Quando, in un lavoro narrativo e simbolico con il Metodo Autobiografico Creativo, emerge il tema della forza di creare il proprio destino, il messaggio che l’autore lancia, anche quando non viene esplicitamente dichiarato, è, in realtà, molto chiaro. La persona sta comunicando una tensione interiore, per effetto della quale sta cercando di spostarsi da una posizione passiva a una posizione attiva. Sta tentando, cioè, di ridefinire il proprio posto dentro la storia che vive. Sta dicendo a se stessa, prima ancora che agli altri, che non vuole più sentirsi soltanto il risultato di ciò che le è accaduto, il prodotto meccanico di eventi, ferite, circostanze, condizionamenti, ma che desidera diventare protagonista delle proprie scelte, della propria direzione, del proprio modo di stare al mondo.
Protagonisti del proprio destino
È un passaggio decisivo e, al tempo stesso, delicatissimo. Perché, quando una persona inizia ad affacciarsi a questa possibilità,
- sta dando voce ad un desiderio di cambiamento molto preciso.
- Sta mettendo in discussione un’abituale postura interiore.
- Sta cominciando a chiedersi se davvero debba continuare a vivere come se la propria traiettoria fosse già tutta scritta altrove, da qualcun altro, da qualcosa di esterno, da un passato che sembra aver deciso troppo, da una storia che pesa e che, a volte, appare più forte della libertà.
Eppure è proprio qui che accade qualcosa. Arriva una prima consapevolezza che non è una soluzione preconfezionata ma una soglia oltre la quale la persona inizia a intuire che tra ciò che le è accaduto e ciò che potrà diventare esiste uno spazio. E che è dentro quello spazio che si gioca la partita più importante.
Subire o abitare la storia
Naturalmente, tutto questo non significa illudersi di poter controllare all’improvviso ogni cosa. Nessuno crea (o ricrea) da zero la propria vita. Nessuno parte da una pagina completamente bianca.
- Ci sono limiti, ferite, eredità emotive, condizionamenti familiari, sociali, culturali con cui fare i conti.
- Poi ci sono situazioni che non dipendono da noi e che, talvolta, irrompono con una forza tale da modificare radicalmente il nostro percorso.
- E c’è la vulnerabilità della condizione umana, ci sono il caso, il dolore, perfino quelle parti oscure della storia personale che si impongono anche quando vorremmo esserne liberi.
Eppure, proprio dentro questa complessità, l’individuo può imparare la differenza tra subire la sua storia e abitarla con consapevolezza. Tra lasciarsi definire unicamente da ciò che è stato e cominciare, invece, a interrogarsi sul modo in cui si intende stare dentro ciò che è stato. Perché il punto non è cancellare il passato, né fingere che le ferite non esistano. Il punto è smettere di considerarle l’unico linguaggio possibile attraverso cui leggere se stessi. È qui che nasce la sensazione di avere un destino. E ancora di più, è qui che nasce la possibilità di orientarlo.
Che cos’è il destino?
Il destino, infatti, nella sua dimensione più matura e moderna, è il modo in cui la persona sceglie di rispondere a ciò che vive. Riguarda
- la postura con cui ognuno attraversa i propri limiti,
- il significato che attribuisce agli eventi e
- la capacità di non ridurre se stessi all’accaduto.
Cioè, non è solo ciò che capita ma anche il rapporto che costruiamo con ciò che capita. E questo rapporto, pur dentro tutti i vincoli del reale, contiene sempre un margine di libertà.
Il Metodo Autobiografico Creativo
Quando, allora, un lavoro artistico spontaneo insiste su questo tema, quando simboli, immagini, metafore, parole o composizioni sembrano ruotare attorno all’idea di una forza interiore capace di incidere sulla direzione della vita, molto spesso ciò che la persona scrive, verga su di un foglio o esprime attraverso un lavoro plastico o un collage sta parlando proprio di questo. E sta raccontando di una persona che avverte il bisogno di riconoscere la propria energia, una persona che sente, magari in modo ancora confuso, che è tempo di legittimare nuovamente il desiderio di scegliere. Una persona che comincia a percepire come insufficiente l’idea di vivere dentro copioni già scritti, ereditati e subiti.
Tutto questo dà voce al bisogno molto umano e sostanziale di smettere di vivere come se tutto fosse già deciso. Un bisogno che non necessita di una frattura insanabile per emergere ma che compare in modo più sottile, quasi silenzioso. Compare sotto forma di stanchezza, di insoddisfazione, di ripetizione. Compare quando ci si accorge di abitare sempre gli stessi schemi, di reagire sempre nello stesso modo, di ritrovarsi ciclicamente negli stessi punti interiori.
È come se una parte di sé, a un certo punto, non accettasse più di essere condotta da automatismi che forse un tempo hanno avuto un senso ma che adesso non corrispondono più a ciò che la persona sente di essere o di poter diventare.
Funzione del simbolo
E allora il simbolo arriva dove il discorso razionale, da solo, non arriva.
- L’immagine apre un varco.
- Il racconto rivela.
- Il lavoro creativo mostra.
Ed è proprio qui che il valore psicologico di un lavoro del genere diventa particolarmente evidente. Perché, molto spesso, noi possediamo risorse che non riusciamo a vedere in modo diretto solo perché non hanno ancora trovato una forma riconoscibile: restano sullo sfondo, come possibilità mute, come tensioni ancora non nominate, come intuizioni che non hanno avuto il coraggio di dichiararsi fino in fondo. Il lavoro simbolico, invece, ha questa forza: porta alla luce. Rende visibile. Organizza in una forma qualcosa che prima era disperso.
Il prodotto creativo come specchio
E così il prodotto creativo diventa uno specchio. Uno specchio che non si limita a restituire l’immagine di ciò che siamo già consapevoli di essere. Ci restituisce, piuttosto, anche ciò che stava cercando di emergere. Mostra la direzione di un movimento interiore. Mette davanti agli occhi una verità che forse la persona non era ancora pronta a dire in prima persona. Ed è spesso una verità semplice, persino essenziale ma decisiva: il destino può finalmente compiersi per via del nuovo modo in cui scegliamo di rispondere a ciò che ci accade.
Questa affermazione sottrae definitivamente la persona alla totale identificazione con il proprio passato e le restituisce possibilità di azione, nel senso di partecipazione attiva al senso della propria esistenza. L’individuo scopri in quel momento la libertà, perché capisce di aver spezzato le catene che lo tenevano ingabbiato nel passato subito. Nel presente che emerge esiste ancora una risposta, una scelta, una posizione, un orientamento, uno sguardo verso un futuro possibile.
La libertà
La libertà autentica, infatti, nasce sempre dentro il limite e mai nella fantasia di onnipotenza che pretende di annullare il limite. Nasce quando la persona smette di accontentarsi, di “andarsi bene” e di attendere condizioni ideali per cominciare a vivere da protagonista. Nasce quando comprende che non potrà scegliere ogni evento ma potrà scegliere il senso da dare alla propria traversata. Potrà scegliere se restare inchiodata al ruolo di chi subisce o se assumere, poco alla volta, il ruolo di chi partecipa, interpreta, trasforma.
In questo senso, il prodotto artistico con cui la persona si racconta non è mai soltanto un’immagine o un racconto.
- È un campo di rivelazione.
- È uno svelamento.
- È un luogo in cui la persona, attraverso un linguaggio meno controllato e più profondo, mette in scena una verità di sé.
E questa verità, proprio perché emerge sotto forma di simbolo, può essere guardata come se appartenesse a qualcun altro e accolta. Può così lavorare dentro. Può aprire a una consapevolezza nuova.
Quando accade, qualcosa si sposta: la persona non esce necessariamente cambiata in modo clamoroso o definitivo. A volte è solo un millimetro. Eppure basta. Perché da quel millimetro nasce un nuovo sguardo. E da un nuovo sguardo, spesso, nasce un nuovo modo di stare dentro la propria storia. Più attivo, più presente, più responsabile.
Occhi nuovi con cui guardarsi
Forse è proprio questo, in fondo, il cuore del tema.
- La forza di creare il proprio destino coincide con il coraggio di assumere la propria parte nella costruzione del senso.
- Coincide con la disponibilità a non lasciarsi definire una volta per tutte da ciò che ci ha feriti.
- Coincide con la possibilità di riconoscere che, anche dentro le trame più difficili, resta una zona viva in cui la persona può ancora pronunciarsi, orientarsi, scegliere.
Per questo, quando questo tema emerge in un lavoro narrativo e simbolico, andrebbe sempre ascoltato con grande attenzione. Perché lì, spesso, è la nostra voce interiore che parla e che chiede di essere ascoltata e riconosciuta. Una parte che vuole uscire dall’ombra dell’adattamento passivo e iniziare a sentire che la vita, pur segnata da ciò che è stata, non è finita lì. Che la strada non è ancora tutta scritta. Che il copione può essere interrotto.
E che il destino può essere, almeno in parte, abitato, orientato, trasformato.



















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