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il linguaggio spiega la nostra visione del mondo
Comunicazione

Il linguaggio che usiamo spiega la nostra visione del mondo

Il cervello umano è lo stesso degli uomini di ottomila anni fa. Lo afferma Paolo Legrenzi, Docente di Psicologia dell’Università di Padova, nel suo libro La mente. Quello che è cambiato è il concetto più immateriale di mente, a dimostrazione della non coincidenza delle due dimensioni. E', peraltro, il contributo della neurolinguistica la quale, per definire il linguaggio quale atto comunicativo, ignora le dispute tra le diverse filosofie della mente, secondo cui mente e cervello sono due entità separate, coincidenti o che si influenzano reciprocamente. Certo è che, se il cervello è rimasto lo stesso, la mente è profondamente diversa. Lo è rispetto al tempo e alle diverse aree geografiche, dimensioni in relazione alle quali il linguaggio, come espressione dei suoi contenuti, ha dato vita a culture diverse.

Il linguaggio nella storia naturale della mente

Possiamo così, dunque, riassumere le due tappe fondamentali nella storia naturale della mente.

  1. La nascita del linguaggio come strumento di comunicazione dei contenuti mentali.
  2. L’esternalizzazione di quei contenuti.

I prodotti della mente, del resto, diventano esterni a mano a mano che si depositano in diverse culture. Per questo, pur essendo il cervello dell’uomo lo stesso a tutte le latitudini del globo, diverse sono le culture plasmate dai contenuti delle mente. Tutte queste culture hanno un’origine comune, anche se si sono differenziate nel corso degli ultimi undicimila anni, un istante, se paragonato ai tempi del pianeta e della vita.

Il linguaggio, in origine estensione del lavoro manuale, utile all’uomo quando, dedicandosi all’agricoltura, passa dalla vita nomade a quella stanziale, è oggi l’espressione della grammatica mentale dei popoli. E permette la comunicazione interpersonale e la trasmissione delle conoscenze.

Diecimila anni dopo nasce la stampa, un modo per raccogliere e depositare i contenuti mentali, agevolata dalla stanzialità. Passare dalla caccia all’agricoltura, infatti, permetteva di accumulare le riserve alimentari per mantenere la casta improduttiva degli scribi. Il resto, fino al pc di ultima generazione, è storia recente.

Il linguaggio e la grammatica mentale

È sorprendente scoprire come il tema del linguaggio sia affrontato da numerose discipline che possono riflettere differenti punti di vista ma che, al contempo, pongono rilievo a diversi aspetti che lo caratterizzano. Possiamo comprendere questa attenzione se pensiamo all’importanza che riveste nella nostra vita. Ancor più se intendiamo il linguaggio, differentemente dalla lingua, come facoltà propria della specie umana di usare strumenti comunicativi simbolici. Cioè, di usare una grammatica mentale.

Tema affrontato, peraltro, dalla linguistica alla neurologia, sconfinando nelle letture filosofiche, da un lato, e nelle ricerche scientifiche con i più moderni strumenti, dall’altro.

Questioni intorno a cui ruota il dibattito sono

  • la provenienza del linguaggio e
  • la correlazione con gli oggetti del pensiero.
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Il pensiero e il linguaggio

In altre parole, è con il linguaggio che impariamo a pensare. Prova ne sia che non potremmo pensare qualcosa a cui non possiamo dare un nome. Ma non è sempre stato questo il pensiero dei filosofi.

Fino alla fine del ‘700 imperava, infatti, l’idea di matrice aristotelica secondo cui la realtà esiste indipendentemente dalla conoscenza dei soggetti. Il linguaggio, in questo senso, assume la funzione di mezzo di comunicazione di natura convenzionale, finalizzato soltanto a esprimere i contenuti mentali.

Il filologo tedesco Humboldt smentisce questa prospettiva. “Le parole e le costruzioni grammaticali”, scrive, “determinano i concetti e che lingue del mondo diverse costituiscono visioni del mondo diverse”. Il linguaggio diventa, così, molto più di un semplice mezzo di comunicazione e assurge a organo costitutivo del pensiero che si sviluppa su tre livelli.

  1. Con la categorizzazione della realtà, il linguaggio influisce sulla mente attraverso la struttura lessicale e grammaticale.
  2. Poi, la materialità del linguaggio, cioè la differenza fra linguaggio orale, scrittura, lingua dei segni e così via.
  3. Infine, al livello più alto, le proprietà più generali e le strutture più profonde del linguaggio che spiegano in che modo esso influisca sull’interpretazione della realtà.

La concezione cognitivista del linguaggio

La tesi di Humboldt ha dato origine alla concezione cognitivista del linguaggio, sostenuta all’inizio del XX secolo da Sapir e Whorf. Questi ultimi, sulla relatività linguistica, spiegano che nelle strutture linguistiche si riflette la visione che ognuno (e ogni popolo) ha del mondo.

Esistono dati sperimentali a favore di questa prospettiva, come quello fornito da Levinson. Europei e aborigeni australiani dispongono, infatti, gli oggetti secondo le strutture d’ordine delle rispettive lingue, da destra a sinistra gli europei, seguendo i punti cardinali gli australiani. Visione, peraltro, sostenuta dalla biologia teorica, la quale dimostra che, nel percorso evolutivo, il cervello ha sviluppato la capacità di classificare gli oggetti dell’ambiente utilizzando semplicemente i concetti. Cioè, possiamo manipolare mentalmente gli oggetti grazie al coordinamento di schemi percettivi e concetti verbali in una rete di concetti linguistici. La neurobiologia, aiutata dallo sviluppo dei moderni strumenti di neuro immagine funzionale (che consentono di vedere il cervello in azione), ha confermato questa tesi con la scoperta dei neuroni specchio.

Linguaggio e intelligenza sociale

In questo senso, la capacità di organizzare suoni o gesti a scopo comunicativo si sarebbe sviluppata a partire da un contesto in cui i simboli dovevano essere collegati ad operazioni manuali. I concetti derivano, dunque, dall’interazione e dalla comunicazione con gli altri. E’ come sostenere che il linguaggio presentifica l’oggetto: l’atto comunicativo, il raccontare l’esperienza, reifica la stessa, in uno spazio in cui l’altro e il contesto assumono un rilievo fondamentale.

Ecco che il linguaggio diventa espressione diretta del modo di vedere il mondo e di rappresentarsi, in modo del tutto personale, la realtà. E l'uso che ne facciamo è la cartina di tornasole del nostro livello di intelligenza sociale.


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Comunicazione

La differenza tra ascoltare e saper ascoltare

Non è passato molto tempo e lo ricordo ancora. Un paio di anni fa, Alberto, un mio caro amico sulla sessantina, mi chiama e mi chiede di parlarmi con una certa urgenza. Mi raggiunge dieci minuti dopo a Carmiano, in quello che era il mio ufficio prima del trasferimento a Lecce, e mi racconta la sua storia. "Ho bisogno di un consiglio" mi dice. "Ho fatto una cazzata. Mia moglie ha intercettato un sms, per così dire, un po' troppo affettuoso di una mia amica. Un casino. Mi ha cacciato di casa. Da due giorni sono tornato da mia madre. Alla mia età. E i miei figli non mi parlano."

Ascoltare è un dono

E' in panico mentre mi guarda. Confuso, fragile. Ha una macchia sulla giacca e suda. Lui che è un manager di successo. Non lo avevo mai visto così. E' in quello stato d'animo che anche tu conosci. Si sente svuotato e colpevole. "Non riuscirò mai spiegarle che è solo affetto per quell'altra persona, perché ora non si fida più di me. E fa bene, anche perché non è la prima volta. Solo che la prima volta, dodici anni fa, avevo davvero una relazione. Ora no. Ma capisci che per Chiara è come ripiombare in un incubo. Che devo fare?"

Inutile negarlo: tutti abbiamo fatto almeno una volta nella vita questa domanda. Che devo fare?

E io cosa avrei dovuto rispondergli? Mandale dei fiori? Scrivile il messaggino della buonanotte? Parlale e spiegale tutto per bene? Se anche tu ti sei sentito rispondere così, non ti sei anche sentito abbastanza stupido dopo? Non lo sapevi già da te che fare? O davvero speravi che qualcuno ti svelasse il quarto mistero di Fatima?

L'ascolto e la comprensione

Chi fa quella domanda non vuole soluzioni. Chiede solo ascolto e comprensione. Così gli ho risposto: "Non sarò io a dirti che fare. Tu lo sai già. Raccontami piuttosto come ti senti tu in questo momento. Poi, e questo è quello che farei io, prova a chiedere a lei la stessa cosa: spiegare a parole, agire tecnicamente non serve a nessuno e non porta ad alcuna soluzione."

Perché, a mio avviso, la vera grande domande che in pochi fanno a se stessi, in casi come questo, è: che devo fare per migliorare la comunicazione e rendere più efficace la mia relazione?

Hai fatto caso che, se ascolti veramente una persona cara, non importa se trovi una soluzione ma lei starà già meglio per il solo fatto di essere stata compresa e finalmente sostenuta? Le soluzioni vengono da sole se si impara a metacomunicare, cioè se si abbandona il piano dei contenuti, logici, freddi, e si mettono in gioco le emozioni. Quello che cura è l'ascolto, poiché le persone hanno bisogno di essere accolte, soprattutto quando si sentono ferite. Minimizzare i sentimenti altrui o i propri comportamenti con le parole serve solo ad irritarle ulteriormente.

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Le relazioni efficaci

Non lo dico io. Io l'ho imparato e l'ho provato sulla mia pelle. E adesso lo insegno agli altri. Lo dice Thomas Gordon ne Le relazioni efficaci. Dice anche molto altro che dovrebbe farci riflettere, specie quando crediamo di ascoltare e, invece, dopo un solo minuto la nostra mente e lì che vaga, persa nei suoi pensieri: "più tardi devo fare questa telefonata, ho da incontrare Tizio, accidenti come passa il tempo...".

L'abilità di ascoltare, infatti, può essere appresa e allenata. E' la migliore tecnica di comunicazione per migliorare i rapporti interpersonali. Certo, bisogna volerlo, bisogna mettersi a disposizione di un cambiamento interiore che, dall'ascolto di sé, porti all'ascolto dell'altro. A partire dall'atteggiamento fisico che abbiamo nei confronti degli altri. Si chiama comprensione empatica:

  • sapere come e quando ascoltare;
  • sapere come parlare in modo opportuno e quando;
  • imparare a gestire i conflitti in modo che nessuno finisca col sentirsi perdente e, quindi, risentito;
  • riuscire a stabilire e mantenere un dialogo aperto con le persone cui si tiene maggiormente.

Dovremmo, in altre parole, ricordare più spesso che la felicità delle nostre esistenze dipende dalla qualità delle nostre relazioni. E la qualità delle nostre relazioni dipende dalla nostra capacità di dare il giusto ascolto agli altri.

Ti starai, forse, chiedendo se le mie relazioni sono tutte perfette ed efficaci. No, non lo sono. Ma in fondo anche il medico si becca il raffreddore, no?  Oppure dipende dal fatto che sono più bravo con gli altri che con me stesso.

Ah, Alberto ha riconquistato sua moglie e ora vivono di nuovo insieme. E' stato anche grazie a me? E chi può dirlo!


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Comunicazione, Crescita personale

Comunicare con il corpo: quando un silenzio vale più di mille parole

Serve davvero parlare, quando un silenzio può raccontare, di più e meglio di mille parole, chi siamo, quello che desideriamo, quello che pensiamo? Il corpo parla sotto forma di segnali di ogni tipo, spesso (talvolta, purtroppo!) al di là di ogni nostra intenzione. Perché si tinge del colore e prende le forme delle nostre emozioni. Le emozioni che non mentono mai, contrariamente a quello che sappiamo fare con le parole. I greci parlavano di a-leteia (ciò che non è più nascosto) per dire verità. Quella verità che è dentro di noi, nascosta nel profondo delle stanze buie dell'inconscio, che all'improvviso, qualcosa fa riemergere. Ed ecco che uno sguardo, un rossore in viso, un gesto inconsulto ci tradisce e parla di noi.

Comunicare in silenzio

Ma quanto siamo abili noi a cogliere questi segnali? Cioè, quanto siamo abili ad ascoltare?

Per agevolare la consapevolezza della comunicazione del corpo, nelle attività di laboratorio di Arti Terapie faccio svolgere un'attività basata sulla riflessione rispetto alla distanza fisica che ciascuno intende come distanza di sicurezza dall'altro. C'è chi appoggia le mani sulle spalle del compagno, come fa in questa foto Kate Winslet, la Rose di Titanic, con Leonardo Di Caprio. C'è chi si posiziona ad un metro e si guarda bene dal toccare l'altro.

Sono tutti modi diversi di stare con l'altro, di prestargli attenzione e di restare in ascolto.

Quali significati si nascondono dietro comportamenti così diversi? Questione

  • di educazione,
  • di formazione personale,
  • di esperienza,
  • di mappe individuali,
  • di modi di vivere le relazioni.

La metacomunicazione o comportamento non verbale

 Questione di modi di vivere il corpo e le emozioni, dunque, che, in termini di comportamento, si traducono e si manifestano attraverso codici:

  • il paraverbale (modulazione della voce in termini di velocità, intensità, frequenza, altezza, volume);
  • la mimica (le espressioni del viso, come la bocca serrata, le sopracciglia aggrottate, il sorriso);
  • la postura (la posizione e l’uso del corpo, come accavallare le gambe, battere i piedi, stare a gambe divaricate, camminare), la
  • la gestualità (i segnali delle braccia e delle mani, come, ad esempio, stare a braccia conserte, mani a pugno, grattarsi);
  • la prossemica (segnali di uso dello spazio fisico e di distanza dagli altri, come stare appiccicati o alla larga).
Ecco che cosa si intende con il termine di metacomunicazione.

I messaggi che inviamo

Ecco perché i blocchi nel corpo, la rigidità nella postura, la voce flebile o strozzata possono nascondere dei blocchi emotivi. Quando incontriamo qualcuno, ce ne accorgiamo subito, se vi prestiamo attenzione, ma sono informazioni che dall'altro ci giungono (e che da noi raggiungono l'altra persona) lungo una via bassa, non governata dalla logica e dalla ragione. Una via spesso inaccessibile senza un vocabolario emotivo appropriato. Eppure, in un attimo decidiamo se

  • accettare,
  • rifiutare o
  • squalificare

l'altro. Lo facciamo senza accorgercene, prestando ascolto a questa via bassa che raccoglie per noi le informazioni in termini di

  • utilità,
  • immediatezza e
  • ricorrenza,

al fine di consentirci di formulare velocemente delle ipotesi o delle impressioni su di una persona.  A questo servono i segnali della comunicazione non verbale. Cosa ben più ardua è comprendere come decifrarli opportunamente, evitando di incorrere in proiezioni pericolose (cioè, di attribuire ad altri i nostri stati d'animo e le nostre emozioni).

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Questione di sesto senso

Ti starai chiedendo che cosa pensano di te le persone che conosci. Cioè, quali siano i segnali non verbali che tu invii loro, senza opportunamente comandarli. Se è così, sei già a buon punto: porsi delle domande e mettersi in discussione sono i fondamenti per approdare ad una consapevolezza di sé che prelude alla conoscenza dell'altro.

Ma quante persone conosci che esprimono giudizi sugli altri fidandosi ciecamente del proprio sesto senso? Non dico che servirebbero ulteriori elementi d'indagineriscontri o informazioni aggiuntive. Perlomeno, servirebbe un buon lavoro su di sé per empatizzare con i segnali non verbali che provengono dagli altri. Lavoro su di sé che poi, alla fine, nessuno è disposto a fare. Ed ecco che dalle sopracciglia aggrottate finiamo per evincere che il nostro interlocutore è arrabbiato mentre, invece, è solo concentrato.

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Con il partner

Magari in quel momento siamo noi ad essere arrabbiati e proiettiamo negli altri le stesse emozioni che stiamo provando. La letteratura dei rapporti di coppia offre esempi a bizzeffe: Lei:  "A che pensi?" Lui: "A nulla: mi sto solo rilassando." Lei: "Non è vero. Lo vedo che sei pensieroso." Lui: "Ti dico che mi sto solo rilassando: è che sono stanco." Lei: "Va bene, non vuoi dirmelo. D'ora in avanti non ti dirò niente nemmeno io."

E via con le discussioni.

Il silenzio parla

Ora, è verissimo che un silenzio racconta più di mille di parole ma bisogna avere il giusto sentire per comprenderne il significato, poiché è così che funziona: noi diciamo tutto con il nostro corpo e senza aver bisogno di parole. Ma quello che diciamo è intellegibile ai pochi preparati e dotati di sensibilità.

Per questo, in attesa che anche tu diventi un mago della comunicazione non verbale, il consiglio migliore è di tornare sulle buone, vecchie, sane abitudini che molti hanno dimenticato. Si chiamano domande:

  • “Mi sembri arrabbiato: è così?”,
  • “Mi sembra che non ti interessi: mi sbaglio?”
  • “Ti fa piacere?”
  • "Cosa ne pensi?"
  • "Qual è la tua opinione in proposito?"

Porsi cosi serve senz'altro a evitare conflitti, a utilizzare la comunicazione in maniera efficace, associando le risposte alle sensazioni del non detto, del non verbale. Altrimenti, vale il celebre detto di Oscar Wilde: "A volte è meglio restare in silenzio e sembrare stupidi che aprir bocca e sciogliere ogni dubbio."

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Comunicazione

Perché parlare non è sinonimo di comunicare?

Siamo fatti di comunicazione. E in tutto questo, verrebbe da dire, come si usa oggi, "le chiacchiere stanno a zero". Sono le relazioni che fondano il principio della socialità di cui abbiamo bisogno per evoluzione. E le relazioni si basano sulla comunicazione. Se vuoi approfondire l'argomento, ti consiglio questo mio articolo su relazioni e  comunicazione. Ma come facevamo a comunicare prima della comparsa del linguaggio? Eppure, ci siamo comunque sviluppati grazie alle interazioni con gli altri. Solo che oggi i più dimenticano che il linguaggio verbale è un rinforzo di quello non verbale, che risponde a bisogni evolutivi più complessi e specifici, attribuendo alle due modalità ruoli inversi.

Parlare e comunicare

Comunicare, lo sappiamo, è l’essenza della nostra vita, in quanto mediatore delle relazioni umane. Nella vita di ogni giorno, nelle aziende, negli uffici, nelle aule della scuola, nei panifici, nei bar, nelle discoteche, si parla e, se non si parla, si comunica lo stesso. Di fronte a problemi di comunicazione, è, tuttavia, possibile rilevare un equivoco ricorrente: confondere l’atto del parlare con quello del comunicare. Ma esistono profonde differenze, poiché chi parla non sempre si preoccupa di chi ascolta, mentre il vertice d’osservazione su cui, viceversa, si basa tutta la comunicazione è far capire ad altri il nostro messaggio, in maniera chiara ed efficace, attraverso parole, immagini e gesti.

Conosci oratori particolarmente noiosi? Oppure, che pensi quando ascolti un giornalista televisivo che si trascina a spasso per tutto il TG le vocali, gettando a casaccio le pause? Ecco, dunque, la differenza nella sua essenza: non basta leggere un discorso o articolare delle parole per comunicare ma occorre avere un obiettivo, cioè fare in modo che il messaggio arrivi a destinazione esattamente secondo le intenzioni.

La comunicazione è un comportamento

Come hanno teorizzato gli studiosi della Scuola di Palo Alto, fondata dal già citato Paul Watzlawick, non è possibile non avere un comportamento e qualsiasi tipo di atteggiamento ha una valenza comunicativa. In base a questo assioma, la comunicazione è un comportamento. Ne consegue che, in qualsiasi tipo di situazione ed interazione, anche se parliamo lingue diverse, con o senza un’azione volontaria, inviamo messaggi.

Se, ad esempio, entri in ascensore e ignori l’unica persona presente, idem in panetteria, senza salutare alcuno dei tuoi colleghi in ufficio, oppure se non guardi in faccia nessuna delle persone che con te attendono l'arrivo dell'autobus, il tuo comportamento ha già lanciato un messaggio preciso: non hai alcuna intenzione di avviare uno scambio verbale con i presenti. Non serve, dunque, dar fiato alle trombe: è il nostro corpo che parla per noi in queste occasioni.

Metacomunicazione e segnali del corpo

Qualunque cosa facciamo, dunque, siamo costantemente immersi nel processo di comunicazione: noi emettiamo segnali sempre, continuamente, automaticamente, anche quando crediamo di non farlo o molto al di là delle nostre intenzioni. E percepiamo segnali, li valutiamo, li esaminiamo, li accogliamo, perché significativi, o li respingiamo, perché fuorvianti. Anche in questo caso, il più delle volte, senza rendercene conto.

Qui, naturalmente, bisognerebbe approfondire le implicazioni della comunicazione non verbale. Ma ci ritornerò presto, essendo la comunicazione verbale l'oggetto di questo mio scritto. Ma già così è più chiaro perché parlare non sia un sinonimo di comunicare: perché mancano una serie di informazioni che completano il linguaggio verbale e agevolano la comprensione del messaggio globale. Manca la metacomunicazione, ovvero tutti i segnali emotivi, di senso, della comunicazione stessa.

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L'atto di comunicare

L'atto di comunicare, dunque, non coincide con quello di parlare. Il secondo è un processo intenzionale, mentre il primo è un processo automatico, innato e di generale inconsapevolezza. Ecco perché talvolta facciamo fatica a rendercene conto: perché è tutto il nostro corpo che invia e registra questi segnali, anche quando è fermo (l’uomo riesce a comunicare anche con l’immobilità, attraverso il corpo in posizione statica).

Così, se immaginiamo una persona ferma, attenta, tesa ad ascoltare un oratore che parla, o, piuttosto, la rassegnata immobilità di un povero che chiede elemosina sul ciglio di una strada, avremo significanti differenti che connotano i due differenti comportamenti statici). Al di là delle nostre stesse intenzioni. È un segnale un viso allegro (e viene recepito normalmente come simbolo di una buona disposizione d’animo da parte di chi lo emette) ed è un segnale un gesto brusco (e tende infatti ad essere recepito come segno di nervosismo da parte di chi lo emette).

I principi della comunicazione verbale

Comunicare vuol dire, dunque, innanzitutto emettere segnali e riceverne. Ma benché tutti, dunque, siano in grado di comunicare, non tutti sanno farsi capire. Ne deriva che prima di comunicare un messaggio occorre stabilire chi sarà il destinatario, valutarne il grado di cultura (e di capacità di comprensione) e adattare a lui il nostro linguaggio. Il protagonista non è più il trasmittente/comunicante, bensì il ricevente. E far pervenire al destinatario un corretto messaggio, che tenga conto dei mezzi culturali a sua disposizione per decodificarlo, rende efficace la comunicazione. Da qui, la nostra naturale propensione di lasciare a ciascuno il proprio tempo e il proprio spazio per esprimersi, alternando opportunamente l'ascolto con la capacità di porgere in maniera coerente ed efficace i contenuti del nostro linguaggio parlato.

Ed ecco i 5 principi fondamentali della comunicazione verbale:

  1. chiarezza;
  2. completezza;
  3. concisione;
  4. concretezza;
  5. correttezza.

Quale tra questi ritieni sia l'aspetto più importante della tua personale modalità di comunicare?

Dovrebbero coesistere ma spesso non accade. Cioè, chi è completo, non sempre risulta conciso, con il risultato di essere dispersivo e di facilitare la distrazione nell'ascoltatore. Oppure, chi è conciso, non sempre risulta chiaro.

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Crescita personale

Parlare in pubblico: i segreti dei bravi relatori

Nella mia esperienza di formatore mi sono spesso imbattuto in persone con grandi competenze nel loro settore che, tuttavia, non riuscivano a trasmettere il proprio messaggio in modo efficace. Per diversi motivi. Mi sono a lungo interrogato su quali siano le caratteristiche del buon comunicatore. La domanda è: che cosa deve saper fare, saper trasmettere, un oratore, o un qualsiasi altro individuo, per lasciare un segno indelebile sulle persone a cui sta parlando? Oggi che tengo conferenze in maniera sistematica e costante, tanto in aula che sul web, ho la mia risposta a questa domanda e voglio condividerla con voi.

Il successo di un relatore

Molti attribuiscono il successo dei bravi relatori alla tecnica, ovvero ad un insieme di strategie messe a punto per raggiungere un obiettivo: conquistare il pubblico.

In realtà, quanto possono contare le tecniche utilizzate, se l'oratore non ha una conoscenza approfondita dell'argomento trattato? Per quanto tempo potrà tenere viva l'attenzione della platea, se non conosce il tipo di pubblico si rivolge? E, non da ultimo, ti fideresti di una persona che, mettendo una maschera, tenta di catturare il tuo interesse, nascondendosi dietro a tecniche incantatorie? Io credo di no.

La tecnica e i limiti dell'ars oratoria

La tecnica oratoria, infatti, è solo uno dei tanti elementi che caratterizzano una comunicazione efficace e, di sicuro, può essere appresa. Tuttavia, non tutti i grandi relatori hanno fatto un corso in tal senso. Avevano di sicuro abilità comunicative, talune innate, che hanno affinato con l'esperienza e con la pratica. Il mio punto di vista, che nasce con i miei studi in materia, a partire dal più grande di tutti, Dale Carnegie, è che, per imparare a comunicare con forza in pubblico, sia necessario in primo luogo imparare a conoscersi: capire quali sono le proprie motivazioni, il proprio livello di autostima e perché sia così facile parlare con una persona, mentre sia un'impresa spaventosa relazionarsi ad un gruppo.

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Tachicardia, sudori freddi, tremori, ansia da palcoscenico...sono solo alcuni dei sintomi che ci segnalano la nostra difficoltà di comunicare.

Perché accade questo? Cosa ci impedisce di sviluppare al massimo il nostro potenziale quando comunichiamo?

I tre segreti dei grandi relatori

Ecco, dunque, i tre segreti per affinare questa capacità:

  1. riconoscere le proprie emozioni e accettarle come espressione del rispetto che si deve ad una platea;
  2. conoscere il pubblico a cui ci si rivolge;
  3. mettere passione in quello che si dice e, soprattutto, nel "come" lo si dice.

La tecnica, poi, farà il resto. E quella, come detto, può essere appresa. Un corso, ad esempio, può aiutarti a scoprire come comunicare efficacemente nelle relazioni quotidiane. Per questo chi frequenta un corso del genere sa bene che non è mai solo un corso per conferenzieri.

La scoperta di dimensioni intime che inibiscono, a volte, l'efficacia nelle relazioni, ci obbliga a fare i conti con la fiducia in noi stessi, con il nostro personale livello di autostima e di benessere. Ciò di cui tutti oggi hanno bisogno. E, perché no, risolvere nodi esistenziali che le nostre emozioni fanno riemergere quando, al cospetto degli altri, arrossiamo o viviamo momenti di imbarazzo.

Dipende tutto da lì: per questo è un corso per tutti. Perché, come recita uno dei cinque assiomi della comunicazione, "non possiamo non comunicare" e la comunicazione è un atto che compiamo ogni giorno della nostra vita, più o meno consapevolmente.

Il mio corso

Tra esempi filmici e teoria, "L'arte di parlare in pubblico" è un corso di formazione per affinare la capacità di parlare in modo efficace con gli altri e far accettare le proprie idee, utile per la vita di tutti i giorni, per acquisire sicurezza, per comunicare meglio nella coppia, in famiglia, con gli amici e nelle relazioni professionali, oltre che per diventare dei bravi conferenzieri.  Se ci pensi, a chi non piacerebbe migliorare e rendere più efficace il proprio modo di essere con se stessi e con gli altri?

In attesa di programmare la stessa attività anche in aula, laddove i giochi di ruolo permettono di indagare meglio le dimensioni di autostimafiducia e leadership, posso consigliarti di iniziare con l'approfondimento nel mio corso online, introdotto da questo video che ho montato per te. Dacci un'occhiata: dura due minuti e sono sicuro che lo troverai interessante.

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