Arriva un momento nella vita di ognuno di noi in cui ci rendiamo conto che le conoscenze, le competenze e le esperienze da sole non bastano più. È come se quello che eravamo abituati a fare fino ad un istante prima, all’improvviso, lasciasse una sensazione di incompiutezza. Sapere che cosa fare non basta più: le nostre certezze vacillano, subentra il dubbio che forse la nostra missione di vita debba rispondere ad uno scopo più alto, il mondo intorno a noi sembra d’un tratto piccolo e gretto. Significa che è arrivato il momento di capire il perché, la motivazione profonda delle cose, il motore delle azioni che rimanda alle emozioni che gli individui esperiscono mentre fanno quello che fanno. Cioè, serve entrare nel merito non di quello che si fa ma di come ci si sente mentre lo si fa e del perché lo si fa.
Allinearsi ad un fine più alto
Quando, in altre parole, gli individui scoprono la spinta ad allineare le azioni quotidiane con un fine più nobile, coerente con i valori più alti dell’esistenza umana, in quello stesso istante inizia il loro percorso di cambiamento dello stato delle cose. E il desiderio di produrre un cambiamento utile e duraturo anche negli altri. Partendo da chi è loro più vicino.
Quali sono, dunque, le emergenze del nostro tempo su cui intervenire? Tante, troppe: restituire all’individuo il senso di sé, il suo saper essere, la centralità nel proprio progetto di vita, la responsabilità, l’autoconsapevolezza, l’autonomia, la libertà di pensiero e di espressione, l’autenticità, l’unitarietà, il rispetto, la tolleranza, l’amor proprio, la fiducia, la capacità di stare con gli altri, guidandoli e invogliandoli ad essere migliori, e il benessere perduti in quest’epoca di degrado morale, di violenza indiscriminata, di odio, di pericolosa deriva sociale, d’improvviso innalzamento della temperatura emotiva nelle relazioni… tutti indicatori di un malessere diffuso che richiedono intelligenza del cuore più che della mente.
Il mio slogan
Mi chiamo Stefano Centonze, sono uno psicologo clinico, divulgatore scientifico e formatore e mi occupo di intelligenza emotiva, benessere e crescita personale dal 1999, anno in cui è nato lo slogan (che è il mio motto di vita) che mi accompagna da sempre: “Persone migliori in un mondo migliore.” È il mio perché, la mia spinta a fare quello che faccio, la mia vision di uomo e di professionista che voglio condividere con voi.
Ho una figlia di dieci anni, Maria Lucia, e sono molto preoccupato per quello che la aspetta da grande e per la qualità del mondo che riceverà in eredità. Per questo ho deciso di fare tutto quello che posso per provare a cambiarlo, di riportarlo sui binari dell’ammissibilità: perché mi sento genitore, in senso psicologico, di tutti i figli del mondo. Anche vostro e dei vostri figli, per il cui futuro penso che anche voi siate preoccupati come me.
In tutti questi anni, ho accompagnato migliaia di persone a conoscersi, a gestire le proprie emozioni e a ritrovare fiducia in se stesse, a dialogare in modo più funzionale con se stesse e ad interagire costruttivamente con le altre. Ad essere quelle persone migliori che possono attuare un cambiamento utile per un mondo migliore.
Ritornare ad essere
In ogni occasione che mi si è presentata, ho ribadito come questo che siamo vivendo sia un momento cruciale dell’esistenza stessa dell’uomo. Non solo per il diffuso clima di paura ma soprattutto per la passività e l’inerzia con cui assistiamo a quello che accade introno a noi come se fosse la normalità. È bene ricordarlo: non lo è affatto!
Naturalmente, tutti sembrano avere soluzioni ma non è così.
- Politici e tecnici si industriano per arginare gli effetti devastanti delle crisi ma appaiono come i divertenti personaggi delle gag che cercano di tamponare con un dito la perdita d’acqua dal colapasta.
- Poi ci sono gli illuminati che propongono di riparare il rubinetto. Ma nessuno li ascolta, perché tanto l’acqua è già caduta.
- Infine, c’è chi crede si debba confidare nel prossimo economista che trovi la formula magica per mettere tutti d’accordo e salvare l’ambiente, per la sopravvivenza della specie umana, contemporaneamente distribuendo a cascata beni e ricchezze per convincere il mondo intero a desistere dai suoi irresponsabili intenti suicidari.
Quelli come me, credono che ci si debba affidare agli umanisti per rilanciare la buona qualità delle relazioni come ancora di salvataggio. In troppo pochi avevano, infatti, previsto le conseguenze della diffusione incontrollata della tecnologia, dei social network e dell’intelligenza artificiale, a fronte della cui avanzata serve opporre un nuovo umanesimo per proteggere le persone dall’isolamento, dall’impoverimento emotivo, dall’inaridimento delle relazioni, dall’isterilimento dell’anima, dallo sfruttamento, dalla sfiducia e dall’odio.
La mercificazione della vita umana
Che il processo di globalizzazione si sia trasferito anche sul piano della mercificazione degli individui e del consumismo delle relazioni lo conferma l’individualismo imperante che impedisce la realizzazione di progetti comuni volti al benessere collettivo e al ripristino del clima di fiducia tra la gente. Che forse, realmente, non c’è mai stato ma che, in tal modo, di sicuro mai ci sarà, con la differenza che adesso se ne sente il bisogno. Tale individualismo, come afferma Papa Francesco nel Discorso al Consiglio d’Europa del 25 novembre 2014, si traduce nella globalizzazione dell’indifferenza: “Dall’individualismo indifferente nasce il culto dell’opulenza, cui corrisponde la cultura dello scarto nella quale siamo tutti immersi.”
D’altro canto, come scrive Martha Nussbaum nel suo libro del 2010 Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, “la spinta al profitto induce molti leader a pensare che la scienza e la tecnologia siano di cruciale importanza del futuro dei loro Paesi.
Non c’è nulla da obiettare su una buona istruzione tecnico scientifica […]”, tuttavia, come scrive Dario Antiseri nel suo contributo alla Rivista Lasalliana dal titolo Società aperta e sviluppo economico, Nussbaum esprime la sua preoccupazione che “altre capacità altrettanto importanti stiamo correndo il rischio di scomparire nel vortice della concorrenza: capacità essenziali per la salute di qualsiasi democrazia al suo interno e per la creazione di una cultura mondiale in grado di affrontare con competenza i più urgenti problemi del pianeta. Tali capacità sono associate agli studi umanistici e artistici: la capacità di pensare criticamente, la capacità di trascendere i localismi e di affrontare i problemi mondiali come cittadini del mondo; e, infine, la capacità di raffigurarsi simpateticamente la categoria dell’altro.”
Le persone al centro
Delineato lo scenario attuale e il verosimile futuro, ecco che rifioriremo dalle crisi solo tornando a preoccuparci delle persone. Prendersi cura della persone e non del suo ruolo deve, infatti, tornare ad essere il principio ispiratore del mondo. Bisogna, in altre parole, ritornare ad essere.
Ancora il grande comunicatore Papa Francesco (Skopje, 7 Maggio 2019): “Occorre riconoscere la dignità di ogni persona: c’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti. Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è. I sogni si costruiscono insieme!”
Invece, nella solitudine in cui siamo sprofondati, diventiamo vittime di nuove forme di colonizzazione culturale che proliferano indisturbate quando le persone a cui si mira sono vuote, non hanno radici, hanno perso la fiducia e la speranza. In un simile clima resta in piedi unicamente il bisogno di consumare senza limiti, senza cura, senza rispetto e senza la prospettiva di quello che sarà, tuttavia ignorando che stiamo consumando noi stessi e le nostre relazioni. La società liquida sta diventando gassosa e si ammala ogni giorno di più di solitudine, di egoismo e di isolamento, camuffati da persistente connessione ma ineguagliabili generatori di conflitto e di crisi.
Il destino del genere umano
Se, allora, non ci preoccuperemo tutti, nessuno escluso, di recuperare la nostra storia, la cultura dei valori e del rispetto, nell’interesse delle relazioni tra la gente e dell’ambiente (che sta pagando così a caro prezzo questa diffusa maleducazione), il nostro destino, come genere umano, è irrimediabilmente segnato.
Riprendersi se stessi è, in questo senso, il modo più evoluto pe essere d’aiuto al mondo. Perché, sempre con Papa Francesco (Fratelli tutti, 2020), “[…] siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere […].”
La cultura della persona
Quello che, allora, ognuno di noi può fare è contribuire al rilancio della cultura della persona nella sua unicità e interezza, quelle che promuovono la cultura dell’essere. Perché, “quando la dignità dell’uomo viene rispettata e i suoi diritti vengono riconosciuti e garantiti, fioriscono anche la creatività e l’intraprendenza e la personalità umana può dispiegare le sue molteplici iniziative a favore del bene comune.”
Viceversa, se la dignità è calpestata, crescono conflitto e ostilità: è lì che l’impossibilità di essere abdica in favore di una cultura dell’avere che produce la mercificazione della persona. Che poi è quello che oggi accade.



















0 commenti