Gli effetti delle neuroscienze sull’insegnamento possono essere classificati in tre categorie: l’uso improprio delle neuroscienze per propagare metodi didattici infondati, le interpretazioni riduttive di teorie complesse che portano a errori pratici e le strategie didattiche ben fondate derivanti da ricerche accuratamente interpretate. Ovvero, applicare le scoperte scientifiche sul funzionamento del cervello all’insegnamento e all’apprendimento ha effetti solo se utilizzate con il massimo dell’intelligenza (aspetto demandato all’insegnante a cui non saranno mai forniti metodi preconfezionati, per via delle innumerevoli variabili di cui parleremo più avanti). Le evidenze emerse, confortate dagli studi di Roberto Cubelli, Docente di Psicologia generale presso il Dipartimento di Scienze Cognitive e della Formazione dell’Università di Trento, e Sergio Della Sala, Docente di Humane Cognitve Neuroscience all’Università di Edimburgo, in Scozia, confermano il valore della didattica dell’intelligenza emotiva, perché supportata da fondamenti scientifici. Vediamo.
I tre effetti delle neuroscienze sull’insegnamento
- L’uso improprio delle neuroscienze per propagare metodi didattici infondati si verifica quando i docenti non comprendono completamente i risultati della ricerca o li applicano in modo errato. Ad esempio, alcuni potrebbero promuovere metodi di insegnamento che presumibilmente si basano sulle neuroscienze ma in realtà basati su di una comprensione di comodo, errata o distorta dei dati scientifici. Comportamento che alimenta i neuromiti, le credenze infondate sul cervello e sull’apprendimento.
- Le interpretazioni riduttive di teorie complesse che portano a errori applicativi sono la pratica più comune presso le persone che ritengono di risolvere le difficoltà della didattica applicando indiscriminatamente evidenze standardizzate. Le neuroscienze sono un campo talmente complesso che è impossibile da semplificare, se non a rischio di distorsione della realtà. da essere. Ad esempio, in un recente passato, la presunta divisione tra emisfero sinistro e emisfero destro del cervello e la loro specializzazione in alcune capacità a scapito di altre, attribuendo funzioni specifiche e ben definite, ha messo fuori strada molti educatori. Questa semplificazione riduttiva può, infatti, facilmente portare a metodi di insegnamento che cercano di focalizzarsi esclusivamente su un emisfero o l’altro. Trascurando talenti che restavano inespressi per un eccesso di semplificazione per nulla funzionale.
- Naturalmente, le strategie didattiche ben fondate derivanti da ricerche accuratamente interpretate sono l’obiettivo ideale. Quando, infatti, le evidenze emerse dalle ricerche delle neuroscienze vengono correttamente interpretate e applicate, possono dare luogo a strategie di insegnamento efficaci. Ad esempio, la ricerca sulla plasticità cerebrale – la capacità del cervello di cambiare e adattarsi in risposta all’esperienza – ha contribuito a metodi di insegnamento e interventi che promuovono l’apprendimento attivo e pratico. Allo stesso modo, la ricerca sulla memoria e sulla conservazione delle informazioni ha influenzato come gli insegnanti programmano le lezioni e le interrogazioni.
L’insegnamento personalizzato
Sempre più insegnanti, infatti, iniziano a comprendere l’importanza di strategie personalizzate d’insegnamento, tese a sfruttare i risultati di ricerche che spiegano che le informazioni gradite al cervello sono quelle parallelizzate, capaci di associare più entrate sensoriali (vista, udito, sensazioni cenestesiche) con quella emotive. Come, d0altrando, confermano gli studi sull’epigenetica, secondo cui il dialogo interiore, basato sulle emozioni che l’insegnante riesce a trasmettere ed evocare, agisce sulla produzione di ossitocina, l’ormone della fiducia. Argomenti che abbiamo già trattato e per i cui aggiornamento rimando ai link corrispondenti.
Tutti principi, ad ogni buon conto, su cui abbiamo basato da tempo l’apprendimento multisensoriale creativo nell’ambito della didattica dell’intelligenza emotiva, l’innovativa metodologia d’insegnamento per le scuole di ogni ordine e grado. Il cui valore aggiunto è, appunto, il suo fondamento scientifico.
La trappola dei neuromiti o delle interpretazioni riduttive è, dunque, sempre dietro l’angolo. Per questo occorre prestare molta attenzione nella scelta delle metodologie d’insegnamento, scegliendo preferibilmente applicazioni corrette di una didattica costruttivista integrata alla didattica tradizionale, come suggeriscono le neuroscienze.
I metodi innovativi
Anche i metodi didattici innovativi di maggior successo, infatti, possono esporre al rischio di creare lacune conoscitive, se si escludono i metodi di apprendimento classico.
Daniel Pennac, nel suo libro “Diario di scuola”, sottolinea, in proposito, l’importanza della memorizzazione di poesie e testi letterari, proprio come incoraggiamento a non abbandonare l’apprendimento meccanico.
La scienza dell’educazione non può ridursi ad un ricettario pronto all’uso: piuttosto deve essere sempre più un insieme di strumenti che guidino la valutazione del docente sull’opportunità di integrare e utilizzare pratiche diverse all’interno del sistema complesso della relazione educativa, troppo sensibile alla variabile umana, in chiave di sinergie efficaci tra metodi usuali e strategie didattiche personalizzati.
Adattare agli obiettivi
Oltre a ciò, val la pena di ricordare che ogni contesto ha le sue specificità, il proprio ritmo, le sue necessità e le sue sfide. Anche all’interno dello stesso contesto, peraltro, ogni studente è un individuo unico con un suo specifico stile di apprendimento e ritmo di sviluppo che mal si adatta ala didattica a pioggia (preferita, per comodità, da molti docenti ma per fortuna non da tutti). Questi fattori, unitamente alle valutazioni in funzione degli obiettivi specifici che si vogliono raggiungere, dovrebbero essere considerati anche nella pratica, oltre che sulla carta, quando si applicano i principi dell’apprendimento. Ad esempio,
- se l’obiettivo è quello di promuovere l’apprendimento profondo e il pensiero critico, è preferibile incoraggiare la discussione in classe e la risoluzione di problemi, invece di focalizzarsi solo sulla memorizzazione dei fatti,
- come pure, in fase di valutazione della preparazione, è più funzionale valutare la capacità dello studente di applicare ciò che ha appreso in nuovi contesti, trasformando la verifica da momento di performance in esperienza di apprendimento, piuttosto che limitarsi a testare la sua capacità di ricordare fatti o date.
Insomma, gli strumenti ci sono, se li si vogliono applicare
Non esiste un modo unico
La scienza dell’educazione, del resto, dovrebbe servire come guida, non come dogma, poiché non esiste – né mai esisterà – un unico “modo giusto” di insegnare o apprendere che sia valido per tutti in ogni situazione. Una cosa, però, manca soprattutto nella scuola italiana (ed è quello che potrebbe risollevare la situazione degli apprendimenti nella nostra scuola): il tifo dell’istituzione scolastica e delle famiglie per i docenti e l’incoraggiamento a osare, a sperimentare, ad adattare e ad innovare le proprie strategie di insegnamento in base alle esigenze e alle caratteristiche dei ragazzi.
Se accadesse questo, l’intera categoria sarebbe più motivata all’aggiornamento e alla formazione intorno alle dinamiche relazionali docente-discente. Uscendo dallo stato di isolamento, tutti si sentirebbero più supportati e fiduciosi nell’uso degli strumenti che mettono a disposizione le neuroscienze e che vengono spesso ignorati perché, in fondo, tutti fanno in questo modo.























Ottimo articolo. Molto chiaro e conciso. Applico la teoria dell’autrice americana Betty Edwards (diverse funzioni negli emisferi cerebrali) per insegnare i miei corsi di disegno e pittura per adulti. Non sapevo che questa teoria non fosse vera. Quali altri articoli posso leggere su questo argomento?
Grazie