Arteterapia: gli scarabocchi per esprimere se stessi

scarabocchi arteterapiaL’idea di sviluppare un laboratorio di Arteterapia sugli scarabocchi, integrato con la musica, nasce, se vogliamo in maniera un po’ casuale. Da un’esigenza in particolare che abbiamo avuto, quando già il percorso aveva preso piede con quasi tutti gli ospiti di una struttura protetta per persone anziane non autosufficienti.

Quelle che seguono sono le parole di Fabio Spagnolo, Tecnico del Metodo Autobiografico Creativo e Arterapeuta in formazione presso l’Istituto di Arti Terapie e Scienze Creative di Lecce, che ho adattato al mio stile narrativo. Fabio conduce con Vincenzo, suo collega Musicoterapeuta, un tirocinio con gli utenti della Residenza Sociale Assistenziale Casa Felice di Novoli, in provincia di Lecce, che dirigo. 

Il caso di Michele

Quando, al primo incontro, abbiamo chiesto a tutti i partecipanti di presentarsi con una piccola improvvisazione sonora individuale, guidata da Vincenzo, Michele si è dimostrato, da subito, schivo e poco partecipativo. Anzi, per nulla partecipativo, visto che lui è stato l’unico ad alzarsi ed uscire dalla stanza, esprimendo così il suo rifiuto. Non solo per quell’incontro ma anche, così disse lasciandoci seduti in cerchio, per quelli successivi.

Lo si vedeva solo quando accompagnava o veniva a prendere qualcuno degli ospiti non autosufficienti, lui più giovane degli altri e collaborativo con gli operatori della comunità. Al massimo, di tanto in tanto, lo si vedeva sbirciare e commentare a proprio modo i lavori degli altri.

Quando abbiamo iniziato il percorso, io e il mio collega musicoterapeuta non abbiamo ricevuto molte informazioni sulle condizioni di salute degli ospiti, né sulla storia personale di ciascuno. Così, ci siamo dovuti far bastare le poche notizie riferite, ovvero se fossero o meno capaci di interagire durante gli incontri. E su quello ci siamo basati.

Scarabocchi espressivi

Una mattina, mentre ci si stava preparando per la seduta, ci siamo accorti che nella stanza c’era anche Michele, seduto con gli altri. Ma nel momento in cui gli si chiedeva di prendere un qualsiasi materiale, lui diceva che voleva solo guardare, perché incapace di fare qualunque cosa. Questo suo passo in avanti, il suo semplice “star dentro”, il suo venire “verso” il setting che lo incuriosiva, era già in sé un successo. Ma occorreva un’idea per agganciarlo.

“Chi non sa disegnare”, pensavo, “sa almeno scarabocchiare.”

Ed ecco l’idea di progettare un percorso ispirato al lavoro di Winnicott: attivare il processo creativo con l’ausilio di semplici scarabocchi. Il mezzo più infantile, semplice per lavorare sulla spontaneità del gesto al fine di creare “un ambiente favorevole” che consentisse a Michele di esprimersi senza regole.

Percorso che, integrato al Metodo Autobiografico Creativo, con la creazione del personaggio e la costruzione della storia personale, ha portato Michele e gli altri partecipanti a

  • scoprirsi capaci di fare,
  • automotivarsi,
  • sorridere,
  • divertirsi.

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I risultati

Così è stato. Dopo una fase di riscaldamento, infatti, la seduta scivola via, nella sua durata di novanta minuti, tra ascolti musicali, scarabocchi, disegno e passaggio di fogli in cerchio. Poi, ad ognuno dei dodici utenti viene chiesto di individuare e creare dei personaggi o cose attraverso le linee o gli scarabocchi sul foglio. Ritagliarlo e incollarlo su di un grande foglio permette

  • un miglioramento sul piano dell’attenzione,
  • l’interazione tra i partecipanti,
  • la creazione di una storia del gruppo,
  • motivazione e ri-motivazione,
  • miglioramento dell’autostima dalla scoperta di esser capaci di fare e
  • lo sblocco delle risorse creative.

Chiude un’improvvisazione sonoro-musicale come  drammatizzazione finale della storia con l’ausilio degli strumenti musicali che danno voce ai personaggi creati.


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Osservazioni finali

Ci siamo accorti, com’è facile immaginare, che i personaggi creati con gli scarabocchi, anche se realizzati in sedute differenti, sono ricorrenti. Per molti di loro si tratta sempre degli stessi “abitanti dei sogni” che si ripetono di continuo, come un loro punto fisso. Qualcosa che preme a tutti i costi dal loro mondo interiore, per dare un senso all’etimologia latina del verbo esprimere (ex-premere, premere fuori, appunto).

La parola ai protagonisti

  • Adolfo, oltre ad avere una stereotipia nell’uso del colore marrone, nei sui scarabocchi, vede sempre le montagne e la casa, il suo luogo felice. Tutti i disegni lo portavano indietro nel tempo, a quando viveva in Germania.
  • Per Ilia, le immagini ricorrenti sono la famiglia: padre, madre e bambini, per lei i ricordi più significativi e importanti.
  • Sara, da giovane ha sempre lavorato in campagna. E questo spiega il suo narrarsi con disegni di alberi e frutti e con una predominanza del colore verde.
  • Maria ama il rosa. Raffigura sempre elementi che caratterizzano la femminilità: i capelli lunghi, lo specchio, i gioielli. Per lei è molto importante sentirsi ancora molto bella, giovane. Per questo non rivela mai la sua età, benché la sua carta d’identità sia impietosa.
  • E poi c’è Michele. Da lui siamo partiti e con lui chiudiamo. Bene: ormai Michele è parte integrante del gruppo. Anzi, molte volte, è di aiuto per gli altri, soprattutto per Nicoletta, con cui ha molta complicità e sintonia, che ogni tanto si ferma come in un momento d’empasse che lui conosce molto bene. Durante la verbalizzazione, mentre spiega i suoi disegni o personaggi o semplicemente il colore, descrive sempre scene in cui i suoi personaggi sono costretti a stare lì, alcune volte anche tenuti con la forza, stretti, tenuti per le braccia, incatenati o, addirittura, dietro le sbarre.

Vissuti forti, non c’è che dire. Vissuti a cui solo la creatività può dar voce. Perché nessuno di loro, fuori dal setting di Arti Terapie, viene ascoltato con la stessa intensità mentre esprime se stesso.


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