Angelo, sventola la tua bandiera!

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Una storia di motivazione, perseveranza e riscatto. Il mio amico Angelo, runner per caso, si presenta ai nastri di partenza del Campionato Mondiale di Corsa Montana del Ciolo, a Santa Maria di Leuca (LE). La solitudine, i valori, rappresentati da quella bandiera, saldamente nella mano destra per tutta la corsa, le paure da sconfiggere in quella che è solo una sfida contro se stesso e contro le ombre del passato. Angelo è un SuperEroe della quotidianità che affida al mio sito le sue parole e le sue emozioni, appena tagliato il traguardo di una delle gare podistiche più impegnative e dure. Una storia da leggere da cui trarre tanti insegnamenti. Una storia che Angelo mi ha regalato perché fossi io a raccontarla per lui. Adesso non ci resta che correre al suo fianco.

Primo giorno di scuola

Ho dormito male stanotte, forse perché l’attesa m’innervosiva. Il giorno tanto atteso, alla fine, è arrivato. Appena in piedi, ho la visione di tutto ciò che devo fare prima di partire da casa. Chiaro, cristallino. Controllo e ricontrollo tutto ciò che potrebbe essermi utile. Ho molto tempo davanti a me: devo registrarmi entro le 09:30. Ma la troppa emozione mi mette le ali e alle 08:30 sono già a destinazione.

Seguo alcuni personaggi in tenuta sportiva e arrivo alla sala degli accreditamenti. Come uno scolaretto al primo giorno di scuola, presento, tremante, il foglio con la mail stampata e un documento. Mi sorridono dicendomi che sarebbe bastata la mail sul cellulare e il documento non è necessario. Mi danno i pettorali, il pacco gara e le istruzioni per la navetta che ci accompagnerà alla partenza. A questo punto potrei sentirmi più tranquillo, invece no. Ho il tempo per chiamare Donato, un vecchio amico del luogo. “Chissà”, penso dentro di me, “magari parlare con qualcuno mi farà scaricare la tensione”.  Ma il tempo sembra non voler passare. Mi volto e vedo dietro di me tutta Santa Maria di Leuca. Mozzafiato. Il cuore è a mille!

Benvenuti al Ciolo. È così che si vive il Campionato Mondiale di Corsa Montana. L’emozione è quella delle prime volte.

“Accidenti, Angelo! Stai per partecipare ad un evento mondiale”, mi dico. Se penso a come ho iniziato…

Mi chiamo Angelo Lezzi

Mi chiamo Angelo Lezzi e ho iniziato a correre per non pensare. La prima volta è stata solo pochi anni fa, per concedermi una valvola di sfogo alle tante preoccupazioni economiche, familiari e lavorative che mi martellavano in testa. E per buttar giù qualche chilo di troppo che, alla soglia dei cinquanta, non fa mai male. Specialmente se da solo non ne vuole proprio sapere di andar via. Così, almeno, dicevo a me stesso. Ho corso per poco tempo, perché compravo solo scarpe supereconomiche. Una lesione tendinea al piede e stop. Un po’ di bici in emergenza e altri chili da smaltire. Ma la voglia e la determinazione non le ho mai perse.

Così, un giorno, ho comprato un paio di scarpe da professionista, quelle che indosso oggi.

È il 29 settembre 2019 e ho una paura del diavolo mentre la navetta mi porta ai nastri di partenza. Comincio a non sentire più le voci attorno a me. Ma lo speaker mi ricorda che sono qui per dare il meglio di me. “On your marks”…ecco ciò che aspettavo. Poi lo sparo. “Stavolta non si torna indietro.”

Il Ciolo!

Si parte in curva in leggera salita. Mi sono prefissato un ritmo leggero all’inizio per non arrivare stanco alla fine. Dopo meno di 500 mt, vedo un ammasso di gente sul lato destro della strada. Che cosa sarà successo?

Mi accorgo di ciò che mi aspetta solo quando raggiungo il gruppo fermo ai piedi della parete rocciosa. Un sentierino a gradini roccioso porta su, lungo la parete e si perde alla vista.

Questo è il biglietto d’ingresso al Ciolo!

Inizia la salita, lenta, dura, inesorabile. Lungo il percorso incontro un paio di ragazze. Non è possibile! Loro sono partite alle 11:00. Invece eccole lì a soffrire per l’ultimo tratto. Sembra non finire mai questa salita. Finalmente si arriva in paese. Dovremo passarci altre due volte prima di fermarci. Molta gente incita i propri compagni, amici, compaesani….io sono solo.

La solitudine

Ho scelto di essere solo per mettermi in gioco. E’ una sfida contro me stesso per combattere i mostri che ho dentro.

“Forza Angelo!!!  Vai forte!”. Una scarica elettrica. Ma ce l’hanno con me? Mi volto e vedo Marcella che urla come una pazza. Sì. Fa il tifo per me come io l’ho fatto per lei. Questa carica motivazionale è importante. Grazie, Marcellina!!!

Rincuorato, proseguo. Tra le pale di fichi d’india vedo una bandierina italiana. Un lampo. E’ mia! La prendo. Mi accompagnerà sino alla fine e la conserverò accanto alla medaglia. Ecco, anche questa bandiera mi dà la carica. Mi sento orgoglioso. E si va avanti. La fatica comincia a farsi sentire in maniera prepotente e le bottigliette d’acqua non riescono a sopperire al sudore.

Si suda tantissimo: non ricordo di aver mai faticato così tanto. Mi ritrovo nuovamente davanti alla parete rocciosa. Stavolta la affronto con più rispetto. Ogni tanto si sente alle spalle ”Hey, man. Attention: give me space!” Sono atleti stranieri della precedente batteria che chiedono strada e stanno per concludere la loro gara. Così mi accosto e lascio passare questi stambecchi che schizzano via come schegge impazzite.

E’ sempre più dura. Ho una bustina di gel energetico che butto giù, e mi dà una carica. Si arriva nuovamente in paese e un uomo di buon cuore rinfresca gli atleti, con una manichetta d’acqua. Mi sembra di essere in paradiso.

Una costanza invidiabile

Secondo giro. Ancora uno e ho finito. Ora siamo un gruppetto di  4-5 persone (siamo tra gli ultimi ma a noi poco importa). Ci s’inizia a spronare a vicenda, ci s’incita, ci si prende in giro. Ci unisce una sorta di cameratismo. E allora sembra più facile.

Mentre sto affrontando un sentiero in salita, sento il compagno dietro di me: “Hai una costanza invidiabile. Tieni stretta quella bandiera da un sacco di tempo. Fossi stato io, l’avrei buttata via già da un bel po’. “Ma io e te non siamo uguali”, penso tra me e me.

Anche questo mi serve ad andare avanti. Sono trentadue anni che, con il mio lavoro, servo questa Bandiera. Sono un Sottufficiale di Marina. Non mi sono mai vergognato di fermarmi davanti a Lei per rendergli i miei onori. È pesante questa Bandiera, e portarla con orgoglio lo è ancora di più. Ma lo faccio perché credo nel giuramento che ho fatto su di Lei.

Arrendersi mai

Mi sento un vuoto alla testa, un piccolo mancamento. Mi fermo un minuto ma non mollo. È il momento di essere razionali. Quando il corpo inizia a ribellarsi, la testa deve essere in grado di gestire la situazione.

Non riconosco più il sentiero fatto nel giro precedente. E ora la discesa ripidissima. Devo stare attento: sarebbe una beffa cadere e farsi male proprio ora.

Un soccorritore con la pettorina fluorescente mi sorride. Non lo riconosco. Mi sorride e mi dice ”Scommetto che non mi riconosci. Sono Dario, faccio parte della tua squadra ma non oggi”. Se adesso avessi uno specchio in cui guardarmi, penso proprio che non mi riconoscerei da solo: figuriamoci se riconosco lui!

Ancora una volta la parete, ma stavolta è l’ultima. Il mio fedele Garmin mi dice che mancano solo 2 km. Ma lui non lo sa che sono tutti in salita!

La bandiera mi dà coraggio

Davanti a me c’è un compagno che si ferma spesso ed è arrivato al limite. Provo a spronarlo ma con pochi effetti. Siamo tutti stremati dalla fatica. Lo passo. Pian pianino continuo a salire. Fa sempre più caldo e grondo sudore come appena uscito da una doccia.

Arrivato in cima, non me la sento di aumentare l’andatura e procedo al passo. Stringo la bandiera. Ancora salita. Dai, ancora poca strada ed è fatta. Credici. Vedo nuovamente il buon samaritano con la manichetta che mi rinfresca, ma stavolta serve a poco.

Non reagisco più. È l’inerzia che mi porta avanti: è la mia determinazione che m’impedisce di crollare. Ormai manca pochissimo. Ho la visione perfetta di ciò che mi aspetta in queste poche, ultime centinaia di metri. Facilissimo. Che ci vuole?

Eh….un miracolo ci vorrebbe per far muovere queste gambe! Lo stomaco inizia a farmi male. Il mio corpo si rifiuta di procedere: vuole mollare. Ma la mia testa dice di no. Proseguo piano. Sento dietro di me qualcuno che viene spronato da alcuni compagni di squadra scesi ad aiutarlo: mi passa accanto trotterellando in maniera scomposta. Poi un altro ancora. Non m’importa. Devo arrivare al traguardo. La medaglia con il mio nome è lì che mi aspetta.

Angelo, sventola la tua bandiera

Ecco il rettilineo finale. Basta lamentele: è il momento di un contegno dignitoso. Riprendo a corricchiare fino al traguardo. Da lontano vedo uno che mi urla qualcosa. È il fotografo di gara. Ma non capisco cosa voglia da me. Me lo ripete nuovamente: “Angelo, sventola la tua bandiera!”. Ho capito, lo faccio. Ma mi rendo conto di muovere appena la mano. Con uno sforzo sollevo il braccio per sventolare con orgoglio questa bandiera e finalmente taglio il traguardo. Una ragazza m’insegue negli ultimi metri per darmi la mia medaglia. Provo a fermarmi ma mi viene il panico.

Se mi fermo cado, se corro cado. Calmo, devi rimanere calmo. Mi guardo attorno e vedo il ristoro a 50 mt, mi sembrano 50 km. Molto lentamente arrivo là e senza chiedere o aspettare afferro due banane. E solo l’ultimo sprazzo di dignità umana m’impedisce di mangiarle con tutta la buccia!

Hanno un effetto istantaneo, miracoloso. I sintomi del crampo scompaiono e riprendo a guardarmi attorno.

Ho vinto io

Ho chiuso il Ciolo. Non ci posso credere. Ho vinto la mia battaglia. Non ho idea di come mi sono piazzato ma ho vinto comunque. Ho sconfitto i miei mostri. Lo racconterò a mia moglie Francesca e ai nostri figli, Andrea e Riccardo. Racconterò loro che ci sono gare che valgono molto di più di una medaglia. Ci sono gare che corri in mezzo a un mare di gente pur sentendoti solo. Perché, in fondo, l’unico avversario da battere sei solo tu. Ci sono gare in cui vinci comunque, se impari su di te qualcosa che fino a un attimo prima non sapevi.

Ora devo recuperare le mie cose, mi siedo e guardo questa medaglia. E quella bandiera. Sei mia.

Si avvicina un tizio: “Ehi, Leverano. tutto a posto? È la quarta volta che ti chiamo e non rispondi”. Gli sorrido e gli rispondo: “Sì, grazie…mai stato meglio”, riesco a dire con l’ultimo alito di respiro.

Mai stato meglio, ragazzi!


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