Simon Sinek: i Millennials? Narcisisti, pigri ed egoisti


Simon Sinek: i Millennials? Narcisisti, pigri ed egoisti. E’ l’opinione del celebre scrittore e saggista statunitense di origini inglesi. Esperto di relazioni e attento osservatore della società occidentale contemporanea, Sinek è autore di diversi libri, alcuni dei quali divenuti dei Best Seller, sui temi della comunicazione e della leadership. In questo articolo, riprendo le parole e gli argomenti di una sua celebre intervista, rilasciata ad una tv americana proprio alla presenza di un pubblico di trentenni, fortunatamente divertiti e autoironici. Ma quanta amara verità viene fuori dalle sue riflessioni!

L’educazione in famiglia oggi

Con la trasformazione del sistema educativo che passa dal genitore normativo al rapporto amicale tra padri e figli, mamme e figli, di fatto, cambia completamente il rapporto che le nuove generazioni intrattengono con il mondo esterno. Ciò a cui assistiamo, in altre parole, è una trasformazione sociale e delle relazioni che ha una pesante ricaduta nel sistema educativo, dovuto

  • alla velocità dei tempi,
  • all’assenza dei genitori (oggi, mediamente, lavorano entrambi e i ragazzi sono abbandonati a se stessi)
  • e al poco dialogo, ormai sostituito dall’impatto devastante della televisione.

Il nuovo stato di cose nella famiglia fa sì che i ragazzi crescano da subito come dei piccoli adulti fin dall’infanzia, in controtendenza con i bisogni educativi del piccolo selvaggio di cinquant’anni fa che doveva essere guidato fino al raggiungimento dell’autonomia in età adulta. I giovani di oggi crescono, così,

  • assecondati nelle loro richieste, nelle loro pretese e
  • si presentano alla società come persone prive di stimoli,
  • motivazione e fiducia.

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Simon Sinek e i Millennials

La conseguenza è che essi si aspettano di essere compresi dalla società. E si comportano come se fosse loro dovuto tutto, poiché non hanno voluto sostenere alcuna battaglia, nemmeno in famiglia, per conquistare alcunché. E’ come se negli ultimi trent’anni fosse entrato in vigore un silenzioso patto tra i genitori e i figli in cui l’assenza dal lavoro educativo dei primi viene compensata dalle concessioni che, tuttavia, impediscono a questi ultimi di formarsi come uomini e donne autonomi e responsabili.

Se pensiamo che tutto ciò è accaduto di fatto negli ultimi trent’anni, ci sembra comprensibile quanto afferma Simon Sinek sul tema del rapporto tra la realtà e la generazione dei trentenni di oggi (i Millennials, appunto).

I giovani di oggi, afferma Sinek, “sono diventati, dunque,

  • narcisisti,
  • egoisti,
  • dispersivi,
  • pigri,
  • annoiati.

Nel mondo del lavoro

Da un certo punto di vista, nel mondo del lavoro si ripete lo schema a cui le famiglie di origine educano questi ragazzi. Così, si aspettano che siano i loro capi a chiedersi (o a domandare loro) di cosa vadano in cerca nelle aziende nelle quali si inseriscono. Lo schema relazionale genitori-figli, in altre parole, si ripresenta anche nella vita professionale, poiché è così che funziona la società contemporanea. Alla domanda, essi rispondono “vogliamo lavorare in un ambiente ricco di stimoli”, “vogliamo lasciare il segno” ma anche, implicitamente,

  • “vogliamo poltrone comode”,
  • “lavorare meno”,
  • “guadagnare di più”,
  • “avere tanto tempo libero”.

Tuttavia, anche coloro i quali vengono assecondati in questa loro richieste continuano ad essere infelici. “E’ perché manca un pezzo”, afferma Sinek.

Questi giovani sono cresciuti mediamente senza l’affetto dei genitori e sono il risultato di strategie educative familiari che si sono rivelate fallimentari. I genitori li hanno convinti di essere speciali e che possono avere dalla vita tutto ciò che desiderano. Alcuni di essi vengono inseriti in classi di studio avanzate, non perché lo abbiano meritato ma perché i genitori si sono lamentati presso gli insegnanti e presso la scuola. E hanno ottenuto voti alti non perché lo meritassero ma a causa dell’insistenza della famiglia che credeva di avere una persona speciale all’interno del proprio nucleo.

Le valutazioni della scuola, così, non indicano il reale valore degli studenti ma solo la voglia degli insegnanti di non avere problemi con le famiglie.

Premiati oltre i meriti

Così, essi sono stati da subito abituati ad essere premiati, al di là dei loro stessi meriti. E la scienza è chiara in proposito: essere premiati quando si sente di non aver meritato quel premio fa sentire peggio le persone. Perché, finiti gli studi, quando questi ragazzi si inseriscono nel mondo del lavoro, sbattono il muso contro la dura realtà. E scoprono di non essere affatto speciali, perché non c’è più la mamma a far avere loro una promozione senza che essa sia meritata sul campo.

Scoprono, così, che gli ultimi non vengono premiati, perché non basta voler raggiungere un risultato per conseguirlo effettivamente, senza lavorare duramente. L’impatto con questa realtà, d’altro canto, abbatte la loro autostima che, per questo motivo, crolla drasticamente.

Le ricadute sulla società e sulle relazioni sono, così, devastanti.


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