Ricordo d’infanzia: la prima cameretta nel disegno autobiografico

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Ricordo vuol dire “riporto al cuore”. Deriva da latino ed è diverso da “rammento” che significa “riporto alla mente”. Anche se li usiamo come sinonimi, in realtà, hanno significati distinti. Il ricordo è legato all’affettività, è un ritorno alla casa delle emozioni, dei sentimenti, dei vissuti che hanno lasciato il segno. Rammentare, al contrario, è lo sforzo cognitivo di chi cerca di rievocare, con l’ausilio della memoria, qualcosa che non ha lasciato strascichi emotivi rilevanti. E’ nel ricordo attraverso l’immagine e il disegno che le emozioni “riportate al cuore” tornano a vivere, insegnano e proiettano nel futuro.

Il ricordo nel disegno autobiografico

Un evento può passare inosservato e non condizionare la nostra vita. Ma, se ci tocca, crea esperienza e diventa ricordo, perché resta impresso nel nostro mondo interiore, di cui siamo più o meno consapevoli. Poi, accade qualcosa, che ci obbliga a vedere quel ricordo, a sentirlo, a immaginarlo. E a catturarlo. Il Sè storico inizia a raccontare la fiaba della sua vita così, in un disegno in cui l’immagine

  • è al centro della scena della vita del suo autore,
  • offre una finestra sul mondo delle emozioni e
  • crea un ponte tra esperienza passata, presente e futuro.

Nello “scatto” dell’immagine in evidenza, spiccano

  • il bianco e nero, che rimanda al ricordo sbiadito di un’infanzia lontana,
  • l’ordine della stanzetta e, soprattutto,
  • la seduta spostata del pianoforte, ancora aperto, che aspetta qualcuno che torni a suonare da un momento all’altro.

E’ il ricordo che C. mi ha regalato (e ha regalato al gruppo) durante uno dei laboratori che ho condotto sul Metodo Autobiografico Creativo con la Tecnica della Fiabazione. La consegna era: disegna la prima stanzetta di cui conservi il ricordo. C. riferisce che nella sua stanza da letto, in cui dormiva con il fratello, c’era il pianoforte della madre.

Basta chiudere gli occhi per sentire ancora il profumo di legno e olio di quelle atmosfere lontane.


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La stanza da letto nei sogni

La stanza da letto è il luogo più intimo della casa, è uno spazio privato, che accoglie i legami più stretti: i genitori, i fratelli, il marito, i figli. È un posto in cui riposare e dormire, in cui concedersi di essere assenti alla coscienza e, di conseguenza, di essere “vulnerabili”.

Nell’interpretazione dei sogni di Freud, anche se non è questo il caso, poiché non si tratta di un sogno ma di una precisa consegna, essa è legata, dunque:

  • all’intimità,
  • allo spazio segreto e privato,
  • alle relazioni (sessuali e d’amore),
  • ma pure al bisogno di stare con sé stessi, di curare le proprie ferite, di guarire, rigenerarsi.

Non serve, dunque, fare alcuna interpretazione del disegno autobiografico. Ma, nella spontaneità della produzione artistica del qui ed ora, quello stesso disegno ha il senso che il suo autore gli attribuisce. E’ così che egli, il protagonista, riflettendo sugli elementi più evidenti, può portare al livello di coscienza una parte fondamentale e lontana della sua storia. Che sia una storia di piacere, dolore o malattia, resta il rifugio dei momenti difficili, una specie di zattera in cui ritirarsi e leccarsi le ferite. È il posto in cui i  veri sentimenti vengono alla luce, per poter essere espressi e condivisi.

Scrive Kahlil Gibran

Nel “Profeta”, il libro di maggior successo di Gibran, il protagonista, il saggio Almustafà, il Prescelto e l’Amato, nelle prime parole del “Ritorno della nave”, in procinto di abbandonare la città di Orfalese, si guarda indietro e dice:

“Riuscirò ad andarmene da qui senza provare alcuna pena o, invece, il distacco da questa città ferirà profondamente il mio cuore? Dentro le sue mura ho passato lunghe giornate di amarezza e interminabili furono le mie notti di solitudine. E chi potrebbe lasciarsi alle spalle, senza alcun rimpianto, amarezza e solitudine? In queste vie ho sparso, a piene mani, frammenti della mia anima. Ma ora, al pensiero di separarmene per sempre, una grande malinconia mi opprime ed una grande pena invade il mio cuore.”

E’ sempre così, in fondo, quando ci si separa da una parte di storia personale. Il disegno autobiografico dei luoghi dell’infanzia diventa esorcismo. L’esorcismo, nel senso etimologico di “portar fuori”, diventa consapevolezza e apprendimento per l’avvenire. Perché ciò che di bello e forte ha il lavoro creativo è che rende osservabile, in forma artistica, vissuti che prima erano nascosti. E quando quei vissuti sono fuori, non più nascosti, acquistano senso e diventano narrazione di sé. I greci, straordinari in questo, traducono questo processo con “aleteia” (ciò che non è più nascosto) che si traduce con verità.


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