Scrive Jean Pierre Changeux (1994) che quando si osserva un’opera d’arte, c’è sempre una ri-creazione, nel senso che lo spettatore non rimane mai passivo davanti al dipinto. Piuttosto, quando egli incontra l’opera, su di essa vi proietta uno stato interiore. Fissa, infatti, dapprima la sua attenzione su di una parte del dipinto, successivamente su di un’altra, attribuendo a una certa figura un significato, un certo valore simbolico a ogni oggetto, al punto di attribuire stati mentali, emozioni e intenzioni ai personaggi che popolano l’opera.
L’empatia o gioco della mentalizzazione
Il gioco della mentalizzazione avrebbe poca presa senza una preliminare condivisione “sensori-motorio-emotiva” che rappresenta la prima forma di attribuzione di significato. Infatti, da spettatori, non abbiamo bisogno di conoscere o riconoscere un personaggio come tale, di sapere entrare nella storia per entrare in sintonia con l’opera d’arte. Essa ci affascina, ci cattura, ci coinvolge, come se qualcuno allungasse una mano fuori dal dipinto per afferrarci e tirarci dentro.
Che il corpo altrui sia reale o solo dipinto attraverso linee e macchie di colore, esso, offerto alla nostra percezione, acquista senso perché suscita un repertorio di emozioni e azioni. Azioni ed emozioni sono costitutive dei significati che attribuiamo a quelle parti del mondo che abitiamo e che popoliamo insieme con gli altri. Per questo, è importante conoscere e apprezzare le valenze comunicative delle emozioni e delle opportunità di contatto che esse offrono tramite il processo motorio e imitativo che chiamiamo empatia e che sono alla base di ogni nuovo apprendimento come esperienza quotidiana di vita.

Le due menti
“L’unica cosa di cui siamo assolutamente certi è che siamo coscienti. Non vi è dubbio però che, accanto a processi di cui siamo consci, vi sono altri processi di cui non siamo consci. Anzi, la gran parte della nostra attività mentale si svolge in maniera incosciente. E la logica conclusione è che noi abbiamo due tipi di processi mentali, o se si vuole due menti, una che agisce e una che esperisce quello che fa l’altra mente o quello che fa lei stessa.” (G. Rizzolatti, 2006)
L’evoluzione dei mammiferi superiori ha potentemente arricchito le funzioni del sistema motorio, facendo in modo che la mente-che-agisce (caratterizzata dal prodotto) sia sempre di più anche una mente-che-esperisce (caratterizzata dall’informazione) e viceversa.
Appare, allora, evidente che la bolla di coscienza che rende seriali le informazioni si interrompe e invia le informazioni alla memoria in maniera inefficace quando la mente non percepisca che le informazioni esperite attraverso i sensi siano traducibili in azioni, in atti motori. Quando, in altre parole, le informazioni non siano utilizzabili.
Emozioni e apprendimento
Queste conoscenze rimandano a due temi importanti che sono strettamente collegati con l’apprendimento, come esperienza sensoriale capace di produrre insegnamenti utilizzabili per astrazione.
- La base motoria dell’apprendimento e
- il coinvolgimento delle emozioni per empatia (che a sua volta si basa sull’elaborazione motoria e imitativa di atti sensoriali, come vedere qualcuno compiere un’azione o comprenderne, sul piano comunicativo e relazionale, l’intenzionalità).
Apprendere, dunque, significa mettere in azione, in movimento (e-mozione), utilizzare informazioni. Ma, d’altro canto, per apprendere bene informazioni trasmesse dalla sensorialità significa coinvolgere in parallelo sia la mente che esperisce sia la mente che agisce. Il che garantisce una efficace archiviazione in memoria delle nozioni apprese.
Come, d’altronde, esattamente all’inverso, coinvolgere il corpo durante l’atto dell’apprendimento aiuta a consolidare informazioni che vengono acquisite in modo parallelizzato, anche grazie al coinvolgimento della sfera emozionale e, dunque, degli stati d’animo esperiti.
In entrambi i casi, sono coinvolti i neuroni specchio, già implicati nell’empatia.

I neuroni specchio
Scoperti dai ricercatori dell’Università di Parma all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, i neuroni specchio sono neuroni specializzati che hanno la sorprendente proprietà di attivarsi sia quando un individuo compie una data azione sia quando qualcuno la vede compiere da parte di qualcun altro.
Nel primo caso, l’attivazione di questi neuroni ha un evidente significato funzionale, dal momento che si tratta pur sempre di neuroni motori. Il punto, scrivono Lucignani e Pinotti in “Immagini della mente“, è spiegare come e perché, in base allo stimolo visivo, ovvero in base all’osservazione di una azione compiuta da qualcun altro, essi si attivino esattamente nella stessa maniera. L’idea è che tale attivazione rifletterebbe, nella mente di chi osserva, l’evocazione di un potenziale atto motorio che consente di comprendere il significato intenzionale dei movimenti altrui e di percepirli come azione autonoma.
In tal caso, dunque, si tratta di una forma di comprensione pre-linguistica che aiuta l’apprendimento nella sua forma più primitiva e che spiega la stessa base motoria dell’apprendimento (dall’esperienza, poiché legata alla modalità visiva, soprattutto, ma anche uditiva, come spiegato dalla più recente scoperta dei neuroni specchio acustici).
Dai primati all’uomo
Questo vale per i primati. Nell’uomo, il sistema specchio presenta delle caratteristiche particolari. Ad esempio, si attiva non solo in relazione ad atti transitivi, come afferrare o manipolare, ma anche in relazione ad atti comunicativi e a simulazioni degli stessi. Tutto ciò è spiegato con la capacità tutta umana di imitare non solo un’azione ma anche l’intenzione di un’azione non ancora compiuta ma semplicemente prevista.
Imitazione riconducibile non solo alla riproduzione di un comportamento osservato ma anche all’apprendimento di un nuovo comportamento per via della previsione dell’intenzione che è a monte (mentalizzazione è il nome esatto di quest’ultimo, cioè pensare con la testa di un’altra persona).
Le implicazioni relazionali e comunicative del processo imitativo, con la scoperta del coinvolgimento dei neuroni specchio anche nelle emozioni (come paura, dolore e disgusto), spiegano l’esperienza complessa che chiamiamo empatia come particolare condizione mentale che permette alle persone di sintonizzarsi con gli stati d’animo altrui e di sentirli per risonanza emotiva.




















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