Come accadde che un punto cambiò la storia

punto

“Punto. Due punti. Punto e virgola. Ma sì…Adbundadis adbundandum. Se no, poi, dicono che siamo tirati”. Chi non ricorda la celebre scena della lettera che Totò detta a Peppino? Certo, non potevano immaginare che sarebbe successo davvero di distribuire a caso la punteggiatura. L’amara considerazione è che oggi abbiamo mediamente disimparato a scrivere. Per imperizia o per pigrizia. Ma in un celebre episodio, un punto cambiò il corso degli eventi.

Il punto che cambiò il corso degli eventi

La storia leggendaria dell’antica Roma racconta che un soldato si rivolse alla Sibilla per ricevere un oracolo sul suo destino, prima della partenza per la guerra. Il responso era scritto su foglie di palma e recitava:
“Ibis et redibis non morieiris in bello” che, tradotto, significa: “Andrai e tornerai non morirai in guerra”. Lo riporto così, senza punteggiatura, poiché la sacerdotessa usava più foglie che, dopo il vaticinio, venivano scompigliate dal vento che soffiava nell’antro di Cuma e il responso diventava incomprensibile (da qui deriva l’aggettivo sibillino per indicare qualcosa di poco chiaro). In ogni caso è così che giunse nelle mani dell’uomo.
Ma il giovane restò ucciso. Sicché la moglie tornò dalla Sibilla per reclamare la sua inattendibilità:
“Mi hai ingannata. Hai scritto: andrai e tornerai. Non morirai in guerra.”
“Nessun inganno” disse l’Oracolo. “Io ho scritto: andrai e tornerai non. Morirai in guerra”.

I latini, nella loro infinita saggezza, avevano già compreso due cose:

  1. che chi può determinare le sorti dei sottoposti è spesso ambiguo e trova sempre il modo di uscirne pulito e
  2. che farsi capire sarebbe per sempre stata la cosa più difficile del mondo. Specie senza punteggiatura.

Duemila e cinquecento anni dopo, questi insegnamenti sono attuali più che mai. Prendiamo il vocativo.

O, mio povero vocativo!

Leggo di frequente post su facebook che faccio fatica a comprendere. A prima lettura mi appaiono incomprensibili. Poi, a seconda di dove decido in autonomia di mettere virgole i punti, attribuisco un significato che non so mai se sia quello giusto. Ti è successo di provare smarrimento davanti ad un testo? Ecco, quello. Quasi tutti, inoltre, cominciano con “Ciao Stefano”. E cominciano male.

Allora, diciamocelo subito: anche se non tutti lo sanno, “Stefano” del saluto di cui sopra è un  vocativo (caso latino delle declinazioni di nomi propri, sostantivi e aggettivi) ed esprime il complemento di vocazione. Bene: il vocativo va sempre tra due segni d’interpunzione (o tra virgola e punto o virgola e punto e virgola) o a inizio di frase, seguito dalla virgola. In tutti gli altri casi è un errore. Anche grave.

Idem per le congiunzioni linguistiche (quindi, dunque, inoltre, infatti ecc.) e per le forme avverbiali che esprimo medesimo significato (di conseguenza, cosicché, allora, insomma ecc.).

Scrivi come parli

Nel linguaggio parlato abbiamo la prova di come trovi applicazione anche nello scritto questa semplice regola. Faccio un esempio.

Immagina di ricevere un sms di risposta di questo tenore. La comunicazione delle chat, sui social, via mail e i brevi messaggi di testo sul telefonino si prestano benissimo per riflettere sugli errori più comunemente commessi nello scritto:
“Grazie Mario volevo avere infatti un tuo riscontro.”

D’accordo: il senso si capisce. Ma si vede che questa frase va sistemata, no? Che punteggiatura ci metteresti? Non guardare subito la soluzione. Dai la tua e passa oltre.

Sul web, il modo più frequente in cui trovi questa frase è proprio così come l’hai letta. Al più, e qui siamo già ad un livello più alto, la trovi cosi: “Grazie Mario, volevo avere infatti un tuo riscontro!”

Non serve (anche se sarebbe auspicabile) conoscere alla perfezione il libro di grammatica e sintassi del liceo. Basta immaginare di ascoltare un narratore che pronunci la frase. Sarà utile ricordarsi che ogni lingua ha un suo ritmo e che il ritmo dipende da come respiriamo. Nello scritto italiano corretto, il respiro lo danno virgole, punti e punti e virgola.

Un narratore, dunque, lo farà così: “Grazie, Mario. Volevo avere, infatti, un tuo riscontro.”

Alla pronuncia di “Mario” e “infatti”, la voce si fa più grave per dare movimento all’intonazione. E il movimento lo dà l’alternanza tra diverse altezze. Serve per la lettura e per agevolare la comprensione del testo, sia da parte di chi legge che da parte di chi ascolta. Oltre ad essere il modo corretto di scrivere una frase cosi (dettaglio!).
Pausa in corrispondenza del punto e, per favore, niente punto esclamativo! Se non serve. Qui, però, serviva.

Grazie per quello che farai per preservare la nostra splendida lingua. Se non lo farai, probabilmente nessuno ti dirà mai nulla. Ma, se puoi, fallo almeno per me.

L’amministratore


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