L’attenzione rubata: le nuove armi di “distrazione” di massa

Distrazione-attenzione-disattenzione

Viviamo circondati da armi di distrazione di massa. E forse non ce ne accorgiamo: il traffico, i cartelloni pubblicitari, internet, lo smartphone che squilla e la radio sempre accesa. Con tutti questi stimoli rimanere concentrati diventa sempre più difficile. In che modo è possibile resistere alle mille distrazioni della vita quotidiana? Alla domanda risponde uno psichiatra dell’Ospedale Sainte-Anne di Parigi, Christophe André, con un articolo pubblicato in italiano a marzo 2012 con il titolo “l’attenzione rubata”.

La distrazione o furto d’attenzione

Nel suo lavoro, il medico francese sostiene che attrarre l’attenzione degli altri per ottenere qualcosa da loro è una strategia antichissima che tutti, più o meno coscientemente, mettono in atto. Dove ci sono interazioni, infatti, ci sono da sempre tentativi di influire sull’attenzione. Il fenomeno, quindi, non è affatto nuovo. Sembra, tuttavia, che la nostra epoca eserciti molta più pressione sull’attenzione di un tempo, al punto che gli studiosi catalogano comportamenti di questo genere, che hanno una distrazione continua come conseguenza, come “attacchi attenzionali” o “furti d’attenzione”.

La causa, secondo André (ma non solo, aggiungo),  è da individuare, prima di tutto, nella società materialistica. In questo mondo super produttivo, ci sono ormai più prodotti in vendita che acquirenti, il che crea una competizione feroce tra le aziende per catturare lo sguardo e, soprattutto, il cervello del potenziale cliente. Quindi, per attirarne l’attenzione, anche al costo di rubarla.

Ma, a furia di offrire la nostra attenzione a tutto, finiamo per cadere nella rete della perenne distrazione. Perché è impossibile prestare la stessa attenzione a tutti gli stimoli.


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Il bisogno di essere sempre connessi

A ciò si aggiungano

  • l’iperconnessione tra gli individui,
  • la telefonia mobile,
  • l’impatto dei social,
  • la realtà aumentata e
  • ogni altro genere di strumento o stratagemma pensato per il consolidamento e l’allargamento dei legami sociali.

Questi inganni tecnologici, che spostano la realtà da un piano di concretezza alla virtualità, moltiplicano esponenzialmente le domande d’interazione, a detrimento della continuità di attenzione.

Siamo, dunque, sempre più soggetti a sollecitazioni della nostra attenzione in troppe direzioni, al punto da subire almeno altrettante interruzioni delle nostre attività. Richieste, intrusioni e, persino, effrazioni troppo spesso ci portano via la concentrazione da compiti complessi che facciamo fatica a riprendere subito dopo. Per forza, poi, siamo così distratti!

Le molte sollecitazioni, infatti, finiscono col prosciugare la nostra mente dei tre elementi vitali per il mantenimento delle capacità attenzionali:

  1. calma,
  2. lentezza e
  3. continuità.

Distrazione e calo del benessere

Gli studi scientifici sulla tossicità dell’ambiente moderno, come fattore di rischio per l’attenzione, iniziati da alcuni anni, non rassicurano affatto. E questo nonostante la medicina e la psicologia dell’ambiente siano relativamente recenti.

Una delle principali conseguenze dell’eccesso di sollecitazioni, dicono le ricerche e le proiezioni, è la dispersione mentale. Uno studio condotto alla Harvard University ha evidenziato che più la mente si disperde, ossia è poco o per nulla coinvolta nelle attività in corso, più tende a diminuire il benessere soggettivo complessivo della persona.

Altro rischio che comportano gli ambienti iperstimolanti è la pressione di scelta, fenomeno studiato e così definito dallo psicologo statunitense Barry Schwartz. Nella sua ricerca, dal titolo “il paradosso della scelta“, egli ha dimostrato come il progressivo calo del benessere soggettivo dei consumatori moderni sia direttamente  proporzionale all’aumento dell’offerta e della sua diversificazione. Cioè, più cresce l’offerta di beni e servizi e più essi sono diversificati, peggio stiamo.

Proprio perché l’eccesso di disponibilità

  • invade,
  • confonde e
  • distrae.

Distrazione nei luoghi di lavoro

Un recente rapporto della società statunitense Basex stima in un 28% i tempi di lavoro e i salari perduti a causa delle distrazioni. In effetti, tutte le ricerche condotte nei luoghi di lavoro portano nella stessa direzione: le interruzioni hanno un effetto deleterio sulle performance.

Nello studio Basex sono stati rilevati quattro tipi di interruzioni. Vediamo.

  1. Al primo posto, ci sono le interruzioni totali: sono quelle di cui è vittima chi abbandona un compito per dedicarsi ad altro.
  2. Seguono le interruzioni dominanti. Ad esempio, cercando informazioni su Internet ci si ritrova, di link in link, su pagine che non hanno più alcun legame con quelle che si stavano inizialmente cercando.
  3. Poi, c’è la distrazione volontaria.
  4. Infine, il rumore di fondo, quello in cui si sta, ad esempio, quando si lavora con la radio accesa.

C’è distrazione e distrazione

C’è, però, molta differenza fra la distrazione subita e quella volontaria. Cambia molto, infatti, alzarsi per andare a prendere un caffè, continuando a riflettere sul lavoro da fare, dal semplice bisogno di rilassarsi per alcuni minuti. La prima situazione può rivelarsi addirittura positiva.

Le interruzioni scelte, quelle volontarie, sostengono Atsunori Ariga e Alejandro Lleras, psicologi dell’Università dell’Illinois, possono, infatti, avere un effetto positivo sulle capacità attenzionali, al contrario di quello che accade con quelle subite.

Un dato finale: i due ricercatori hanno anche dimostrato che la durata delle interruzioni subite si è raddoppiata negli ultimi dieci anni e continuerà ancora ad aumentare, proprio per effetto del crescente ”sovraccarico digitale”.

Sta a noi decidere. Sapendo tutto questo, fare prevenzione si può.


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