Credo davvero di poter aiutare le persone ad essere migliori. Per questo, credo in quello che che faccio e chiedo alle persone che incontro di darmi una mano per un mondo migliore, perché nessuno può farcela da solo e perché, se insieme contribuiremo a cambiare un po’ per volta la cultura dell’uomo, a smuovere le coscienze, a insinuare dei dubbi tra le mille false certezze di questo tempo malato, nel volgere di poco tempo creeremo un’onda lunga che cambierà il mondo. L’Effetto Butterfly esiste: è sufficiente un battito d’ali di una farfalla per provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Ma serve esserne convinti.
Non temere di essere pionieri
Dove saremmo oggi senza i vari Martin Luther King, Gandhi, Jobs, Einstein, Galilei, Edison, Kamprad, Ford, senza i grandi nomi della politica, della storia, delle scienze, della tecnologia, dell’industria che hanno cambiato il corso degli eventi con i propri valori che ritenevano così giusti da battersi affinché si diffondessero? Bisogna sentirsi un po’ come loro, anche se non c’è niente da inventare. La sfida di allevare, educare, formare, accompagnare vecchie e nuove generazioni ad essere persone migliori, ciascuno con il contributo che può apportare nel proprio quotidiano, è missione degna dei grandi della storia.
Voi in che cosa credete? Quale credete che sia lo scopo del vostro passaggio in questa vita? Credete al cambiamento? Credete nei sogni? Perché ognuno di voi può far sentire la sua voce e innescare un effetto domino in grado di generare un’enorme ricchezza, in termini di benefici per le persone, per la qualità della vita e per far ripartire un mondo che si inceppato.
Andrea Camilleri, in proposito, ero solito raccontare questo aneddoto, tratto da una favola senegalese.
L’intelligenza emotiva del colibrì
La storia racconta che un giorno la foresta prese fuoco e che gli animali che la abitavano, all’improvviso, si trovarono accerchiati da fiamme altissime. Gli animali attendevano dal leone il segnale per darsi alla fuga e, alla fine, il segnale arrivò. Tutti si dileguarono ma non lui: il re della foresta è l’ultimo a fuggire! Solo alla fine, prima di essere investito dalla caduta di un albero, l’enorme felino si decide a mettersi in salvo, spiccando un grande balzo per portarsi al di là dell’incendio. Nel mentre, in volo, incrocia un piccolissimo colibrì che va verso l’incendio con una goccia d’acqua in bocca.
«Ehi, tu! Dove credi di andare?» Gli urla il leone. «Non vedi che ci sono fiamme ovunque?»
E il colibrì: «Ma come dove vado, maestà? Vado a fare la mia parte!»
Vado a fare le mia parte!
Non bisogna aver paura di essere controcorrente, mentre il mondo intorno a noi va in fiamme: ci sarà sempre una speranza se ci sarà ancora chi crede di poter essere un esempio per invogliare gli altri a non arrendersi allo stato delle cose e ad essere migliori. Bisogna, in altre parole, restituire al mondo intelligenza emotiva, aiutando le persone a valorizzare la propria. Perché l’intelligenza emotiva è un salvagente nell’oceano del nichilismo, dell’omologazione e dell’odio.
Intelligenza emotiva e democrazia
Le persone con grande intelligenza emotiva sono, infatti, quelle che hanno il potenziale maggiore per rendere il mondo un posto migliore, grazie alla loro profonda capacità di comprensione di sé, degli altri e delle cose della vita.
Chi possiede, infatti, empatia, doti comunicative, capacità di
- gestire le emozioni,
- prevenire e risolvere i conflitti,
- ascoltare attivamente,
- costruire relazione e comunità,
- insegnare calma e autocontrollo,
- creare ambienti fondati sulla lealtà, sul rispetto e sulla fiducia,
- autonomizzare e responsabilizzare gli altri, che siano figli, partner, amici, colleghi, collaboratori o studenti,
- motivare, ispirare, guidare, negoziare, educare, scegliere, decidere, comprendere
ha nelle sue mani le redini del futuro della democrazia e del mondo, poiché si rende attore di un cambiamento atteso, di cui questo tempo ha un incredibile bisogno. In tutti i contesti: nel privato, a scuola, in azienda, nella professione.
Ecco, allora, le 5 pratiche di Nuovo Umanesimo per vivere con intelligenza emotiva.
Conoscersi e prendersi cura
Conoscersi e prendersi cura di se stessi per conoscere e prendersi cura del prossimo. Conoscere e amare il prossimo, come scrive Sant’Agostino, è impossibile senza prima aver conosciuto e amato se stessi. La violenza e la conflittualità di questo tempo potrebbe, allora, risiedere nella difficoltà delle persone di conoscere e amare se stesse, competenze a cui propedeutica quella di ascoltarsi. L’autoascolto, oggi soffocato, è però la fonte di benessere individuale e relazionale. I modelli di comportamento normalmente appresi in famiglia portano, infatti, i più giovani a credere che per farsi valere bisogni alzare la voce. Di conseguenza, per sedare le emozioni, invece di cercare di capire che cosa vogliano trasmetterci, scrolliamo sullo smartphone, acquistiamo compulsivamente e ci riempiamo la vita di relazioni e attività distraenti.
Serve rallentare, smettere di distogliere l’attenzione da noi stessi e provare ad ascoltarsi. Se l’uomo impara ad ascoltarsi, riesce a ritrovarsi e a instaurare una relazione con sé per trovare la spiegazione di sé. Un movimento di interiorizzazione e trascendimento che è, per definizione, in opposizione all’io narcisistico e ipertrofico, superbamente pieno di sé, di questo tempo, chiuso all’altro e arroccato pericolosamente su se stesso.
Essere se stessi nella virtù.
Ovvero, perseguire i valori fondanti del vivere civile ed il benessere. Significa praticare, tra gli altri, l’empatia il rispetto e la tolleranza, in controtendenza con questa stagione della vita del genere umano che lancia una sfida all’antropologia e che mette in discussione la centralità dell’uomo nel mondo e la sua autenticità che deriva dall’essere se stesso di ogni uomo. E che l’intelligenza emotiva può aiutare a riscoprire.
L’empatia, infatti, costruisce ponti dove ci sono distanze: è pietra miliare dell’essere parte di una comunità fatta di individui diversi e unici. Una risorsa individuale, oltre al suo indubbio valore relazionale, perché protegge dalla chiusura indotta dalla minaccia del sé, che si avverte quando non c’è spazio interiore di convivenza con l’altro, e dalla risposta narcisistica.
Il rispetto nasce da qui: dal saper andare oltre la superficie, dal vedere oltre, dal riconoscere il nostro intrinseco valore e quello di ogni persona. Essere se stessi, in questo senso, significa scendere dentro di sé per scoprire le chiavi della propria unicità e poter ammettere quella rispettabile dell’altro. Il cambiamento atteso è una sfida che ognuno deve accettare con se stesso, imparando a elaborare pensieri profondi, nel valutare sé e gli altri.
D’altro canto, è la consapevolezza della pluralità dell’essere, in cui Io e Altro convivono, prelude alla tolleranza, la cui assenza alimenta rabbia, condanna e odio. La tolleranza implica, infatti, la capacità di gestione emotiva di sé e di lasciarsi scivolare addosso le situazioni tossiche da cui prendere le distanze.
Riconoscere e gestire le emozioni
Nell’era dell’intelligenza artificiale, quello che ci rende umani è la capacità di riconoscere emozioni e sentimenti e imparare come gestirli in modo costruttivo e funzionale. Riappropriarsi delle paure, dei piaceri, dei dolori, dei desideri vuol dire prendere la distanza da tutto ciò che diventa un anestetico per la vita spirituale della persona. La rete offre molti sedativi che stuzzicano ogni desiderio nell’uomo, salvo quello di ritorna in se stesso. Solo in questo spazio di separazione, che rimanda alla conoscenza di sé, il vivente può, tuttavia, rivendicare la propria umanità rispetto al caos imperante e alla macchina e non confondersi con essa o farsi irretire da essa.
Vivere con responsabilità e indipendenza
La responsabilità è la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. L’inconsapevolezza del potere delle azioni è troppo spesso sottovalutata. Ma solo le persone responsabili sono libere. L’adulto deresponsabilizzato è psicologicamente infantile, perché si aspetta che sia l’altro a farsi carico della sua soddisfazione: per questo, riversa addosso all’altro il motivo della sua infelicità. Chi è deresponsabilizzato, d’altro canto, vive in modo confuso perché dipende dagli altri a cui delega il proprio star bene.
Riportarsi al centro della propria vita e ritrovare potere di risposta (è questo che significa etimologicamente responsabilità) significa avere contezza della pluralità che rappresentiamo, della convivenza di opposti e contraddizioni. Se siamo responsabili, la nostra risposta è adeguata agli stimoli.
Coltivare le relazioni autentiche e appaganti
Recuperare la dimensione della relazione con l’altro che scompare nell’esibizione pubblica di sé, nella mercificazione del corpo e nelle relazioni virtuali. Rifuggire dalle relazioni ed evitare ad ogni costo di incontrare l’altro è la più evidente conseguenza della scomparsa dell’attesa che ogni relazione umana comporta. Al vivente serve rientrare in se stesso per riscoprire il pacere della lentezza, dell’essere se stesso, poiché la velocità dell’epoca dell’intelligenza artificiale sta azzerando la temporalità: il tutto e il subito coincidono e non c’è più spazio né desiderio di futuro. E la cosa più drammatica è che, nella sospensione di un presente dilatato, scompare anche la speranza.
La sfida dell’intelligenza emotiva parte da qui.



















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