Perché lo smartphone fa stragi anche se non viene usato alla guida

Alcuni giorni fa ero con la mia famiglia a prendere un gelato in una nota e affollata caffetteria di Porto Cesareo. Vedevo la cameriera che andava avanti indietro, mentre noi eravamo seduti sul lato. Ho provato più volte ad attirare la sua attenzione: “Signorina! Per favore.” Ho alzato anche la mano per farmi vedere, poiché notavo che lei sentiva la mia voce ma non riusciva ad individuarmi. Per forza: guardava solo davanti a sé. In quei secondi e poi al ripetersi della stessa identica situazione con altri clienti, scena a cui ho assistito mentre andavamo via, la ragazza non ha mai volto lo sguardo né a destra, né a sinistra. In entrambe le circostanze è stata la sua collega, ben più attenta e sveglia, a rispondere alle sollecitazioni dai tavoli. In tutto questo, la nostra cameriera non si è accorta di nulla. Che cosa c’entra con lo smartphone e con questa foto? Tra poco lo scoprirai.

Stiamo perdendo la lateralità

Letteralmente, la lateralità è la capacità di discriminare la parte destra del corpo da quello sinistra e di proiettare questi rapporti rispetto agli oggetti, agli accadimenti e allo spazio circostante in generale. Poiché questa capacità riguarda, in modo particolare, la mano, l’occhio e l’orecchio, che cosa ci succede se passiamo troppo tempo a fissare lo schermo del nostro smartphone, magari mentre guardiamo un video su YouTube? Cioè, a lungo andare, quei pochi centimetri quadrati luminosi che fissiamo con insistenza finiscono per diventare il nostro mondo, lasciando fuori tutto ciò che ci circonda.

Queste cose me le spiegò alcuni anni fa uno psichiatra argentino, il Prof. Rolando Benenzon, il più importante musicoterapeuta vivente. Ero andato a prelevarlo dall’aeroporto di Lamezia Terme ed eravamo di ritorno a Lecce dove, per il giorno dopo, era in programma una sua conferenza. Io guidavo ma la strada era tanta. Impossibile per un nevrotico resistere alla tentazione di dare un’occhiata a facebook o leggere qualche email. Così, garbatamente mi riprese: “Posa quel telefono”, disse. “Se continui così, finirai col perdere la lateralità“.

Ho io il controllo

Benenzon aveva ragione. Non puoi tenere tutto sotto controllo, anche se sei convinto di avere “un’occhio allo smartphone e uno alla strada“. Hai mai usato questa frase? Io sì. E, se perdi l’attenzione, basta un attimo. In un secondo di tempo, un’auto lanciata a cento chilometri orari percorre circa quindici metri. Distanza che può fare la differenza tra la vita e la morte, se eseguiamo queste manovre al volante.

Il punto è che, perseverando in simili comportamenti, non serve neanche più evitare accuratamente di guardare o usare il telefonino mentre si guida. Certo, aiuta. Ma perdiamo un’attitudine, una capacità, quella di ruotare il collo verso destra, verso sinistra e vedere…gli altri. Già, perché alla nostra destra e alla nostra sinistra ci sono le nostre relazioni, i nostri affetti, i nostri amici. Amiamo la persona e gli amici che ci stano “accanto” ma guardiamo diritto davanti noi, spesso in pochi pollici di schermo. Smettiamo di girarci affianco a guardare i nostri rapporti, non riusciamo più a stare “con” per la follia di andare “verso“. E ignoriamo che tutto intorno c’è quello che ci stiamo perdendo.

Specialisti del fuori contatto

Viviamo ossessionati dall’essere in contatto. Abbiamo il mondo in un display ma, a furia di vivere connessi al nostro sistema di relazioni virtuali, ci stiamo allontanando da noi stessi. Linda Stone, ricercatrice della Microsoft, in un suo articolo apparso sul New York Time che cita Jon Kabat-Zin nel libro “Riprendere i sensi: guarire se stessi e il mondo attraverso la consapevolezza” (Ed. Corbaccio): “Per gran parte del tempo noi tendiamo ad essere specialisti del fuori contatto: siamo fuori contatto anche con il fatto stesso di essere fuori contatto.”

La nostra visuale, in altre parole, si sta restringendo sempre di più. E’ come se intorno a noi non esistesse più nulla e come se si rimpicciolisse anche quel che rimane del nostro orizzonte, al punto che filtriamo tutte le informazioni attraverso la nostra scatola nera, lo smartphone. Con il tempo, oltre ad ignorare segnali stradali e semafori, smettiamo di capire la fonte da cui arrivano i suoni, anche quelli di un clacson che ci eviterebbe un pericolo. E, per finire, lasciamo fuori persone e relazioni che abitano spazi reali nelle cui direzione abbiamo smesso di rivolgere sguardo e attenzione.

Qui i divieti non c’entrano. Ce lo siamo scelto noi e paghiamo conti salatissimi alla nostra prolungata distrazione.

Ma c’era il cartello?

C’era, c’era. Solo che tu non lo hai visto. E hai preso la multa. E’ capitato anche a te? A me, sì. Per fortuna era solo una multa e possiamo raccontarlo (io) e leggerlo (tu).

Non so se l’incidente mortale dei giorni scorsi per le strade di Milano sia riconducibile all’uso dello smartphone alla guida, che ha impedito al conducente del suv nero di “notare” il semaforo. Ma se ammettiamo per un istante che il telefonino questa volta fosse nel taschino della giacca di entrambi i conducenti (che non si sono né visti né sentiti a vicenda), allora dovremmo chiederci perché abbiamo smesso di prestare attenzione a quello che ci accade intorno. E, quindi, che cosa fare per riprendere il controllo della nostra vita che troppo spesso è affidata al caso.

Disattenzione: che fare?

Certo non possiamo gettare nella spazzatura lo smartphone. E’ uno strumento di lavoro e serve. Come in tutte le cose, anche in questo caso, è l’abuso che ammazza. Un buon inizio per porre un rimedio, tuttavia, potrebbe essere:

  • rinunciare ad aprirlo compulsivamente;
  • cambiare percorso quando si va al lavoro per notare qualcosa di nuovo;
  • praticare sport all’aria aperta;
  • prestare più attenzione ai nostri cari;
  • praticare la creatività.

Sono queste più di altre le attività che possono riconsegnare la nostra vita al contatto che cerchiamo nel luogo sbagliato.

Adesso riesci vedere quello che vedo io?

Non sei d’accordo che dovremmo considerare superdotati i nostri figli se sapranno parlarci delle loro emozioni, piuttosto che giudicarli dei geni per la destrezza con cui maneggiano una consolle o un tablet?

Se sarà così, forse un giorno capiranno che abbiamo salvato loro la vita.


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