Tag: sorpresa

scuola-noia-apprendimento
Scuola

Apprendimento: la noia danneggia il potere creativo del cervello

La noia inibisce l'apprendimento. Che c'è di peggio, infatti, di un relatore, di un formatore o di insegnante noioso? La noia, come la rabbia, la vergogna, la colpa e la paura, sono tra le emozioni distruttive perché inibiscono le capacità creative del cervello. In questo modo l'apprendimento si rivela inefficace. Lo dicono le neuroscienze. Se nel processo di formazione, educazione, istruzione non vengono coinvolte le emozioni positive, parte dei circuiti che permettono di memorizzare le nozioni restano  inattivi. Ad esempio, l’amigdala, ghiandola del cervello, situata nei circuiti limbici, che gestisce le emozioni (e, in particolar modo, la paura), che funge da filtro dei dati che immagazziniamo nell’ippocampo. Archiviare informazioni con una forte valenza emotiva, infatti, rende più facilmente recuperabile dalla memoria implicita quell’informazione che potrà essere reimpiegata all’occorrenza. Invero, accade anche con le forti emozioni negative ma, per ragioni evolutive che spingono il cervello a rifuggire le sensazioni spiacevoli, tutte le informazioni associate a emozioni negative vengono percepite come dolorose e messe da parte.

Apprendimento e flussi dell'intelligere

Secondo gli studi del neurofisiologo Eric Fischer della Harvard University, l'efficacia dell'apprendimento dipende dai cosiddetti flussi dell'intelligere. Cioè, nella relazione educativa, la direzione del flusso dell'apprendimento ne determina l'efficacia o, per contro, l'inefficacia. Vediamoli.

  1. Da fuori a dentro (modalità basata sul trasferimento cognitivo dei contenuti, tipica della scuola e dei formatori). Questo modo di apprendere si rivela inefficace perché porta ad un ingozzamento di nozioni che si rivelano inutilizzabili. Non è in questa modalità piatta che il cervello può esprimere il suo potenziale creativo.
  2. Da dentro a fuori (su cui si basa l’auto-apprendimento: io apprendo da quello che metto fuori mentre parlo, seguendo la direzione opposta del flusso delle informazioni secondo la modalità precedente "da fuori a dentro".
  3. Da dentro a dentro (modalità corretta, basata sul coinvolgimento delle emozioni, tipica dei maestri di un tempo, che plasmano la mente, il contenitore). È, secondo Fischer, il meccanismo fondamentale. Questa forma di apprendimento, afferma il neurofisiologo statunitense, “rappresenta la capacità dei nostri neuroni di prendere quello che sai tucollegarlo a quello che sono io - non a quello che io so!

La direzione privilegiata del processo è, dunque, quella che porta “da dentro a dentro”, ovvero la magia della trasformazione che si attua in chi è esposto ad un apprendimento, reso possibile dalla rielaborazione dell'incontro con la sua stessa intelligenza. In sostanza, "se il tuo sapere incontra le mie emozioni, quell’apprendimento si trasferirà al cervello che  lo fisserà nella memoria emozionale e, successivamente, troverà il modo creativo di riutilizzarlo".

L'intelligenza emotiva

Ecco come, da vecchi apprendimenti, nascono nuovi apprendimenti. Quelli che serviranno per la vita. Insegnare, dunque, richiede una grande intelligenza emotiva.

L’insegnante con intelligenza emotiva conosce, infatti, il potenziale dell’apprendimento multisensoriale creativo (da me ideato e descritto nel mio libro "A scuola di Intelligenza Emotiva") che stimola la memoria intelligente (descritta da Eric Kandel) a rimescolare informazioni cariche di senso e a produrre nuove idee. Cosa che non accade in presenza di informazioni stereotipate  che producono noia.

Lo stereotipo, infatti, si fonda sull’abitudine, forma più elementare di apprendimento, accompagnato a depotenziamento neurale. E non produce alcun interesse per il nostro cervello. Per contro, in presenza di stimolazione sensoriale, l’attività sinaptica si fa più intensa.

[jpshare]

Il connettoma

Se, dunque, l'apprendimento è il risultato di un incontro di intelligenze, un sistema sociale basato su emozioni, passioni, interessi, valori, motivazioni, talenti, risorse, vissuti di inadeguatezza ed emozioni depotenzianti distruggono questo processo. Il modello di apprendimento "da fuori a dentro” , in altre parole, blocca il pensiero creativo "da dentro a dentro".

La psichiatra Erica Poli, intervenuta alla TedEx Reggio Emilia di Gennaio 2019, spiega il processo con parole che sintetizzo.

Il nostro cervello è un ribollitore ormonale e biochimico attraversato da correnti neuroelettriche chiamate connettoma (reti connesse a reti).

  • Quando dormiamo, l’energia è pari all’incirca a 3 hz,
  • mentre, da svegli, a 9 hz.

Le emozioni positive, d’accoglienza, di fiducia, danno un picco che permette di memorizzare quell’esperienza (attività neurale potenziata). Viceversa, le emozioni d’angoscia (colpa, rabbia, paura, noia) sviluppano un’onda neuroelettrica sotto soglia che va a bruciare le terminazioni neurali.

Trasmettere fiducia

Per attivare le risorse riparative di terminazioni danneggiate esistono le emozioni positive, di accoglienza, di vicinanza. L'effetto sulle persone è simile all'abbraccio, esperienza nel corso della quale, già dopo trenta secondi si attiva il neurotrasmettitore collegato all’ossitocina, l’ormone della fiducia.

Quindi, per cambiare le cose (e l'apprendimento), basta modificare le relazioni. L'epigenetica, peraltro, spiega che una carezza, un sorriso, la storia delle nostre relazioni affettive possono cambiare tutta l’informazione biologica dentro di noi e, quindi, il nostro stesso DNA.

Continua a leggere
valutare pesce alberi
Scuola

Non valutare il pesce da come si arrampica sugli alberi

In un video che è divenuto virale sul web, un noto attore porta sul banco degli imputati, davanti ad una giuria, la scuola e il sistema educativo per vederli condannare a risarcire gli ingenti danni inflitti alla popolazione studentesca e, per estensione, agli adulti di oggi. Il motivo? La scuola prepara al passato, invece che al futuro. E uniforma l'educazione, non meno di quanto uniformi le anime. Questo articolo è la trascrizione di una stupefacente arringa, arricchita, naturalmente, da un minimo di considerazioni personali. A beneficio di chi se lo fosse perso...

La scuola che crea robot

Albert Einstein una volta disse che ognuno di noi è un genio ma che, se giudichiamo un pesce dalla sua capacità di salire su di un albero, lui vivrà tutta la sua vita credendo di essere uno stupido. Ecco, da un bel po’ di tempo a questa parte, è come se la scuola chiedesse ad ognuno dei suoi studenti di essere un pesce ma contemporaneamente arrampicarsi sugli alberi.  È così, in fondo, che

  • la scuola trasforma milioni di persone in robot. Perché i ragazzi sono messi a nuotare in un acquario contro corrente ma senza che riescano a trovare i loro talenti.
  • le persone si convincono di essere stupide.

Il sistema educativo, al contrario, dovrebbe

  • incoraggiare l’autonomia,
  • favorire l’indipendenza,
  • sostenere la libertà di pensiero e
  • la scoperta dei talenti
  • In una parola, la scuola dovrebbe fornire un assist alla creatività dei ragazzi.

Poiché non accade, si producono ogni anno masse di menti chiuse, stereotipate e livellate verso il basso, che assolvono a grande fatica all’obbligo formativo, di fatto imparando a memoria e pregando che il tempo passi in fretta.

Non c'è più il futuro di una volta

Pensiamo quello che è successo dello studio, dell'evoluzione e del progresso. La tecnologia è cambiata, le auto sono cambiate ma, se osserviamo le foto delle aule scolastiche di un secolo fa, scopriamo che esse sono organizzate nella stessa identica maniera delle aule di oggi. Questo significa solo una cosa: la scuola non ha seguito lo stesso livello di evoluzione del resto del mondo che è profondamente cambiato.

Parimenti, i nostri ragazzi che seguono gli stessi programmi curricolari erogati sempre nella stessa identica maniera.

  • E così, dunque, che la scuola intende preparare le nuove generazioni al futuro?
  • O non è piuttosto vero che la scuola prepara per un futuro che è molto diverso da quello a cui si preparavano i nostri nonni e genitori?

Per questo, è più corretto dire che la scuola di oggi prepara ad affrontare un passato che non esiste più.

  • Le aule oggi come ieri sono disposte in file rettilinee ben ordinate e organizzate.
  • I ragazzi alzano la mano per chiedere la parola e, in otto ore di impegno scolastico, hanno la stessa breve pausa per rigenerarsi tra le lezioni.
  • Ma quel che è ancora più grave e che la scuola ancora oggi impone ai ragazzi quello che devono pensare e il modo in cui devono pensarlo.

Il tutto per ottenere un voto elevato. Il punto è che non abbiamo più bisogno di automi che pensano nella stessa maniera perché  il mondo è cambiato, è progredito e ha bisogno di persone in grado di pensare, che non chiedano costantemente di essere assistite nel lavoro personale per incapacità di rendersi autonome.

Generatori di dipendenza

E’ a questa mancanza di autonomia e a questa forma di subdola dipendenza, infatti, che la scuola oggi prepara. Non meravigliamoci, allora, che i giovani non riescano a trovare, ciascuno per sé, la propria strada.

  • Serve creatività,
  • serve indipendenza, autonomia, capacità di problem solving
  • Servono, in altre parole, competenze che i nostri ragazzi non hanno per demerito inconsapevole di un’istituzione scolastica vecchia e superata.

Se, infatti, le scienze oggi affermano che non esistono due cervelli uguali, perché mai la scuola si ostina a erogare una formazione stereotipata, cioè tarata su di una uniformità di

  • cervello,
  • mente e
  • pensiero

che, di fatto, è sconfessata da qualsiasi studio scientifico?

E’ come costringere tutti ad indossare l'abito di una stessa, unica misura. E' come pensare di plasmare le menti con una formina che vuole ottenere a tutti costi lo stesso stereotipato risultato. Purtroppo, però, il risultato è proprio questo: i ragazzi si comportano tutti nella stessa maniera, parlano nella stessa maniera e soltanto in pochi emergono.

[jpshare]

La negazione dell'unicità

John Ford sosteneva che c'è progresso solo quando esso appartiene a tutti. Ma non mettere ognuno nella condizione di progredire vuol dire non tenere conto della sua unicità, della sua differenza rispetto agli altri. E del suo personale modo di accedere alle risorse interne.

  • In che modo la scuola tiene conto di tutto questo?
  • Come giudicheremmo un medico che prescrive a tutti lo stesso farmaco?
  • Che cosa penseremmo di lui se intendesse curare con l'aspirina il mal di testa come il cancro?

Il risultato sarebbe tragico e tutti allontanerebbero un medico di questo genere. Ma, in fondo, non è quello che fa la scuola? Perché è esattamente quello che accade.

Attenzione! Non si tratta di cercare colpevoli ma di individuare le responsabilità ed intervenire su di esse per migliorare le cose.

  • Se, infatti, è giusto personalizzare una cura,
  • un abito sulla taglia che ciascuno indossa,
  • se ognuno può personalizzare a proprio piacimento la pagina del proprio social network,

allora è contemporaneamente giusto e sacrosanto che la didattica venga personalizzata sulle risorse e sui bisogni di autonomia della persona.

Una classe è, infatti, una piccola società in cui ci sarà il futuro professionista, il futuro imprenditore, l'operaio ed il disoccupato (i dati parlano chiaro). Persone che hanno

  • talenti diversi,
  • desideri diversi,
  • sogni diversi,
  • risorse personali diverse

come possono studiare le stesse materie e performare nella stessa maniera?

Personalmente, ne ho già parlato quando ho definito l'apprendimento multisensoriale creativo nel progetto d'introduzione dell'ora curricolare d'intelligenza emotiva in classe. Dal mio punto di vista, la risposta ai mali della scuola del nostro tempo.

Assolvete gli insegnanti!

Gli insegnanti non c'entrano con tutto questo. Essi svolgono il compito più importante al mondo ma sono sottopagati per il ruolo fondamentale che ricoprono nella nostra economia globale. Sono demotivati, vessati, oberati di lavoro.

  • Chi si occupa del loro benessere? Nessuno.
  • E come sono giudicati dalla società?

Un tempo erano una casta di menti elette. E lo sono. Ma sono ancora visti così? Piuttosto, oggi sono visti come persone che non hanno altra scelta nella vita che rifugiarsi nel grigiore di una classe (che nemmeno li riconosce più per il loro ruolo).

Gli insegnanti non vengono tenuti nella giusta considerazione in quanto persone, ciascuna con le proprie fragilità da curare e preservare, in quanto responsabili dell'avvenire della nostra società. Il loro è il lavoro più importante al mondo, inutile nasconderlo.

Tuttavia, essi operano e agiscono in un sistema che non offre loro alcuna scelta, tantomeno diritti. I corsi di studio sono scelti dalla classe politica che non ha mai passato una sola ora in un'aula di formazione, in una scuola, ad insegnare la conoscenza a ragazzi ossessionati da

  • test,
  • esami,
  • prove di ammissione.

Come se il futuro dei ragazzi dipendesse da lì.

Le anime non possono essere omologate

  • Garantire l'autonomia,
  • perseguendo talenti e
  • seguendo le inclinazioni personali.

Questo dovrebbe essere il compito della scuola. E gli insegnanti andrebbero messi nella condizione di concentrarsi su questo. Ma, per farlo, dovrebbero possedere i mezzi per arrivare all'anima dei ragazzi. Questo dovrebbe essere il lavoro degli insegnanti in ogni classe.

La matematica, la letteratura, la geografia, la storia sono indubbiamente importanti ma contattare l'anima dei ragazzi e le loro emozioni lo è ancora di più.

Solo che non sta scritto in grassetto nei programmi ministeriali della didattica scolastica.

Questa è la strada giusta, perché è solo così che ogni talento avrà la sua opportunità.

Continua a leggere
dialogo-genitori-insegnanti-scuola
Scuola

Il dialogo genitori-insegnanti per una holding educativa di successo

Un estratto dall'ebook Emozioni e relazioni a Scuola di Ilaria Caracciolo (Ed. Circolo Virtuoso), ancora una volta ospite sul mio sito,  pone l'accento sull'importanza della holding educativa, basata sul dialogo insegnanti-genitori per concordare le migliori strategie educative congiunte nell'interesse della crescita armonica dei ragazzi. Un ulteriore tassello a sostegno della tesi dell'urgenza dell'introduzione dell'ora curricolare d'intelligenza emotiva in classe, finalizzata al benessere dell'insegnante e all'apprendimento multisensoriale creativo degli studenti.

Il dialogo genitori-insegnanti

Fondamentali al buon divenire della vita scolastica sono, senza dubbio, gli attori (tutti principali, non essendovene di secondari) della relazione educativa e dei processi di apprendimento e crescita:

  • gli insegnanti e
  • i genitori degli allievi.

Ultimamente - afferma Ilaria Caracciolo nel suo testo - mi è capitato di parlare con una mamma di un bambino che frequenta la prima classe elementare. Mi ha raccontato che il bambino per un mese non era stato coinvolto in una serie di attività scolastiche poiché non aveva i giusti sussidi (quaderni e particolari attrezzi di lavoro) e che lei si era trovata a doversi lamentare con le insegnanti per non aver ricevuto una corretta informazione in merito. Banalmente le ho domandato: “Ma quando vi siete incontrate in altri momenti non potevano far presente il problema?”.

La risposta che ho ottenuto mi ha lasciato molto perplessa. Nella Scuola in questione si è adottata la regola di evitare che i genitori abbiano modo di parlare con gli insegnanti, se non in occasioni formali (colloqui, richiami formali, ecc.). Questo perché l’anno precedente alcuni avevano lamentato dei favoritismi nei confronti dei figli di quelle mamme che “parlavano di più con le maestre e ne erano diventate amiche”!

 [jpshare]

Fine di un paradosso?

Ma, se i genitori e i docenti non si incontrano per parlare tra di loro, come è possibile restituire ai bambini un'immagine integra ed unitaria rispetto a chi si occupa di loro? Come è possibile immaginare una continuità tra esperienza scolastica e familiare?

  • Come può un insegnante conoscere fino in fondo il bambino che ha innanzi senza avere informazioni su chi è lui al di fuori della scuola?
  • Come può un genitore instaurare un clima di serena fiducia nei confronti di chi ha il delicato compito di aiutare suo figlio a diventare un adulto?

Una situazione simile a questa sembra invece foriera di incomprensioni (come anche raccontato dalla signora alla quale facevo riferimento), di un clima sfiducia e di delega all’altro. E non è certo di questo che i nostri bambini hanno bisogno.

Insomma, chissà se, con l'auspicata introduzione dell'ora curricolare di Intelligenza Emotiva nelle classi della scuola italiana, questo enorme paradosso avrà fine.

Continua a leggere
arteterapia a scuola per apprendere e motivare
Arti Terapie, Scuola

Case study: l’arteterapia a scuola per motivare ad apprendere

G. ha 11 anni, frequenta la prima media di un Istituto Comprensivo di un piccolo paese della provincia tarantina. Il passaggio alla Scuola Media appare in un primo momento positivo. G. è bene integrato nel suo gruppo classe, formato per circa il 40 % da compagni che avevano condiviso con lui anche gli anni della Scuola Elementare. Dopo i primi colloqui (che i genitori riportano di aver percepito in maniera positiva) avviene un’inversione di rotta. G. comincia ad allontanarsi dal gruppo, anche dai suoi amici. Il suo rendimento scolastico cala, mentre i genitori non rilevano particolari cambiamenti sul piano emotivo e comportamentale del ragazzo a casa. Osservano che G. ha meno voglia di parlare della Scuola, ma imputano il fatto al passaggio evolutivo legato alla fase preadolescenziale. Basandosi sulla stessa convinzione, accettano senza troppe preoccupazioni un abbassamento del rendimento di G., che viene comunque valutato dagli insegnanti come sufficiente.

Arteterapia in classe

L’anno successivo, già fin dai primi giorni di Scuola, c’è un peggioramento della situazione. G. non vuole più conferire alla lavagna, ha una postura accasciata, è distratto, comincia ad avere problemi di concentrazione e memorizzazione e ne parla con i suoi genitori.

Nella Scuola è attivo uno sportello di ascolto presieduto da una Psicologa ed una insegnante dell’Istituto. I genitori si rivolgono a loro che, unitamente al Dirigente Scolastico, decidono di attivare una serie di incontri di gruppo condotti con la metodologia dell’Arteterapia Plastico Pittorica nella classe di G., nella quale c’erano stati precedentemente anche altri problemi di elevata rivalità tra alcuni membri, che aveva fatto vivere momenti di tensione all’interno delle ore scolastiche.

L’intervento viene progettato partendo dalla rilevazione della necessità di favorire un cambiamento nei modi relazionali e comunicazionali all’interno del gruppo classe. Questo si pensa possa aiutare la classe a superare l’empasse conseguente alle forti rivalità interne ed, al contempo, una ritrovata capacità di vicinanza emotiva tra i ragazzi può avere una ricaduta positiva su G., aiutandolo a ritrovare il piacere dello stare insieme e del cooperare per ottenere sempre nuovi risultati, anche in termini di apprendimento.

Parallelamente, le due referenti dello sportello organizzano una serie di tre incontri consecutivi dei docenti del Corso in questione per promuovere uno spazio di riflessione sull’esperienza di quella classe ed, in particolar modo, sui vissuti emotivi di ciascun insegnante  rispetto a quel contesto.

Il lavoro nei gruppi

I gruppi, per i primi tre incontri, procedono parallelamente.

È attivo un lavoro su almeno due versanti differenti.

  1. Il primo è quello della razionalità e della focalizzazione sugli aspetti pratici e coscienti delle problematiche della vita scolastica, rilevabile dal contenuto delle verbalizzazioni e produzioni grafico pittoriche dei gruppi.
  2. L’altro versante, osservabile attraverso la lettura delle dinamiche createsi durante gli incontri, è relativo al piano dei meccanismi inconsci attivati dalla relazione educativa e, per ciò che riguarda i docenti, dal contatto con le peculiarità, quando non le problematiche, dei ragazzi.

I ragazzi  lavorano sulla comunicazione circolare, sul senso di autostima necessario a relazionarsi agli altri, sulla condivisione emotiva e sulla sospensione del giudizio verso l’altro, temi fondamentali per la risoluzione dei conflitti nati all’interno del gruppo.

Gli insegnanti verbalizzano le loro difficoltà nella relazione tra di loro e con i genitori dei loro allievi. Tecnicamente lamentano un gran dislivello tra le competenze in entrata dei diversi ragazzi ed un’incapacità di gestire le diversità a causa della mancanza di sussidi scolastici adeguati e tempo a disposizione.

Necessità condivise

Da entrambe le parti viene sottolineata la mancanza di sufficienti momenti di discussione di tematiche collaterali all’attività didattica e, nei momenti in cui questo avviene, all’origine delle discussioni e come tema centrale di esse vengono posti problemi scolastici di taluni ragazzi o svogliatezze e lentezze dell’intero gruppo.

La metodologia adottata per l’intervento prevede la produzione, alla fine di ogni incontro, di materiale a scelta tra: cartelloni o disegni su grande foglio (2,5 x 6 mt), piccoli video o raccolte fotografiche, presentazione in Power Point. Viene organizzato un ultimo incontro per entrambi i gruppi, in cui, a ciascun gruppo di lavoro, sono presentate le produzioni dall’altro.

Gli insegnanti presentano due cartelloni con collage e scritte esplicative delle fondamentali questioni emerse durante il lavoro ed un grande foglio con la rappresentazione grafica della loro scuola (come immaginano fosse 100 anni fa, come è ora, come sarà tra 100 anni).

I ragazzi decidono autonomamente, invece, di preparare una breve presentazione in Power Point che viene mostrata ai docenti.

Nell’ultimo incontro, sia ai ragazzi che agli allievi, viene fatta richiesta di provare a lavorare con lo strumento utilizzato dall’altro gruppo per pervenire ad una o più possibili proposte per risolvere le questioni problematiche emerse durante gli incontri precedenti.

[jpshare]

La creatività dei ragazzi

Gli allievi, ritagliando e incollando parti dei cartelloni e del grande dipinto creati dai loro insegnanti e integrandolo con altri ritagli di giornale e parti colorate, decidono di riprodurre una pianta bidimensionale della loro classe, proponendo nuove geometrie e dinamiche relazionali.

Gli insegnanti, con l’ausilio di una fotocamera digitale, riproducono scene in cui si evidenzino le dinamiche positive veicolate dalla comunicazione circolare, da un atteggiamento di ascolto e rispetto dell’altro, da una buona capacità empatica e di condivisione emotiva delle esperienze e dei vissuti. Il materiale viene successivamente montato in una presentazione in Power Point.

Il materiale così ottenuto viene ora condiviso da tutto il gruppo in una sessione plenaria in cui sono stati invitati anche i genitori degli allievi della classe. Ciò che emerge nella discussione successiva è orientato al tentativo di definire l’origine del problema per rimandare al lavoro in classe la risoluzione dello stesso. Emergono vissuti di difficoltà dei ragazzi (soprattutto di quelli che provenivano dalla stessa classe elementare) rispetto alla differenza percepita tra l’atteggiamento degli insegnanti della scuola elementare (che gli allievi continuavano ad incontrare, data la copresenza dei due gradi di scuola all’interno dello stesso Istituto Comprensivo) e quelli della scuola media.

Le fantasie emergenti

I secondi erano descritti, rispetto ai primi, come più incostanti nel mostrare interesse verso il lavoro dei singoli ed i ragazzi. Emergeva la fantasia degli alunni rispetto alle possibili ritorsioni di cui sarebbero stati vittime qualora si fossero aperti agli insegnanti parlando delle loro difficoltà. Gli insegnanti delle elementari erano descritti non come più comprensivi, bensì come più vicini, anche fisicamente, ai loro allievi.

Una ragazzina, ad esempio, ricordò l’abitudine di recarsi alla cattedra a raccontare alla maestra, in forma privata,  alcune scoperte o esperienze fatte durante il fine settimana trascorso con i genitori. Disse che questo la faceva sentire importante e che aveva, in quelle occasioni, l’impressione che la maestra si occupasse solo di lei, descrivendo così una situazione nella quale lei aveva potuto sperimentare un senso di appartenenza maggiore alla classe proprio perché le era stato concesso uno spazio privato.

Questo, ad esempio, è uno degli errori più frequentemente commessi in ambito scolastico: si pensa, erroneamente, che per favorire una buona integrazione tra gli allievi sia necessario parificare l’atteggiamento nei confronti di ciascuno per evitare che si possano fraintendere preferenze ed agevolazioni. In realtà è necessario che un insegnante sappia differenziare non solo l’offerta formativa, partendo dalle competenze e possibilità di ciascuno, ma anche l’atteggiamento emotivo nei confronti dei diversi alunni.

Io ti vedo e ti riconosco

Concedere a chi ha più bisogno di condivisione emotiva degli spazi in cui sperimentare una relazione più stretta significa affermare “Tu ci sei. Io ti vedo e rispondo alle tue necessità” e questo non è solo una grande possibilità per quel bambino, bensì per tutti quanti i bambini di quella classe. Essi potranno pensare “Chi si occupa della nostra educazione è attento ai nostri bisogni. Questo è un buon posto in cui crescere”.

A favore dei nuovi insegnanti, i ragazzi spesero parole descrivendoli come dotati di una maggiore formazione e conoscenza rispetto a quelli delle classi inferiori, affermando di essere ben felici di affrontare compiti anche più difficili rispetto a quelli che erano solitamente abituati a svolgere, se sicuri che un eventuale fallimento non sarebbe diventato un motivo di punizione.

Gli insegnanti, dal canto loro, assunsero una posizione rassicurante e contenitiva. In particolare, rivolsero i loro interventi e le loro proposte per migliorare la situazione,  la maggior parte delle volte, verso gli allievi, e non solo verso i loro genitori come avveniva normalmente durante i colloqui. I genitori intervennero poco, era come se fossero diventati dei testimoni di ciò che stava accadendo. Al tempo stesso funzionavano per i ragazzi da tranquillizzatori, poiché essi percepivano un clima maggiormente familiare ed informale, contro il clima istituzionale e formale solito, da loro lamentato.

Cambiare prospettiva

Come si può evincere dal racconto di questa esperienza, la forza promotrice di un cambiamento di prospettiva nelle relazioni interpersonali a Scuola può emergere se giustamente sollecitata. L’aspetto maggiormente significativo ed efficace di questo breve progetto è stata l’ideazione di un intervento che vedesse coinvolte, in diversi momenti e con diverse modalità, le varie parti coinvolte nella relazione educativa:

  • docenti,
  • discenti e
  • genitori.

Inoltre, si è così agito sulla particolare situazione di G., leggendo e trattando il suo malessere come espressione di un malessere condiviso del suo gruppo di appartenenza e non stigmatizzando le sue difficoltà come singolo individuo.

Infine, la metodologia utilizzata, già in fase di progettazione era stata immaginata come una possibilità di avvicinamento non solo tra mondi emotivi differenti, bensì anche tra strutture mentali e caratteriali differenti. Lo scambio del mezzo espressivo ha, nella pratica, avvicinato i due gruppi di lavoro, promuovendo una presa in carico delle capacità e delle visioni altrui al fine di pervenire a nuovi risultati.

Esistono, in fondo, molte analogie tra questa esperienza ed il senso stesso, oltre che la pratica, dell’insegnamento.

Fonte: ebook Emozioni e relazioni a Scuola di Ilaria Caracciolo (Ed. Circolo Virtuoso).Continua a leggere
Scuola

Il mal di scuola: nuove risposte dalla relazione docente-discente

Thomas Edison, Giacomo Puccini, Paul Cezanne, Albert Einstein, Thomas Mann, il profeta indiano Tagore, Daniel Pennac. Questi solo alcuni dei personaggi famosi dalla quale biografia è possibile evidenziare una qualche forma di “mal di scuola”, quasi in tutti i casi per motivi relativi all’incomprensione degli insegnanti della particolaritàche caratterizzava i loro piccoli allievi o perl’inadeguatezza del metodo proposto alle loro aspettative enecessità.Esistono addirittura delle malattie acquisite per il solofatto di andare a scuola, come la scoliosi e la miopia e tuttauna serie di malattie psicosomatiche, come disturbi digestivi,mal di testa, ansia e disturbi del sonno (incubi,enuresi ecc.).Sembrerebbe che, in alcuni casi, anche i bambini piùdotati e creativi rischino di incorrere in problematiche chescaturiscono dalla loro permanenza nell’Istituzione scolasticasempre meno rispondente alle loro vere e profondenecessità. Il più delle volte, il gap tra necessità degli alunnied offerta formativa si crea a causa della necessità digestire, in una maniera che sia semplice, economica e rassicurante,classi composte da un grande numero di allievi,con poco dispendio in termini di risorse economiche edenergie psichiche. Questo fa sì che i bambini si trovino asopportare situazioni che anche un adulto avrebbe difficoltàa reggere, e questo non può che comportare una progressivasfiducia dei più piccoli nei confronti del mondoadulto.Inoltre, questo scenario è peggiorato dalle difficoltà digestione delle due fondamentali dimensioni del tempo edello spazio. Gli insegnanti sono spesso affannati nelcompito di assolvere a tutte le varie richiestedell’Istituzione (programmi, compiti, valutazioni, riunioni,ecc.) e gli spazi impongono una restrizione delle possibilitàdi movimento ed esperienzialità, aspetti fondamentalinella promozione di un benessere totale dell’individuo, siaesso un bambino o un adulto.Questi aspetti così profondamente connessi con il tipodi vissuto provato tendono a invadere il piano della relazionalitàe così le parti coinvolte nel processo educativo sidistanziano progressivamente sul piano della emozionalitàe della condivisione di desideri ed aspettative.Sul finale della scenetta descritta in seguito soffermeremol’attenzione sulla strategia adottata per cercare didiminuire questo gap tra insegnanti ed allievi, con la speranzache, con un cambiamento nella prospettiva di osservazionedei fenomeni emergenti ed adeguati accorgimentitecnici, questo tipo di esperienza possa essere replicata indiversi contesti.G. ha 11 anni, frequenta la prima media di un IstitutoComprensivo di un piccolo paese della provincia tarantina.Il passaggio alla scuola Media appare in un primomomento positivo, G. è bene integrato nel suo gruppo19classe, formato per circa il 40 % da compagni che avevanocondiviso con lui anche gli anni della Scuola Elementare.Dopo i primi colloqui (che i genitori riportano diaver percepito in maniera positiva ) avviene un’inversionedi rotta. G. comincia ad allontanarsi dal gruppo, anchedai suoi amici, il suo rendimento scolastico cala, mentre igenitori non rilevano particolari cambiamenti sul pianoemotivo e comportamentale del ragazzo a casa. Osservanoche G. ha meno voglia di parlare della Scuola, ma imputanoil fatto al passaggio evolutivo legato alla fasepreadolescenziale. Basandosi sulla stessa convinzione,accettano senza troppe preoccupazioni un abbassamentodel rendimento di G., che viene comunque valutato dagliinsegnanti come sufficiente.L’anno successivo, già fin dai primi giorni di Scuola,c’è un peggioramento della situazione. G. non vuole piùconferire alla lavagna, ha una postura accasciata, è distratto,comincia ad avere problemi di concentrazioneContinua a leggere
emozioni e sentimenti
Crescita personale

Emozioni, empatia e sentimenti: sfumature, differenze e funzioni

L’emozione può essere definita come un’esperienza complessa, multidimensionale e processuale, che media il rapporto tra l’organismo e l’ambiente. L’organismo risponde ad uno stimolo esterno modificando il suo normale stato di quiete, con l’impulso all’azione e con specifiche reazioni fisiologiche interne. In termini evolutivi o darwiniani (“The expression of the emotions in man and animals”), la principale funzione delle emozioni consiste nel rendere più efficace la reazione dell’individuo a situazioni in cui si rende necessaria una risposta immediata ai fini della sopravvivenza. Reazione che non utilizzi, cioè, processi cognitivi ed elaborazione cosciente. Quando, però, si entra in questo campo, compaiono i sentimenti.

Le emozioni principali 

Nell’approccio categoriale di Paul Ekman confluiscono quelle che lo psicologo statunitense considera le emozioni di base. E cioè:

  • gioia, stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri;
  • tristezza, che si origina a seguito di una perdita o da uno scopo non raggiunto;
  • sorpresa, come esito di un evento inaspettato, seguito da paura o gioia;
  • disgusto, risposta repulsiva caratterizzata da un’espressione facciale specifica;
  • disprezzo, totale mancanza di stima e disdegnato rifiuto verso persone o cose, considerate prive di dignità morale o intellettuale;
  • paura, emozione dominata dall’istinto che ha come obiettivo la sopravvivenza in una situazione percepita come pericolosa;
  • rabbia, generata dalla frustrazione che si può manifestare attraverso l’aggressività.

In realtà, occorre precisare che:

  • Ekman associa disprezzo e disgusto, annoverando tra le emozioni principali l’interesse, come emozione caratterizzata da attenzione focalizzata verso un cosa o una persona. A queste spontanee condizioni dell’animo umano, Izard aggiunge anche timidezza, vergogna e colpa; 
  • la rabbia è sempre un’emozione secondaria che sorge in conseguenza di un’altra emozione (spesso, paura o sorpresa).

I sentimenti

Amore, amicizia, fiducia, stima, simpatia, antipatia, spensieratezza, preoccupazione, perdono, invidia, gelosia e simili non sono emozioni. Sono sentimenti, ovvero rappresentazioni di emozioni in cui c’è una forte componente cognitiva che, almeno al momento dell’insorgenza, manca del tutto negli stati emotivi. Cioè, nei sentimenti c’è sempre un'emozione sullo sfondo, netta o sfumata, e, in superficie, una cosciente elaborazione di quello che si prova. Per dirla con un esempio scolastico, chi prova gioia nella vicinanza di un’altra persona, sa distinguere se il sentimento di fondo sia amore o amicizia o stima. 

La consapevolezza che caratterizza i sentimenti, infatti, procrastina nel tempo la durata dello stato mentale sullo sfondo. Le emozioni, peraltro, tendono a durare mediamente solo pochi istanti,  mentre i sentimenti sono più duraturi e accompagnano gli uomini lungo tutto l’arco della loro esistenza.  

Comprendiamo, dunque, come la consapevolezza di ciò che si prova aiuti la stabilità dei sentimenti. Vivere in armonia con le emozioni permette, così, di strutturare sentimenti sani e consapevoli. Le emozioni distruttive, infatti, se riconosciute, possono essere controllate, non lasciano spazio a confusioni che generano confusione anche nei sentimenti. La persona che le prova può distrarsi da esse e fare in modo che i suoi comportamenti non le suscitino negli altri. Le stesse energie vengono così convertite e canalizzate in altro per preservare le relazioni che possono essere improntate sull’ascolto, sulla comprensione e sul rispetto.

Sfumature di emozioni

  • Avete presente l’espressione mimica di una persona a metà strada tra la sorpresa e il disgusto? Immaginate di guardarvi allo specchio mentre, seduti al ristorante, il figlio del vostro vicino dovesse vomitarvi, d’un tratto, la pappa sui pantaloni. Probabilmente, seguirebbe un momento di rabbia che tratterrete, data la situazione.
  • E quella di un’altra tra la rabbia ed il disprezzo? Ripassatevi qualche scena della serie TV Gomorra e fate caso alle facce dei più violenti e determinati quando infieriscono sulle loro vittime.
  • E tra la timidezza e la paura? Provate a pensare allo studente che conoscete che arrossisce quando viene interrogato alla cattedra mentre sa di non essere preparato.

Ecco: le emozioni possono essere, per così dire, nette o sfumate. La prime sono quelle pure (già complicate da leggere sul volto degli altri) ma, in verità, meno comuni delle seconde. Le sfumature di emozioni, d’altro canto, richiedono una grande preparazione per la loro decodifica, oltre al possesso di un ricco vocabolario emotivo. In verità, senza una sufficiente alfabetizzazione emotiva, ogni segnale riconducibile ad una data condizione dell’animo appare indecifrabile. Ma le emozioni sfumate presentano difficoltà di grado certamente superiore.

Encoding, decoding ed empatia

Poiché, infatti, viviamo di relazioni e di comunicazione, dimensioni in cui le emozioni hanno un ruolo determinante (i segnali non verbali comunicano emozioni, in definitiva), senza un corretto vocabolario delle emozioni risultano impraticabili sia i meccanismi di deconding che quelli di encoding, descritti da Stewart Hall nel 1980. Ovvero, di 

  • decodifica, nel processo comunicativo, degli elementi del comportamento non verbale che viene trasmesso (sia agli altri che dagli altri) inconsapevolmente, e di
  • codifica dei nessi di relazione tra i segnali non verbali e i tratti della personalità.

Cioè, se non possediamo una corretta alfabetizzazione emotiva, non potremo mai decodificare i segnali emotivi che gli altri ci trasmettono mentre comunicano con noi, né risalire con certezza, loro tramite, alla personalità degli individui con cui interagiamo. 

Davanti ad un simile corto circuito emozionale, è inibita ogni forma di sintonia empatica.

[jpshare]

Quattro tipi di empatia

Parlo di diverse forme di empatia perché l’empatia emozionale, di cui mi sono già occupato, non è la sola di rispecchiamento degli altrui stati interiori. Esiste, infatti, un’empatia

  1. comportamentale, quella che permette di capire il perché del comportamento e le catene di comportamenti correlati;
  2. quella emozionale, l’abilità di percepire per imitazione le emozioni vissute dagli altri.
  3. C’è, poi, l’empatia cognitiva, che consente di comprendere le credenze, i valori, le ideologie, le strutture mentali che le persone posseggono e a cui si ancorano.
  4. Infine, c’è un’empatia di tipo relazionale, quella che permette di leggere la mappa delle relazioni delle persone e le loro valenze affettive (capire con chi si rapportano volontariamente o per obbligo, con chi devono rapportarsi per decidere, lavorare o vivere).

Come possiamo, allora, sintonizzarci per empatia con gli altri e provare ciò che essi provano senza un corretto vocabolario? Vale a dire, se non sappiamo dare un nome agli stati emotivi per averli sperimentati in prima persona?

Le funzioni delle emozioni

Atteso, dunque, che i sentimenti si basano su emozioni, nette o sfumate, qual è il ruolo delle emozioni? In altre parole, qual è la funzione di utilità che rivestono per il nostro organismo? 

Le emozioni assolvono principalmente a due funzioni. Hanno, cioè:

  • una funzione relazionale (comunicazione agli altri delle proprie reazioni psicofisiologiche) e 
  • una funzione autoregolativa (comprensione delle proprie modificazioni psicofisiologiche).

Su questi principi si basa l’intelligenza emotiva teorizzata da Mayer e Salovey e divenuta celebre con il libro di Goleman. Per Goleman, l’intelligenza emotiva è la capacità di

  • motivare se stessi,
  • persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni,
  • controllare gli impulsi e rimandare la giustificazione,
  • modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare,
  • essere empatici e
  • sperare. 

Per questo, per Goleman, l’intelligenza emotiva, che può essere appresa, è più importante del QI nel predire il successo nella vita.

L’EQ, infatti, si occupa delle competenze emozionali che, oltre all’espressione e alla comprensione, includono la regolazione delle emozioni, un’attività psichica complessa e articolata che rappresenta il principale requisito e che è alla base del buon funzionamento sociale. 

[jpshare]Continua a leggere
Fiabe e storie

La strana magia del cugino Pino

Una storia di formazione per i più piccoli, un viaggio tra mille emozioni e sussulti. Una guida per insegnanti e genitori per educare i più piccoli all'alfabetizzazione emotiva e espressioni mimiche degli stati d’animo e ai valori fondanti del vivere insieme. Una storia che parla anche alla famiglia di amicizia, fiducia, solidarietà, di amore per i genitori, di mutuo aiuto, di rapporto con l'autorità e con la giustizia. Un racconto di fantasia, scritta nella sua prima stesura da Letizia Moro, corsista in Arti Terapie nella Scuola Artedo di Padova, durante un mio laboratorio sulla narrazione di sé con il mio Metodo Autobiografico Creativo, che ho adattato alla divulgazione.

La strana magia del cugino Pino

C’era una volta un polpo triste che non poteva piangere.

Carlino, era questo il suo nome, viveva per la maggior parte del giorno nascosto tra le rocce, alla base di un’alta scogliera.

Dal suo nascondiglio guardava le altre creature marine e fantasticava sulla loro vita. Scrutava i banchi di alici che nuotavano veloci, come squadre di amici affiatati, e, nella sua totale solitudine, sospirava. Fissava le castagnole nuotare lente e serene, che gli ricordavano un po’ le stelle placide e tranquille nella fissità del cielo, e si domandava se, anche lui, come loro, avrebbe mai trovato pace nel suo cuore. Osservava i ricci di mare, che apparivano creature calme ma che in realtà litigavano spesso tra loro, come fratelli che si contendono un gioco. E, anche in quei momenti, pensava che sarebbe stato bello avere qualcuno accanto con cui discutere, addirittura litigare, piuttosto che stare sempre solo.

L’unico momento in cui il polpo si sentiva un po’ meno triste era di notte, quando usciva dal suo nascondiglio per cercare qualcosa da mangiare. Di notte, il mare si riempiva di minuscole creature che a tratti emanavano luci fosforescenti e l’acqua si trasformava in un tappeto luccicante che lo ammaliava. Il polpo adorava tutto ciò che di luminoso esisteva al mondo.

L'incontro di Carlino

Un giorno, mentre se ne stava rintanato nel suo nascondiglio, fu attorniato da una nube di acqua scura, marcia e puzzolente, che lo fece quasi soffocare al punto di costringerlo a scappare fuori dalla sua tana. Ma sempre restando ben riparato tra gli scogli.

Quando fu fuori, restò strabiliato a vedere che sull’uscio del suo nascondiglio stazionava una strana creatura che gli assomigliava ma che non aveva mai visto prima. Aveva, sì, i tentacoli come lui ma erano più corti e li teneva in una posizione strana.

Ma la cosa più sorprendente era che questa creatura non aveva colori, come le altre creature del mare. Anzi, era tutta bianca… era di un bianco che ricordava quello della scogliera nei giorni caldi d’estate, quando il sole la investiva coi suoi raggi e lei rifletteva luce accecante tutto intorno.

Incuteva paura quella strana creatura. Almeno, a lui ne faceva.

Così, per non farsi vedere, si ritrasse per cercare di mimetizzarsi e non farsi scoprire. Ma servì a ben poco: l’essere tutto bianco, infatti, avvertito un leggero spostamento dell’acqua, si voltò e lo vide!

Le prime parole della bianca creatura

«Ehi, amico, scusa, sai dirmi dove posso trovare qualcosa da mangiare? Sono molto affamato e quasi a corto di inchiostro per stanare le prede», disse.

Il polpo, pensando di essere candidato a diventare la sua cena, cercò di divincolarsi e di fuggire ma fu prontamente bloccato dai forti tentacoli della bianca creatura: «Ehi, dico, ma che maleducato che sei! Ti faccio una domanda e tu scappi via? Ti ho fatto, per caso, qualcosa in un’altra vita che in questo momento mi sfugge?».

«Ti prego non farmi del male. Non mangiarmi. Io non ti ho fatto niente!».

«Lo dicevo io che non ci siamo mai incontrati prima d’ora», sospirò felice la creatura. «E anche se ci fossimo già incontrati, nessuno dei due avrebbe potuto fare del male all’altro. Siamo simili io e te e siamo buoni tutti e due».

[jpshare]

Pericolo scampato!

Il piccolo polpo riprese colore e tirò un sospiro di sollievo: «Perché dici che siamo simili? Io non so chi sei».

«Ma come? Siamo cugini! Io sono la seppia albina. Mi chiamo Pino».

«Sei tu il cugino Pino? Non lo sapevo proprio. A essere sincero, ci sono tante cose che non so».

«E adesso perché sei diventato triste tutto d’un tratto?», gli chiese la seppia.

«Non sono triste: sono solo un po’ preoccupato. Perché quello che non so, la mia ignoranza, insomma, dipende dalla mia solitudine. Devi sapere che io vivo sempre solo, isolato da tutte le altre creature marine ed esco dalla mia tana solo di notte per mangiare qualcosina».

«E perché?»

«E’ così da tanto tempo, da quando, da piccolo, i miei genitori sono misteriosamente scomparsi e Re Cernia mi ha cacciato dal villaggio».

«E perché ti ha cacciato dal villaggio?»

Le ragioni del polpo

«Perché io, trovandomi da solo e spaesato, quella notte ho cercato i miei genitori in tutte le case del villaggio marino. Ed essendo disperato perché non riuscivo a trovarli, ho pianto tanto ma le mie lacrime sono risultate velenose per la maggior parte degli abitanti del mare. Molti hanno avuto paura di me e così Re Cernia mi ha ordinato di vivere separato e nascosto da tutti per non fare più del male a nessuno. E così vivo da allora».

«Accipicchia», esclamò la seppia, con una faccia esterrefatta molto più che semplicemente sorpresa. «Che storia triste! Che storia da piangere».

«No, per favore. Che poi scopriamo che sei velenoso pure tu e non sappiamo che fine ci fanno fare».

«Ma che velenoso e velenoso! E poi io non piango mai. Io il mio inchiostro lo uso solo ogni tanto. Così, per stanare piccoli pesciolini da mangiare o, al massimo, per condire i cibi che mi piacciono di più».

«Ah, ecco chi ha riempito la mia tana di quell’orribile acqua tossica!»

«Eh, sì. Volevo stanare qualche granchio e invece ho solo spaventato te. Mi spiace. Senti, invece, la storia che mi hai raccontato è davvero triste. Ma sei sicuro che non ci sia una via d’uscita al tuo problema?».

E il polpo: «Che io sappia, no. Ci vorrebbe un miracolo. O almeno una magia!»

Serve una magia

«Senti…. Mi viene in mente una cosa. Ho un’idea...», disse quasi sussurrando e guardandosi attorno circospetto. «Io sono figlio del Mago Stregone Grande Seppia. Mio padre è bravissimo a fare magie. Andremo insieme da lui e vedrai che troverà una soluzione. Però, ti avverto: una volta arrivati da lui gli dovrai parlare da solo, perché quando mi vede si arrabbia e mi fa la predica».

«E come mai?»

«Perché sono l’unico di tutta la famiglia che non ha mai imparato l’arte di fare magie. E per lui questo è inaccettabile».

«Tutto qua?»

«Eh! »

«Eh….»

«No, no: eh!” La faccia di Pino era quella di uno che aveva chiuso la questione. Ma vedendo l’amico polpo con il punto interrogativo disegnato in mezzo alla fronte (voleva dire che non ci stava capendo niente), decise di spendere ancora un po’ di fiato: «Voi polpi non lo immaginate neppure quanto testardo possa essere un padre seppia quando si impunta

E su queste parole si incamminarono.

Il Mago Stregone

Giunti che furono nei pressi della dimora della Grande Seppia, il Mago Stregone, vedendo il figlio avvicinarsi, arrossì dalla vergogna e si nascose gli occhi sotto i tentacoli. A Pino, affranto, non restò che mandare avanti Carlino a raccontare a suo padre la triste storia.

Lo Stregone rimase in silenzio per un po’, sgomento e attonito. Quell’espressione, pian piano, divenne interesse per il piccolo amico. Poi, improvvisamente, prese in mano un ciuffo di alghe e disse: «Ecco quello che farai. Ti preparerò una crema magica che dovrai portare sempre con te. Quando ti verrà da piangere basterà che te ne spalmi una puntina attorno agli occhi e lei neutralizzerà qualsiasi veleno tu abbia in corpo».

Così disse e così fece.

Nella sua grotta ricca di reperti, collezionati dopo le mareggiate, di anfore sbeccate e di bottiglie accartocciate, ebbe inizio il rito magico.


Libro "Il Metodo Autobiografico Creativo - Intelligenza emotiva e narrazione di sé per la crescita personale". Anche con Carta del Docente.

Disponibile in ebook e cartaceo cliccando sull'immagine.


La magia ha inizio

Per prima cosa, con una formula magica, si trasformò in un piccolo osso di seppia. Poi, muovendosi come una lama di coltello, sminuzzò alcune alghe verdi e le ridusse in polvere. Infine, sciogliendo la polvere con l’acqua del mare e mescolandola alla bava di mille molluschi, preparò la crema magica. Oltre a neutralizzare i veleni, il preparato magico aveva anche la caratteristica di non finire mai.

«Ecco, è pronta. Prima di andare via, però, fai entrare mio figlio: voglio parlargli in tua presenza».

Così Pino entrò, intimidito, con gli occhi bassi e i tentacoli tremolanti, in attesa della solita sgridata. Invece, Grande Seppia gli avvinghiò i tentacoli al collo e lo abbracciò.

«Figliolo», disse «sono fiero di te».

Pino lo guardò incredulo. Il padre continuò: «Quando ormai avevo perso ogni speranza, hai compiuto la tua prima magia: hai aiutato una creatura che ne aveva disperatamente bisogno. Hai dato una prova così alta del senso d’amicizia e di solidarietà da far vergognare tutti di aver dubitato di te. Anche me. Solo il cuore di un Mago può tanto. Adesso puoi finire l’opera che hai iniziato nel modo giusto, procurando il bene.

Grande Seppia istruisce il figlio

Conduci Carlino da Re Cernia e ricorda al sovrano che a cacciare le creature in difficoltà senza aiutarle si commette peccato. Fagli capire che, se in futuro avrà altri problemi con gli abitanti del suo villaggio, potrà sempre inviare Carlino da me e insieme cercheremo ogni pacifica soluzione. Ma nessun nostro simile dovrà essere mai più messo alla porta.

Poi, compiuta la tua missione, ora che sei un giovane saggio, aiuta Carlino a scoprire il mare e i suoi segreti».

Infine, rivolgendosi affettuosamente al polpo, continuò: «Carlino, da questo momento questa è casa tua. Se e quando ti sentirai solo, potrai tornare qui da noi e sarai sempre il benvenuto».

Il pianto liberatorio di Carlino

Per la generosità e il calore delle parole del Mago Stregone, Carlino pianse di gioia. E fu la prima volta che, con la crema magica attorno agli occhi, si concesse di farlo senza timore. Pianse tanto e a lungo, sfogando tutte le lacrime che aveva dovuto trattenere in anni e anni di solitudine.

Quando si riprese dalle forti emozioni che la Grande Seppia gli aveva permesso di liberare, si sentiva un polpo rinato.

E, infatti, Re Cernia si dimostrò molto comprensivo davanti a questo giovanotto che parlava con tanta sincerità da farlo sciogliere. Per questo lo riammise nelle strade del villaggio marino.

Il ritorno di mamma e papà

Ma, soprattutto, Carlino poté nuotare libero, alla luce del sole che gli faceva brillare i tentacoli. Incontrò così tanti pesci a cui raccontò la sua storia incredibile. Finché tutti, commossi dalle sue coraggiose avventure, si misero all’opera per ritrovare i suoi genitori.

Fu una notte di luglio che Carlino vide far ritorno alla sua amata scogliera il papà e la mamma. E fu la notte più bella e più lunga dell’estate. Quella stessa notte tutti e tre si persero in un abbraccio mentre contemplavano in silenzio e con il cuore ricolmo di felicità le luci fosforescenti nel mare e il luccichio delle stelle su in alto nel cielo.

Delle loro peripezie non raccontarono mai nulla.

Non importavano più. L’unica cosa che importava era che fossero di nuovo lì, come una famiglia.

E tanto bastava per addormentarsi sereni.

Speciale Giornata Mondiale del Libro

[EDUCARE ALLE EMOZIONI A SCUOLA CON LA LETTURA]

Per la Giornata Mondiale del Libro e della Lettura, patrocinata dell’UNESCO, dal 23 Aprile, questo sito ospita la versione sonora della fiaba "La strana magia del cugino Pino" da proiettare in classe su LIM (o supporti similari) a cura degli insegnanti.

L'iniziativa, che ho chiamato "fiaba (sonora) in classe", è di #Artedo e di #Scuola4All, la Rivista del portale “Italia4All Scuola”, ed ha lo scopo di educare alle emozioni i ragazzi delle scuole primarie (ma anche secondarie) e di far riflettere sulle regole della sana convivenza. Il progetto, nato in seguito alla proposta avanzatami della Prof.ssa Rosa Liccardo del 69° Circolo Didattico di Napoli, oltre alla lettura della storia, prevede il coinvolgimento delle classi, dei genitori e degli insegnanti in un dibattito su:

  • riconoscimento ed espressione mimica delle emozioni;
  • senso comunicativo delle emozioni;
  • emozioni e valori.

La versione sonora della fiaba ha la mia voce narrante su sottofondo musicale di Christian Tappa, mio fraterno amico e collega Musicoterapeuta che ringrazio che avermi prestato la sua “Acqua”. 

Ai partecipanti a qualunque titolo all'iniziativa "fiaba (sonora) in classe" , ovvero a chi la utilizzerà per finalità educative, chiedo la cortesia di un commento in questa stessa pagina con un breve racconto dell'esperienza (dove, con chi, con quali risultati ecc.).

E ora siamo davvero pronti.

Versione sonora della fiaba

Consigliata la proiezione in classe su LIM. [embed]https://youtu.be/4R4eBM0W2mw[/embed]

Tutorial per insegnanti ed educatori

A insegnanti ed educatori che utilizzano questa fiaba per l'alfabetizzazione emotiva dei ragazzi e per la discussione in classe è consigliata la visione del tutorial che segue che fornisce spunti e idee per l'utilizzo corretto e mirato della storia a fini educativi.

[embed]https://youtu.be/TwUv2csz_Jk[/embed][jpshare]Continua a leggere
intelligenza emotiva 5-HTT COMT
Crescita personale

Intelligenza emotiva: abilità innata o appresa?

L’intelligenza emotiva è una competenza che può essere appresa. Ha, invero, basi genetiche che concorrono al 50% dell’EQ (Quoziente Emotivo), legate al gene 5-HTT, responsabile dell’attivazione dei trasportatori della serotonina, e al gene COMT, implicato nella degradazione della dopamina. Il restante 50% è imputabile a fattori ambientali che, come spiegano gli studi di Moira Mikolajczak, ricercatrice presso il Fondo Nazionale Belga e la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Lovanio, possono rimaneggiare un corredo genetico deficitario in tal senso.

Con parole semplici

Per dirla con parole semplici, funziona così. Nel corredo genetico con cui veniamo al mondo ne sono presenti alcuni che sono responsabili della regolazione emozionale. Sono il gene 5-HTT  e il gene COMT. Il primo attiva i trasportatori della serotonina, neurotrasmettitore legato alla regolazione del tono dell'umore. Il secondo è responsabile dei processi di degradazione della dopamina, il neurotrasmettitore legato alle sensazioni di piacere.

Bene. Ogni gene è composto da due alleli: uno viene dal corredo genetico ereditato dal padre, l'altro da quello della madre. Gli alleni possono essere della variante corta o lunga. I primi sono più sensibili allo stress e causano i disturbi della sfera emotiva. I secondi, viceversa, sono più resistenti.

Ma non è tutto. Se fosse così, infatti, ognuno dovrebbe arrendersi alle evidenze della genetica. Ed è qui che entrano in gioco i fattori ambientali. Gli studi condotti in Belgio hanno dimostrato che persone con geni composti da alleni della variante corta, se educati in un ambiente familiare ricco di stimoli emotivi, compensano le carenze genetiche. A dimostrazione che l'intelligenza emotiva può essere appresa, accresciuta o, per contro, perduta, se non allenata.

In principio era il QI

È opinione diffusa che un elevato QI sia un fattore predittivo del successo. Questo principio non è sempre vero in modo assoluto, al punto che:

  • esso è responsabile dell’efficacia nella vita in una misura pari al 20%, mentre
  • il restante 80% è legato a numerose altre variabili, specie a quelle che permettono di allargare gli orizzonti e di vedere oltre.

Tra queste variabili, con le ricerche di Howard Gardner, lo studioso delle intelligenze multiple di cui mi sono già occupato in più articoli, sono annoverate le competenze intrapersonali e interpersonali che, insieme, sono le fondamenta di quella che noi oggi chiamiamo intelligenza emotiva. Ovvero, essa comporta, nell’ordine:

[jpshare]

L'intelligenza emotiva

Ecco, allora, una semplice definizione che può aiutare a comprendere che cosa sia l’intelligenza emotiva: la capacità di assumere i comportamenti più idonei (compresi quelli verbali) e le decisioni più corrette, valutando preventivamente gli effetti delle conseguenze degli stessi sul piano emotivo, per se stessi, per gli altri o per se stessi e gli altri.

Formarsi e sviluppare l’intelligenza emotiva si traduce, in questo senso, in un solo concetto chiave: crescere partendo da sé ed aiutando gli altri a fare altrettanto. Cioè, non sviluppando competenze alte ma, al contrario, quelle basse, quelle emotive. La storia recente dice, infatti, che per andare avanti bisogna saper fare un passo indietro. Ovvero, valorizzare le emozioni per valorizzare la comunicazione e i rapporti sociali.

Daniel Goleman, autore de L’intelligenza emotiva, nell’introduzione al suo libro scrive qualcosa che suona, grosso modo, così: “Ho scritto "L’intelligenza emotiva" nel momento peggiore per l’economia americana, periodo in cui le difficoltà acuiscono i conflitti e la violenza privata, da cui solo competenze sociali ed emotive possono salvare le genti”.

[embed]https://youtu.be/i1pabWOivv8[/embed]

Relazioni e intelligenza emotiva

Il discorso sull'intelligenza emotiva rimanda alle competenze empatiche implicate nelle relazioni umane. Come si fa, infatti, ad instaurare una relazione significativa tra colleghi, facendo squadra, appunto, o all’esterno, con amici e clienti, senza aver sperimentato l'empatia? Come si fa, del resto, a parlare di empatia senza avere preventivamente sperimentato e conosciuto le emozioni?

Ecco perché l’intelligenza emotiva è la nuova El Dorado: perché svela le chiavi di accesso a se stessi e alle relazioni con gli altri.

È la vita emotiva, infatti, che condiziona fortemente la qualità delle relazioni. Viceversa, la mancanza di consapevolezza di quali emozioni si trasmettano rende impossibile

  • decodificare le emozioni che ci arrivano dagli altri,
  • chiamarle con il nome corretto,
  • attribuire loro il giusto senso e
  • cercare una sintonia emotiva con loro (per simpatia o per empatia, come accade nella relazione d’aiuto).

Intelligenza emotiva nei gruppi

Ad esempio, per comprendere quali aspettative abbia un gruppo di lavoro, un team, una squadra di calcio, occorre entrare nel merito

  • di quali emozioni i componenti si scambino,
  • come ognuno viva in relazione agli altri e al contesto in cui opera il gruppo,
  • da quali motivazioni sia spinto e a quali traguardi ambisca.

Come singolo e in quanto parte di un collettivo.

Ottimizzare le relazioni resta un compito gravoso a carico di manager, insegnanti, leader, coach, allenatori, facilitatori ecc. che, agendo con intelligenza emotiva, possono sviluppare anche quella degli altri. E guidarli verso il successo, qualunque esso sia. Diversamente, il rischio di vita di relazione insoddisfacente e, soprattutto, inefficace, è sempre dietro l’angolo.

Ecco che ogni training sulla consapevolezza delle emozioni, dai laboratori di Arti Terapie a quelli sulla creatività con il Metodo Autobiografico Creativo, aiuta ad accrescere i livelli d’intelligenza emotiva, guidando i singoli lungo le cinque tappe intorno alle quali essa si fonda:

  1. riconoscere,
  2. comprendere,
  3. esprimere,
  4. controllare,
  5. sfruttare le emozioni.

Continua a leggere
processo creativo
Crescita personale

Il processo creativo: come scocca la scintilla che fa vedere oltre?

Come funziona il processo creativo? Perché è sempre difficile produrre idee innovative e non convenzionali? La ragione per cui è sempre così difficile pensare cose nuove è che questa è una delle attività più dispendiose, in termini di energia, che il nostro cervello possa compiere. Ideare, infatti, nuove soluzioni alle sfide che ci vengono proposte non è né immediato né automatico. Anzi, richiede predisposizione, preparazione e intenzione. Dunque, un grande impegno a cui le nostre funzioni intellettive assolvono con un costante allenamento.

Le fasi del processo creativo

In realtà, esperti e studiosi del processo creativo sostengono, con Graham Wallas, che esso sia caratterizzato da cinque fasi:

  1. preparazione;
  2. incubazione;
  3. rivelazione;
  4. valutazione;
  5. elaborazione.

Durante la prima fase, quella della preparazione, siamo chiamati a definire l’obiettivo, la nostra sfida creativa: che cosa siamo chiamati a risolvere? Qual è il problema?

Definita la sfida, ci caliamo nella fase successiva, quella di incubazione, in cui si attivano le idee al di sotto del livello di coscienza.  In questa fase, lasciamo defluire idee e pensieri lungo un percorso lineare ma senza guidarle coscientemente, affinché inizino a stabilirsi dei collegamenti non abituali tra di essi. Questa tappa, in cui pure intervengono momenti di consapevolezza, è prevalentemente inconscia e, come tale, ritenuta quella più creativa e può durare istanti, minuti, giorni o anni.

L'insight o rivelazione creativa

Quando la natura associativa del nostro cervello collega qualche informazione inconscia con la nostra sfida e la porta a livello di coscienza, appare l’insight, la rivelazione. Pur comparendo dopo un periodo mediamente lungo di gestazione, secondo l’esperienza comune, è solo quando siamo veramente preparati e predisposti che giungiamo a rivelazioni importanti o creative, come accade a tutti coloro i quali lavorano duramente alla soluzione di un dato problema. La cosa più affascinante, tuttavia, è che spesso la soluzione arriva in un momento inatteso, proprio quando si è con la mente distanti dalla sfida stessa.

Ma il processo creativo non si esaurisce qui. Una volta avuta l’idea, infatti, essa va sottoposta a valutazione, sia la nostra che quella altrui, che determinerà se la strada trovata sia percorribile. Sottoporre l’idea creativa al giudizio permette, in effetti, di prendere distanza dalla stessa per poterla osservare meglio. E attribuisce all’intero processo creativo la dimensione sociale, collettiva, dal momento che, per la sua divulgazione, è richiesta anche la valutazione di terzi.

Del resto, perché l’idea si riveli giusta, vincente, esatta, essa dovrà superare critiche, giudizi e pregiudizi esterni che le attribuiranno il carattere di innovazione e creatività. Prendiamo ad esempio il caso di un’azienda che stimoli i creativi a ricercare una soluzione ad un dato problema. Se la soluzione trovata alla sfida creativa non supererà la fase di valutazione di colleghi e superiori, difficilmente potrà essere portata avanti. Ovvero, senza diventare collettiva, l’idea è destinata ad essere messa da parte.

L'elaborazione

Quando l’idea è pertinente, allora (e solo allora) si avvia la quinta ed ultima fase del processo creativo: l’elaborazione, quella che parte da una massa informe e che  richiede più tempo e più lavoro per essere trasformata nella risposta alla sfida. Edison diceva: «il genio è per l’1% ispirazione e per il 99% sudore».

Bisogna, insomma, perfezionare l’idea e questo richiede

  • diligenza,
  • competenze,
  • tempo,
  • perseveranza.

E solo quando avremo in mano il prodotto finito il processo creativo potrà dirsi concluso.

[jpshare]

La scintilla creativa

Ma come nasce la scintilla creativa? Come ci vengono in mente le idee? La creatività si nutre di idee e queste idee da qualche parte devono pur nascere. Diciamo, per semplificare al massimo il concetto, che, dal momento stesso in cui veniamo al mondo, ogni nostra esperienza, che ci arriva dall’ambiente circostante attraverso i sensi rimane impressa da qualche parte nel nostro cervello. Insieme a tutto ciò che che impariamo.

Questo bagaglio di informazioni compone quella che le neuroscienze chiamano memoria intelligente. Tali informazioni, che definiscono la nostra personalissima mappa della realtà, non sono immediatamente fruibili, data l’impossibilità  (e anche l’inutilità) di tenere sempre a disposizione (e, quindi, in memoria) il risultato dell’apprendimento di tutta una vita. Per questo, esso viene parcheggiato nell’inconscio.

La Teoria della memoria intelligente

E’ come se tutte le informazioni, apprese nel corso della nostra esistenza, venissero archiviate in tanti cassetti che si aprono ogni volta che la natura associativa del nostro cervello lo ritiene necessario. In questo modo i contenuti si combinano all’infinito, ogni volta in maniera casuale, generando sempre nuove connessioni e, dunque, nuovo apprendimento (Teoria della memoria intelligente di Eric Kandel).

Quando questo processo giunge al livello della coscienza nascono le idee. E se, per agevolarle, svolgiamo pratiche che spingono verso la creatività, è come se questi cassetti si aprissero più rapidamente, creando un maggior numero di connessioni e producendo le rivelazioni creative, gli insights. Accade

  • quando siamo rilassati,
  • durante un viaggio,
  • durante la pratica sportiva,
  • mentre ascoltiamo musica o pratichiamo l'arte,
  • quando siamo felici o ci divertiamo,
  • in tutti in casi quando siamo al riparo da fonti di stress.

Per dirla con un’immagine stereotipata, il gran numero di connessione che lo stato di benessere genera si traduce in una grande attività elettrica del cervello che così ha maggiori possibilità di accendere la lampadina delle (nuove) idee.

Tutte le idee si rivelano utili?

No, non  tutte. Ma ci permettono di selezionare quelle funzionali alla risoluzione delle nostre sfide, seguendo le fasi del processo creativo descritto. Certo è che, per essere creativi, bisogna trovarsi in un ambiente stimolante. Funziona così dalla nostra primissima infanzia fino all’ultimo giorno in un continuum di apprendimento di informazioni sotto forma di (sempre) nuove connessioni neurali.

Continua a leggere