Lei non sa chi sono io!

pernacchiaForse vi è già successo di sentirvelo dire. O forse deve ancora succedere. Se accadrà, provate a ribattere così e poi restate in silenzio ad ascoltare la risposta. E che il Festival della Banalità abbia inizio! Appuntamento nel luogo comune, al solito orario, quando ci saranno tutti. Scrive Jiddu Krishnamurti, filosofo indiano, autore dell’opera Libertà dal conosciuto che ho incontrato nel libro di Raffaele Morelli Puoi fidarti di te (Edizioni Mondadori): “Ognuno di noi ha un’immagine di quello che crediamo di essere o di quello che dovremmo essere. E quell’immagine, quel ritratto ci impedisce nel modo più assoluto di vedere come realmente siamo.”

Lei non sa chi sono io

  • “Tu non sai chi sono io”.
  • “Puoi giurarci. Non lo sai nemmeno tu chi sei. Figurati se posso saperlo io!”
  • “Ma come?”
  • “Certo. Vuoi la prova? Allora, dimmi: chi ti credi di essere?”

Il punto è che noi crediamo di essere qualcuno (o qualcosa) ma quasi sempre siamo altro. Per questo fa ridere la spocchia di imbecilli autoretefenziati che usano frasi come questa. Chissà dall’alto di quale piedistallo avranno costruito questa stupefacente immagine di sé. Ma a tutti loro vanno certamente i miei complimenti per i livelli di autostima. E una bella pernacchia, naturalmente!

Siamo bravi attori

Con il tempo, costruiamo, dunque, un’immagine che è la percezione esteriore che abbiamo di noi stessi, la proiezione di desideri di essere o delle paure di non essere che strutturano le nostre convinzioni intorno alla nostra indole. Agendo così, aderendo a quello che vorremmo essere, ci comportiamo con noi stessi e con gli altri cercando di restare fedeli e coerenti all’idea che di noi stessi, via via, strutturiamo e adattiamo alla realtà circostante.

In una parola? Recitiamo!

Sì, recitiamo ogni giorno la parte del personaggio che ci siamo scelto sul palcoscenico della nostra esistenza. Gli antichi latini in questo erano maestri impareggiabili e chiamavano con il termine di “persona” anche la maschera che gli attori indossavano in teatro. Con una sola parola spiegavano che ognuno è ciò che è ma anche ciò che vuol dimostrare (nel senso di dare a vedere) di essere. Anche nella finzione. Ecco che diventiamo registi inconsapevoli, attori, a volte protagonisti e, più spesso, comparse di uno spettacolo che chiamiamo “vita”, in cui tutto quello che ci preoccupa è aderire coerentemente al personaggio che insceniamo nelle diverse circostanze.

Nello show di noi stessi, però, stiamo sacrificando la nostra unicità per essere come gli altri ci vogliono. Dico meglio: ci lasciamo sovrastare dalla nostra maschera per essere come la cultura del nostro tempo ci vuole. Insomma, troppo facilmente lasciamo che la falsa immagine, quella stessa immagine che costruiamo per finalizzare i progetti di autorealizzazione, prenda il sopravvento, dimenticando che non è ciò che crediamo di essere che fa di noi ciò che realmente siamo ma è l’invisibile che ci abita, il clandestino a bordo, il vero protagonista. Quello con cui dovremmo prendere familiarità per approdare alla piena consapevolezza.

Chi siamo in realtà?

Perseverando, ci allontaniamo sempre di più da quell’immagine originaria che risiede nella nostra anima ma che continua a muovere i fili delle nostre azioni, anche quando non ce ne rendiamo conto. Ci lasciamo trasportare lontano da una dimensione di benessere che vuole, invece, che incontriamo quell’immagine per realizzare appieno la nostra natura.

A volte ci riusciamo e diventiamo creativi, consapevoli, maturi, leader e padroni di noi stessi.

Più spesso no. E diventiamo quel sintomo dietro cui si cela un malessere latente. O non è forse vero che siamo tutti, chi più chi meno, sanamente nevrotici? Con il tempo, per di più, peggioriamo.

Una prova

Oggi nel mondo ci sono 46 milioni di persone ammalate di demenza. Nel 2050 saranno 132 milioni, il triplo, con una maggiore incidenza nei Paesi industrializzati. Qualcosa vorrà dire. E già: il benessere esteriore porta con sé il germe delle peggiori malattie. Per questo, invece di guardare sempre gli altri, dovremmo prestare maggiore attenzione al nostro interno.

  1. Ammettere l’esistenza dello sconosciuto,
  2. cercare una mediazione con il clandestino nella stiva della nave della nostra vita,
  3. conoscere i codici con cui si esprime per aprire un dialogo con lui

cambierebbe, infatti, le sorti della partita. E non ci allontanerebbe dalla nostra stessa identità. Per questo la perdita dell’identità reale, come nella demenza, è malattia.

Conosci te stesso

Basterebbe essere disponibili a correre il rischio del vuoto, quello che corre il protagonista di una fiaba quando si prepara all’incontro con il suo antagonista. Ma nella lettura psicoanalitica delle fiabe di matrice freudiana, come in quelle autoprodotte nei laboratori sul #MetodoAutobiograficoCreativo, il protagonista rappresenta la parte illuminata della nostra vita, mentre l’antagonista è la zona buia, quella che spaventa, se non la si incontra: ovvero, sono le due facce della stessa persona in cerca di un compromesso, di una mediazione.

In fondo, ognuno di noi è come un albero che ha bisogno anche delle bufere per crescere forte benché le sue radici, la sua vera essenza, non siano visibili. Ecco: la nostra unicità ama nascondersi e farsi cercare per diventare un’amica visibile.


A questo link sono disponibili maggiori informazioni per approfondire il tema all’interno del mio corso online sul Metodo Autobiografico Creativo con la Tecnica della Fiabazione.


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