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Fiabe e storie

I sette semini di Luz

Nel disordine delle idee, nella disgregazione dei valori e nel caos del tempo, l'amore può far germogliare la pianta della purezza che ripristina l'ordine delle cose e riporta la primavera. Quando un piccolo elfo convince la strega a farsi garante del rispetto e della cura, la punizione che il genere umano si autoinfligge può restare sospesa. Che sia solo un sogno è tutto da dimostrare. Grazie, Giulia, per questo affresco creativo che è, contemporaneamente, in continuità con questa fiaba, dentro e fuori dal nostro tempo.

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armare gli insegnanti per rifondare educazione
Scuola

Armare gli insegnanti per rifondare l’educazione

Dove sono finiti il rispetto e l'educazione? I tempi sono veramente cambiati in peggio. Insegnanti, genitori e ragazzi: tutti contro tutti. Dalla contestazione al conflitto il passo è stato brevissimo. Un conflitto, peraltro, che ormai si è spostato dal livello istituzionale (scuola, famiglia, società) sul piano dell'aggressione fisica alla persona. Insulti, minacce e violenze sono l'espressione di un malessere profondo che presenta il conto dell'analfabetismo emozionale. Come siamo arrivati a questo punto? Da che dipende? E' possibile recuperare l'educazione ai valori positivi per ripristinare la pace? Ecco un'analisi multidimensionale che prende in considerazione i punti di vista degli attori coinvolti e dei diversi aspetti di quella che è diventata una vera e propria emergenza sociale.

La rabbia dei ragazzi

I nostri ragazzi sono arrabbiati. E questo è un dato di fatto. Psicologi e pedagogisti concordano nell'individuarne le cause in una concomitanza di fattori. Vediamoli.

  • I ragazzi di oggi sono più intelligenti di quelli di ieri. In molti casi, restando sul piano del QI, anche dei loro professori. Basti pensare che il QI si apprezza di tre punti ogni dieci anni: ne consegue che un ragazzo di 10 anni anni di età, possiede, mediamente, nove punti in più rispetto ad un adulto di quaranta, almeno sul piano numerico del quoziente d'intelligenza. Fin qui la statistica.
  • Per essendo più intelligenti, tuttavia, essi sono sempre meno maturi: credono a Babbo Natale fino a nove-dieci anni, sanno gestire sempre meno quello che provano (le emozioni e i sentimenti), bruciano le relazioni con enorme facilità e si trascinano questa immaturità fino all'età adulta.
  • A causa di ciò, non possiedono i filtri, anche semplicemente sul piano linguistico (ed esempio, dare un nome alle emozioni, riconoscerle per ritardare l'azione), che mediano gli impulsi prima che diventino attacco contro l'altro. In questo spazio di luce (che manca) si possono inserire valori e motivazioni. Ma serve un vocabolario emotivo almeno sufficiente. Basti pensare che, da un'indagine condotta dal Tullio De Mauro nel 1976, i ragazzi in età scolare conoscevano circa 1.500 vocaboli. Vent'anni dopo, ripetuto l'esperimento, gli studenti ne conoscevano circa 600. Risultato: un impoverimento culturale a danno della capacità di dare voce agli stati d'animo. E' quello, infatti, il vocabolario che si è perduto.

Sono queste incoerenze a generare un disagio interiore che determina la conflittualità e la reazione aggressiva a tutto quello che proviene dall'esterno e che non appare funzionale al perseguimento della loro natura.

Mammoni e nerd

C'è un altro aspetto su cui voglio soffermarmi brevemente, "en passant", che è strettamente collegato con quanto fin qui detto.

Mediamente, in Italia, lo dicono le ricerche, alleviamo mammoni (che rischiano di farsi irretire dal branco,  per reazione, per non essere visti come diversi e, di conseguenza, emarginati dal gruppo dei pari) che, una volta adulti, si trasformano in nerd, passivi, senza interessi, disoccupati. Lo dicono le statistiche: siamo al primo posto tra gli Stati dell'Unione Europea con il 31% di incidenza sui giovani di età compresa tra i 20 e i 25 anni.

Il prezzo dell'analfabetismo emozionale ha, dunque, pesanti ricadute anche sull'economia del Paese. E che i diversi aspetti del problema siano collegati tra loro è una logica deduzione che non richiede dimostrazioni scientifiche.

Il genitore "amico"

Un tempo, i genitori erano chiamati ad educare il piccolo selvaggio. Il padre dava le regole e queste regole non potevano essere infrante, pena l'adozione di provvedimenti che venivano davvero messi in atto. Poi, ad un tratto, alcuni decenni fa, è come se tutti i genitori del mondo si fossero messi d'accordo sul fatto che la quantità di dolore che un padre normativo poteva infliggere non fosse funzionale all'educazione dei figli.

Così, l'educazione stessa ha attuato una brusca manovra di virata verso un sistema relazionale: il piccolo Einstein (così è visto adesso il figlio, come colui che cambierà le sorti del mondo) viene percepito come un adulto in miniatura, socialmente competente, con cui intrattenere un rapporto di tipo amicale, alla pari.

Va detto che tutto è coinciso con un'epoca di recessione economica che ha portato entrambi i genitori, causa di forza maggiore, fuori da casa per sostenere l'azienda famiglia. Tant'è che:

  • la solitudine, la noia e l'abbandono dei ragazzi, che finiscono per trovare nel branco la famiglia sociale con cui identificarsi e a cui sottomettersi,
  • la necessità (per certi aspetti, anche fin troppo comoda) della famiglia, deresponsabilizzata, di delegare alla scuola il compito educativo in via esclusiva,
  • l'eccessivo maternage in famiglia da parte della madre e, in ultimo, anche del padre, che è ormai svestito del suo ruolo normativo originario che permetteva ai figli di apprendere i valori e i principi fondanti del vivere insieme agli altri,

generano, di fatto, un sabotaggio educativo che rimbalza, con tutta la sua dirompenza, nella società.

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La scuola e le regole

Appare evidente che, in un clima così descritto, quando la scuola stabilisce le sue regole, nasce il conflitto:
  • i ragazzi, da una parte, a qualunque titolo sponsorizzati dalle famiglie, si sottraggono al sistema normativo e, non temendo in alcun modo le sanzioni da parte dell'autorità, la combattono;
  • i genitori, d'altro canto, pur dichiarandosi a favore delle regole, non accettano che esse vengano imposte ai loro figli con diversa intensità da quella applicata tra le mura domestiche.

Ecco che, al primo segnale, si scatena l'inferno contro gli insegnanti che, in taluni casi, porta ad aggressioni verbali e fisiche, anche armate (come si evince da accadimenti che si ripetono con preoccupante frequenza), ai loro danni.

Armare gli insegnanti

Senza rendercene conto, stiamo pagando tutti un caro prezzo a causa dell'analfabetismo emozionale. Quindi, sì, accolgo la proposta made in USA di armare gli insegnanti ma solo di strumenti emotivi che, fin qui, sono stati del tutto trascurati. Di che cosa abbiamo bisogno, allora? La risposta più scontata sarebbe "di un nuovo sistema educativo", a partire dalla ri-formattazione della funzione genitoriale. Ma nessuno crede alla favola che questo possa avvenire nel breve.

Non potendo, allora, intervenire direttamente sulla famiglia, occorre allora filtrare la soluzione attraverso la scuola, che almeno questo fine ce l'ha nella sua missione implicita.

Tre vie per una soluzione

Ecco, allora, tre vie percorribili, ciascuna dal punto di vista dei diversi attori coinvolti (scuola, studenti e famiglie).

  1. Insistere sulla formazione del corpo docente all'intelligenza emotiva, alla capacità di ascolto e all'adozione della giusta distanza da problemi legati all'insegnamento che provocano frustrazione e tensione (si chiama capacità negativa ed è un aspetto fondamentale della relazione educativa, anch'esso preso sotto gamba). La classe degli insegnanti è esposta al grave rischio di burn-out e in pochi ancora lo hanno compreso. Agire sul loro benessere psicofisico è, dunque, essenziale, affinché siano messi meglio nella condizione di aiutare le famiglie e i ragazzi.
  2. Insegnare l'importanza delle emozioni ai ragazzi. Parlare di emozioni, con emozioni, di quelle degli studenti, con quelle degli studenti. Cioè, farlo in modo extracognitivo, diversamente da come, invece, viene fatto più spesso. In quanti, tuttavia, utilizzano i precetti dell'apprendimento multisensoriale creativo? La letteratura associata ai supporti creativi esterni, come le Arti Terapie, ad esempio, sono strumenti preziosi ma poco presi in considerazione dai Dirigenti Scolastici che ritengono (mediamente!) di poter affidare progetti con tali scopi agli stessi insegnanti. Ma è impossibile trovare soluzioni al medesimo livello dei problemi.
  3. Coinvolgere i genitori in attività extracurricolari in classe, incentrate su ascolto e avvicinamento ai valori positivi che vanno negoziati, discussi e condivisi. Un tempo si parlava di educazione alla genitorialità. Che sia arrivato il momento di rispolverare quegli appunti?

Partire da qui sarebbe un buon inizio. Nessuno dice che sia facile. Ma l'alternativa è alzare bandiera bianca e attendere il prossimo TG.

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contagio emotivo
Crescita personale

Il contagio emotivo: che cos’è e come funziona

Che cos'è il contagio emotivo? Lo spiego con un esempio. Siamo a tavola. Gaia, la figlia di poco più di un anno e mezzo dei miei amici Mirko e Lilli, è nel seggiolone, accanto a quello di Maria Lucia, la nostra bambina della stessa età. All'improvviso, Gaia esplode in un pianto a dirotto. Maria Lucia la guarda e un istante dopo la segue a ruota. Non solo. Prende un pezzo di pizza che ha davanti e glielo porge, come atto consolatorio, mentre entrambe si disperano senza un motivo. Ecco, il contagio emotivo è questo: un sentimento di altri che contagia noi, proprio come se si trattasse di un virus sociale. Daniel Goleman, ne L'intelligenza emotiva, lo definisce come uno scambio emotivo, spesso impercettibile, in una continua interazione reciproca di tipo sotterraneo.

Ascolto ed empatia

Che sia il pianto di più bambini nella nursery  di un ospedale, lo scambio di sensazioni con il barista che ci ignora o una folla che fugge in preda al panico, ogni imitazione non controllabile di stati d'animo altrui è una forma di contagio emotivo. In cosa differisce dall'ascolto e dall'empatia?
  • L’ascolto è un atto intenzionale nel quale a sensibilità di una persona la porta ad assumere un atteggiamento empatico nei confronti del proprio interlocutore.
  • La qualità dell’ascolto dipende molto, a sua volta, dalla capacità di empatizzare, cioè di entrare in empatia con l'altra persona. E' questa sensibilità che ci rende capaci di comprendere l’altro e di instaurare con lui una relazione autentica. L'empatia, come spiego nell'articolo di cui al link precedente che consiglio di leggere per ogni approfondimento,  consente di capire come l’altro potrebbe reagire in una qualsiasi situazione in cui l’emotività prevalga sulla razionalità. A ciò è associata, naturalmente, la personale capacità del soggetto empatico di interagire con l’interlocutore in maniera tale da avviare con lui una comunicazione collaborativa basata su atteggiamenti assertivi.

Il contagio emotivo

Data la somiglianza con  il sentire ciò che gli altri provano, alcuni studiosi (Bonino, Hatfield, Cacioppo, Hoffman) hanno rilevato la frequente confusione tra l’empatia ed il contagio emotivo. Ma, in realtà sono vissuti separati e distinti.

Per questo Bonino precisa che per riconoscere un reale  contagio emotivo occorre trovarsi davanti ad una condivisione emotiva immediata, caratterizzata da reazioni automatiche agli stimoli espressivi manifestati da un’altra persona che vive l’emozione in modo diretto. Durante il contagio emotivo, dunque, non c'è né consapevolezza, né distinzione chiara tra i vissuti delle persone che ne sono coinvolte.

La forma più elementare di contagio emotivo è quella tipica dei primissimi anni di vita, in cui, appunto, ad eccezione di un'innata predisposizione primitiva, manca ogni consapevolezza. Il bambino, tuttavia, riconosce immediatamente il vissuto emotivo dell’altro, attraverso l’azzeramento delle distanze e la totale condivisone delle sue emozioni. A scapito, però, della totale perdita della differenziazione tra il proprio vissuto e quello altrui. Questa empatia primitiva gli permette di sincronizzarsi in modo automatico e involontario con le espressioni

  • facciali,
  • vocali,
  • postulai

di un’altra persona e di convergere emotivamente verso di essa.

Con gli anni, cresce la complessità di questa sintonia empatia atipica che vira verso una condivisione in parallelo, lungo una via associativa e non più imitativa.

La mediazione cognitiva

In effetti, il rischio di contaminazione tra empatiacontagio emotivo c’è. Ma solo se non si tiene in abito conto la mediazione cognitiva che costituisce l’elemento discriminatorio tra la condivisione di un'emozione e la consapevolezza della stessa.

Nel contagio emotivo sono del tutto assenti tre elementi.

  1. Il corretto riconoscimento delle emozioni dell’altro.
  2. La capacità di assumere la prospettiva ed il punto di vista dell’altro.
  3. L’adesione o immedesimazione emotiva, ovvero la condivisione dell’emozione dell’altro.

Viceversa, si caratterizza per due elementi distintivi.

  1. L’imitazione motoria, processo in base al quale il soggetto adegua in proprio atteggiamento fisico, sia in senso mimico che posturale, alla postura e all’emozione dell’altro.
  2. La reazione circolare primaria, legata ad un meccanismo innato di risposta, non di origine sociale.

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Contagio e imitazione

Secondo studi specifici, quindi, il contagio non avviene per diretto accesso all’emozione dell’altro, secondo una forma di condivisione ed espressione congruente e dovutamente assertiva, bensì attraverso l’imitazione di un’espressione e di una postura simili a quelle dell’altro:

  • gli individui tendono ad imitare gli altri;
  • il feedback di tale imitazione influenza lo stato emotivo;
  • elaborando tale stato d’animo gli individui tendono ad assorbire le emozioni altrui.

Classi di contagio

Gli stessi studiosi, approfondendo il tema del contagio emotivo, sono giunti alla conclusione che, laddove un adulto non abbia realizzato una piena differenziazione tra sé e l’altro, si possa insinuare una o più delle quattro classi di contagio. Si tratta di degenerazioni patologiche, alcune anche tristemente note, del fenomeno in sé.

  1. La violazione delle regole (ad esempio, l’adolescente che inizia a fumare per contravvenire alle regole della famiglia).
  2. Il comportamento deliberatamente autolesivo (come la tendenza autolesionista al suicidio di chi aderisce al devastante fenomeno Blu Whale).
  3. Il plagio da stili di vita consumistici (come chi gioca in borsa soltanto per stile meramente emulativo).
  4. Il contagio di malattie di massa psicogene, come l’isteria (di cui era espressione, ad esempio, il Tarantismo nel Salento fino alla fine degli anni '50 del secolo scorso).

Consapevolezza del contagio

In generale, avere consapevolezza dei meccanismi del contagio emotivo si rivela molto utile per la crescita personale.

  • Accresce, infatti, l'autocontrollo emotivo. Nel senso che l'adulto sano diventa più consapevole nel comprendere che la sua sfera emotiva può essere influenzata da quella degli altri.
  • E' funzionale ad una migliore gestione della vita. Aumenta, infatti, i livelli di  intelligenza emotiva, quell'espressione dell'intelligenza globale che porta l'adulto a valutare, in via preventiva, gli effetti sul piano emotivo delle proprie azioni.
  • Si rivela utile, inoltre, per acquisire una percezione realistica rispetto alla possibilità di influenzare ed essere influenzati in situazioni sociali particolari. Ad esempio, laddove vige l'obbligo alla responsabilità che rischia di essere offuscato in caso di contagio.
  • Aiuta, infime, ad assumere un punto di vista critico e distaccato. Per esempio, rispetto alle logiche persuasive che tendono a irretire i consumatori.

È così che lo stare “dentro l’altro” deve, in fondo, diventare, invece, uno stare “con l’altro”. Il che implica la capacità di condividere serenamente i conflitti emotivi degli interlocutori, evitandone il contagio ma, piuttosto, supportandoli dall'esterno mentre attraversano delle difficoltà.

Il distacco estetico

Il giusto equilibrio, afferma Scheff, è in quella sorta di distacco estetico che si stabilisce tra il massimo coinvolgimento (contagio) ed il massimo distacco (difesa). E' nel bilanciamento tra ricordo e percezione, tra passato e presente, tra abbandono ed autocoscienza. Un equilibrio che consente il mantenimento della congruenza in coincidenza con una profonda risonanza emotiva.

Cosicché ogni relazione, da quella affettiva a quella professionale, di aiuto o con gli amici, diventa tanto più efficace quanto maggiore è la consapevolezza della differenza tra noi e gli altri.

 
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Crescita personale, Scuola

Simpatia, flessibilità e coscienza di sé per i docenti più efficaci

"Lei avrebbe meritato ventisette, ventotto. Le ho dato trenta perché ho applicato il coefficiente di simpatia. A volte, quando qualcuno mi è antipatico, tolgo anche due, tre punti. Non c'è niente di peggio dell'antipatia. Sentire, invece, la sofferenza, il pathos, nel senso greco del termine, è una grande qualità per un medico." Sono le parole dell'anziano professore ad un giovanissimo Luigi Lo Cascio nel film La Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordana.  Ma essere simpatici serve solo nel mondo medico o è anche una qualità che rende efficaci i professori nella scuola? Se è così, allora chiediamoci quanto siano stati penalizzati gli studenti che si sono formati con insegnanti antipatici.

La meglio gioventù

Il film è ambientato alla fine degli anni '60. In quegli anni, in pochi sapevano cosa fosse l'empatia, termine oggi fin troppo abusato e spesso confuso con la simpatia. La scoperta dei neuroni specchio era distante ancora un trentennio circa ma il concetto dell'anziano (e antipatico) professore è abbastanza chiaro. Oggi avrebbe parlato, probabilmente, di empatia. Esattamente come se ne parla nella scuola, quando si incoraggiano i comportamenti di comprensione di studenti esuberanti verso quelli più indifesi.

E' un discorso che coinvolge anche gli insegnanti che proprio grazie all'empatia e alla simpatia scoprono di essere più efficaci.

La differenza tra simpatia ed empatia

Per capire qual è il confine che separa l'empatia (letteralmente, sentire dentro) dalla simpatia (letteralmente, sentire insieme), sarà utile un esempio.

Se vediamo che una persona a noi cara sta male:

  • siamo in simpatia con lei (ma non in empatia), se percepiamo la sua condizione mentale, desideriamo aiutarla ma non sentiamo intimamente la sua sofferenza e, quindi, non la condividiamo con quella persona;
  • siamo in empatia con lei (ma non in simpatia), se sentiamo intimamente quella sofferenza, la viviamo sulla nostra pelle come se fosse nostra ma non interveniamo per aiutarla;
  • coesistono empatia e simpatia, se, oltre a sentire intimamente la sua sofferenza, la condividiamo e partecipiamo al suo stato mentale. Questa è la condizione ottimale della relazione d'aiuto.

In breve

La simpatia comporta, dunque, la partecipazione allo stato mentale di un'altra persona verso la quale proviamo una benevola compassione, senza, tuttavia, condividere quelle emozioni, positive o negative. Il suo opposto è l'antipatia, laddove sentire l'altrui pathos comporta l'atteggiamento, generalmente volontario, di non condivisione, di non partecipazione a quello stato d'animo.

L'empatia, viceversa, comporta la consapevolezza emotiva che si riflette nell'abilità o nell'attitudine a imitare, replicare, riprodurre intimamente una condizione interiore dell'altro, senza tuttavia necessariamente partecipare ad essa. Esattamente come accade durante la visione di un film avvincente che ci coinvolge nelle vicende emotive dei protagonisti.

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Flessibilità e coscienza emotiva

Tra le due, generalmente la seconda è implicata in talune condizioni psicopatologiche più della prima, atteso che anche la simpatia è interessata dai deficit relazionali che si accompagnano a patologie franche. Diverse patologie, infatti, anche molto severe, come autismo, demenza, schizofrenia e altri disturbi dello spettro psicotico, si caratterizzano proprio per l'incapacità dei soggetti che ne sono affetti di empatizzare. Dunque, di sentire il sentire dell’altro. Dal punto di vista fenomenologico, le componenti implicate risultano essere

  • la condivisione affettiva e la flessibilità mentale che, in condizioni di sanità, permettono di adottare il punto di vista dell’altro, e
  • la coscienza emotiva, che permette di distinguere le proprie emozioni da quelle degli altri.

Del tuo noto, sono temi ricorrenti nella scuola? Cioè, sono abilità che caratterizzano l'insegnante moderno o c'è ancora molto da lavorare?

Il professore simpatico

Tendenzialmente, tutti vogliamo renderci simpatici. E tutti, in un modo o nell'altro, crediamo di esserlo. Simpatia ed empatia sono alla base delle relazioni sociali e rientrano nelle attitudini innate dell'uomo che, grazie ad esse, si organizza in gruppi accomunati dalla condivisione dei medesimi principi e valori. Scopo della società, infatti, è il sostegno reciproco. L'aiuto, dunque, che nasce dal sentire insieme i bisogni e di mettersi nei panni degli altri membri della collettività.

Se adesso pensiamo la scuola come una piccola società, simpatia ed empatia devono coesistere, affinché il suo scopo sia raggiunto. Questo perché anche in classe è opportuno parlare di relazione d'aiuto. Se, infatti, l'insegnate sente (per empatia) il disagio dello studente meno dotato, può entrare in simpatia con lui per aiutarlo a valorizzare le sue risorse. Anche se sono diverse da quelle degli altri.

Le lezione efficaci

Appare, perciò, evidente che la spiegazione della lezione diventa più efficace se, fatta con simpatia, toccherà i diversi codici rappresentazionali dei diversi componenti la scolaresca. Per questo è inefficace un piatto trasferimento di nozioni che ad alcuni saranno più chiare, meno ad altri.

Il sorriso del professore, l'esempio che spezza il ritmo, l'intercalare di un aneddoto nella lezione, anche quella più ostica, rendono

  • la didattica più fruibile,
  • l'insegnante più simpatico e
  • più efficace.

Rischio antipatia

La dirigente di Istituto Comprensivo della mia città un giorno mi disse che gli insegnanti spesso dimenticano di dover interagire, dialogare con gli studenti. Per alcuni di essi, la storia e la geografia sono quelle. Pertanto, preparano sempre le stesse lezioni e credono che l'aggiornamento non serva. "Per questo ci portiamo dietro vecchi modi di fare che si sposano poco con le nuove necessità didattiche." Per contro, conosco anche tantissimi insegnanti che proprio con me hanno fatto percorsi di formazione sulle dimensioni emotive della relazione educativa.

Fu proprio in apertura di uno di questi incontri che un'insegnante della primaria, con voce rotta dall'ansia, mi disse: "Io vorrei capire come mai i miei bambini sono tutti ansiosi!". Il rischio di non comprendere da dove derivino taluni stati d'animo rende, infatti, inefficace l'insegnamento. Non riconoscerli sposta inevitabilmente l'attenzione dell'insegnante e impedisce di modulare una lezione su bisogni trasversali di apprendimento. Proprio quel rischio di sentire "altro" da quello che è (o di voler negare volontariamente una condivisione anche del proprio entusiasmo) fa apparire disconnessi e, di conseguenza, antipatici.

La riforma della Scuola, del resto, incoraggia la formazione e l'aggiornamento come una necessità per affrontare le imprese quotidiane. Con lo scopo di elevare la qualità dell'insegnamento e di servire al meglio ai bisogni individuali di crescita personale.

Bibliografia e fonti

In materia di scienze umane, ogni evidenza è desumibile da osservazione ed esperienza ma impossibile da incasellare in risultati statistici con rilevanza scientifica. Per approfondimenti, tuttavia, rimando principalmente agli studi di Thomas Gordon (Insegnanti efficaci, Giunti Editore), di Howard Gardner (studi sulle intelligenze multiple) e di Daniel Goleman (Empatia e intelligenza emotiva).


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intelligenza
Crescita personale, Scuola

I buoni voti a scuola sono garanzia di successo nella vita?

Questo signore nella foto è Howard Gardner. E' un insegnate e psicologo americano di origine ebraica. Le evidenze del suo lavoro nascono dall'osservazione dei bambini tra i banchi di scuola e fino all'età adulta e dimostrano che non esiste correlazione diretta tra prestazioni scolastiche e successo nella vita. Gardner, a cui sono legati gli studi e la teoria delle intelligenze multiple, è stato il primo, infatti, a smontare decenni di ricerche sull'intelligenza, in relazione alla quale la visione scientifica dominante non prendeva in considerazione le ingerenze della vita mentale emotiva.

In effetti, la visione delle scienze umane è molto cambiata da quando la psicologia ha compreso il potere delle emozioni nella vita delle persone.

Le intelligenze multiple

Se siamo arrivati a queste conclusioni, il che oggi è un dato acquisito dalle neuroscienze, lo si deve anche al suo contributo. La parola chiave di questa nuova concezione dell'intelligenza umana è multipla. Ovvero, Gardner dimostra l'infondatezza della visione dell'intelligenza come fattore unitario immutabile e misurabile in termini di Q.I. a vantaggio di una visione dinamica, le cui risultanze sono, in sostanza, la sintesi di una gamma di talenti. Egli ne individua sette differenti tra i quali gli individui tendono a svilupparne alcuni più di altri:

  1. l'intelligenza logico-matematica e
  2. l'intelligenza verbale, che insieme compongono l'intelligenza scolastica;
  3. l'intelligenza spaziale, tipica degli artisti;
  4. l'intelligenza musicale, osservabile, ad esempio, nel genio di Mozart;
  5. l'intelligenza cinestetica, osservabile nella fluidità dei movimenti. Infine,
  6. l'intelligenza interpersonale, tipica dei grandi leader, e
  7. l'intelligenza intrapersonale che origina da efficaci introspezioni e riflessioni intorno a se stessi.

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L'intelligenza personale

Le ultime due costituiscono l'intelligenza personale. Ed è proprio a quest'ultima che dedica particolare attenzione per sconfessare la superata visione degli psicologi cognitivisti, secondo cui l'intelligenza era la risultanza di una elaborazione fredda e metodica dei fatti.

Comparando

  • le sue ricerche su classi definite Spectrum (in cui ai ragazzi più bravi venivano proposte prove basate sui diversi talenti con esiti che smentivano le valutazioni scolastiche) con
  • due indagini condotte da George Vaillant, la prima su 95 studenti di Harward (i più brillanti da grandi non si differenziavano quasi per nulla, per risultati ottenuti, rispetto ai meno capaci negli anni del College),
  • la seconda su di un campione di 450 studenti preadolescenti (all'età di 47 anni, il 7% di loro che, da ragazzi, avevano un Quoziente d'Intelligenza, misurato con la scala Standford-Binet, inferiore a 80, era in condizioni di precariato lavorativo, esattamente come la stessa percentuale di altri con QI superiore a 100 durante gli anni della scuola),

è stato possibile osservare solo una generale interrelazione tra i livelli di QI e il livello socioeconomico raggiunto. Ma anche che la grande differenza la facevano le abilità altre maturate durante gli anni dell'avvio delle ricerche, come

  • la capacità di tollerare e superare le frustrazioni della vita,
  • controllare le emozioni e
  • andare d'accordo con gli altri.

Il successo personale

La discriminante del successo personale, in altre parole, era ed è l'intelligenza complessiva in cui giocano un gran ruolo l'empatia e l'intelligenza emotiva. Essa, infatti, risulta fondamentale come meta-abilità, dal momento che determina quanto bene le persone riusciranno a servirsi delle proprie capacità (tra cui, quelle tipicamente intellettive).  Il QI esaminato nei giovani studenti, secondo gli studi di Gardner, contribuisce al più in ragione del 20% alla riuscita nella vita adulta, restando l'80% appannaggio di tutte le altre abilità descritte.

Sapere, dunque, che un uomo (o una donna) è stato un brillante studente può essere, al massimo, predittivo rispetto al suo successo e dimostra un'abilità, quella scolastica, che non dice nulla su come reagirà alla vicissitudini della vita.

La scuola come educazione alla vita

Qual è, dunque, il ruolo della scuola?

In questa visione, la scuola come educazione alla vita non è più quella dei bravi, quella che vuole uniformare la preparazione di tutti ai medesimi standard, quelli auspicati dai programmi didattici, bensì quella che riesce a valorizzare le risorse e i talenti personali. Incoraggiando gli studenti a sviluppare la gamma completa delle abilità, tra cui ognuno potrà scegliere quella a cui attingere per avere successo.

Bisognerebbe considerare che una classe è l'embrione di una società, in cui ci sarà il sindaco, l'avvocato, l'ingegnere, il politico, il meccanico, il musicista, l'impiegato, il grafico pubblicitario ecc.. Se considereremo questo, la didattica potrà essere basata su modalità trasversali di proporre l'insegnamento. In modo, cioè, da far emergere i talenti e le risorse individuali, senza che l'idea dell'apprendimento sia livellata verso le aspettative della scuola (o dell'insegnante, talvolta) che vorrebbe (o che agisce come se si aspettasse) una società di soli sindaci!

Per approdare a questo, c'è una sola strada: valorizzare le dimensioni emotive dell'apprendimento. Il "come" che rende i contenuti accessibili a tutti.

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Crescita personale

Che cos’è, come funziona e a che serve l’empatia?

Detta con parole semplici, l'empatia è la capacità di mettersi nei panni degli altri. E' il termine con cui le neuroscienze indicano lo stato mentale che interessa l'abilità di un individuo di immedesimarsi in un’altra persona in modo diretto ed esperienziale, fino a coglierne gli stati d’animo, le emozioni e i pensieri. Spesso e impropriamente confusa con la simpatia, l'empatia è un'attitudine innata ma che, in realtà, varia per intensità da soggetto a soggetto. In assenza di patologie, essa dipende dall'indole, dalla sensibilità, dalla storia personale, dalla cultura, dalla formazione e, secondo scoperte relativamente recenti, anche dal sesso (le donne avrebbero una spiccata dote in tal senso, molto più sviluppata che negli uomini).

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La scienza della comprensione

Uno dei primi studiosi a descrivere l’empatia (letteralmente, sentire dentro) fu Edward Titchener, il quale nel primo decennio del secolo scorso cercava proprio un temine, distinto da simpatia (letteralmente, sentire insieme, tradotta anche come benevola compassione che non comporta condivisione), per definire il mimetismo motorio tipico dei processi automatici di imitazione somatica

  • delle espressioni del viso,
  • della voce,
  • della postura e
  • del movimento

di un’altra persona e, di conseguenza, di sincronia emotiva con essa, nota come contagio emotivo. Con l’introduzione degli strumenti di neuroimaging, fu possibile attribuire una base neurofisiologica all’empatia nell’interazione tra diverse regioni cerebrali:

  • il cervelletto,
  • la corteccia cingolata mediale anteriore,
  • il sistema limbico e
  • l’insula.

Sono, infatti, dovuti alla presenza di lesioni in queste aree:

  • i disturbi della regolazione delle emozioni,
  • la mancanza di interazioni sociali,
  • l’apatia (lo stato di indifferenza verso il mondo circostante, di inerzia fisica oppure di mancanza di reazione di fronte a situazioni che normalmente dovrebbero suscitare interesse o emozione).

Le conseguenze di tali danni cerebrali  sul piano del comportamento sono devianza e prevaricazione sociale.

I neuroni specchio

A questi processi di identificazione empatica (e della loro disfunzione) concorre anche la scoperta di neuroni specializzati, osservati per la prima volta, alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, nei primati e denominati dall’equipe del Prof. Giacomo Rizzolatti neuroni specchio.

L'equipe dell'Università di Parma assegnò questo nome proprio perché la loro attivazione per imitazione, del movimento e anche della sola intenzione del movimento, agevola la comprensione delle azioni di altre persone, anticipandole e prevedendole, e, quindi, l’apprendimento dall'esperienza.

Di conseguenza, essi sono implicati nell'imitazione anche degli stati mentali delle altre persone e delle emozioni che provano e rappresentano una delle più importanti scoperte degli ultimi decenni nell’ambito delle neuroscienze.

Il loro malfunzionamento, peraltro, oggi si rivela utile nella comprensione anche dei processi patologici in pazienti psichiatrici di cui si dice che "hanno lo specchio rotto". Grazie ai neuroni specchio, infatti, sappiamo che, quando essi funzionano male, si assiste alla totale mancanza di empatia e di comunicazione emotiva (i soggetti autistici, ad esempio, non riescono a riconoscere volti che esprimono un’emozione o ad adottare il punto di vista dell’altro).

Qual è la funzione dell’empatia?

L’empatia, come comprensione profonda degli altri, è una competenza fondamentale nelle interazioni sociali e serve per intrattenere rapporti soddisfacenti e gratificanti. Oggi, tuttavia, mentre corriamo verso specializzazioni professionali sempre più alte, abbiamo dimenticato quanto sia utile sviluppare le competenze di base, quelle emotive, che, così, andiamo via via perdendo.

Essa, infatti, rimanda in maniera determinante al riconoscimento delle emozioni, prima nostre e poi degli altri. Da cui dipende la qualità della nostra comunicazione e delle nostre relazioni. Per questo tale capacità può essere allenata prima che si atrofizzi, come accade per i muscoli che non vengono stimolati per lungo tempo. Solo che, mentre ci tuffiamo a capofitto nel fitness per allenare il nostro corpo, sempre meno ci prendiamo cura della salute della nostra mente.

L'empatia oggi

Io mi auguro che la coscienza sociale che ancora conserviamo voglia cambiare la cultura delle relazioni.

Quanto ci sia bisogna di questo lo hanno capito tutti. Anche le società di marketing, che vivono di relazioni e della fiducia dei clienti, le quali preparano i loro consulenti proprio in corsi improntati alla creatività, al benessere e alle emozioni. Conoscere, infatti, i comportamenti dei consumatori, che acquistano sulla spinta emotiva, permette di prevederne le scelte e, di conseguenza, di anticiparle e condizionarle. Per questo ci fanno compilare tutti quei questionari che ci fidelizzano alla aziende da cui acquistiamo abitualmente.

Lo ha capito anche la scuola che, con la legge 107/2015, riserva ampio spazio alle attività creative e all’alfabetizzazione emotiva che ad esse è strettamente collegata.

La domanda è: a che punto siamo?

Daniel Goleman sostiene che avremmo uomini migliori se i genitori insegnassero l'educazione ai loro figli con intelligenza emotiva. I bambini diventano più empatici e comprendono meglio le loro azioni se vien detto loro:

  • “guarda come hai fatto soffrire il tuo amico”, invece di
  • “è stata una cattiveria”.

Ci ritornerò, anche per trattare la difficoltà empatica nei comportamenti devianti e antisociali come il bullismo. L'argomento merita una trattazione a parte, accorta e approfondita. Una cosa però mi sento di affermare subito: le risposte non vanno cercate nel futuro ma nel passato. Da lì e dai valori dovremmo ripartire per costruire un mondo migliore.


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