Qual è il più grande rischio che comporta l’intelligenza artificiale? Crippa e Girgenti, nel libro Umano, poco umano, spiegano che il rischio maggiore dell’IA non è che essa diventi come l’intelligenza umana ma semmai il contrario: che l’intelligenza umana smarrisca le sue caratteristiche peculiari e si appiattisca su quella artificiale, venendone travolta. Urge, allora, rendersi consapevoli di quelle che sono le qualità irriducibili dell’umano rispetto al tecnologico e riappropriarsi di esse, per contrastare e arginare l’avanzata inesorabile dell’intelligenza artificiale. Il confronto, dunque, proseguono gli autori del testo che ha ispirato questo articolo, non è uomo-macchina: il tema è piuttosto quanto diventa diversa l’intelligenza umana nel momento in cui viene potenziata e, nello stesso tempo, depotenziata dalla macchina. Perché la tecnologia di per sé non è antiumana. È figlia della scienza, la quale a sua volta è figlia della filosofia, poiché essa altro non è che un impulso al sapere; la tecnologia di per sé è un fatto umano. Non saranno le macchine, infatti, a diventare superuomini ma sarà l’uomo che si avvia verso un postumano digitalmente modificato.
Socrate e l’intelligenza artificiale
La saggezza antica può ancora essere una terapia per i mali dell’uomo di oggi. Ad esempio, recuperare il pensiero greco, che è stata la base degli esercizi spirituali cristiani, è una buona terapia dello spirito per arginare l’avanzata dell’intelligenza artificiale. Il motivo è che la filosofia è madre della scienza, la quale a sua volta è madre della tecnica: su queste basi può nascere ancora un’ottimistica idea di futuro, a condizione che l’uomo accetti di ritornare alla dimensione socratica della cura di sé e di ritualizzarla.
L’epimeleia heautù (cura di sé) è, infatti, originata dalla realizzazione concreta del motto Delfico dei Sette Sapienti, gnothi sauthòn (conosci te stesso). Il motto, inciso sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, viene fatto proprio da Socrate, con il quale diventa premessa alla cura dell’anima.
Conoscersi è aver cura di sé
Con Socrate, dunque, la conoscenza di sé è il presupposto necessario alla cura di sé.
Cioè, per la sapienza greca arcaica, “conosci te stesso” non ha ancora il senso del “prendersi cura di sé”, quanto piuttosto del prendersi cura dell’occuparsi di tutto. Accanto al gnothi sauthòn, i Sette Sapienti avevano sentenziato “mélete to pan” (prenditi cura del tutto), perché, se ti prendi cura di tutto, automaticamente ti prendi cura anche di te stessa. Con Socrate, gnothi sauthòn diventa presupposto per l’epimeleia heautù.
In questo modo, Socrate consegna all’anima, alla psiche, all’Io il timbro dell’unicità, sottraendola a qualsiasi riproducibilità, tipica dell’intelligenza artificiale, e assegnandole, per contro, le caratteristiche di essere miscuglio irripetibile di coscienza di sé, di memoria, di affetti, di emozioni e di esperienze vissute.
Platone e l’Europa
Secondo il filosofo ceco Jan Patočka, autore di “Platone e l’Europa”, la conoscenza di sé coincide con la cura di sé, dal momento che la prima è un progetto gnoseologico che, con Platone, diventa un progetto prima di tutto ontologico, ovvero un progetto agganciato alla ricerca dei principi dell’essere e non solo della conoscenza.
Patočka si riferisce al Socrate della Repubblica in cui egli parla della cura dell’anima come base delle virtù della psiche che si traducono nel governo della polis. In questo senso, Socrate è il padre dei numerosi tentativi di fondare una città giusta (concetti ripresi successivamente da Moro, Campanella e Bacone) sulla base delle virtù individuali e collettive che ispirano la moderna Europa. Una psiche che domina l’ira e gestisce le passioni raggiunge la virtù della sofrosyne (la prudenza come capacità di autocontrollo e riflessione) e dell’andreia (il valore), che sono al tempo stesso cardine della cura individuale dell’anima ma anche la base delle istituzioni di una città ben governata.
La cura dell’anima
Se la filosofia socratica così intesa e sorgente della scienza, della politica e della religione della moderna Europa, in che modo può tornare ad esserne la cura? La domanda, posta da Mauro Crippa e Giuseppe Girgenti, trova risposta nel lavoro di Jan Patočka, il quale spiega che, stante lo sclerotizzarsi della scienza in scientismo, della politica in totalitarismo e della religione in dogmatismo, occorre ritornare alla “negatività” della domanda socratica come strada verso la verità, contrapposta alla “positività” proprio dei dogmatismi, degli scientismo e dei totalitarismi. Significa, in altre parole, concedersi il dubbio, la domanda, il non sapere, la ricerca sincera, il porsi in ascolto, il perseguire e vivere nella verità che appartengono ai principi fondanti della conoscenza di sé e della cura dell’anima.
Nei filosofi contemporanei Michel Focault e Pierre Hadot ricorre proprio la ritualizzazione della cura dell’anima di Socrate: Focault insiste sulle pratiche di soggettivazione di sé per liberarsi dei condizionamenti esterni, mentre Hadot, che nei “Pensieri” di Marco Aurelio individua le premesse alla cura di sé nella disciplina del desiderio, del giudizio e delle azioni che permettono di raggiungere l’autodominio (enkrateia) e la tranquillità dell’anima (ataraxia), insiste sul riportare la cura di sé alle pratiche della Grecia antica, ovvero all’autoanalisi, alla presa di coscienza della propria finitezza, al distacco dalle passioni, alla sopportazione del dolore.
L’intelligenza emotiva
Ai tempi di Socrate, naturalmente, il concetto di intelligenza emotiva non era ancora stato coniato, così come non esisteva il rischio dell’avanzata di un’intelligenza artificiale. Ma il riferimento alla cura di sé come conseguenza dell’autoconsapevolezza offre lo spunto per il collegamento tra il mondo classico e i concetti della modernità che riguardano il prendersi cura di sé.
Contro l’avanzata dell’intelligenza artificiale, dunque, serve mettere in campo una serie di pratiche che riportino all’individuo alla cura dell’anima, così come professata dal mondo classico, per mantenere uno sguardo di fiducia verso un minaccioso futuro. Le stesse pratiche che oggi attribuiamo all’intelligenza emotiva, ultimo baluardo per salvare l’uomo dalla robotizazione.























Riflessione profonda, che mette a confronto “ l’antico” con il “ divenire” in un’ era dove il il digitale diviene la nuova filosofia di vita incontrastata, necessaria per mantenere i ritmi sempre più incalzanti della vita moderna. La saggezza dell’ antico pensiero filosofico del prendersi cura di se stessi come monito a perseguire le virtù senza per questo “ demonizzare” la tecnologia che avanza, ormai anch’essa figlia della scienza che “tutto muove” Il dottor Centonze ha ancora una volta messo in risalto che le “ due intelligenze” possono necessariamente coesistere se l’uomo mantiene le sue “ virtù” originarie e se ne prende cura. L’intelligenza emotiva, attraverso il processo creativo, fin dai tempi più antichi, ci ricorda che l’uomo non è solo sensoriale, ma che il suo divenire è anche spirituale, e che in essa tutto L’illogico può divenire logico e viceversa, se si vede ogni cosa sotto forma di principi di legittimità che l’etica antica e moderna cercano di preservare e custodire, come patrimonio primario dell’uomo. Un trattato filosofico di etica moderna che si raffronta con ciò che è patrimonio dell’uomo da sempre, il “ Fenomeno” messo a confronto oserei dire con il “Noumeno” Kantiano. Grazie Dottor Centonze.