Burn-out: a rischio insegnanti e operatori sociali

burn-out insegnante e operatori socialiSentite venire meno le energie psichiche, la motivazione, l’autostima e l’autocontrollo? Vi sentite depressi, ansiosi, facilmente irritabili? Siete insegnanti, lavorate nel sociale o nella relazione di cura? Allora, ci sono pochi dubbi: avete bisogno di una bella vacanza e di prendervi cura di voi stessi. Per troppo tempo vi siete portato a casa il lavoro e ora non riuscite a liberarvene. Burn-out e stress lavoro-correlato si manifestano così.

I sintomi del burn-out

Il primo sintomo di stress legato al contesto lavorativo è la perdita del controllo sugli spazi personali. L’operatore ha la sensazione che il lavoro lo “invada” e non riesce a “staccare la spina”. Il pensiero degli utenti o i problemi con i colleghi gli creano un malessere crescente, anche oltre l’orario di lavoro, che si presenta, tra gli altri, sotto forma di

  • disturbi del sonno,
  • mal di pancia,
  • senso di stanchezza mentale,
  • disturbi dell’appetito,
  • calo del desiderio sessuale.

Sintomi che possono accompagnarsi a

  • reazioni emotive violente,
  • disinvestimento affettivo dal lavoro,
  • calo dell’umore e
  • desiderio di fuga.

Perfino all’assunzione di sostanze stupefacenti, nei casi più estremi e di maggiore fragilità.

Siamo tutti a rischio di burn-out?

Il burn-out è una conseguenza dello stress. Una degenerazione, dunque, di qualcosa che è già patologico e allarmante in sé. Riguarda tipicamente le professioni d’aiuto, benché il grado d’incidenza sia decisamente soggettivo. I fattori di rischio, infatti, sono articolati e complessi:

  • c’è, di sicuro, la componente oggettiva (lo stimolo negativo offerto dal luogo di lavoro).
  • Poi, c’è una componente soggettiva che riguarda l’interpretazione dello stimolo e la reazione personale ad esso. Cioè, la reazione individuale ad un insieme di stimoli oggettivi che viene soggettivamente riconosciuto come richiesta di prestazioni.
  • Infine, le variabili storico-sociali e culturali che possono accelerare il passaggio dallo stress al burn-out. Perciò, mentre lo stress è un fenomeno individuale, il burn-out è un fenomeno fondamentalmente a carattere psicosociale.

Le componenti oggettive del burn-out

Quali sono, dunque, le componenti oggettive dello stress lavoro-correlato? D. Cooper individua quattro classi di rischio in cui possono essere suddivisi gli stressors che hanno il burn-out come conseguenza.

  1. Ci sono cause intrinseche al lavoro. Turni stressanti, scarso livello retributivo e condizioni ambientali avverse, ad esempio, incidono negativamente sulla qualità del lavoro.
  2. Cause relative all’organizzazione, come eccesso di responsabilità, sbilanciate rispetto al potere decisionale, e un ruolo ambiguo o conflittuale.
  3. Ragioni connesse con lo sviluppo della carriera. Tra di esse, l’ansia da prestazione, la competizione tra colleghi per le promozioni o la delusione per le retrocessioni subite.
  4. I conflitti tra colleghi, il mobbing, la comunicazione insufficiente e le scarse gratificazioni caratterizzano, infine, le cause relazionali e relative all’équipe.

Il modello di Cooper è tuttora il più utilizzato per suddividere, individuare e isolare le fonti di stress tipiche delle professioni sociali. Riconoscerne la matrice, infatti, aiuta a parcellizzare il problema a monte e ideare mirati interventi di prevenzione o recupero.


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Le cause soggettive del burn-out

Data, dunque, la componente ambientale, chi è maggiormente esposto al rischio di burn-out per predisposizione soggettiva? La componente soggettiva dello stress è, infatti, quella che determina quali stimoli verranno percepiti come stressanti e con quale intensità ciascuno reagirà ad essi.

L’indagine va condotta su tre livelli:

  1. al livello delle aspettative professionali,
  2. dello stress non professionale e a quello
  3. delle caratteristiche della personalità.

Aspettative professionali e stress non professionale

In breve, sono cause di burn-out

  • le motivazioni inadeguate. Il desiderio inconsapevole di esercitare potere decisionale sugli altri, il bisogno inconscio di approfondire la conoscenza di sé, la delusione dell’identificazione con professionisti di successo e la fantasia del salvatore rientrano in questa categoria.
  • Risultano pericolose anche le convinzioni limitanti e inadeguate. Ad esempio, convincersi che siano sempre veri luoghi comuni come: “la formazione garantisce la competenza” oppure che “la competenza garantisce la riuscita”.
  • Ancora: avere rappresentazioni idealizzate della professione (ritenuta intrinsecamente stimolante e gratificante) e dell’utenza (ritenuta sempre riconoscente e collaborativa) e il
  • narcisismo patologico. Una rappresentazione idealizzata del “sé professionale” può portare al cosiddetto “delirio di onnipotenza” e alla conseguente frustrazione del fallimento.
  • Lo stress non professionale a cui si è sottoposti è, infine, un elemento importante della componente soggettiva dello stress professionale. Se un soggetto è stressato fuori dal lavoro, tanto più sarà intensa la sua reazione agli stimoli stressanti in ambito lavorativo.

Alle cause socio-culturali e alle caratteristiche della personalità dedicherò un articolo a parte, data la rilevanza dell’argomento in relazione agli strumenti di prevenzione e trattamento.

Una novità?

L’indagine fin qui condotta e le indicazioni fornite portano, tuttavia, ad una sola conclusione. Ed è che insegnanti e operatori della relazione d’aiuto sono esposti al rischio di bruciarsi nella stessa misura.

Non è una novità? Dipende. Dipende molto da quale vertice di osservazione si sceglie. Se, infatti, ammettiamo per un attimo che gli insegnanti siano del tutto sguarniti davanti a questo rischio, allora è una grande novità sollevare la questione.

  • Che cosa fa la scuola per loro?
  • Che cosa fa ciascuno per sé?

Ecco: poco o nulla. Mentre gli operatori sociali hanno le équipe psicologiche di supporto. Non è ora di intervenire per evitare che ogni anno scolastico termini con un olimpionico stramazzare a terra subito dopo il traguardo?


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