Che cosa sarebbe la nostra vita senza emozioni?

La domanda è di Robert Soussignan, Psicologo contemporaneo del French National Centre for Scientific Research di Parigi.  Nel suo lavoro Emozioni, afferma che  “le emozioni colorano la nostra esperienza  quotidiana e accompagnano gli eventi importanti”. Praticamente la nostra vita è essa tutta un’emozione, un susseguirsi di gioie, dolori, piaceri, disgusti, collere, sorprese. Perciò, analizzando e razionalizzando la nostra vita, dobbiamo arrenderci all’evidenza che ogni nostro vissuto si accompagna a delle emozioni e che esse, a loro volta, sono accompagnate da manifestazioni corporee (aumento del ritmo cardiaco, espressioni del volto o del corpo) e comportamentali (avvicinamento, fuga, lotta) che ci permettono di adattarci alle circostanze.

La funzione delle emozioni

Le emozioni influiscono

  • sulle nostre percezioni,
  • sulla memoria episodica,
  • sulla nostra capacità di prendere decisioni e formulare giudizi.
  • E soprattutto ci consentono di comunicare e trasferire informazioni agli altri.

Dal punto di vista etimologico, come spiega Tullio De Mauro alla pag. 818 del suo Dizionario Italiano, il termine emozione deriva dal latino e-movere (cioè, smuovere, con l’indicazione di movimento di qualcosa che dall’interno si porta fuori) e lo traduce con

  • imprecisione,
  • sensazione forte,
  • turbamento,
  • intensa esperienza psichica,
  • piacevole esperienza accompagnata da reazioni fisiche e comportamentali.

De Mauro dà come sinonimi commozione, turbamento. Ti riconosci?

Quante emozioni conosciamo?

Ma, se da una parte i ricercatori sono concordi sul ruolo esercitato dalle emozioni nella nostra vita, dall’altra essi sono divisi circa la natura e la quantità delle emozioni, nella loro classificazione e nella diversa incidenza sulle nostre reazioni. Già, perché alla fine sono le nostre reazioni che determinano la natura delle emozioni e ne consentono quella chiarificazione di cui sopra.

L’emozione che suscita in noi la nascita di un figlio, l’ascoltare la sua voce che ripete il nostro nome e comincia a dare un nome a tutte le persone e le cose familiari, consegnarlo alla maestra nel primo giorno di scuola, accompagnarlo per tutto il cursus scolastico fino alla maturità e all’università e vederlo camminare con le sue gambe per la via della realizzazione professionale… è indescrivibile. Tuttavia, possiamo immaginare l’espressione del nostro viso davanti a questi eventi: espressione sempre facilmente leggibile dai nostri occhi e capace di trasmettere anche agli altri il nostro stato d’animo. E, se sul nostro volto si può leggere la nostra gioia, è sempre attraverso quello, il volto, che trasmettiamo le nostre sensazioni di paura, di tristezza, di disgusto, ecc.

Libri aperti sul mondo

Siamo, in altre parole, un libro aperto per gli altri o almeno per tutti quelli che, dotati di sensibilità, sanno leggerlo. Lo stesso dicasi per gli altri: anche loro per noi sono un libro nel quale leggiamo facilmente le loro intenzioni. E questo ci rende umani, vivi. Almeno così dovrebbe essere, anche se questo rimanda all’annosa questione della consapevolezza di sé che ci porta a decifrare, oltre ogni ragionevole dubbio e, talvolta, oltre ogni proiezione, la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni negli altri dopo aver incontrato le nostre.  

Solo la consapevolezza delle nostre emozioni, infatti, ci permette di entrare in empatia con gli altri, poiché essa è l’unica strada per sentire intimamente quello che anche gli altri provano e agevola il processo di sintonia su quel preciso stato d’animo. Proprio come accade quando si respira insieme, in silenzio, il gusto della vita. 

Quanta comunicazione empatica c’è in quel silenzio? Che cosa potrebbe sostituire un momento intenso così, se non esistessero le emozioni?


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