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Scuola

L’homeschooling: pro e contro dell’istruzione in casa

Sono circa mille, secondo gli ultimi dati raccolti dal Ministero dell'Istruzione, le famiglie che in Italia scelgono l'homeschooling. Ossia, che non mandano i figli a scuola per educarli a casa. E' sufficiente fare un breve giro tra i blog e le pagine web di chi ha scelto l'homeschooling per capire che alla base di questo fenomeno c'è la voglia di dare ai propri figli un'educazione ispirata a una pedagogia diversa da quella offerta dalle istituzioni. E, soprattuto, ritagliata sulle esigenze individuali. La parola d'ordine dei fautori dell'educazione parentale è, infatti, personalizzazione a fronte di una scuola che a loro avviso standardizza le competenze e le nozioni richieste.

L'homeschooling in Italia

Nel nostro Paese è una scelta perfettamente legale, contrariamente a quanto avviene in altri paesi come la Germania, dove è vietata ed assimilata ad una forma di abuso parentale. Ma a partire da quest'anno qualcosa è cambiato. Con i decreti attuativi della Buona Scuola è stato, infatti, introdotto l'esame annuale obbligatorio per chi sceglie l'homeschooling, basato sui contenuti dei normali programmi scolastici. Contro questa costrizione, operativa già dall'anno scolastico 2017-2018, si stanno mobilitando i gruppi che si battono a favore dell'educazione parentale. Secondo i sostenitori dell'istruzione in casa,  l'acquisizione delle competenze, almeno per quel che riguarda la scuola primaria, deve avvenire nell'arco dei canonici cinque anni previsti, senza rigide tappe intermedie.

Le scuole Waldorf

Al medesimo principio si ispirano le scuole Waldford, che seguono la pedagogia di Rudolf Steiner. Esse, infatti, si troverebbero fuori legge, se l'obbligo di esame fosse applicato anche alle istituzioni private con orientamenti pedagogici particolari. Pur non praticando l'homeschooling, i bambini che frequentano le scuole steineriane sono lasciati liberi di imparare a leggere e scrivere nel momento in cui ne sentono il bisogno. Solitamente non prima della seconda, terza elementare.

Ecco perché, per i sostenitori delle pedagogie alternative, il momento più adatto per fare una verifica, sempre che sia necessaria, sarebbe alla fine del ciclo quinquennale, quando i bambini hanno una preparazione più o meno analoga a quella dei loro coetanei che frequentano la scuola pubblica.

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L'unschooling

L'introduzione di esami obbligatori in casa mette in crisi, in particolare, il modello più estremo di educazione parentale, il cosiddetto unschooling. Il teorico principale, l'educatore statunitense John Holt, sostiene che la capacità dei bambini di apprendere spontaneamente è maggiore se sganciata da qualsiasi schema di orario o contenuto. «Le famiglie che scelgono l'unschooling non hanno un programma prefissato, perchè quel che si studia può dipendere anche da ciò che accade quel giorno, dal meteo, dal livello di stanchezza del bambino e così via», spiega Erika Di Martino, fondatrice del sito Controscuola e del Network Italiano di Educazione Parentale, madre di cinque figli tutti educati in casa. «Ecco perchè gli esami annuali sono incompatibili con questo metodo didattico e rischierebbero di comprometterne l'efficacia».

Tuttavia, non tutte le forme di educazione parentale sono altrettanto destrutturate. Negli Stati Uniti, dove l'istruzione domiciliare ha una lunga tradizione, esistono anche programmi pedagogici molto strutturati. Tra i vantaggi dei metodi strutturati:

  • la possibilità di rientrare più facilmente nel sistema scolastico in qualsiasi momento e
  • il minor investimento da parte dei genitori in termini di tempo e di capacità didattiche.

Lo svantaggio, per contro, è la perdita dell'individualità, che sembra essere il fattore principale nella scelta di tenersi i figli in casa.

 

I risultati

Riguardo ai risultati che ottengono i bambini e i ragazzi educati dai genitori (o da precettori), dal punto di vista scolastico, mancano dati italiani e ci si deve affidare a studi statunitensi che, tuttavia, giungono spesso a conclusioni discordanti.

Una delle obiezioni più comuni avanzate nei confronti dell'educazione parentale é che i bambini che non vanno a scuola rischiano di restare isolati socialmente. Numerosi studi collegano, infatti, la capacità di socializzare allo sviluppo

  • di una solida identità di sè e
  • di una buona autostima.

Tuttavia, i bambini che stanno a casa sembrano sviluppare entrambe queste doti ai massimi livelli, contrariamente a molti loro coetanei che vivono in un ambiente dove vengono costantemente giudicati. Lo riferisce Daniela Ovadia nell'articolo "Tutti a casa", pubblicato dalla rivista Mente & Cervello di Ottobre 2017.  Il livello di socializzazione dipende, tra l'altro, secondo l'autrice, dalle scelte genitoriali. Alcune famiglie, infatti, proprio per ovviare all'isolamento dell'educazione domiciliare, iscrivono i propri figli a sport di squadra o ai gruppi scout, per consentire loro di confrontarsi con un gruppo di pari al di fuori della cerchia familiare.

Pro e contro dell'homeschooling

Dagli studi americani emerge, inoltre, che nelle piccole città risulta più semplice conservare una buona socializzazione, a differenza di quanto accade nella grande città. Per questo l'homeschooling ha maggiore presa nelle realtà periferiche, poiché nelle evolute metropoli la combinazione dei due fattori può risultare maggiormente isolante.

Che non sia tutto oro quello che luccica lo dimostra, tuttavia, l'esistenza negli Stati Uniti e in Israele, altro paese dove l'educazione domiciliare è molto diffusa, di associazioni che aiutano i ragazzi educati a casa ad affrontare i problemi che sono connessi con l'homeschooling. Secondo Adat Bauer, fondatrice di un gruppo di aiuto per ragazzi istruiti a casa con sede a Gerusalemme, per alcuni genitori l'istruzione deve riflettere in tutto e per tutto i valori familiari.

Se ciò appare, da un certo punto di vista, comprensibile, dall'altro, non è sano. E', infatti, dal confronto con portatori di valori differenti che si sviluppa lo spirito critico. Per la Bauer, è proprio lo stretto legame con i genitori il problema principale di molti homeschooler. Un legame che, in talune circostanze, può diventare patologico.

La sfiducia verso la scuola

In Italia, sembrerebbe che la scelta di istruire i figli in casa nasca dal senso di sfiducia nei confronti della scuola pubblica. Ma i dati d'oltre oceano rassicurano: anche chi ha un difficile rapporto con l'istituzione scolastica non considera definitiva la scelta dell'educazione parentale. A volte, ad esempio, l'allontanamento dall'ambiente scolastico in favore delle mura domestiche è solo temporaneo per chi è stato vittima di bullismo, così come per i ragazzi che manifestano la depressione adolescenziale attraverso la fobia scolastica.

Certo è che i tempi sono cambiati, visto che andiamo sempre di più verso una didattica personalizzata sui bisogni dei singoli. E che, come dicono gli studi, i buoni voti a scuola non sono garanzia di successo nella vita. Una domanda, però, sorge spontanea: e se si fosse in predicato di tornare ai precettori di qualche secolo fa, tanto per difendersi da vere o presunte minacce dell'ambiente scolastico?


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Arti Terapie, Scuola

Musicoterapia: finalità e obiettivi di un intervento con i bambini a scuola

La musica, il linguaggio universale. In che modo diventa anche strumento pedagogico? Prova a chiedere ad un bambino: “E se sostituissimo le parole con dei suoni?” Fino ad alcuni anni fa ho condotto con un certa sistematicità laboratori di musicoterapia nelle scuole. L’ho fatto con i più piccoli e anche con gli insegnanti. A questi ultimi ho provato a spiegare come riuscivo a catturare l’attenzione degli scolari: “Non serve urlare. Se il concetto di silenzio non viene acquisito, allora, facciamolo diventare un gioco.” Un gioco musicale, naturalmente.

In musica il silenzio è una pausa. In pedagogia il silenzio è ascolto. Di sé e dell’altro. Se c’è silenzio, ogni bambino può accorgersi di chi gli sta intorno, cosa che non accade nel caos delle case e, spesso, anche delle classi. Se il bambino si accorge di chi ha accanto e fa silenzio, gli lascia uno spazio di espressione, lo riconosce, ne ammette la diversità. Ma se il silenzio glielo imponi, egli non lo farà. Se glielo fai percepire come una conquista, vorrà essere il primo della classe. Allora, sfruttiamo il potere della musica come strumento di coesione sociale per imparare e per insegnare divertendoci.

La Musicoterapia

Questo è un po’ il senso della Musicoterapia nella scuola. Non una terapia, dunque. Anzi, tutt’altro. Un gioco. Fatto di semplici strumentini in legno, pelle e metalli che suonano praticamente da soli. Con la musicoterapia a scuola si possono perseguire, dal punto di vista del bambino, obiettivi come:

  • imparare ad ascoltare,
  • coltivare il benessere psicofisico (dimensione importantissima anche per i più piccoli),
  • migliorare l'attenzione,
  • accettare e accogliere l'altro con i suoi diversi tempi di risposta,
  • riconoscere le emozioni (in quanti posseggono un corretto vocabolario emotivo?) e
  • riscoprire la creatività.

Per finalità che possono essere di

  • prevenzione di difficoltà relazionali, di attenzione, di ascolto ecc. o
  • di sostegno alle strategie educative, così abilmente già portate avanti dagli insegnanti.

Cioè, con la musicoterapia ci si può aiutare ad imparare. E chi non ama imparare, se può farlo divertendosi?

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Gertrud Orff, moglie e allieva del noto compositore, nel suo Musicoterapia Orff, un manuale essenziale di pedagogia musicale, riferisce di molti casi di bambini, sia normodotati che con deficit anche severi, alcuni con disturbi dello spettro autistico o con handicap psicofisico grave, altri con deficit motori, della vista e del comportamento. Riferisce di come siano stati tutti trattati con strategie multisensoriali a base di bagni sonori e accomunati da un obiettivo: entrare nel loro mondo, instaurare un contatto. In una parola: comunicare.

Insegnare con la musica

Se riesci a comunicare usando il gioco, puoi insegnare qualunque cosa ad un bambino che necessita di precetti o sostegni educativi.

A discriminare alto-basso, lontano-vicino, destra-sinistra. Ecco che la musica diventa movimento, perché attiva e aiuta a stimolare una lateralità che videogiochi e smartphone (a qualunque età ormai) fanno perdere. Puoi anche insegnare a distinguere il silenzio dal caos, il pieno dal vuoto, se il tuo obiettivo è sviluppare la sua attenzione. Puoi anche scoprire quelle risorse altre che di solito non emergono e valorizzare forme diverse d'intelligenza, ben oltre quella legata al profitto scolastico.

Se riesci a comunicare usando il gioco, puoi aiutare un bambino ipodotato che necessita di rinforzi espressivi. Perché spesso, per essere liberi, basta un tamburo, un pennello, dei colori e un grande foglio con cui esprimersi.

Ecco che cosa vuol dire creare una dimensione musicale nella quale esprimersi spontaneamente con musica, movimento, danza e colore. La parola viene molto dopo. Dopo che la creatività, ridestando emozioni che il bambino ha bisogno di imparare a riconoscere, avrà fatto il suo corso.

In tutto questo c’è il labile confine che separa la pedagogia (e la formazione) dalla terapia.

O non è forse vero che educare vuol dire anche trasformare?

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