È una domanda che ci capita di formulare davanti a molte immagini della contemporaneità. Una persona viene aggredita per strada. Qualcuno cade e resta a terra. Un ragazzo viene umiliato davanti ai compagni. Una donna viene molestata su di un mezzo pubblico. Intorno ci sono altre persone. Guardano, rallentano il passo, forse prendono il telefono. Qualcuno osserva gli altri per capire che cosa fare. E intanto trascorrono secondi preziosi e la gente si domanda: possibile che nessuno faccia niente?
L’effetto spettatore
Che ci succede? Siamo diventati insensibili, egoisti, incapaci di provare empatia?
La psicologia sociale propone una lettura più complessa di situazioni come quelle descritte in premessa. Perché, paradossalmente, proprio la presenza di molte persone può diminuire la probabilità che ciascun singolo individuo senta di dover intervenire.
Si chiama effetto spettatore o bystander effect ed è una delle dimostrazioni più inquietanti di quanto il nostro comportamento possa essere condizionato dalla presenza degli altri.
Gli studi fondamentali risalgono alla fine degli anni Sessanta a firma degli psicologi sociali John Darley e Bibb Latané.
L’esperimento
In un esperimento del 1968 alcuni studenti universitari credevano di partecipare a una discussione attraverso un sistema di comunicazione a distanza. Durante l’attività, uno dei partecipanti, in realtà una registrazione predisposta dai ricercatori, simulava una crisi epilettica.
La variabile decisiva era il numero di persone che il soggetto credeva stessero ascoltando la stessa emergenza:
- quando riteneva di essere l’unico testimone, scattava il senso di responsabilità dell’intervento;
- quando invece pensava che altre persone fossero presenti, la rapidità nel chiedere aiuto diminuiva significativamente.
La diffusione della responsabilità
Darley e Latané spiegarono questa diversità di comportamento con il concetto di “diffusione della responsabilità”: quanto maggiore è il numero dei presenti, tanto più facilmente ciascuno può pensare, magari senza formularlo consapevolmente, che qualcun altro interverrà.
È un meccanismo sorprendente perché modifica profondamente la nostra idea intuitiva di sicurezza. Saremmo portati a credere che trovarsi in difficoltà davanti a dieci persone sia meglio che trovarsi davanti a una sola.
Dal punto di vista del singolo osservatore, però, la presenza degli altri può produrre l’effetto opposto: Se siamo in dieci, perché dovrei essere proprio io a intervenire?”
La responsabilità, dividendosi psicologicamente tra molte persone, all’improvviso evapora.
Se nessuno si muove, forse non è grave
C’è poi un secondo meccanismo che Latané e Darley hai osservato con un secondo esperimento. Nell’occasione, gli autori fecero entrare del fumo in una stanza nella quale alcuni studenti stavano compilando un questionario.
- Quando erano soli, il 75% dei partecipanti segnalava il fumo.
- Quando nella stanza erano presenti due complici dei ricercatori istruiti a restare impassibili, la percentuale scendeva al 10%.
- Quando erano presenti gruppi di tre partecipanti reali, solo il 38% dei gruppi segnalava il problema.
Che cosa era successo?
I partecipanti vedevano il fumo. Non avevano perso la capacità percettiva. Semplicemente osservavano gli altri per interpretare una situazione ambigua.
Se nessuno sembra preoccupato, pensiamo che probabilmente non esista una vera ragione per preoccuparsi.
Il fenomeno viene spesso definito “ignoranza pluralistica”: ognuno osserva la passività degli altri e la interpreta come prova del fatto che non sia necessario intervenire. Il problema è che anche gli altri potrebbero stare facendo esattamente lo stesso ragionamento.
E così un gruppo di persone preoccupate può apparire come un gruppo di persone tranquille. Come, ad esempio, accade in aereo durante una turbolenza.
La conseguenza è paradossale: nessuno interviene perché nessuno interviene.
Non siamo necessariamente persone peggiori
Ecco uno degli aspetti più interessanti dell’effetto spettatore. Darley e Latané sottolineano che l’inerzia davanti a un’emergenza non deve necessariamente essere interpretata come prova di apatia o indifferenza. In molti casi il comportamento dipende dalla struttura stessa della situazione sociale.
Il che non cancella la responsabilità individuale ma ci aiuta a comprenderne la psicologia.
Quando, in altre parole, assistiamo a un evento critico dobbiamo compiere rapidamente alcuni passaggi mentali:
- accorgerci che qualcosa sta accadendo,
- interpretare ciò che accade come un’emergenza,
- sentirci personalmente responsabili,
- capire che cosa possiamo fare e infine decidere di agire.
Ogni passaggio può incepparsi
L’effetto spettatore è, dunque, meno simile alla crudeltà deliberata e molto più simile a una temporanea sospensione della responsabilità personale.
Il problema è che, per chi ha bisogno di aiuto, la differenza può diventare irrilevante.
La storia di Kitty Genovese
La storia dell’effetto spettatore viene tradizionalmente associata all’omicidio di Catherine “Kitty” Genovese, uccisa a New York nel marzo del 1964.
Per decenni giornali e manuali di psicologia hanno raccontato che 38 persone avrebbero assistito all’aggressione senza intervenire.
Oggi sappiamo che questa ricostruzione è fortemente imprecisa.
Un’analisi storica pubblicata nel 2007 su American Psychologist da Rachel Manning, Mark Levine e Alan Collins ha dimostrato che le prove disponibili non consentono di sostenere né che 38 persone avessero assistito all’intera aggressione, né che nessuno avesse tentato di intervenire o chiamare aiuto.
Il caso Genovese contribuì enormemente alla nascita della ricerca sull’effetto spettatore, anche se il fenomeno psicologico è indipendente dalla correttezza della narrazione giornalistica dell’episodio.
Quanto è attendibile l’effetto spettatore?
In base ad uno studio del 2011, condotto da Peter Fischer e pubblicato pubblicato su Psychological Bulletin, una grande meta-analisi che ha raccolto oltre quarant’anni di studi sull’argomento su più di 7.700 partecipanti e 105 misure indipendenti dell’effetto, emerge un effetto spettatore statisticamente affidabile: la presenza di altre persone tende a ridurre la probabilità di intervento del singolo individuo.
Ma emerge anche qualcosa di molto interessante: l’effetto si riduce nelle situazioni chiaramente pericolose.
Quando l’emergenza è evidente, quando è presente un aggressore o quando il rischio fisico è immediatamente riconoscibile, l’ambiguità diminuisce e con essa può ridursi anche l’inibizione all’intervento. In alcune circostanze la presenza di altre persone può perfino offrire una percezione di supporto e facilitare l’azione.
9 volte su 10 qualcuno interviene
Un dato fondamentale, perché impedisce di trasformare l’effetto spettatore in una legge universale del comportamento umano: gli esseri umani non sono condannati all’indifferenza. Anzi, nove volte su dieci qualcuno interviene.
Una conferma ancora più interessante arriva dagli studi condotti su situazioni reali.
Richard Philpot e colleghi hanno analizzato 219 conflitti avvenuti realmente in spazi pubblici nel Regno Unito, nei Paesi Bassi e in Sudafrica utilizzando le registrazioni delle telecamere di sorveglianza.
Il risultato, pubblicato su American Psychologist, corregge significativamente l’immagine pessimistica dello spettatore passivo.
In circa nove conflitti su dieci almeno una persona interveniva. Spesso intervenivano più persone. Inoltre l’aumento del numero dei presenti risultava associato a una maggiore probabilità che almeno qualcuno prestasse aiuto.
Nessuna contraddizione
C’è contraddizione? No.
Dal punto di vista individuale, infatti, la presenza di altre persone può diminuire la probabilità che proprio io intervenga. Dal punto di vista della vittima, invece, avere molte persone intorno aumenta matematicamente la probabilità che almeno una di esse faccia qualcosa.
La perversione dello spettatore contemporaneo
Resta tuttavia un elemento culturale sul quale credo sia necessario riflettere. Viviamo in una società nella quale essere spettatori è diventata una condizione permanente.
Assistiamo a guerre, aggressioni, disastri, umiliazioni, incidenti, litigi e sofferenze attraverso uno schermo. Vediamo tutto e partecipiamo a pochissimo: la tecnologia ci ha resi testimoni di eventi che un tempo non avremmo mai conosciuto. Una possibilità che accresce consapevolezza ed empatia. Ma che può anche produrre assuefazione allo sguardo.
Il problema è quando l’esperienza dell’altro viene trasformata prevalentemente in contenuto. Perché qui l’effetto spettatore confligge con l’intelligenza emotiva.
Perché l’empatia non consiste semplicemente nel sentire qualcosa davanti alla sofferenza altrui. Richiede che quella percezione diventi comprensione e che la comprensione possa trasformarsi, quando serve, in responsabilità. E, quindi, in azione.
La dimensione comunitaria dell’esistenza
Nei miei lavori sull’intelligenza emotiva ho più volte insistito sulla necessità di recuperare la dimensione comunitaria dell’esistenza proprio in una società nella quale l’iperconnessione può convivere paradossalmente con isolamento e frammentazione. L’empatia, infatti, acquista significato quando ci permette di riconoscere nell’esperienza dell’altro qualcosa che ci riguarda e ci sottrae all’illusione di essere individui completamente separati.
Il contrario dell’empatia, allora, non è necessariamente l’odio.
L’odio riconosce l’esistenza dell’altro.
Più insidiosa è l’indifferenza che comincia quando ciò che accade all’altro smette di riguardarci.
Che cosa possiamo imparare
La conoscenza dell’effetto spettatore lascia alcuni insegnamenti molto concreti.
- Il primo è che la responsabilità deve essere resa personale. Se abbiamo bisogno di aiuto, è preferibile rivolgersi direttamente a una persona: “Lei con la giacca blu chiami il 112”. Una richiesta specifica interrompe la diffusione della responsabilità.
- Il secondo insegnamento riguarda noi stessi. Quando accade qualcosa non dovremmo utilizzare automaticamente il comportamento degli altri come misura della gravità della situazione. Il fatto che nessuno reagisca non significa che non ci sia nulla da fare.
- Il terzo riguarda l’educazione. Bambini, adolescenti e adulti dovrebbero essere formati non soltanto a riconoscere le emozioni ma anche a tradurre empatia, consapevolezza sociale e senso di responsabilità in comportamento.
Infine resta una domanda personale.
Quando pensiamo “possibile che nessuno faccia niente?” stiamo già osservando la scena dall’esterno.
Forse la domanda più utile è un’altra: “Che cosa posso fare io?”
È una differenza decisiva che impedisce che la responsabilità si disperda. Così lo spettatore torna a essere finalmente persona.


















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