Ecco la Proposta di Legge che introduce l’Intelligenza Emotiva nella scuola italiana

proposta di legge intelligenza emotiva a scuolaCambiare il mondo cambiando la prospettiva dei giovani. Quindi, cambiando la scuola. O meglio, aiutando la scuola a rendere autonomi gli studenti, liberi di pensiero, capaci di costruttiva riflessione critica per diventare cittadini partecipi della democrazia. Si inserisce in questa visione la Proposta di Legge n. 2782 del 13 Novembre 2020, presentata su iniziativa dell’On. Maria Teresa Bellucci e sostenuta anche dagli Onorevoli Albano, Bucalo, Frassinetti e Mollicone, dal titolo “Disposizioni in materia di insegnamento sperimentale dell’educazione all’intelligenza emotiva nelle scuole di ogni ordine e grado” a cui ho avuto l’onore di partecipare e contribuire con i miei scritti e con le mie idee. È la logica continuazione della mozione parlamentare sul medesimo tema, presentata nel 2019, dopo la conferenza stampa congiunta di Montecitorio tra la parte sociale e quella politica del dicembre 2018. Obiettivo è finalmente introdurre a stretto giro, nelle scuole di ogni ordine e grado, una metodologia basata sull’intelligenza emotiva tra le metodologie d’insegnamento fin qui utilizzate dai docenti. È così che ci aspettiamo che qualcosa cambi nell’istruzione e nel vivere sociale. In questo articolo, evidenzio i passaggi fondamentali, pubblicati nel dispositivo, che motivano l’urgenza dell’intervento, anche sulla scorta dell’esperienza di altri Stati.

L’indagine ICCS

La terza indagine internazionale sull’educazione civica e per la cittadinanza International Civic and Citizenship Education Study (Iccs) promossa dalla International Association for the Evaluation of Educational Achievement (Iea), che si è posta l’obiettivo di identificare ed esaminare, all’interno di una dimensione comparativa, i modi in cui i giovani vengono preparati a svolgere in modo attivo il proprio ruolo di cittadini in società democratiche, ha rilevato che in Italia l’educazione alle competenze sociali ed emotive rappresenta il «pezzo mancante» dei curricula scolastici e della formazione degli insegnanti.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), rivedendo il proprio concetto di prevenzione in senso formativo, piuttosto che igienico-sanitario, ha optato per il termine Skills for Life15, emanando un documento programmatico intenzionalmente rivolto ai sistemi educativi formali, all’interno del quale si sottolinea il ruolo della scuola nel fornire le competenze utili per «mettersi in relazione con gli altri e per affrontare i problemi, le pressioni e gli stress della vita quotidiana», riconoscendo la correlazione tra il gap di queste competenze e i rischi sanitari specifici: «La mancanza di tali skills socio-emotive può causare, in particolare nei giovani, l’instaurarsi di comportamenti negativi e a rischio in risposta allo stress: tentativi di suicidio, tossicodipendenza, fumo, alcolismo».

Intelligenza emotiva nel lavoro e a scuola

Nel mondo del lavoro, l’intelligenza emotiva sta conquistando sempre più considerazione: è stata infatti inserita tra le prime dieci competenze richieste entro il 2020 dal World Economic Forum, come conferma lo studio Workplace Trend 2018, condotto dal gruppo Sodexo, secondo il quale il 34 per cento degli headhunters ricerca e valuta positivamente questa capacità nelle selezioni lavorative.

Si tratta, in particolare, della capacità di percepire emozioni, accedere a esse e saperle generare per sostenere il pensiero razionale, comprendere sentimenti altrui, e saperli gestire in modo da promuovere la crescita, intellettuale ed emotiva.

Nell’ambito didattico, aspetti correlati all’intelligenza emotiva, teorizzata da Daniel Goleman nel suo best seller mondiale Emotional Intelligence (1996), quali consapevolezza, autocontrollo, motivazione, empatia e abilità sociali influenzano il comportamento, l’apprendimento e la condotta sociale. I primi a parlare di intelligenza emotiva sono stati nel 1990 due accademici statunitensi, Peter Salovey e John D. Mayer, definendola come «la capacità di percepire emozioni, accedere ad esse e saperle generare per sostenere il pensiero razionale, comprendere sentimenti altrui, e saperli gestire in modo da promuovere la crescita, intellettuale ed emotiva».

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La consapevolezza emotiva e il disagio giovanile

La consapevolezza emotiva, pertanto, si dimostra un elemento chiave per maturare una vita sociale fondata sullo scambio empatico, ossia la capacità di dare valore e sentire le emozioni dell’altro, utile ad arginare il dilagare negli ultimi anni di eventi conflittuali all’interno degli istituti scolastici, dove la violenza si manifesta tra coetanei, tra studenti e insegnanti, tra insegnanti e genitori: questa emergenza sociale più volte riportata dai media e documentata, altresì, da video caricati in rete, può essere arginata solo se, parallelamente a un sistema sanzionatorio, si realizza un’attività di prevenzione stabile e continuativa tramite l’alfabetizzazione emotiva.

Il disagio giovanile, inquadrato in un insieme di comportamenti disfunzionali quali scarsa partecipazione, disattenzione, atti di bullismo e rifiuto della scuola, è correlato ad una calcificazione emotiva originata dall’isolamento in famiglia ma anche aggravata dall’uso smodato delle moderne tecnologie, a cui spesso si ricorre a causa della condizione di disagio e solitudine. Molteplici studi di psicologia sociale, infatti, evidenziano come l’eccessivo utilizzo di smartphone possa alimentare spirali depressive e isolamento nella vita online virtuale, piuttosto che partecipazione attiva a quella offline reale.

Lo stato di malessere documentato da numerosi studiosi, oltre ad esporre a una sofferenza psicologica, causare depressione precoce, disturbi del comportamento alimentare, abusi di alcol e sostanze, presenta anche ricadute negative sulle capacità di studio e sull’applicazione futura di quanto appreso durante il periodo scolastico: le neuroscienze dimostrano che si apprende principalmente tramite le emozioni. Risulta pertanto auspicabile l’esistenza di un processo formativo che insegni a comprendere le proprie ed altrui emozioni (consapevolezza di sé ed empatia), per permettere ai giovani di riappropriarsi di vocaboli emotivi ormai scomparsi.

La sfida democratica

Come riportato dal documento del 2017 «Lingua italiana. Crisi della comunicazione linguistica: una sfida democratica» redatto dalla Fondazione Di Vittorio e dall’Associazione Proteo Fare Sapere, la comunicazione dialogica sta assumendo forme di riduzione e semplificazione. La difficoltà espressiva ha come origine una crisi educativa: la realtà delle persone, infatti, è intessuta di elementi percettivi, affettivi, intellettivi e una complessità a raccontare e raccontarsi è indicativa di una problematicità a rappresentare se stessi e comunicare con gli altri.

L’intelligenza emotiva, ritenuta dall’Unesco come la più grande conquista della modernità, dopo internet, può essere appresa a tutte le età. Essa è strumento di crescita per alunni e docenti; l’insegnante formato in materia di intelligenza emotiva può, infatti, sintonizzarsi con il tessuto emozionale della vita degli studenti, indirizzando al meglio il loro sviluppo.

L’apprendimento caldo

Ciò, peraltro, è confortato da due evidenze scientifiche: gli studi intorno alla Warm Cognition (l’apprendimento caldo come risultato dei flussi dell’intelligere) e le recenti conquiste dell’Epigenetica. Entrambi gli studi citati fanno leva sul fatto che, qualora l’insegnante riesca a ”toccare” con delicatezza la vita degli studenti e a infondere fiducia e conforto con i suoi insegnamenti, chi è esposto al processo di apprendimento ha maggiore facilità di astrazione dei concetti e, in definitiva, di autonomia nel riutilizzo, secondo inclinazioni, necessità e talenti personali, degli stessi apprendimenti nella vita adulta.

Secondo le scoperte dell’Epigenetica, in particolare, “contattare la storia personale” degli altri (con la parola giusta, un gesto, un sorriso, tutte abilità che il docente può allenare) può addirittura indurre una modificazione a livello di corredo cromosomico, andando a sovrascrivere un nuovo codice là dove sembrano persistere deficit emozionali ereditati per nascita. L’insegnante del futuro, dunque, è l’attore del cambiamento che può rilanciare la cultura dell’essere umano, delle relazioni e dell’evoluzione in qualunque settore della vita (anche dell’economia, che si fonda sulla fiducia).

Ma tutto dipende dalla sua preparazione (in certo casi, dalla predisposizione) ad entrare empaticamente in sintonia prima con le proprie emozioni e, subito dopo, con le emozioni dei suoi studenti. Solo così riuscirà a calibrare creativamente la lezione in maniera tale da coinvolgere e motivare tutta la classe all’apprendimento. Anche l’insegnamento ad personam in classe, dunque, è una ricaduta diretta della formazione all’intelligenza emotiva del docente. L’apprendimento tramite inferenze emotive, inoltre, perdura nel tempo, a differenza di un apprendimento meramente razionale; è largamente dimostrato, poi, che studenti in grado di regolare le proprie emozioni e comportamenti e di interpretare ruoli sociali hanno una maggiore probabilità di raggiungere il successo formativo prima e la realizzazione personale poi.

Intelligenza Emotiva negli ambienti di apprendimento

L’esperienza internazionale

Si sottolinea come già da tempo in ambito europeo si sia avviato un percorso di valorizzazione di competenze trasversali non formali, le cosiddette soft skills, che afferiscono anche alla sfera emozionale e cognitiva (come, ad esempio, lo sviluppo del pensiero critico, dell’ascolto attivo, della leadership, dell’empatia e che si riferiscono a capacità, attitudini, comportamenti che influenzano profondamente il modo d’essere di una persona). Le competenze trasversali devono essere messe al centro dei percorsi di apprendimento, poiché facilitano l’acquisizione di consapevolezza rispetto alla propria crescita personale. Contemporaneamente, esse facilitano l’attivazione di capacità di riflessione e di comportamenti necessari e fondamentali per muoversi in contesti sociali e nelle dinamiche lavorative. In Italia, il dibattito su come riconoscere in maniera univoca tali competenze è ancora aperto.

L’alfabetizzazione emozionale si è diffusa nelle scuole a partire dagli ultimi venti anni, soprattutto in Usa, dove il Neuva Learning Center di San Francisco ha istituito dal 2014 la disciplina della «Scienza del sé», che promuove il benessere socio-emozionale degli alunni che imparano a risolvere i conflitti prima che degenerino in scontri, a riconoscere le proprie emozioni, dargli un nome e gestirle insieme agli altri. L’attività viene spesso condotta senza banchi, con disposizioni circolari, per abbattere barriere fisiche e relazionali.

In Danimarca, la Klassens tid – tempo di classe – è una lezione sociale, introdotta nei programmi di studio nel 1970 e che a partire dal 2016 ha iniziato a essere legata al concetto di empatia: gli alunni espongono i propri problemi e a seguito di uno scambio di opinioni, consigli e solidarietà, tutti concorrono a trovare una soluzione. Come sostiene Iben Sandahl, psicoterapeuta, ex insegnante e autrice del libro «The Danish Way of Parenting: A Guide To Raising The Happiest Kids in the World», si viene a creare un legame tra studenti che li rende estranei ad atti di bullismo.

In Spagna l’ora di intelligenza emotiva è ispirata al modello di problem solving creativo dello psicologo Edward De Bono con lo scopo di insegnare ai più piccoli a ricercare da soli le soluzioni e ad essere autonomi e responsabili.

Obiettivi della Proposta di Legge 2782

Alla luce di tali considerazioni, la Proposta di Legge n. 2782 del 13 Novembre 2020, dal titolo “Disposizioni in materia di insegnamento sperimentale dell’educazione all’intelligenza emotiva nelle scuole di ogni ordine e grado” si pone l’obiettivo di introdurre, nelle scuole di ogni ordine e grado, l’ora curricolare di intelligenza emotiva per contrastare in modo efficace il bullismo, la povertà educativa, la dispersione scolastica e altri fenomeni devianti, favorendo il recupero del vocabolario emotivo perduto, il miglioramento del clima relazionale, sia tra gli studenti che all’interno della holding educativa, tra studenti, insegnanti e famiglie, il miglioramento degli ambienti di apprendimento, la distensione dei rapporti tra istituzione scolastica e famiglie e la prevenzione dei casi di isolamento e di insorgenza precoce di patologie tra gli adolescenti.

 

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