Il burn-out dell’insegnante: chi è esposto al rischio maggiore?

burn-out insegnante personalitàMolti e diversi sono i fattori che influiscono sul rischio di burn-out. Ho già affrontato l’argomento in un precedente articolo e ne consiglio la lettura per riprendere il filo del discorso. Gli ambienti della relazione d’aiuto, come abbiamo visto, generano, presso chi vi lavora, il rischio di bruciarsi. Tuttavia, benché un ambiente malsano sia un fattore predittivo del burn-out, esso ha maggiori possibilità di trovare terreno fertile davanti alla fragilità soggettiva.

In questa sede, dunque, approfondisco il tema delle caratteristiche della personalità come fattore predittivo dello stress lavoro-correlato, con particolare attenzione alla professione dell’insegnante.

Gli strumenti per la prevenzione che fornisco in coda saranno utili per dare ai professionisti della relazione d’aiuto indicazioni per la prevenzione e per la valutazione della personale propensione di cadere nelle trame del burn-out.

Caratteristiche della personalità

Le componenti più rilevanti del burn-out, infatti, sono, senza dubbio, quelle personali. Senza una intrinseca fragilità o tendenza ad assorbire lo stress, restarne vittima è più difficile. Non che non possa accadere ma i fattori predittivi del rischio sono correlati con gli aspetti più intimi della personalità.

  1. Innanzitutto, alla base c’è quasi sempre un’insufficiente maturazione emotiva, a cui si accompagna
  2. l’intolleranza della frustrazione. Sono due nodi esistenziali strettamente legati, le cui cause sono spesso da ricercarsi nella storia personale e nell’educazione ricevuta. Un insegnante con questi limiti, come mi è successo di rilevare nella mia esperienza di formatore, ad esempio, finisce facilmente per proiettare la sua ansia sulla classe. Mi spiego meglio. Non riconoscere stati d’animo personali e attribuirli agli altri (“I miei bambini sono tutti ansiosi”) getta nel paradosso del ruolo un formatore. Il quale, non potendo risolverli per ovvie ragioni, cade nella frustrazione che lo spinge verso una reazione di rifiuto. Così, inizierà ad urlare in classe, a dispensare punizioni e ad assumere un atteggiamento severo.
  3. A ciò segue l’incapacità di reggere relazioni sociali coinvolgenti.
  4. Spesso, ancora, c’è anche la tendenza all’eccessivo coinvolgimento nelle problematiche altrui, anticamera della Sindrome del Salvatore. Dover salvare qualcuno ad ogni costo è, infatti, la risposta inconscia ad un bisogno egoistico, a sua volta legato ad un’insufficiente maturazione emotiva. Non riuscire nell’intento, però, porta frustrazione per via di una
  5. scarsa capacità negativa. Si tratta della inclinazione a non accettare che, ad esempio, un problema possa non avere soluzione o non debba/possa essere risolto dalla persona che se ne fa carico. Processo che la porta a sentire inconsciamente la necessità della “riparazione” come propria responsabilità.

Le caratteristiche personali sono, a loro volta, connesse alle variabili storiche. Esse, di fatto, spiegano come i fattori di rischio siano cambiati anche rispetto ai tempi e al ruolo degli operatori.

Variabili socio-culturali del burn-out

Cary Cherniss, nel suo celebre libro La sindrome del burnout (1983), sottolinea come fattori sociali e culturali stiano accelerando la velocità e la facilità con cui lo stress professionale porta al burn-out.

  1. Una delle ragioni è, innanzitutto, l’incremento della domanda. La disgregazione del tessuto sociale ha comportato un grave aumento delle varie forme di disagio psicosociale negli ultimi trent’anni. La conseguenza è l’aumento della domanda ai servizi sociali. Gli operatori sociali si trovano, tuttavia, a fronteggiare un maggior numero di utenti con maggiori problemi, spesso senza un proporzionale aumento delle risorse a loro disposizione. Situazione che accresce lo stress degli operatori e, in percentuale, l’incidenza del burn-out.
  2. In maniera proporzionale è, inoltre, scomparso quasi del tutto il sostegno informale. La parrocchia, ad esempio, non fornisce più nessun aiuto, lasciando tutto il sostegno sociale e psicologico dei soggetti disagiati a carico delle istituzioni formali. Vale a dire, dei Centri di Igiene Mentale, dei Servizi per le Tossicodipendenze, delle comunità. Ecco che lo stress degli operatori delle istituzioni formali tende ad aumentare.
  3. Gli utenti sono conseguentemente sfiduciati nei confronti dei servizi sociali e dei loro addetti. Sono costretti a ricorrervi spesso ma lo fanno con astio e aggressività. E anche questo favorisce il passaggio da stress a burn-out.
  4. Quarto ed ultimo aspetto è la svalutazione sociale del lavoro in se stesso a favore del successo personale e del guadagno economico. La conseguenza è la svalutazione di tutte le professioni sociali. Queste professioni, infatti, sono notoriamente retribuite male e, al loro interno, il successo personale è molto relativo. Si veda, a titolo di esempio, la professione degli insegnanti, verso i quali l’atteggiamento della società è mutato nel tempo e oggi è diventato opprimente e aggressivo.

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La prevenzione e la cura del burn-out

Per intervenire efficacemente, occorre partire da cambiamenti radicali nella vita professionale dell’operatore. Come sempre, la via più efficace è la prevenzione, benché, nonostante tutto, molti avvenimenti sui quali gli individui e i gruppi non hanno alcun controllo possono comunque portare al burn-out.

Parliamo, dunque, delle componenti soggettive. Ecco tre proposte.

  1. Formarsi alla consapevolezza serve a tutto questo. E aiuta, inoltre, a riconoscere i confini tra sé e gli altri, a gestire la frustrazione e ad ammettere la capacità negativa.
  2. Ma, in linea di principio, ogni percorso orientato al benessere della persona è indicato per fortificare la personalità e aiutarla a strutturarsi. Tra questi, certamente, quelli improntati alla
  3. creatività sono i più immediati per l’affinità con l’universo delle emozioni che facilitano la comprensione di sé, degli altri e del mondo.

Prevenire o curare?

Al di fuori della prevenzione, ogni intervento appare drastico e per nulla semplice. Le credenze limitanti, ad esempio, possono essere smantellate e le motivazioni alimentate. Così come un’insufficiente maturazione emotiva e le altre dimensioni intime della personalità possono essere elaborate con idonei percorsi psicoterapici. Ma in quanti sono disposti a mettersi in gioco fino a questo punto? Per questo, è meglio prevenire che dover curare.

Fare prevenzione, del resto, è, in parte, responsabilità del singolo operatore e, in parte, un dovere dell’organizzazione.

L’operatore ha senso che faccia prevenzione per le responsabilità che ha verso

  • se stesso,
  • gli utenti
  • i colleghi e
  • i superiori (se ve ne sono).

Dal canto suo, l’organizzazione ha il dovere di rendere “strutturali” gli interventi di prevenzione specifici e di agevolare la partecipazione del singolo ai momenti pensati per lo scopo specifico. Cosa che, tuttavia, nella pratica, difficilmente accade.

Un dirigente scolastico o un direttore di comunità quanto si preoccupa, infatti, del benessere dei propri collaboratori? Cioè, di sicuro si preoccupa ma, poi, all’atto pratico in che modo li incoraggia? E quanto tempo permette che ognuno vi dedichi, fuori dagli orari degli aggiornamenti noiosi a cui nessuno vuole più prendere parte?


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