che il cervello rende possibile la proiezione nel futuro usando tasselli di ricordi, legati a suoni, odori, immagini e sentimenti associati, rimescolandone i riferimenti.
La conseguenza è che, vivendo per lo più illusoriamente nel presente ma, in realtà, costantemente proiettati nel futuro, lo realizziamo con le nostre azioni come una profezia che si autoavvera.
Non-presente, non-futuro
Andrebbero aggiunte delle considerazioni di carattere sociologico. Infatti, il domani al quale tendiamo lo abbiamo trasformato in un presente dilatato, un tempo di cui manca la reale perfezione, in cui tutto accade contemporaneamente, ad una velocità così vorticosa da obbligarci a tuffarvici dentro per non restare esclusi dalla società. L’effetto è una sospensione del tempo, che è soprattutto sospensione del tempo interiore, un tempo in movimento che possiamo definire “non-presente-non-futuro”, sulla scorta degli insegnamenti sul paradosso di Gorgia da Lentini.
Ma non siamo sofisti (magari lo fossimo!): abbiamo solo imbavagliato la percezione del tempo cronologico, piegandolo alle necessità del tempo culturale e dei costumi. Significa che sappiamo che c’è un domani, anche se la distanza dal presente sembra essersi ridotta.
Tant’è che le ragioni del nostro agire, presente e futuro, risiedono nei frammenti di passato. La memoria, infatti, produce le immagini di quello che sarà e noi, con i nostri comportamenti, realizziamo il futuro verso il quale ci sentiamo portati.
Quali tipi di memoria esistono?
La memoria umana costituisce una complessa rete di sistemi collegati tra loro. Una prima classificazione, vede l’articolazione tra
- memoria a breve termine e
- memoria a lungo termine.
Almeno inizialmente, tutte le percezioni e le idee vengono archiviate per breve periodo, per poi essere dimenticate o trasferite nella memoria lungo termine. Oggi distinguiamo tra tre differenti componenti della memoria:
- la memoria semantica, che contiene fatti e numeri (ad esempio, come si chiama la capitale della Germania, qual è la vetta più alta delle Dolomiti ecc.);
- la memoria episodica (che unitamente a quella semantica compongono la memoria dichiarativa), all’interno della quale confluiscono i dati della nostra vita, quello che abbiamo imparato e le esperienze personali che possiamo esprimere a parole;
- la memoria implicita (contrapposta alla memoria dichiarativa), che comprende l’esecuzione di azioni automatizzate associate a programmi motori inconsci (muoversi nelle stanze di casa, allacciare le scarpe, scrivere bene una lettera con la tastiera del computer, tutte operazioni che non richiedono la necessità di pensare).
Non solo fantasie
A prima vista, si direbbe che le previsioni del futuro richiedano più fantasia e creatività. Una persona invitata ad immaginare il suo avvenire dovrà inventare fatti e dettagli plausibili, definire una cornice temporale e spaziale… Tale attività, tuttavia, come dimostrano gli studi, non si differenzia di molto dal ricordo.
Nel 2004, infatti, un esperimento condotto dall’équipe di Arnaud d’Argembeau e Martial Van del Linden dell’Università di Liegi, in Belgio, ha dimostrato che ricordare (ad esempio, disegnando) un momento vissuto nel passato e immaginare uno scenario del futuro di fatto sono attività diverse che possiedono, tuttavia, molti elementi in comune: la prova dell’inferenza del nostro passato nell’idea che andiamo costruendo del domani.
La generazione e la raffigurazione di immagini del futuro sembrano, dunque, rappresentare una proiezione e un importante aspetto parziale della memoria episodica. Tutto questo si traduce in una straordinaria evidenza scientifica (ribadiscono Donna Addis e Daniel Schacter dell’Università di Harvard): le nostre fantasie sul futuro si fissano nella memoria e si rimescolano subito dopo agli engrammi archiviati. Insomma, nel nostro passato, nella nostra storia autobiografica, possiamo leggere il futuro.
Memoria, emozioni, empatia
Questa spiccata capacità di andare oltre il corpo, lo spazio e il tempo implica, oltre alla capacità di prevedere il futuro, anche la capacità di immaginare le sensazioni che si vivranno in avvenire, poiché la rappresentazione di una scena suscita sempre emozioni profonde.
Una sorta di esercizio di empatia con se stessi lungo la linea del tempo che diventa, però, al tempo stesso, un esercizio di empatia con gli altri (come immaginare di stare nella testa degli altri). Il perché è spiegato con la condizione o, meglio, con il controllo di plausibilità. Cioè, quello su cui fantastichiamo, andando oltre il tempo presente, deve essere possibile entro un certo margine di ragionevolezza.
Prove scientifiche
Si deve a Kathleen McDermott il merito di averlo dimostrato con un esperimento. Lo riporto in sintesi nelle sue due fasi fondanti.
- Ad un gruppo di volontari venivano proposte alcune parole, con l’indicazione di memorizzarle: stanco, notte, sbadigliare, russare, cuscino.
- Tempo dopo, ne venivano proposte altre, alcune delle quali coerenti con le prima. Così, i volontari si dicevano sicuri di aver già memorizzato la parola sonno (che, invece, era assente nel primo ridendo), solo perché plausibile.
Da qui la definizione della condizione di plausibilità come quel sistema di valutazione che allena la nostra mente a pensare e immaginare in continuità con la nostra storia personale, se non nel dettaglio, almeno in coerenza con la cornice maggiore.
In tutto questo c’è una gran bella notizia: la sfera dì cristallo esiste davvero. Si chiama memoria autobiografica e ci spiega che cosa aspettarci dal futuro, sulla base delle nostre esperienze passate.
























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