Il trionfo della mimica facciale: il caso Donald Trump

Trump mimica facciale

Trump, il ricco arrogante; Hillary, la secchiona. Non è che l’America abbia offerto un grande spettacolo nelle più volgari e discusse elezioni presidenziali di tutti i tempi. Ma doveva comunque scegliere il nuovo inquilino della Casa Bianca. E, alla fine, ha vinto lui. Lui che parla ai sostenitori ed è l’esatto contrario di lei. Lei che è la bacchettona della politica. Gli elettori si sono lasciati sedurre dalle poliedriche espressioni facciali di Donald che hanno convinto di più delle pose statuarie della Clinton. 

Perché hanno scelto Trump?

Quello che le cronache non dicono é come un uomo molto chiacchierato sia riuscito a ribaltare un risultato che alla vigilia sembrava scontato.

D’accordo, l’America con le elezioni del 2016 ha dimostrato tutta la sua debolezza. Ha dimostrato già con la scelta di due candidati discutibili di non essere più ‘quell’America”, la stessa dei padri fondatori, dei valori di Lincoln. E, nell’incredulità dei pronostici, alla fine, ha scelto il populismo, il nazionalismo, la demagogia e la xenofobia, elevando questi principi da una politica di nicchia ad una di massa. Fino a portarli al potere, incarnati in quello che in molti considerano un volgare arrivista.

Perché, allora, se questa è l’opinione dell’uomo della strada, l’America ha scelto Trump e non Hillary? Molto semplice. Non per i programmi politici. Né per la diversa forza economica con cui ciascuno ha finanziato la propria campagna. La differenza l’ha fatta la capacità, tutta teatrale, di mettere in campo una varietà di espressioni mimiche che hanno convinto gli elettori di come servano stili e modi di essere diversi per affrontare e risolvere situazioni e problemi sempre diversi. Garanzia che non dà l’espressione plastica del sorriso fisso e stampato in viso con cui la Clinton è apparsa in tutte le sue uscite.

Avere, infatti, sempre la stessa mimica facciale trasferisce negli altri la sensazione di possedere poca capacità empatica, mentre chi si ripromette di “parlare alla gente” deve poter essere pronto a sintonizzarsi su stati d’animo sempre diversi.

Lo studio della mimica facciale

Uno dei più autorevoli scienziati ad occuparsi di espressioni mimica delle emozioni fu il neurologo francese Guillaume-Benjamin-Amand Duchenne de Boulogne, verso la fine del XIX secolo, nel trattato intitolato Mécanisme de la physionomie humaine. L’autore, a sostegno di quanto affermato da Charles Darwin in “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”,  afferma che le diverse mimiche riflettono emozioni diverse e comunicano numerose informazioni sulle intenzioni della persona che le esprime.

Se quelle informazioni ci convincono perché ci trasmettono emozioni a noi familiari, ci fidiamo. E’ un meccanismo legato all’evoluzione.  Già da quando, infatti, il bambino, ad un anno di vita, legge sul volto della mamma la paura per il pericolo cui si è esposto, questo lo induce ad adottare un atteggiamento diverso. Così, dal volto materno impara a distinguere l’assenza di rischio dal pericolo. Se il volto della madre è sereno, il bambino capirà di aver fatto la cosa giusta.

Non tutti gli esseri umani, però, sono capaci delle stesse espressioni facciali. Benché si tratti di un’attitudine che può essere allenata, questa diversità dipende da una serie di fattori, tra cui anche il sesso, che condizionano la rappresentazione fisica degli stimoli che si vivono intimamente in risposta a stati emotivi. E da

  • età,
  • cultura,
  • educazione,
  • formazione ed
  • esperienza.

Ma anche dall’esercizio, dato che anche la mimica delle emozioni che si provano si va a perdere, se non viene praticata. Gli adulti, si sa, non tutti per fortuna, sono dei perfetti professionisti a negare le emozioni. Per questo le persone hanno mediamente una gamma limitata di mimiche del viso. E sempre per questo chi, come Trump, possiede un caleidoscopio di espressioni è, di fatto, un talento. Esattamente come gli attori più esperti. In tal modo, riescono a veicolare informazioni e dirigere le altrui emozioni verso quelle informazioni. Questa è l’importanza di riconoscere e comprendere le emozioni, le proprie e quelle degli altri, che è alla base dell’empatia e dell’intelligenza emotiva, abilità in cui Trump eccelle.

Un insegnamento, non un panegirico

Insomma, questo non è il panegirico del Presidente degli Stati Uniti. Nè un articolo a sfondo propagandistico. Ma bisogna ammettere che Trump è un vero fuoriclasse. Bisogna credere proprio tanto in se stessi per arrivare a questo livello di efficacia. Certo, i manipolatori esistono e bisogna guardarsene. Ma quanto saremmo più efficaci nel far accettare anche noi le nostre argomentazioni con una mimica adeguata e coerente che sottolinei i nostri messaggi?

Trump e la Neuropolitica delle emozioni

Dopo il Neuromarketing, eccoci alla Neuropolitica. Che ci piaccia o no, il prefisso neuro è diventato di uso comune e spiega come la scienza della decisione si applichi ai diversi contesti. Il senso è che noi ci illudiamo di scegliere programmi e slogan per quello che logicamente significano, nel caso elettorale, mentre è solo con l’intuizione, con la parte emotiva, con l’emisfero destro che facciamo le nostre scelte sulla base delle sensazioni che riceviamo. Poi chiamiamo in causa la nostra parte razionale per giustificare le scelte inconsce. Sono le basi del marketing e della scienza della persuasione, di cui Trump è un maestro e che lo ha portato al successo. Non solo, ad esempio, che, a suo dire, ha avuto con avvenenti modelle, alcune delle quali lo hanno accompagnato anche fino all’altare.

E’ lo stesso Trump che lo ammette. Donald Presidente è una persona completamente diversa dall’uomo e da ciò che è nel privato. Nel privato riesce ad essere pacato, amabile e rilassato. Almeno così dicono i suoi biografi. Ma vive la sua dorata facciata pubblica con ostentazione e il suo mandato come un reality. Il suo motto “piu’ luccica e meglio è” spesso lo rende rozzo e sfrontato al limite dell’odioso.

Ma fa parte del personaggio. Si rende credibile perché ci crede. E la gente si fida. Alan Friedman, autore del libro “Questa non è l’America“, scritto proprio sul cambiamento in USA con l’era Trump, riferisce che il Presidente, terminato un discorso, non chiede mai quando ci sarà il prossimo. Chiede, invece, quale sarà la prossima apparizione. Apparizione! Proprio come in uno show in cui devi rappresentare al meglio l’idea che hai di te in quel dato ruolo. E poiché Trump interpreta benissimo quel personaggio, l’americano sa che costruirà quel muro e che metterà fine al terrorismo islamico. E che, se gli girano, sgancerà qualcosa di pesante su Pyongyang.

Che faccia credi che farà in conferenza stampa, subito dopo? Per me, la seconda da sinistra.

 

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