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Yonda Buio Luce e Amore
Fiabe e storie

Il duello di Yonda e Kares per il Buio, la Luce e l’Amore

Ecco le tre Forze che governano l'Universo: il Buio, la Luce e l'Amore. Una storia che Michele Bonfitto, Musicoterapeuta in formazione in Artedo, ha scritto, nel corso di un mio laboratorio sul Metodo Autobiografico Creativo per lo Storytelling, per comunicare un proprio punto di vista sulle cose del mondo. Un racconto che mi ha colpito molto perché ospita il gioco delle metafore, tipico di una fiaba, e lo finalizza ad un messaggio d'insegnamento in cui è facile rispecchiarsi. Una perfetta applicazione del mio metodo, dunque. Credo che Michele voglia dirci che dovremmo imparare ad ammettere luci e ombre della vita e dell'amore.

Yonda e il Buio

Si racconta che migliaia di anni fa, questo pianeta fosse perfettamente in equilibrio e che questo equilibrio si basasse solo ed esclusivamente su tre forze: il Buio, la Luce e l’Amore. Tutto funzionava alla perfezione. I disagi non esistevano e non c’erano neppure conflitti e squilibri tra gli uomini. Le risorse abbondavano per tutti e la natura non veniva deturpata da creazioni umane invasive ed irriverenti. Insomma, un mondo perfetto, fatto di totale armonia, quella a cui sempre si ambisce.

Tutto ciò era reso possibile da Yonda, che, per mantenere questo equilibrio mondiale, chiuse le tre forze universali in tre ampolle sigillate da uno strano potere, in modo che nessuno, a parte lui, potesse accedervi.

Si narra che Yonda fosse una strana creatura a tre teste, simile all’Idra, e che ogni testa fosse indipendente nel controllare ogni singola Forza. Nessuno ha, però, mai visto Yonda: c’era chi diceva fosse un Dio, chi una creatura mitologica, chi semplicemente il custode delle Forze Universali.

Ecco Kares, l'angelo Salvatore

Un giorno nacque Kares, un angelo dagli straordinari poteri che, venuto a conoscenza dell’esistenza di Yonda, volle assolutamente trovarlo per scoprire dove fossero custodite le ampolle.

Come era logico che accadesse, Yonda si rifiutò. Ma secondo Kares le tre forze non potevano essere sotto il controllo di una sola creatura ma, piuttosto, nella disponibilità di tutti gli abitanti della Terra.

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I due si sfidarono. Il monito di Yonda fu molto chiaro: “Se mi uccidi, ci sarà il caos: ognuna delle mie tre teste governa una forza e, se anche una sola di esse perirà, crollerà per sempre l’equilibrio”. Ma l’angelo non se ne curò e affondò la sua spada nel collo di ciascuna delle tre teste. Yonda era stato sconfitto e Kares fu acclamato come un eroe dagli abitanti della Terra, quando furono loro distribuiti il Buio, la Luce e l’Amore.

Amore di luci e ombre

Ma la vera storia, quella del modo di oggi, è molto diversa da come ce l’hanno raccontata: l’angelo Kares viene ancora oggi considerato il Salvatore del mondo ma viviamo tutti nel caos, nessuno riconosce più le tre forze e nessuno si rende conto dell’equilibrio che serve a farle funzionare.

Non c’è luce senza il buio, non c’è buio senza luce e non c’è amore senza entrambi.

Ci rifugiamo nell’amore, convinti che sia fatto solo di luce, senza renderci conto che l’amore è fatto di ombre e che lo facciamo al buio. E adesso che abbiamo la convinzione che il tutto sia nostro e di poterlo controllare chi ci proteggerà?

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Autostima fiducia e creatività
Arti Terapie, Crescita personale

Autostima e fiducia: la creatività guarisce le ferite

La creatività richiede fiducia. Esercitare fiducia significa rinunciare al controllo. Rinunciare al controllo, però, spaventa. Per questo resistiamo: per mantenere l’illusione del controllo.  Serve, infatti, una buona dose di autostima, poichè questa resistenza genera ansia, rabbia e stress che puntualmente somatizziamo. A volte, la resistenza è generata dalla convinzione che siamo venuti al mondo per adempiere a una serie di doveri e obblighi morali e che, difficilmente, il vero scopo della nostra vita coinciderà con ciò che amiamo fare, con i nostri reali interessi, con le nostre aspirazioni più autentiche. In realtà, nel momento in cui smettiamo di opporre resistenza e ci lasciamo trasportare dal flusso, l’Universo ci prospetta tutte le opportunità di cui avevamo bisogno. E spesso nell’esatta sequenza, in ordine di necessità.

In altre parole

Cioè, se seguiamo il nostro istinto vitale, tutto l’Universo sostiene le nostre scelte e i nostri desideri e coopera per realizzarli. È l’incertezza, l’indecisione, l’incostanza nel flusso creativo a non permettere al nostro percorso di dispiegarsi con naturalezza. Quando siamo sulla strada giusta, sappiamo esattamente in quale direzione muoverci e sappiamo esattamente come comportarci.

Le parole, queste e quelle che seguono, sono di Romina, arteterapeuta leccese, e sono tratte da "L'unicorno che vomita arcobaleni", racconto autobiografico scritto dalla stessa nei percorsi formativi del Metodo Autobiografico Creativo sui temi di creatività, autostima e fiducia. Il testo completo, da me adattato, oggi è l'introduzione al mio libro di fiabe autobiografiche "I desideri che cadono nel mare - Fiabe per crescere, storie per imparare a conoscersi" (Stefano Centonze, Ed. Circolo Virtuoso 2018).

La storia di Romina

Qualche anno fa mi trovavo in una fase molto critica della mia esistenza. In seguito a un lutto familiare e a un concomitante abbandono da parte di una persona a cui ero molto legata, mi ero chiusa in me stessa, al punto da aver dimenticato completamente che cosa significasse il contatto umano. A causa dell’abbandono – che a sua volta aveva innescato una serie infinita di associazioni mentali con esperienze dolorose della mia infanzia –, la mia autostima e il mio amor proprio erano gravemente mortificati. La “pauraditutto”era il centro attorno al quale ruotavano, affannandosi, le mie tristi giornate. Sicché, stavo scivolando sempre più in basso.

Così decisi di rivolgermi alle cure di uno psicoterapeuta, il quale, in associazione alle sedute di terapia tradizionale, mi propose di partecipare a una serie di incontri di Biodanza e PNL, orientati proprio al lavoro sull’Autostima. La prospettiva di dovermi esporre in un contesto a me totalmente sconosciuto, il terrore del contatto fisico con persone estranee, la paura del giudizio altrui, mi spinsero ad opporre una strenua resistenza. Inizialmente rifiutai, adducendo le scuse più improbabili.

Alla fine, però, mi ritrovai lì ma solo perché il mio psicologo sembrava davvero irritato dal mio atteggiamento e aveva cominciato ad insinuare il dubbio che io non volessi davvero stare bene e che preferissi persistere nel mio vittimismo. Accettai, dunque, con l’angoscia nel cuore.

Salvata dalla creatività

Sono passati solo tre anni ma è come se stessi raccontando di un’altra vita. Non voglio neppure immaginare che cosa ne sarebbe stato di me se non avessi accettato quella sfida.

Credo sia stato quello il momento di svolta per la mia esistenza perché, nell’ambito di quei laboratori, accadde qualcosa di magico. Nell’abbraccio amorevole e contenitivo del gruppo, ogni paura e ogni resistenza si sciolse, liberando il mio corpo, dissolvendo ogni nodo, ogni blocco, ogni tensione. Sentivo fisicamente la sensazione di un corpo, liberato dai legacci che, ad ogni passo e ad ogni abbraccio, ad ogni sguardo e ad ogni carezza, “mi toccano e non muoio!”, riacquistava elasticità, libertà e sicurezza nei movimenti. Ad ogni incontro, cresceva la mia volontà, la mia capacità di autodeterminarmi e di assumere il controllo delle situazioni, comprendendo il significato della parola Leader e stupendomi della mia capacità di esserlo, in modo gioioso e naturale.

A casa, non potevo smettere di danzare: ero come invasa da un’energia incontenibile e ricordo che già allora, per un breve e strano lasso di tempo in cui non capivo bene che cosa mi stesse accadendo, anche la mia voce cominciò a manifestare il bisogno di esprimersi. Mi sentivo letteralmente sbocciare alla creatività. Ma ancora non bastava: mi sentivo ancora bloccata nell’espressione creativa di cui volevo riappropriarmi, quella grafico-pittorica.

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Le "mie" Arti Terapie

Proprio in quei giorni, del tutto casualmente, una mia cara amica mi parlò di una scuola di formazione in Arti Terapie e, nel giro di pochi giorni, superando una serie di impedimenti anche di ordine economico con una naturalezza tale da far pensare a un miracolo, mi ritrovai già iscritta. Era come se l’intero Universo stesse complottando per spianarmi la strada. Ero nel flusso, finalmente.

Ho avuto fin da subito l’intuizione che un approccio globale alla creatività fosse la strategia giusta, e, quindi, mi sono orientata fin dall’inizio verso una formazione integrata e multidisciplinare, frequentando anche i laboratori di discipline diverse dalla mia, come la danzamovimentoterapia e la musicoterapia. Sul piano corporeo devo ancora lavorare tanto, anche se non ho più avuto timore del contatto fisico. Anzi, laboratorio dopo laboratorio, è cresciuto in me il desiderio di abbracciare e di essere abbracciata.

Ho instaurato legami anche profondi con alcuni compagni di corso e ho imparato ad accettare la possibilità di non piacere a tutti senza recepire necessariamente questa cosa come una sconfitta sul piano personale. Lavorare in gruppo mi ricorda puntualmente che ho bisogno di far valere le mie idee e che se, per stanchezza o apatia, lascio ogni iniziativa agli altri, senza essere davvero partecipe dell’Atto Creativo, la mia autostima ne risente terribilmente.

Autostima, fiducia e creatività

La mancanza di autostima e di fiducia in se stessi e nel prossimo non sono certo carenze che si colmano in modo completo e definitivo con qualche laboratorio didattico: in alcune attività ho ancora moltissime difficoltà a lasciarmi guidare con gli occhi chiusi, ad esempio, e le esperienze della vita di tutti i giorni spesso remano contro. E capita di fare qualche passo indietro o di sentirsi stanchi ed abbattuti. Ma quando sei nel flusso creativo, a meno che non te ne tiri fuori con un atto di volontà masochistica e autodistruttiva, basta un piccolo sforzo di volontà affinché ogni cosa torni rapidamente al suo posto.

Oggi posso dire che la creatività e la narrazione della mia storia personale, come fiaba (perché usare le parole soddisfa il nostro bisogno di restare razionali, anche se poi ci tradisce con la metafora) ma anche come suono, corpo, movimento e gesto, sono stati il mio Atto Catartico, l’Esorcismo di cui avevo bisogno, nel senso letterale di “portare fuori” tutta la verità che non avevo mai detto a me stessa.

…e chiudo

È incredibile come si possa arrivare alla soglia dei quarant’anni dicendosi continuamente «quanto vorrei fare questo o quello!» senza mai avere il coraggio e la determinazione per fare almeno un tentativo. Per questo, ora più che mai, sono convinta che uno dei momenti di massima realizzazione, nella vita di un essere umano, sia quando l’Atto Creativo incontra il bisogno spirituale e lo esaudisce in una forma artisticamente compiuta. Non bella o brutta. Artisticamente compiuta, nel senso che “ognuno ha la sua arte”.

A mie spese ho imparato e conservo nel profondo del mio cuore un grande insegnamento: c’è un tempo per ogni cosa e, a tempo debito, ogni albero dà i suoi frutti.

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stati di grazia e flusso creativo
Arti Terapie, Crescita personale

Stati di grazia: il flusso creativo

Può la creatività generare uno stato di grazia? Sì, se si ammette l'imperfezione del processo creativo e l'insegnamento che ne se ne può trarre per se stessi: sbagliare e imparare dai propri errori, fino a far pace con sé.  Tratto da "L'unicorno che vomita arcobaleni", ecco un articolo che racconta di creatività, autostima e fiducia. Una storia autobiografica che riporta l'esperienza personale di Romina, un'arteterapeuta leccese che ha sperimentato la libertà o lo stato di flusso grazie alla creatività emersa nei percorsi formativi del Metodo Autobiografico Creativo. Queste le sue parole, che ho scelto e adattato come introduzione al mio libro di fiabe autobiografiche "I desideri che cadono nel mare - Fiabe per crescere, storie per imparare a conoscersi" (Stefano Centonze, Ed. Circolo Virtuoso 2018).

Il flusso creativo

Essere nel flusso creativo implica che si abbia una concezione tale di se stessi da non potersi astenere dal creare, indipendentemente dai guadagni materiali o immateriali che se ne ricavano. Implica il dedicare spazio e tempo al proprio artista interiore che, essendo un bambino, ha bisogno di tempo e spazio di qualità, ha bisogno di essere circondato da persone che lo trattino con rispetto e non cerchino di controllarlo o negarlo. Va da sé che chiunque stia lavorando sull’autostima dovrebbe circondarsi di persone positive, che non sottraggano energie ma che, piuttosto, le alimentino e le incoraggino.

L’amore e il rispetto per se stessi, del resto, nascono dall’atto di abbandonarsi alle infinite possibilità del flusso creativo, dall’essere disponibili a realizzare qualcosa che non piaccia a nessuno, che sia un trionfo di Senso e Significato soltanto per noi. E che, solo per questo, ci riempia della sua pienezza e della sua (im)perfezione.

Amarsi per amare

Amare e rispettare se stessi implicano il nutrire costantemente la propria spiritualità, intesa anche come insieme di valori etici, morali e intellettuali; implicano avere cura delle relazioni, affinché esse non divengano una trappola mortale per la libertà espressiva che condiziona le scelte e sospinge verso il conformismo e l’omologazione.

L’influenza negativa delle relazioni disfunzionali sulla capacità di creare può, infatti, avere esiti devastanti: l’artista interiore, ignorato o ostacolato, genera comportamenti distruttivi e autodistruttivi, può indurre ad eccessi e dipendenze e, soprattutto, produce un accumulo di rabbia e frustrazione che, se non adeguatamente canalizzate, possono evolvere in patologie.

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La creatività come pratica spirituale

Così, la creatività è una via di salvezza, una pratica spirituale. Come Esseri Creativi non possiamo permetterci di venire a patti con il Creato su tutto quello che implica la nostra identità: sarebbe un abominio verso la nostra stessa natura e verso il Creatore, che ci ha fatto dono di essere simili a Lui, rendendoci creativi a nostra volta. È in questo dialogo e nell’accettazione delle responsabilità che comporta che ha inizio la vera auto-accettazione. In quanto pratica spirituale, e, quindi, potenzialmente in eterno divenire, l’Atto Creativo non è qualcosa di compiuto e immutabile, anzi.

Piuttosto, ha bisogno di una piccola dose di insoddisfazione che alimenti, come un carburante, l’azione successiva, che stimoli a compiere il passo successivo. Il che non ha niente a che vedere con l’insicurezza: semmai, è un vago senso di incompiutezza, senza il quale le nostre energie creative ristagnerebbero. È un appetito insaziabile, un bisogno di continuare ad esplorare, ad espanderci, a metterci alla prova.

L'autostima e gli stati di grazia

«Chi si ferma è perduto!» Era il motto di mio nonno, la sua filosofia di vita. Lui era uno capace di escogitare mille possibilità di utilizzo di un laccio da scarpe e una delle persone più creative, vitali e dotate di autostima che io abbia mai conosciuto. Insomma, era l’esatto contrario dell’immobilismo imperante. Perché, l’immobilità è morte e porta a ricadere inevitabilmente nella paralisi e nell’insoddisfazione. È contro natura.

Mentre l’autostima si nutre di conferme che diamo continuamente a noi stessi, conferme sul fatto che siamo vivi,  presenti, ed efficaci. L’Autostima si nutre di continuità e di perseveranza. Da qui, da dentro, dunque, deriva lo stato di grazia.

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La sindrome del Grande Artista paura blocca la creatività
Arti Terapie, Crescita personale

La sindrome del Grande Artista: quando la paura blocca la creatività

"Se sei impegnato a lottare con tutte le tue forze per dimostrare che sei un “grande artista” e che sei degno di attenzioni e d’amore, difficilmente riuscirai ad essere un artista. Se passi le tue giornate a studiare il modo di realizzare “qualcosa di davvero importante”, perdi di vista ciò che importa veramente. Una convinzione che ostacola moltissimo l’espressione creativa è quella secondo la quale l’arte deve essere necessariamente produzione di opere di grande pregio e valore. Nella competitiva e materialista società occidentale, è spesso considerato un’inutile perdita di tempo dedicarsi a forme d’arte che non siano, in qualche modo, “produttive”, che non portino con sé fama e denaro. Approccio che, d’altro canto, alimenta aspettative (destinate a restare spesso deluse) e senso di insicurezza."

Le parole, queste e quelle che seguono, sono di Romina Pacella, arteterapeuta leccese, e sono tratte da "L'unicorno che vomita arcobaleni", racconto autobiografico scritto dalla stessa nei percorsi formativi del Metodo Autobiografico Creativo sui temi di creatività, autostima e fiducia. Il testo completo, da me adattato, oggi è l'introduzione al mio libro di fiabe autobiografiche "I desideri che cadono nel mare - Fiabe per crescere, storie per imparare a conoscersi" (Stefano Centonze, Ed. Circolo Virtuoso 2018).

La sindrome del Grande Artista

Per molti anni mi è stato impossibile eseguire anche un semplice bozzetto a matita che non fosse finalizzato al raggiungimento di uno “scopo” ben preciso, come il raggiungimento di una specifica abilità. Mi ricordavo di un tempo lontanissimo in cui disegnavo e il mio spirito bambino riposava nella completezza del suo essere. Un foglio d’album dopo l’altro. Semplicemente. Terminavo un disegno e ricominciavo. Molto semplicemente.

Disegnare mi dava gioia e serenità e non mi chiedevo mai se lo stavo facendo nel modo giusto. Quindi, in un certo senso, sentivo strano e innaturale questo bisogno di “farlo bene o non farlo affatto”. Avevo un forte impulso ad agire ma la paura di sbagliare mi frenava, mi induceva a rimandare. A quando avrei avuto le conoscenze giuste o i materiali giusti o tutto il tempo necessario.

Sembra un ritornello: le persone poco creative sono pigre e svogliate.  Ma, in realtà, è la paura l’unico vero ostacolo all’Atto Creativo: la paura di non essere all’altezza, la paura dell’insuccesso, dietro al quale si maschera la paura di essere soli. Così, nelle persone insicure si fa strada la tentazione di “disciplinarsi”: darsi una serie di regole da seguire, eseguire tutti gli esercizi alla perfezione, studiare bene il manuale…

(S)blocchi creativi

Tutto ciò dà un senso di sicurezza e di stabilità irresistibili. Ma è proprio in questo modo che mettiamo al centro il nostro Ego, il suo bisogno di auto-compiacimento e di conferma del valore intrinseco, dimenticandoci che il vero carburante del flusso creativo è l’entusiasmo. E che l’entusiasmo è strettamente connesso alla fiducia. L’entusiasmo, infatti, è una fonte di energia che ha a che fare con il gioco, con l’aspetto ludico delle esperienze, più che con il lavoro, con lo sforzo e con lo spirito di sacrificio.

Un altro ostacolo alla creatività che può arrivare a minare l’autostima e la fiducia è la competitività. Un pizzico di competitività è uno stimolo per l’Atto Creativo ma, quando siamo costantemente concentrati su di essa, è la paura a guidarci, il pensiero che non saremo mai all’altezza del nostro termine di paragone. E ciò non può che ostacolare il nostro percorso di crescita.

Un percorso creativo che alimenti l’autostima è un sentiero che attraversa la nostra interiorità: concentrarci sui progressi e sui successi altrui è solo un modo per disperdere energia, nell’immaturo desiderio di somigliare a qualcun altro, al posto di custodire e coltivare la nostra preziosa individualità. La competitività, invece, ci allontana dalla nostra voce interiore, indebolendo la nostra attenzione e capacità d’ascolto per i bisogni più autentici, portandoci ad assumere un atteggiamento costantemente difensivo, vittimistico e passivo, piuttosto che attivo e produttivo.

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La creatività che salva la vita

La mentalità competitiva è un’istanza dell’Ego, non del nostro Essere più autentico e profondo. L’Ego vuole primeggiare. Sempre! L’Ego ci porta puntualmente a dubitare di tutto ciò che produciamo, con i suoi luoghi comuni e le generiche convinzioni su ciò che è arte e su ciò che non lo è, su ciò che è esteticamente valido ed apprezzabile, e interferisce con la capacità di portare a termine un progetto.

Così, la tentazione è liberarsi alla svelta di tutte quelle espressioni artistiche che non si rivelano fin dall’inizio come un successo sicuro. Tuttavia, il processo creativo che aiuta l’Autostima è un percorso graduale che ha bisogno di tempo per maturare, che permette di crescere con e attraverso di esso. Ecco, attraversare lo spirito giusto, camminarci attraverso, esplorarlo, restare in ascolto della flebile voce della Guida Interiore, concederci il lusso infantile del gioco, della ricerca disinteressata.

L’Ego oppone resistenza perché non può permettersi di apparire goffo e sgraziato. Lui, l’Ego, non ha tempo da perdere: vuole la gratificazione immediata e l’approvazione degli altri. Ma l’Autostima è avere l’approvazione da parte di noi stessi. E perseverare nella creatività è l’unica strada per ottenerla, l’unico autentico successo.

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effetto mediasfera
Crescita personale

Effetto mediasfera: chi non è padrone di se stesso è facilmente occupabile

Ritorna attuale, qualora mai abbia cessato per un solo istante di esserlo, il pensiero del Beato Antonio Rosmini: "Chi non è padrone di se stesso è facilmente occupabile". Semmai, date le conseguenze dell'effetto mediasfera, oggi più che mai osservabili dall'infinito e variegato riverbero della negatività di una società allo sbando e che emula se stessa solo negli aspetti peggiori, nel degrado dei costumi e nella violenza di un clima da "tutti contro tutti", in questo preciso momento sappiamo di esser lì a grattare il fondo. E che sarà impresa ardua risollevarsi, se lasciamo alla tv il compito di occupare, con le sue parole deviate, menti troppo poco avvezze ad esser critiche e almeno altrettanto impreparate a interpretare e discernere la spazzatura da quel poco che può ancora essere salvato.

Effetto Mediasfera

Grande dominatore della comunicazione nelle famiglie è proprio la mediasfera. Con la fine del dialogo in famiglia, infatti, la tv accesa riempie i vuoti e i silenzi. In questa atmosfera, tramontate definitivamente le relazioni in nome di un impersonale virtuale, confuso con la realtà da chi non possiede altri mezzi per non sentirsi escluso dal flusso della conoscenza tecnologica e consumistica, gli adolescenti diventano adulti freddi, tecnici e banali.

Ecco che le persone, convinte di essere tutte connesse tra loro, finiscono per diventare degli automi e per accettare passivamente, senza accorgersene, immagini e notizie che, ossessivamente, evocano modelli di vita angoscianti. Perché è così che si esercita il controllo.

In tal modo, infatti, la tv

  • diffonde la paura,
  • la disperazione,
  • detta i tempi della risonanza emotiva agli spettatori e
  • inculca modelli di pensiero piatti e privi di senso critico costruttivo.

La profezia di Bauman

In questa parte di mondo,  il virtuale, che per definizione è il non esistente rappresentato, viene  facilmente confuso con la vita reale. Basta pensarci: è attraverso lo schermo di una tv o di uno smartphone che osserviamo la realtà. Realtà che, tuttavia, potrebbe tranquillamente non esistere o essere diversa da come ci viene proposta (con lo scopo di manipolarci, preoccuparci e indurci all'immobilismo).

E', in fondo, la profezia della società liquida e de-intellettualizzata di Zigmunt Bauman che si avvera. In questo modello di società tutto coincide, perfino il vero e il falso, esattamente come per tutti gli opposti, inclusi

  • il presente e il futuro,
  • il sempre e il mai,
  • il sacro e il profano,
  • l'amore e l'odio,
  • la carezza e il pugno.

E' così che, in fondo, si perde la speranza nel futuro. Se il presente e il futuro sono percepiti come lo stesso attimo e quell'attimo è il flusso in cui bisogna stare, perché

  • sperare,
  • aver fiducia,
  • progettare?
  • Perché fare qualunque cosa per un domani che forse non esiste?

Perché, in fondo, temere di pagare domani per aver commesso qualcosa di grave se il domani non è neppure contemplato? Quello che conta è solo l'istante preciso in cui tutto accade. Quell'istante è presente e futuro, sempre e mai allo stesso modo.

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Futuro o  presente dilatato?

Questo presente dilatato, fatto della velocità a cui si muovono le moderne tecnologie (che sembrano come una conoscenza, se non sostitutiva, almeno complementare rispetto a quella della scuola), fa crollare l’idea di un futuro.

E, senza futuro,

  • muoiono i progetti (il sesso usa e getta ha sostituito l’amore),
  • crolla il senso stesso delle relazioni,
  • muore la fiducia,
  • muore la speranza.

Non ha più senso la storia, si è perduto il rispetto per la saggezza, non esiste il confine, la distanza, perché tutto deve essere nel flusso continuo, a pena d’essere negato, cancellato, annullato. Quindi, muore anche

  • l’attesa e, con essa,
  • il desiderio che è fatto di attesa.

Conclusioni

D'altro canto, in questo habitat multimediale, le emozioni appaiono recluse, calcificate, bloccate. Così, l'unico modo per sentirsi vivi è provare quelle degli altri, quelle che mostra la mediasfera attraverso i reality e ogni altro show delle umane debolezze. Ma, anche questa volta, ci illudiamo che siano le nostre emozioni. Invece, restiamo ancora ingabbiati nella risonanza  imposta.

Proviamo adesso a mettere insieme le cose:

  • in questa società liquida, consumistica e de-intellettualizzata, la gente non ascolta, non sa più parlare e appare disorientata, confusa e banale;
  • chi non sa riconoscere il valore delle parole, soprattutto delle proprie, finisce per subire quelle della tv;
  • le emozioni sono negate;
  • nuovi modelli che agiscono dal basso, subdolamente, si impongono nelle nostre vite.

Non c'è, allora, da meravigliarsi se siamo arrivati a questo livello di degrado e conflittualità. E che cosa potrà salvarci se non una buona educazione emotiva e sociale che riconsegni noi stessi alla nostra vita e alle sane relazioni con gli altri?

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I luoghi della creatività
Arti Terapie, Crescita personale

I luoghi della creatività

La creatività ha bisogno di protezione, perché esprime la nostra unicità. E la nostra unicità ama nascondersi. Salvo venir fuori d'impeto, nei processi creativi, nei luoghi della creatività. Ma che cos'è un luogo creativo? E' uno spazio fisico o, piuttosto, mentale? Con quali difficoltà e resistenze ci si immerge nel processo creativo? Ecco, allora, un altro passaggio de "L'unicorno che vomita arcobaleni", racconto autobiografico di Romina, arteterapeuta leccese, scritto nei percorsi formativi del Metodo Autobiografico CreativoStoria di libertà desiderata, creatività, autostima e fiducia

Dall'introduzione al mio libro di fiabe autobiografiche "I desideri che cadono nel mare - Fiabe per crescere, storie per imparare a conoscersi" (Stefano Centonze, Ed. Circolo Virtuoso 2018).

I luoghi della creatività

La creatività sboccia in un ambiente accogliente e sicuro. Il nostro Artista Interiore è come un bambino che ha bisogno di sentirsi accettato e protetto: per questo è molto importante, soprattutto all’inizio di un percorso di crescita, quando siamo ancora insicuri e dubbiosi circa le nostre capacità, evitare di esporre i nostri prodotti artistici al giudizio e alla critica altrui.

Spesso mostriamo i nostri timidi tentativi d’espressione artistica ai nostri parenti e amici, pensando di avere la loro approvazione e il loro incoraggiamento… Ma è incredibile come sia più facile esprimere un giudizio o un consiglio non richiesto, piuttosto che un semplice e genuino apprezzamento. Ciò, infatti, accade perché la maggior parte delle persone è creativamente bloccata. E le persone creativamente bloccate sono chiuse e profondamente invidiose della creatività altrui.

Il setting

In un contesto protetto, come quello del setting artiterapico, l’intero processo creativo e gli scambi relazionali si svolgono nel pieno rispetto dei partecipanti, in un rapporto di sostanziale parità e di reciprocità. Il che rende possibile una maturazione artistica ed emotiva. Ma è pur importante riuscire ad emanciparsi, col tempo e con l’aumentare della fiducia in se stessi, sia dal contesto protetto sia dalla relazione terapeutica.

Perseverando nella ricerca della creatività, l’attenzione è sempre più focalizzata sul processo e non sul risultato finale; l’ansia da perfezionismo diminuisce e l’atto creativo diventa un bisogno costante, un patto con se stessi e con l’intero creato, che l’uomo è chiamato continuamente ad onorare.

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Fidati di te

Persone con bassa autostima giustificano la loro spasmodica ricerca della perfezione con il desiderio di fare le cose per bene. In realtà, il perfezionismo è una subdola forma di auto-sabotaggio che ci impedisce di andare oltre. Il perfezionismo è ossessione spacciata per passione. È ossessione per i particolari che fa perdere la visione d’insieme. L’originalità del processo creativo si perde, così, insieme alla spontaneità dell’esecuzione. Un atteggiamento che non fa che alimentare lo spietato giudice interiore, la mente logica, razionale e critica.

Così, il perfezionista non è mai del tutto soddisfatto del suo lavoro e, nel tentativo disperato di convincere e rassicurare se stesso e il mondo intero circa l’efficacia della sua azione e, in definitiva, circa il suo valore come essere umano, dimentica un principio fondamentale: che ogni Atto Creativo, anche se non genera un prodotto perfetto, ha un valore intrinseco legato all’Esperienza.

Poiché ci immobilizza nell’attimo/microcosmo del dettaglio, il perfezionismo rivela anche la paura dell’azione che, viceversa, comporta sempre un’assunzione di responsabilità. La paura, infatti, è una costante nella vita creativa di chi manca di autostima. La paura dell’abbandono sottende ad ogni scelta, in ogni ambito. Stato d’animo che viene spesso liquidato o camuffato e dissimulato con la paura di sbagliare o di non essere all’altezza che, in realtà, nasconde la paura di essere abbandonati e affonda le radici nell’infanzia e nel rapporto con i genitori.

Per questo la creatività, che è un atto catartico, un esorcismo, rende liberi e felici.Continua a leggere
Segreto mente creativa
Arti Terapie, Crescita personale

Il segreto di una mente creativa

Sappiamo che il nostro cervello è diviso in due emisferi, uno logico-razionale e uno creativo. Insieme generano il prodotto che chiamiamo mente. Ma quando una mente è creativa? E qual è il suo segreto? Tratto da "L'unicorno che vomita arcobaleni", ecco un articolo che racconta di creatività, autostima e fiducia. Una storia autobiografica che riporta l'esperienza personale di Romina, un'arteterapeuta leccese che ha sperimentato la libertà grazie alla creatività emersa nei percorsi formativi del Metodo Autobiografico Creativo.

Queste, dunque, le sue parole, che ho scelto e adattato come introduzione al mio libro di fiabe autobiografiche "I desideri che cadono nel mare - Fiabe per crescere, storie per imparare a conoscersi" (Stefano Centonze, Ed. Circolo Virtuoso 2018).

La mente creativa

Una cara amica mi ha regalato una scatola di infusi naturali per Natale. Infusi benefici per la gola e per la voce, non a caso. Ogni bustina riporta al suo interno, per ogni filtro, una pillola di saggezza. Aprendo la prima bustina, leggo: “Una mente rilassata è una mente creativa”.

Noi creiamo meglio, sia in senso qualitativo che quantitativo, quando siamo liberi dalla paura: dalla paura di sbagliare, dalla paura di non piacere. La paura nasce dall’identificarsi con il proprio prodotto artistico, dall’idea che se creiamo qualcosa di brutto e sgradevole è perché siamo persone sgradevoli, indegne. Ma se abbiamo il coraggio di far emergere il marcio e la confusione e tutto ciò che vorremmo tener nascosto agli occhi del mondo, senza cercare disperatamente di imbellettarlo, se permettiamo anche alle note più dissonanti di dire ciò che hanno da dire, se siamo disposti ad accogliere tutto ciò che chiede di manifestarsi, accettandolo come parte di noi, la mente si acquieta e, man mano, l’Essere si esprime in modi sempre più maturi e consapevoli.

La creatività produce effetti così positivi nella vita delle persone da trasformarle profondamente, rendendole audaci e gioiose e maggiormente connesse con la loro interiorità e con il vero senso della propria esistenza. Chi si occupa di arti terapie, chi vive di arti terapie mi capirà. Perché proprio le arti terapie, che hanno cambiato la mia vita, sono strumenti che consentono un approccio completo e pervasivo alla dimensione umana, sia sul piano emotivo che su quello comunicativo e relazionale.

Creatività e autostima

Un individuo che scopre di essere efficace e comunicativo, che può esprimere se stesso, i propri sentimenti e le proprie emozioni, ha una concezione di sé certamente più alta e si sente maggiormente realizzato e gratificato, rispetto a chi trascorre la sua intera esistenza sprecando le proprie energie creative nel soddisfacimento di bisogni e aspettative altrui. Spesso siamo così abituati a mettere gli altri – la famiglia, i figli, il lavoro – al primo posto, da dimenticare completamente noi stessi, la nostra individualità che ha bisogno di essere riconosciuta, curata, nutrita e anche circondata e protetta con confini solidi e ben definiti. All’interno di questo spazio protetto, l’Io può finalmente manifestarsi nelle sue forme più autentiche. L’autonomia e la libertà espressiva, così conquistate, contribuiscono a rafforzare quell’autostima e quel senso di autoefficacia che sono il carburante che permetterà di muovere i passi successivi.

Una persona non creativa, viceversa, diventa una persona invidiosa, che proietta il suo profondo senso di inferiorità sugli altri, criticando, in ogni campo possibile, il lavoro altrui. È una persona che fa mille castelli in aria, «potrei fare questo e quello», senza mai riuscire a concretizzare alcunché, perché frenata da mille zavorre psicologiche, perché è sempre troppo tardi o troppo presto, perché ci sono cose più importanti a cui pensare.

E, soprattutto, è terrorizzata all’idea di ciò che altri potrebbero pensare se, finalmente, decidesse di dedicare un po’ di tempo a se stessa e allo sviluppo del proprio potenziale. Questa, almeno, è la mia esperienza.

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Creatività come bisogno

Tutti noi abbiamo bisogno di sentirci appoggiati e sostenuti nei nostri bisogni creativi – che sono bisogni psicologici e spirituali, il nucleo pulsante della Vita stessa! – ma, purtroppo, questo bisogno viene costantemente disatteso dalla famiglia, dalle istituzioni scolastiche, dalla comunità di appartenenza. È molto raro che i genitori incoraggino le aspirazioni artistiche dei propri figli: piuttosto, li spingono a scelte più caute, li intimoriscono, li esortano ad essere concreti e ad investire le proprie energie in “qualcosa di più utile… qualcosa di più pratico…”.

Tra i banchi di scuola, i bambini vengono spesso mortificati e svalutati, fin dai loro primi passi creativi, da insegnanti ancora totalmente impreparati sul piano psicologico e relazionale.

Ho potuto osservare da vicino questa realtà, conducendo dei laboratori d’arte e immagine ad orientamento arteterapico per bambini di scuola materna e primaria. Sconfortante vedere come alcuni insegnanti umilino i piccoli alunni, contestando loro persino la scelta dei colori che utilizzano nei disegni, urlando improperi e rimproveri, invece di favorire un clima disteso e sereno. Molti di questi bambini hanno già sviluppato una forte avversione per le attività artistiche; si lamentano di non essere capaci, hanno un irrefrenabile impulso a copiarsi e ad imitarsi a vicenda nella scelta dei soggetti e persino nello stile. Alcuni di loro, ricevuta la consegna, scoppiano addirittura in un pianto disperato e restano con la matita in mano senza riuscire a tracciare neppure un segno, tale è il senso di impotenza e di inadeguatezza.

Una realtà del tutto innaturale, destinata ad avere gravi ripercussioni sulla formazione di questi bambini e sulla loro vita da adulti.

Riscoprire l'artista interiore

Non è difficile, per molti adulti di oggi, riconoscere, in questi bambini, “il piccolo artista interiore”. Prendersi cura di questo bambino si può. Gli si può concedere, finalmente, il permesso di esplorare e il piacere di creare. Pazienza se, almeno inizialmente, sarà fortissima la tentazione di denigrare i propri prodotti artistici, magari paragonandoli a quelli realizzati da altri.

L’Ego cerca, “pretende!” la perfezione. Il tempo “perfetto”, però, lo insegnano le culture (mai, per fortuna) morte, come quella latina e greca, è il tempo del passato, di ciò che è stato. Mentre l’“imperfetto” è il tempo sospeso, è quel “sempre” che dà continuità alla storia, in un ponte ideale tra passato e futuro. Per questo le fiabe iniziano sempre con un "C’era una volta”. Per questo, d’altro canto, la bellezza è imperfetta: perché è nel “sempre” che dimentichiamo di perseguire, volgendo l’attenzione a quello che non siamo ancora, a quello che potremo essere domani. Così, viviamo da infelici.

Dovremmo prendere esempio tutti da Peter Pan che volava perché possedeva un pensiero felice.

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Creativtà autostima giudice interiore
Arti Terapie, Crescita personale

La creatività che mette a tacere il severo giudice interiore

Una  storia che parla di creatività, autostima e fiducia. Una storia autobiografica che parla di divieti e di errori inammissibili per decreto familiare. Errori che poi insegnano a crescere e a credere in se stessi, nei propri limiti e nelle potenzialità. Un racconto che non è una fiaba, almeno, non nel senso stretto, che ho scelto come introduzione al mio libro di fiabe autobiografiche "I desideri che cadono nel mare - Fiabe per crescere, storie per imparare a conoscersi" (Stefano Centonze, Ed. Circolo Virtuoso 2018). Ma ho trovato illuminante il racconto della vita di Romina e del suo rapporto con la creatività che le ha permesso un cambiamento e di diventare la persona che oggi è. Una parabola, una testimonianza reale che parla del peso delle aspettative e dell’ansia di prestazione generata dai genitori che è  la migliore introduzione ai mondi fantastici e sconosciuti che ci  accingiamo ad esplorare.

La creatività

La creatività è il motore che muove l’universo, è il fondamento stesso dell’essere e del divenire. Eppure, nella maggior parte delle persone, alberga, anche negli angoli più reconditi dell’inconscio, la convinzione che il processo creativo sia qualcosa di lontano ed estraneo, qualcosa che appartiene a Dio che, non a caso, è definito “Creatore”, e a pochi eletti chiamati ossequiosamente “artisti”: una élite che spesso appare spocchiosa e inavvicinabile, fisicamente e umanamente, distante dalla realtà degli eterni rassegnati fruitori/ammiratori delle creazioni altrui.

Da quando mi sono avvicinata al disegno da autodidatta mi è capitato, molto spesso, che le persone ammirassero i miei lavori con commenti che rivelavano la totale mancanza di fiducia nelle loro capacità creative: «beata te… ma come fai? Io non so tenere una matita in mano!». Di solito rispondo che il disegno e la pittura sono solo uno degli infiniti modi in cui la creatività può esprimersi, ma la risposta che mi aspetto giunge puntuale e lapidaria: «oh, no… io sono davvero, ma davvero negato per qualsiasi cosa… non sono per niente creativo!».

Io, dal canto mio, non credo di aver mai pensato davvero a me stessa come una persona povera di creatività: mi è sempre piaciuto disegnare, anche se sono riuscita ad ottenere miglioramenti tecnici solo con uno studio costante e metodico; da bambina scrivevo poesie e i miei temi venivano sventolati in giro per tutta la scuola dalla mia orgogliosissima maestra. Quindi, ero anche abituata ad essere apprezzata e lodata per le mie abilità creative…

Eppure… eppure…

Dev’essere accaduto qualcosa, a un certo punto, perché non ricordo quando e come, e non so dire se, ci sia stato un fattore o un evento scatenante, ma so che, verso i quindici anni, ho smesso di creare per me stessa. Improvvisamente, i miei disegni non erano più degni di considerazione e ciò che avevo da dire non era poi così interessante e profondo da dover essere necessariamente messo per iscritto. Continuavo a scrivere, quando era espressamente richiesto dalle attività didattiche della mia scuola, e a prendere buoni voti. Ma sentivo che la fiamma della creatività non ardeva più vivace e brillante come una volta.

Nel frattempo, il senso di inadeguatezza, in tutti i campi della mia vita, prendeva il sopravvento e tutti, in tutto, erano più bravi, più talentuosi e più preparati di me. Le mie scelte accompagnavano e sostenevano queste convinzioni, trascinandomi sempre più in basso, portandomi ad abbandonare gli studi e a mettere in stand by la mia formazione per molti anni. Parallelamente, i disturbi alimentari, che mi trascinavo dalla primissima infanzia in modo latente, emersero e si manifestarono con tutte le conseguenze connesse, urlando al mondo il mio disagio.

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Vietato sbagliare

Un esito del tutto immotivato, si direbbe, dal momento che i miei talenti erano stati riconosciuti e lodati, fin dalla loro comparsa. In effetti, sono molto grata alla mia maestra della scuola primaria. Era una brava maestra e ha fatto del suo meglio. Ma, se torno con la mente a quegli anni, agli anni della mia infanzia e della mia adolescenza, risento, come un macigno sul cuore, il peso delle aspettative dei miei genitori, l’ansia da prestazione che mi veniva trasmessa ogni volta che dovevo sostenere anche la più piccola prova, l’angoscia che l’accompagnava, al pensiero che la mia mamma non mi avrebbe voluto più bene, se non fossi stata all’altezza di ogni situazione.

E se me lo diceva sgranando gli occhi in quel modo, probabilmente, sarebbe accaduto qualcosa di davvero grave… Probabilmente sarebbe crollata la scuola per colpa mia… Sarebbero morti tutti? Sarei morta giovane e sarei finita all’inferno? Non sapevo perché era così importante che io non ne sbagliassi una… ma non dovevo sbagliare! Non potevo sbagliare! E questo era chiaro.

Ricordo di aver provato odio per me stessa e un profondo senso di vergogna il giorno in cui mio padre lodò, in modo insolitamente entusiasta (con me non l’aveva mai fatto), il disegno di una mia amichetta, sottolineando il fatto che era più brava di me. Passai mesi e mesi a disegnare quel benedetto pesciolino nello stesso modo in cui lo aveva disegnato lei, chiedendomi che cosa avesse di tanto speciale e mostrandolo continuamente a mio padre: «guarda, guarda, è uguale a quello di Francesca!»

Taci, giudice interiore!

Ci sono dei momenti in cui la mente s’acquieta e il severo giudice interiore finalmente tace. Non sempre ma sempre più spesso. Ad esempio, quando partecipo ad un laboratorio di arteterapia e sono talmente assorta nel processo creativo da dimenticare di chiedermi se lo sto facendo bene o male.

Le prime volte era davvero angosciante: sbirciavo continuamente i prodotti artistici dei miei compagni di corso per assicurarmi di andare nella loro stessa direzione, di non fare nulla di strano, sciocco o inopportuno… e, se ne avevo il tempo, cercavo di correggere e di abbellire il più possibile.

Per smettere di trattarmi in questo modo, ho dovuto riflettere a lungo sul pericolo concreto di trascinarmi questo atteggiamento nella vita e nella professione di arteterapeuta, applicando quell’atteggiamento rigido e giudicante anche ai miei assistiti. Naturalmente, questa è l’ultima cosa che vorrei: ho scelto questa formazione umana e professionale, anche per “correggere il tiro”, per modificare l’impronta che attraverso di me sarà data alle future generazioni, per essere creatura che crea e infonde amore attraverso l’atto creativo.

È per questo che siamo al mondo, non per competere e rivaleggiare, ma perché «ciascuno canti il proprio canto», come dice Osho.

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