Per la prima volta nella storia della Repubblica, un Ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Valditara, introduce (finalmente!) la formazione obbligatoria all’empatia e al rispetto per i docenti delle scuole di ogni ordine e grado. Sembrerebbe una grande innovazione, in continuità con la proposta di legge del 2020 a cui ho avuto l’onore di collaborare. E devo dire che il Ministro è stato di parola, dopo il breve colloquio che abbiamo avuto a Firenze, in occasione di Didacta Italia 2026. Ma i docenti – mediamente – non vogliono saperne, anche se tutti si dicono preoccupati per il pericoloso clima emotivo che si respira in società. Vediamo le ragioni della sua urgenza.
Non solo maleducazione
Parlare oggi di empatia e di educazione al rispetto non è inseguire una moda culturale, né aderire superficialmente a uno dei tanti slogan che attraversano il discorso pubblico.
Significa, piuttosto, prendere atto di una crisi profonda che investe la qualità delle relazioni umane, il modo in cui abitiamo i legami, il linguaggio con cui entriamo in contatto con l’altro, la soglia di tolleranza verso la differenza, il limite, la frustrazione, il dissenso. In altre parole, significa riconoscere che ci troviamo dentro un tempo in cui il deterioramento del tessuto relazionale non è un fenomeno marginale o episodico ma una condizione sempre più evidente, trasversale ai contesti educativi, familiari, scolastici, professionali e sociali.
Basta osservare con attenzione la vita quotidiana per accorgersi di quanto siano aumentate l’irritabilità diffusa, la difficoltà di ascolto, l’impazienza relazionale, l’aggressività verbale, la tendenza alla polarizzazione, la fragilità dei legami e l’incapacità di stare nel conflitto senza trasformarlo in attacco alla persona.
I contesti educativi
Nei contesti educativi, tutto questo appare in forme particolarmente chiare:
- bambini che faticano a tollerare i no,
- adolescenti che oscillano tra ipersensibilità e anestetici emotivi,
- adulti disorientati nella gestione dei limiti e delle relazioni,
- genitori incerti tra permissivismo e irrigidimento,
- docenti sottoposti a un crescente carico emotivo e relazionale che spesso eccede la formazione ricevuta.
Ma ridurre il problema alla sola “maleducazione” o a un generico abbassamento dei valori sarebbe una lettura troppo sbrigativa. Il punto, infatti, non riguarda soltanto il comportamento osservabile. Riguarda il mondo interno che lo genera, il clima culturale che lo alimenta e la povertà di strumenti emotivi e relazionali con cui molte persone si trovano oggi ad affrontare la complessità della convivenza.
L’empatia ed il rispetto
Proprio qui si colloca il senso di questo articolo: chiarire perché il tema dell’empatia e del rispetto non possa essere relegato ai margini della formazione umana, come se si trattasse di un’aggiunta accessoria rispetto ai contenuti “seri” dell’educazione. Almeno, a dire di tanti docenti che trovano l’educazione all’empatia e al rispetto una perdita di tempo rispetto all’immane carico di lavoro didattico.
Al contrario, empatia e rispetto costituiscono una delle condizioni strutturali della crescita personale, dell’apprendimento, della convivenza e della costruzione di ambienti sufficientemente sani per lo sviluppo dell’individuo.
- Dove manca il rispetto, infatti, non si produce solo sofferenza relazionale: si inibiscono il pensiero, la fiducia, il desiderio di esporsi, la possibilità di apprendere, di cooperare, di crescere.
- E dove manca l’empatia, il rapporto con l’altro si irrigidisce in giudizio, controllo, indifferenza, uso strumentale o incomprensione reciproca, conflitto, violenza.
Il primo equivoco
Occorre allora sgomberare il campo da un primo equivoco: il rispetto non coincide con la semplice educazione formale, con la cortesia esteriore o con l’adesione passiva a un sistema di regole. Una persona può essere apparentemente corretta, usare formule socialmente accettabili, mantenere un tono civile e, tuttavia, risultare profondamente svalutante, umiliante, manipolativa o anaffettiva nella qualità reale del suo stare in relazione.
Allo stesso modo, si può imporre disciplina senza educare al rispetto, così come si può ottenere obbedienza senza formare alla coscienza. Il rispetto autentico non nasce dalla paura della sanzione, né dal bisogno di conformarsi a un codice esterno per evitare il giudizio. Nasce, più radicalmente, dalla capacità di riconoscere l’altro come persona, di percepirne la dignità, di tollerarne l’alterità, di contenere i propri impulsi e di accettare che la relazione non sia uno spazio di dominio, di possesso o di immediato soddisfacimento di sé.
Una competenza poco diffusa
Ma perché oggi tutto questo si traduce in una competenza così poco diffusa? Una parte della risposta va cercata nella trasformazione culturale che ha investito l’educazione, la famiglia, il ruolo dell’adulto e il modo stesso di intendere la libertà individuale.
Viviamo in una società che enfatizza l’espressione di sé ma fatica a educare al limite; che parla molto di diritti e molto meno di responsabilità; che invita a “essere se stessi” senza quasi mai interrogarsi seriamente su come diventare persone capaci di creare legami, reciprocità e confronto con la frustrazione.
In tale cornice, il rispetto rischia di essere percepito come una costrizione esterna, come una rinuncia, come un freno all’autoaffermazione, anziché come la condizione che rende possibile una convivenza umana non fondata sulla sopraffazione.
E l’empatia, dal canto suo, rischia di essere ridotta a disposizione sentimentale, a generica gentilezza o a parola ornamentale buona per i convegni ma poco integrata nella pratica reale delle relazioni quotidiane.
L’analfabetismo emotivo
Un secondo nodo decisivo riguarda l’analfabetismo emotivo che rappresenta una delle matrici più profonde della crisi relazionale contemporanea. Moltissime persone crescono e vivono senza un’autentica educazione al riconoscimento delle emozioni, al loro significato, alla loro regolazione, alla loro trasformazione in linguaggio e in pensiero.
- Sentono intensamente ma non sanno nominare ciò che provano;
- reagiscono ma non comprendono da che cosa siano attivati;
- confondono il disagio con l’offesa, la frustrazione con l’ingiustizia, il limite con il rifiuto, il dissenso con l’attacco personale.
In assenza di alfabetizzazione emotiva, il rispetto non può radicarsi davvero, perché viene continuamente sabotato dagli impulsi, da interpretazioni distorte, da reazioni automatiche che trasformano l’altro in nemico, intralcio o specchio minaccioso della propria fragilità. Per questo educare al rispetto significa inevitabilmente educare anche alla vita emotiva. Non esiste, infatti, un rispetto autentico che sia separato dalla capacità di riconoscere i propri stati interni, di tollerare il dispiacere, di mentalizzare l’esperienza, di non agire immediatamente ciò che si prova.
Educare all’empatia
Anche l’empatia, in questa prospettiva, va sottratta a una visione ingenua o romanticizzata. Non si tratta semplicemente di “essere buoni”, di condividere emozioni piacevoli o di mostrare sensibilità verso il dolore altrui.
L’empatia è una competenza relazionale alta, complessa che richiede presenza, capacità di ascolto, sospensione del giudizio, finezza percettiva e una sufficiente chiarezza nei confini tra sé e l’altro. In una società segnata dalla fretta, dalla semplificazione, dalla comunicazione impulsiva e dalla ricerca di conferme identitarie immediate, l’empatia diventa sempre più difficile proprio perché richiede il contrario di tutto questo: richiede tempo, decentramento, disponibilità a non avere subito ragione, capacità di restare in contatto con la differenza senza viverla come minaccia.
Educare all’empatia, dunque, non significa soltanto favorire atteggiamenti prosociali; significa allenare una postura mentale e affettiva capace di sottrarre la relazione alla violenza dell’interpretazione immediata e dell’egocentrismo emotivo.
Conseguenze disastrose
Dal punto di vista educativo, le conseguenze sono disastrose. Un bambino, un ragazzo (ma anche un adulto) non imparano il rispetto attraverso un semplice ammonimento morale o l’enunciazione di un principio astratto. Lo apprendono dentro relazioni significative, dentro esperienze ripetute di riconoscimento, contenimento, ascolto, limite, coerenza. Lo apprendono osservando come gli adulti parlano, correggono, dissentono, frustrano, accolgono, riparano. Lo apprendono facendo esperienza di un’autorità che non umilia e di una fermezza che non schiaccia.
Lo apprendono quando il limite non viene vissuto come arbitrio ma come forma di responsabilità e quando la relazione non si spezza a ogni errore o conflitto. Ecco perché il lavoro su empatia e rispetto non riguarda soltanto i destinatari dell’educazione ma prima ancora, gli adulti che educano: la loro presenza emotiva, la loro coerenza, il loro modo di stare nelle relazioni, la loro capacità di reggere le tensioni senza scadere nell’indifferenza, nel conflitto o, peggio, nell’aggressività.
In questo senso, l’innovazione introdotta dal Ministro Valditara di obbligare i docenti della scuola italiana a formarsi al rispetto e all’empatia vuole invertire la deriva sociale di questi tempi ed il pericoloso innalzamento della temperatura emotiva in società. Il fine ultimo è offrire una cornice culturale e psicologica che consenta di comprendere perché oggi, più che in altri momenti storici, sia urgente una nuova alfabetizzazione emotiva e relazionale.
Le nozioni non bastano più
Non basta più trasmettere informazioni, né affidarsi alla speranza che la convivenza civile si costruisca da sé. Occorre riconoscere che la qualità delle relazioni influisce direttamente sul benessere, sulla motivazione, sull’apprendimento, sulla salute mentale e sulla possibilità di formare persone capaci di stare nel mondo senza distruggere sé o l’altro. Occorre, soprattutto, uscire da una visione riduttiva dell’educazione che separa il sapere dal vivere, la regola dal senso, il comportamento dalla coscienza, la prestazione dalla relazione. È proprio in questo scarto – tra una scuola che istruisce e una scuola che educa, tra una famiglia che gestisce e una famiglia che accompagna, tra un adulto che controlla e un adulto che forma – che il tema dell’empatia e del rispetto riacquista tutta la sua portata trasformativa.
Nuove domande per una nuova educazione
Vogliamo davvero cambiare le cose? Allora, dobbiamo partire da queste domande:
- che cosa rende oggi così fragile il legame con l’altro?
- Perché il rispetto viene spesso richiesto ma raramente costruito?
- In che modo la crisi del linguaggio, dell’ascolto e della regolazione emotiva contribuisce al deterioramento del clima educativo e sociale?
- Ci è chiaro perché l’empatia non può più essere pensata come una qualità decorativa ma deve diventare una competenza essenziale della vita personale, affettiva e collettiva?
Solo rispondendo a queste domande sarà possibile ripensare davvero l’educazione a partire dalla relazione.



















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