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Crescita professionale

Il ruolo delle emozioni: dall’algebra morale alla scienza della decisione

Scrive Benjamin Franklin nel 1779 alla nipotina, in una lettera nella quale le da dei consigli su come scegliere l’uomo da sposare: “Se hai dei dubbi, prendi un foglio, traccia una riga così da ottenere due colonne. Nella prima mettici i “pro”. Nella seconda i "contro". Elimina pro e contro che si equivalgono. Infine, facendo tre o quattro considerazioni al giorno, colloca sotto le due differenti etichette dei brevi appunti che serviranno di volta in volta per la valutazione "a favore" o "contro". Al termine di questa operazione di algebra morale (o prudenziale), saprai quale decisione prendere. Se non farai così, rischierai di non sposarti mai”.

L'algebra morale

Sono passati poco più di due secoli da questa visione, utilitaristica e algebrica intorno alla questione del come decidere, ma sembra un modello di pensiero preistorico.

Ciò non di meno, a noi piace pensarci razionali, esseri pensanti e logici. Probabilmente, e questo riguarda la maggior parte di noi, ne abbiamo bisogno per continuare ad esercitare il controllo sulle cose della nostra vita. Come spiega sul finire del ‘700 l’economista Jeremy Bentham  “nell’analisi della natura delle preferenze”, razionalità è, infatti, tutto ciò che genera

  • utilità,
  • vantaggi e che
  • massimizza il piacere.

E utilità e piacere sono misura delle azioni umane, le quali assurgono a valore morale per la loro preponderanza delle decisioni che si prendono.

Va bene tutto ma il principio rigido di “algebra morale” di Franklin appare oggi scarsamente applicabile.

La scienza della decisione

Intorno alla fine del '900, grazie alle ricerche in campo psicologico e alle moderne tecnologie che permettono di vedere il cervello umano in azione, si sviluppa una scienza della decisione. Le evidenze su cui essa di fonda demoliscono, di fatto, l’idea della razionalità di fondo e assegnano la centralità delle responsabilità nelle scelte (e nelle decisioni, dunque) a fattori come incertezza e imprevedibilità. E, quindi, alle emozioni che si associano spontaneamente a questi fattori.

“Un individuo come quello descritto nella teoria normativa - che decide in base ad alternative fisse e già date e che conosce già le conseguenze di ogni sua possibile scelta - può vivere solo in mondo astratto”, afferma Herbert Simon, psicologo ed economista statunitense.

Ovvero, secondo le ultime scoperte delle neuroscienze, nelle nostre decisioni intervengono, prima e soprattutto, fattori extracognitivi come

  • la valutazione emotiva del rischio,
  • la paura per le conseguenze,
  • la gioia o il piacere che ne deriverà ecc.

Gli scacchisti

Nel 1983 Simon scrive ancora, in proposito, che un individuo alle prese con una decisione (economica) è come un giocatore di scacchi davanti alle mosse da effettuare. Ne parla Mauro Maldonato nel libro “Quando decidiamo”, Giunti Editore. Non esiste strategia, se non quella che è possibile adottare passo dopo passo. E' qui che intervengono incertezza e imprevedibilità, perché è impossibile prevedere le contromosse dell'avversario.

Per questo la partita si gioca sulla psicologia dell'avversario.

Ecco: come negli scacchi, in economia spesso il successo di una scelta è frutto di intuizioni. Dunque, di

  • aspetti inconsci,
  • emotivi,
  • fuori dal controllo della consapevolezza e, cosa non meno importante,
  • di un giudizio (auto)critico severo.

Che cosa ci riserva il futuro in termini di scoperte ancora da compiere, circa le modalità di comportarci davanti a una decisione da prendere, non possiamo saperlo. Appare, tuttavia, improbabile che vengano stravolte le evidenze recenti. Tra l’altro, l’idea che noi sfruttiamo solo il 10% del nostro cervello si è ormai rivelata del tutto falsa e infondata. Serve, al più, a incoraggiarsi a pensare di poter arrivare chissà dove. Poteva valere cinquant’anni fa quest’idea ma non più oggi.

Oggi il nostro cervello lo conosciamo bene e lo sfruttiamo, di fatto, al massimo del suo potenziale. E, anche senza sapere perché, occorre finalmente arrendersi all’idea che per noi decide una “regio ignota” che sfugge al controllo vigile della consapevolezza.

L'irrazionalità del giocatore

Secondo quanto sostengono Daniel Kahnemen e Amos Tversky, psicologi israeliani, chi gioca in borsa e deve prendere decisioni in fretta è molto spesso governato dall'irrazionalità.  Alcuni, per esempio, sviluppano la tendenza a conservare troppo a lungo titoli che, strada facendo e nel corso del tempo, perdono punti.

Le emozioni negative causate dalle perdite finanziarie sono, infatti, più intense rispetto alle emozioni positive generate dal guadagno o della vincita di una somma. Se, pertanto, il giocatore di borsa si lascia trasportare sull'onda dell'irrazionalità, è molto probabile che resti irretito nelle trame di emozioni senza che ne abbia consapevolezza. Una delle conseguenze è, appunto, che rimandando la decisione di vendere, venga rimandata la brutta sensazione associata alla consapevolezza di aver subito una perdita finanziaria.

Non troppo diversamente da quello che accade con i giocatori d'azzardo patologici. Per questi ultimi, l'adrenalina del gioco compulsivo è molto più stimolante della vincita in sé. E per questo spesso finiscono in rovina.

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L'emozione che guida la decisione

Ecco, dunque, come funziona il nostro comportamento secondo la scienza della decisione.

  • Desideriamo qualcosa? Non è sempre o per forza perché pensiamo logicamente che ci serva. Più spesso è per il senso di piacere che proviamo a soddisfare quello che percepiamo come un bisogno.
  • Abbiamo adocchiato quella borsa, anche se è l'ennesima di quel colore nel nostro guardaroba? Non è perché ci manca quel preciso modello che la compreremo ma per gratificazione personale che ci procura la sensazione di indossarla per quell'occasione o con quel determinato paio di scarpe.
  • Allo stesso modo, è così che decidiamo di andare a mangiare sushi dal giapponese invece del panino della salumeria sotto casa. Non è la fame ma il gusto.

Ce lo lasciano credere

Per farla breve, siamo convinti di valutare pro e contro di ogni decisione. Ci mettiamo lì e soppesiamo al millimetro ogni scelta, convinti di aver fatto "pelo e contropelo" alla questione da dirimere... ma poi decidiamo con le emozioni.

Altro che algebra morale!

Allora, invece di sbandierare le nostre capacità da decisionisti di razza, facciamoci qualche domanda. Ad esempio, chiediamoci quanto siano bravi gli esperti di marketing che allestiscono spazi di vendita a stuzzicare le nostre emozioni, lasciando a noi l'illusione di aver deciso in autonomia di acquistare da loro?


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bugiardi dentro e menzogna seriale
Comunicazione

Bugiardi dentro: fenomenologia della menzogna seriale

Un mio amico era solito dire: "Negare tutto, anche l'evidenza". Non so se ne sia ancora convinto ma sono passati molti anni. Oggi il web smaschera la menzogna in un clic. Per questo è sempre difficile restare coerenti nel tempo. Del resto, se è vero che le bugie hanno le gambe corte, c'è da riflettere su quanto impegno occorra metterci a mantenere la coerenza nella bugia. Questi tempi che decantano tanto etica e verità sembrerebbero emarginare i bugiardi, i quali, tuttavia, sono sempre in agguato. Partner traditi, truffatori di ogni specie e millantatori sono ancora attori protagonisti sul palcoscenico della vita di ogni giorno. Ma la neurobiologia delle emozioni spiega come fare a smascherarli.

L’interesse della neurologia per la menzogna

La letteratura di tutti i tempi è piena di esempi di personaggi dall’indole bugiarda o di situazioni rocambolesche in cui la menzogna ha determinato le sorti della trama. In effetti, può capitare, volenti o nolenti, di imbattersi nella bugia. Sia che la si dica, sia che la si subisca, ognuno di noi si è ritrovato nell’imbarazzo di capire se ciò che è stato detto o fatto un po’ fuori dalla consuetudine risultasse veritiero.

L’argomento chiama in causa sia le neuroscienze che studiano i meccanismi neuronali che governo le emozioni che il linguaggio del corpo. Lo studio delle micro espressioni facciali è diventato, infatti, centrale, ad esempio, nelle tecniche di interrogatorio in ambito militare o di indagini criminali. Gli stessi studi, che permettono di cogliere le sfumature tipiche della mimica di chi mente, oggi sono largamente usati anche per migliorare la comunicazione, che nasce principalmente dal corpo e dalle emozioni che esso trasmette.

Mentire a fin di bene

Comunemente si afferma che la menzogna abbia un'accezione relativa, dal sapore agro-dolce, a seconda che essa venga detta col pavido scopo di ingannare o a fin di bene. Come pure si dice che qualcuno può mentire per timidezza, senza cattiveria. Sta di fatto che ogni fandonia viene detta per ammansire una verità che potrebbe sconvolgere o semplicemente alterare un certo status quo. Nessuno, naturalmente, ama sapere di essere stato tradito, poiché chi mente esercita sempre un allontanamento dalla emotività del proprio interlocutore. E anche perché, tanto che le bugie vengano esperite dai più piccoli o dagli adulti, si rivelano sotto forma di comportamenti pressoché ambigui.

Mio fratello Raffaele, ad esempio, quando faceva la scuola elementare, era un mentitore seriale. Credo abbia fatto morire nostra nonna almeno sei o sette volte nei cinque anni, per giustificarsi del non aver fatto i compiti a casa. Almeno altrettante volte gli hanno rubato i libri, ha perso i quaderni ecc... Se, però, da un bambino di sei anni che smascheri subito te lo aspetti, anche se infastidisce lo stesso, con un adulto è un po' diverso.

È possibile smascherare le bugie?

Certo, le falsità possono essere smascherate. Ma non esiste un sistema infallibile per riuscirci. Serve essere molto attenti (e mediamente noi non lo siamo) ed essere disposti a correre il rischio dell'infelicità. Per questo, a volte, decidiamo di passare per stupidi: per non soffrire troppo.  Se, però, decidiamo di andare in fondo ai nostri sospetti, possiamo scorgere più di qualche indicazione che può confortare il nostro punto di vista rispetto ad affermazioni palesemente non veritiere.

Se qualcuno ci dice una bugia, infatti, il suo corpo lancia dei segnali involontari che, se correttamente decodificati, anche in rapporto alle nostre sensazioni, permettono di smascherare una falsità abbastanza facilmente. E' scientificamente provato che tra il linguaggio del corpo e la verità di un'affermazione c'è una stretta connessione. Il corpo non mente perché le emozioni che esso trasmette non possono mentire.

Ma ci sono dei però che lasciano e sempre lasceranno aperta la porta del legittimo dubbio:

  • che consapevolezza ha di questo scambio di informazioni emotive chi riceve un messaggio menzognero?
  • Siamo sicuri che nostri sospetti infondati non vengano alimentati dal voler vedere a tutti i costi una menzogna?
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Fenomenologia della menzogna 

Allora, vediamo qualche semplice osservazione che tutti possiamo compiere per smascherare il bugiardo. Chi mente ha, infatti, comportamenti vistosamente ansiosi e tesi dovuti all'aumento del ritmo della respirazione e del battito cardiaco. A noi si presenta così.

  • Si tocca il naso: l’adrenalina provocata dall’emozione fa affluire più velocemente il sangue ai capillari dell'olfatto.
  • Aggrotta la fronte o muove le sopracciglia in modo diverso.
  • Si morde le labbra, si tocca l'orecchio, i capelli, la testa o la bocca: l'inconscio lo porta a trattenere le bugie che si stanno pronunciando ma poi, strada facendo, la mano cambia percorso.
  • Suda, arrossisce e deglutisce con difficoltà, rotea gli occhi (se verso sinistra rappresentando dettagli veri della memoria, se verso destra ricercando vere e proprie invenzioni);
  • Annuisce o scuote la testa in senso di negazione ma in contrasto con quello che si sta asserendo.
  • Altera il tono della voce e inizia  parlare improvvisamente in maniera più veloce.

Il bugiardo seriale

Poi, c'è quello proprio bravo, un praticone, un maestro, un cattedratico della menzogna, che riesce a controllarsi per non farsi scoprire. Ecco come manipola il suo interlocutore.

  • Tiene il contatto visivo: un bugiardo abile mantiene lo sguardo verso l'altro per controllare le sue reazioni, sapendo che, più a lungo ci riesce, più sarà probabile non essere smascherato.
  • Sistema o giocherella con accessori e abbigliamento.
  • Si sofferma a lungo su dettagli irrilevanti, di poca o nessuna attinenza con l'argomento in questione, al solo scopo di distogliere l'attenzione dalla bugia.
  • Risponde ad una domanda cominciando con le medesime parole della domanda stessa. Oppure prende tempo nel dare una risposta, esagerando umorismo e sarcasmo.
  • Aggredisce, riversando sull'altro responsabilità simili a quelle che gli vengono imputate. Ma questo è un caso comune a molti altri comportamenti.

Il bugiardo patologico

Una categoria a parte è rappresentata dal bugiardo patologico. Viene definito così chi racconta bugie ed inventa informazioni in maniera compulsiva. Solitamente, i mentitori patologici mentono per attirare l'attenzione, per la necessità di sopperire alla bassa autostima.

Le storie raccontate dai bugiardi di questo genere presentano sempre molte contraddizioni. Il loro linguaggio del corpo rientra quasi sempre nella norma ma alcuni piccoli gesti li tradiscono. Il bugiardo patologico cerca di suscitare la compassione di chi ascolta, esagerando i propri problemi o, talvolta, inventando malattie. Sistematicamente, costui presuntuosamente enfatizza i propri risultati personali e professionali.

Altri mentitori patologici mentono per noia, inventano avvenimenti non accaduti realmente per il semplice gusto di creare conflitti e problemi. Non raramente si attribuiscono le storie vissute da altri e, quando raccontano ripetutamente il medesimo episodio inventato, cadono sistematicamente in contraddizione. Le varie versioni differiscono sempre non solo in qualche particolare ma anche proprio nella struttura stessa del racconto.

Ecco: questi ultimi sono i peggiori tra tutti i bugiardi patologici e, se potete, statene alla larga. Sono persone pericolose che non hanno alcuna consapevolezza della realtà. E che portano solo guai.

Certezze o dubbi?

Beh, senza una piena confessione, il dubbio resterà. Ma almeno potrete scegliere con chi avere a che fare, no?


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Comunicazione

Il trionfo della mimica facciale: il caso Donald Trump

Trump, il ricco arrogante; Hillary, la secchiona. Non è che l'America abbia offerto un grande spettacolo nelle più volgari e discusse elezioni presidenziali di tutti i tempi. Ma doveva comunque scegliere il nuovo inquilino della Casa Bianca. E, alla fine, ha vinto lui. Lui che parla ai sostenitori ed è l'esatto contrario di lei. Lei che è la bacchettona della politica. Gli elettori si sono lasciati sedurre dalle poliedriche espressioni facciali di Donald che hanno convinto di più delle pose statuarie della Clinton.

Perché hanno scelto Trump?

Quello che le cronache non dicono é come un uomo molto chiacchierato sia riuscito a ribaltare un risultato che alla vigilia sembrava scontato.

D'accordo, l'America con le elezioni del 2016 ha dimostrato tutta la sua debolezza. Ha dimostrato già con la scelta di due candidati discutibili di non essere più "quell'America", la stessa dei padri fondatori, dei valori di Lincoln. E, nell'incredulità dei pronostici, alla fine, ha scelto il populismo, il nazionalismo, la demagogia e la xenofobia, elevando questi principi da una politica di nicchia ad una di massa. Fino a portarli al potere, incarnati in quello che in molti considerano un volgare arrivista.

Perché, allora, se questa è l'opinione dell'uomo della strada, l'America ha scelto Trump e non Hillary? Molto semplice. Non per i programmi politici. Né per la diversa forza economica con cui ciascuno ha finanziato la propria campagna. La differenza l'ha fatta la capacità, tutta teatrale, di mettere in campo una varietà di espressioni mimiche che hanno convinto gli elettori di come servano stili e modi di essere diversi per affrontare e risolvere situazioni e problemi sempre diversi. Garanzia che non dà l'espressione plastica del sorriso fisso e stampato in viso con cui la Clinton è apparsa in tutte le sue uscite.

Avere, infatti, sempre la stessa mimica facciale trasferisce negli altri la sensazione di possedere poca capacità empatica, mentre chi si ripromette di "parlare alla gente" deve poter essere pronto a sintonizzarsi su stati d'animo sempre diversi.

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Lo studio della mimica facciale

Uno dei più autorevoli scienziati ad occuparsi di espressioni mimiche delle emozioni fu il neurologo francese Guillaume-Benjamin-Amand Duchenne de Boulogne, verso la fine del XIX secolo, nel trattato intitolato Mécanisme de la physionomie humaine. L'autore, a sostegno di quanto affermato da Charles Darwin in “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”,  afferma che le diverse mimiche riflettono emozioni diverse e comunicano numerose informazioni sulle intenzioni della persona che le esprime.

Se quelle informazioni ci convincono perché ci trasmettono emozioni a noi familiari, ci fidiamo. E' un meccanismo legato all'evoluzione.  Già da quando, infatti, il bambino, ad un anno di vita, legge sul volto della mamma la paura per il pericolo cui si è esposto, questo lo induce ad adottare un atteggiamento diverso. Così, dal volto materno impara a distinguere l'assenza di rischio dal pericolo. Se il volto della madre è sereno, il bambino capirà di aver fatto la cosa giusta.

Non tutti gli esseri umani, però, sono capaci delle stesse espressioni facciali. Benché si tratti di un'attitudine che può essere allenata, questa diversità dipende da una serie di fattori, tra cui anche il sesso, che condizionano la rappresentazione fisica degli stimoli che si vivono intimamente in risposta a stati emotivi. E da

  • età,
  • cultura,
  • educazione,
  • formazione ed
  • esperienza.

Ma anche dall'esercizio, dato che anche la mimica delle emozioni che si provano si va a perdere, se non viene praticata. Gli adulti, si sa, non tutti per fortuna, sono dei perfetti professionisti a negare le emozioni. Per questo le persone hanno mediamente una gamma limitata di mimiche del viso. E sempre per questo chi, come Trump, possiede un caleidoscopio di espressioni è, di fatto, un talento. Esattamente come gli attori più esperti. In tal modo, riescono a veicolare informazioni e dirigere le altrui emozioni verso quelle informazioni. Questa è l'importanza di riconoscere e comprendere le emozioni, le proprie e quelle degli altri, che è alla base dell'empatia e dell'intelligenza emotiva, abilità in cui Trump eccelle.

Un insegnamento, non un panegirico

Insomma, questo non è il panegirico del Presidente degli Stati Uniti. Nè un articolo a sfondo propagandistico. Ma bisogna ammettere che Trump è un vero fuoriclasse. Bisogna credere proprio tanto in se stessi per arrivare a questo livello di efficacia. Certo, i manipolatori esistono e bisogna guardarsene. Ma quanto saremmo più efficaci nel far accettare anche noi le nostre argomentazioni con una mimica adeguata e coerente che sottolinei i nostri messaggi?

Trump e la Neuropolitica delle emozioni

Dopo il Neuromarketing, eccoci alla Neuropolitica. Che ci piaccia o no, il prefisso neuro è diventato di uso comune e spiega come la scienza della decisione si applichi ai diversi contesti. Il senso è che noi ci illudiamo di scegliere programmi e slogan per quello che logicamente significano, nel caso elettorale, mentre è solo con l'intuizione, con la parte emotiva, con l'emisfero destro che facciamo le nostre scelte sulla base delle sensazioni che riceviamo. Poi chiamiamo in causa la nostra parte razionale per giustificare le scelte inconsce. Sono le basi del marketing e della scienza della persuasione, di cui Trump è un maestro e che lo ha portato al successo. Non solo, ad esempio, a quello che, a suo dire, ha avuto con avvenenti modelle, alcune delle quali lo hanno accompagnato anche fino all'altare.

E' lo stesso Trump che lo ammette. Donald Presidente è una persona completamente diversa dall'uomo e da ciò che è nel privato. Nel privato riesce ad essere pacato, amabile e rilassato. Almeno così dicono i suoi biografi. Ma vive la sua dorata facciata pubblica con ostentazione e il suo mandato come un reality. Il suo motto "piu' luccica e meglio è" spesso lo rende rozzo e sfrontato al limite dell'odioso.

Ma fa parte del personaggio. Si rende credibile perché ci crede. E la gente si fida. Alan Friedman, autore del libro "Questa non è l'America", scritto proprio sul cambiamento in USA con l'era Trump, riferisce che il Presidente, terminato un discorso, non chiede mai quando ci sarà il prossimo. Chiede, invece, quale sarà la prossima apparizione. Apparizione! Proprio come in uno show in cui devi rappresentare al meglio l'idea che hai di te in quel dato ruolo. E poiché Trump interpreta benissimo quel personaggio, l'americano sa che costruirà quel muro e che metterà fine al terrorismo islamico. E che, se gli girano, sgancerà qualcosa di pesante su Pyongyang.

Che faccia credi che farà in conferenza stampa, subito dopo? Per me, la seconda da sinistra.

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Comunicazione, Crescita personale

Comunicare con il corpo: quando un silenzio vale più di mille parole

Serve davvero parlare, quando un silenzio può raccontare, di più e meglio di mille parole, chi siamo, quello che desideriamo, quello che pensiamo? Il corpo parla sotto forma di segnali di ogni tipo, spesso (talvolta, purtroppo!) al di là di ogni nostra intenzione. Perché si tinge del colore e prende le forme delle nostre emozioni. Le emozioni che non mentono mai, contrariamente a quello che sappiamo fare con le parole. I greci parlavano di a-leteia (ciò che non è più nascosto) per dire verità. Quella verità che è dentro di noi, nascosta nel profondo delle stanze buie dell'inconscio, che all'improvviso, qualcosa fa riemergere. Ed ecco che uno sguardo, un rossore in viso, un gesto inconsulto ci tradisce e parla di noi.

Comunicare in silenzio

Ma quanto siamo abili noi a cogliere questi segnali? Cioè, quanto siamo abili ad ascoltare?

Per agevolare la consapevolezza della comunicazione del corpo, nelle attività di laboratorio di Arti Terapie faccio svolgere un'attività basata sulla riflessione rispetto alla distanza fisica che ciascuno intende come distanza di sicurezza dall'altro. C'è chi appoggia le mani sulle spalle del compagno, come fa in questa foto Kate Winslet, la Rose di Titanic, con Leonardo Di Caprio. C'è chi si posiziona ad un metro e si guarda bene dal toccare l'altro.

Sono tutti modi diversi di stare con l'altro, di prestargli attenzione e di restare in ascolto.

Quali significati si nascondono dietro comportamenti così diversi? Questione

  • di educazione,
  • di formazione personale,
  • di esperienza,
  • di mappe individuali,
  • di modi di vivere le relazioni.

La metacomunicazione o comportamento non verbale

 Questione di modi di vivere il corpo e le emozioni, dunque, che, in termini di comportamento, si traducono e si manifestano attraverso codici:

  • il paraverbale (modulazione della voce in termini di velocità, intensità, frequenza, altezza, volume);
  • la mimica (le espressioni del viso, come la bocca serrata, le sopracciglia aggrottate, il sorriso);
  • la postura (la posizione e l’uso del corpo, come accavallare le gambe, battere i piedi, stare a gambe divaricate, camminare), la
  • la gestualità (i segnali delle braccia e delle mani, come, ad esempio, stare a braccia conserte, mani a pugno, grattarsi);
  • la prossemica (segnali di uso dello spazio fisico e di distanza dagli altri, come stare appiccicati o alla larga).
Ecco che cosa si intende con il termine di metacomunicazione.

I messaggi che inviamo

Ecco perché i blocchi nel corpo, la rigidità nella postura, la voce flebile o strozzata possono nascondere dei blocchi emotivi. Quando incontriamo qualcuno, ce ne accorgiamo subito, se vi prestiamo attenzione, ma sono informazioni che dall'altro ci giungono (e che da noi raggiungono l'altra persona) lungo una via bassa, non governata dalla logica e dalla ragione. Una via spesso inaccessibile senza un vocabolario emotivo appropriato. Eppure, in un attimo decidiamo se

  • accettare,
  • rifiutare o
  • squalificare

l'altro. Lo facciamo senza accorgercene, prestando ascolto a questa via bassa che raccoglie per noi le informazioni in termini di

  • utilità,
  • immediatezza e
  • ricorrenza,

al fine di consentirci di formulare velocemente delle ipotesi o delle impressioni su di una persona.  A questo servono i segnali della comunicazione non verbale. Cosa ben più ardua è comprendere come decifrarli opportunamente, evitando di incorrere in proiezioni pericolose (cioè, di attribuire ad altri i nostri stati d'animo e le nostre emozioni).

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Questione di sesto senso

Ti starai chiedendo che cosa pensano di te le persone che conosci. Cioè, quali siano i segnali non verbali che tu invii loro, senza opportunamente comandarli. Se è così, sei già a buon punto: porsi delle domande e mettersi in discussione sono i fondamenti per approdare ad una consapevolezza di sé che prelude alla conoscenza dell'altro.

Ma quante persone conosci che esprimono giudizi sugli altri fidandosi ciecamente del proprio sesto senso? Non dico che servirebbero ulteriori elementi d'indagineriscontri o informazioni aggiuntive. Perlomeno, servirebbe un buon lavoro su di sé per empatizzare con i segnali non verbali che provengono dagli altri. Lavoro su di sé che poi, alla fine, nessuno è disposto a fare. Ed ecco che dalle sopracciglia aggrottate finiamo per evincere che il nostro interlocutore è arrabbiato mentre, invece, è solo concentrato.

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Con il partner

Magari in quel momento siamo noi ad essere arrabbiati e proiettiamo negli altri le stesse emozioni che stiamo provando. La letteratura dei rapporti di coppia offre esempi a bizzeffe: Lei:  "A che pensi?" Lui: "A nulla: mi sto solo rilassando." Lei: "Non è vero. Lo vedo che sei pensieroso." Lui: "Ti dico che mi sto solo rilassando: è che sono stanco." Lei: "Va bene, non vuoi dirmelo. D'ora in avanti non ti dirò niente nemmeno io."

E via con le discussioni.

Il silenzio parla

Ora, è verissimo che un silenzio racconta più di mille di parole ma bisogna avere il giusto sentire per comprenderne il significato, poiché è così che funziona: noi diciamo tutto con il nostro corpo e senza aver bisogno di parole. Ma quello che diciamo è intellegibile ai pochi preparati e dotati di sensibilità.

Per questo, in attesa che anche tu diventi un mago della comunicazione non verbale, il consiglio migliore è di tornare sulle buone, vecchie, sane abitudini che molti hanno dimenticato. Si chiamano domande:

  • “Mi sembri arrabbiato: è così?”,
  • “Mi sembra che non ti interessi: mi sbaglio?”
  • “Ti fa piacere?”
  • "Cosa ne pensi?"
  • "Qual è la tua opinione in proposito?"

Porsi cosi serve senz'altro a evitare conflitti, a utilizzare la comunicazione in maniera efficace, associando le risposte alle sensazioni del non detto, del non verbale. Altrimenti, vale il celebre detto di Oscar Wilde: "A volte è meglio restare in silenzio e sembrare stupidi che aprir bocca e sciogliere ogni dubbio."

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Crescita personale

Quando una paura paralizzante ci salva la vita

Gli studi finora effettuati confermano il condizionamento che le emozioni esercitano sulla vita di ciascuno di noi. Condizionamento che, evidentemente, incide a seconda della diversa personalità ma anche della diversa cultura di ciascuno, ragion per cui le emozioni sembrano tanto migliorare quanto complicare la nostra esistenza. In generale, le emozioni sono dei campanelli d'allarme, funzionali alla sopravvivenza, che il nostro organismo attiva quando qualcosa che accade all'esterno ha il potenziale di alterare l'equilibrio interno, l'omeostasi dell'organismo. In millesimi di secondi le informazioni captate dai circuiti limbici, dove nascono le emozioni, vengono trasferite alla neocorteccia per la loro elaborazione cosciente.

Il potere delle emozioni

Secondo quanto afferma Moira Mikolajczak, ricercatrice presso il Fondo Nazionale Belga per la Ricerca Scientifica (FNRS) e docente presso la facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Loviano, autrice nel 2010 di un interessantissimo studio dal titolo "Emozioni in equilibrio", un’emozione, a seconda dei casi, può

  • aumentare o ridurre le possibilità di sopravvivenza;
  • migliorare la nostra capacità di prendere decisioni o ancor più confonderci;
  • favorire o inibire le interazioni sociali.

Le emozioni hanno solitamente un ruolo positivo, perché preparano l’organismo a far fronte a situazioni esterne impreviste. Così, se, ad esempio, l’individuo deve affrontare una situazione di paura, secondo la studiosa belga, è proprio la reazione davanti ad essa, in termini di blocco totale o di fuga, che migliora la capacità di rilevare le minacce circostanti e permette di agire più prontamente davanti al pericolo incombente. Quell'istante in cui ci sentiamo paralizzati o siamo spinti a fuggire, infatti, risponde all'istinto primordiale di conservazione che ha permesso l'evoluzione dell'uomo.

Il sequestro emotivo

Questo permette di derubricare l'emozione della paura dalle forti emozioni negative che, viceversa, costituiscono un'eccezione al ruolo positivo dal momento che spingono a comportamenti imprudenti e disordinati. E' quello che accade, ad esempio, con la rabbia la quale, inducendo un aumento del tono muscolare che rende più efficace la difesa, porta a comportamenti aggressivi e, in casi estremi, a quello che gli esperti chiamano sequestro emotivo. Da qui la necessità di riconoscere e comprendere le emozioni per vivere con intelligenza emotiva, ovvero imparando a governare gli strati d'animo estremi.

In taluni soggetti, in condizioni psicologiche particolari, emozioni come la paura e la collera, infatti, possono diventare patologiche e, se non ben gestite, ridurre, talora in maniera determinante, le possibilità di sopravvivenza.

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La paura che salva la vita

Se siamo offuscati dalla rabbia o se una forte paura ci paralizza, il rischio è, infatti, perdere temporaneamente la capacità di assumere decisioni. Lo spiega ampiamente nei suoi studi Antonio Damasio, il famoso neuroscienziato portoghese, secondo cui le emozioni possono migliorare la nostra capacità di prendere decisioni se sono vissute con consapevolezza e in salute ma che, tuttavia, in casi differenti, possono anche confonderci, portarci fuori strada e porre in essere comportamenti devianti.

Damasio dimostra come le emozioni siano indispensabili per assumere responsabilmente delle decisioni, grazie alle ricerche condotte su persone con lesioni nelle aree cerebrali che sottendono alle emozioni. Esse, nella maggior parte dei casi, si rivelano

  • incapaci di gestire il proprio denaro,
  • la propria vita personale e professionale e
  • le relazioni sociali.

Questo benché conservino la capacità di ragionamento e sembrino del tutto sane.

E sano non avere paura?

Il che dovrebbe farci riflettere su taluni nostri atteggiamenti di ammirazione verso chi resta impassibile davanti ai pericoli. E' una risposta sana o nasconde dell'altro? E' davvero coraggio o imprudenza?

In molti casi, meglio un blocco improvviso davanti ad una paura che un atteggiamento spavaldo che espone a rischi incalcolabili per la nostra stessa incolumità.

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Arti Terapie

Demenza d’Alzheimer e disturbi correlati: quali strategie d’intervento?

Problemi di memoria, di comunicazione e il disorientamento sono solo alcuni dei problemi che deve affrontare chi sta accanto a chi soffre di malattie degenerative del sistema nervoso centrale, come la demenza senile o la demenza d’Alzheimer. Ma che cos'è esattamente la demenza? Con il termine oggi si intende un inesorabile viale del tramonto. Una perdita della speranza che diventa patologia del nucleo familiare. Dal punto di vista organico, si intende genericamente una condizione di disfunzione cronica e progressiva delle funzioni cerebrali che porta a un declino delle facoltà cognitive della persona. Fino alla morte.

Un po' di dati

In Italia i pazienti con demenza (compreso l'Alzheimer) sono 1.241.000 (dati 2015). Il numero è destinato a raddoppiarsi ogni 20 anni. Nel mondo le persone ammalate di demenza (circa 46 milioni nel 2015) saranno 74,7 milioni nel 2030 e 131,5 milioni nel 2050. Sempre nel  2050 il 68% della popolazione anziana africana sarà affetta da demenza. Nel mondo, ogni 3 secondi una persona si ammala di demenza. Nel 2030, le spese sanitarie per le demenze saranno pari a due trilioni di dollari. I costi economici e sociali per la cura delle demenze ammontano a 818 miliardi di dollari e supereranno i 1.000 miliardi nel prossimo triennio.

Ne consegue che, se la popolazione con demenza fosse una Nazione, per via dell’impatto economico, dopo il 2050 sarebbe la 18sima economia del mondo. Basti pensare  che il suo valore supererebbe quello di aziende come Apple (742 mld) e Google (368 mld).

Contrastare l'Alzheimer

Attualmente, in diverse strutture residenziali specializzate nel trattamento e nella cura  di questa patologia, sono diventati realtà  percorsi terapeutici non farmacologici. Tra questi, quelli più efficaci e di maggiore diffusione sono

  • la stimolazione cognitiva, di cui si occupano in prevalenza gli psicologi,
  • la musicoterapia,
  • le terapie occupazionali (uncinetto, collage, decoupage, laboratori di cucina ecc.)
  • la Reality Orientation Therapy e
  • la Validation Therapy.

Questi interventi, di rilevanza psicosociale, affrontano le diverse problematiche scaturite dalla gestione di pazienti affetti da demenza di Alzheimer senza escludersi l'un l'altro. Anzi, il più delle volte, è proprio dalla combinazione di più interventi che arrivano le risposte migliori.

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Sintomi della demenza di Alzheimer

Prima di vedere in che consista, è bene analizzare quali siano i disturbi più frequenti nei pazienti affetti da demenza. Prendendo, dunque, in riferimento la scala di valutazione NPI, risultano ricorrenti

  • agitazione,
  • aggressività,
  • ansia,
  • delirio,
  • depressione,
  • apatia,
  • irritabilità,
  • allucinazioni,
  • disturbi del sonno.

Questa analisi, tuttavia, può variare in base al cambiamento delle situazioni. Nell’approccio col paziente, pertanto, è opportuno che l’operatore metta in pratica alcune indicazioni e regole per non turbare la sensibilità dell’ospite che sta vivendo una situazione di disagio e di sofferenza.

Consigli trasversali per gli operatori

Non conta quali sintomi sia no più visibili o quale intervento si adotti. In ogni caso, l’operatore, che conosce il quadro clinico e la situazione psicologica e socio-relazionale del paziente, dovrà mettere molta cura per avvicinarsi alla persona.

  • Dovrà rispettarne i tempi, fisici ed espressivi.
  • Dovrà adottare diverse strategie comunicative, come usare un tono di voce sempre basso, parlare lentamente cadenzando in modo chiaro le diverse parole.
  • In linea generale, l’operatore dovrà porsi in molto tranquillo col paziente e, se necessario, rinforzare la comunicazione verbale con segnali corporei e gestuali molto lenti.

Tuttavia, prima di scegliere la sua strategia, l’operatore dovrà assicurarsi che lo stato di disagio del paziente non sia causato da fattori esterni. Ad esempio, può accadere che un temporaneo malese sia causato

    • da una persona vicina non gradita,
  • da una collocazione ambientale non gradita o
  • da altre richieste specifiche non soddisfatte.

Quello che le parole non dicono

Altre volte, il comportamento disturbato del paziente può essere un segnale di comunicazione, l’espressione di una particolare esigenza o di una richiesta d’aiuto che non potrebbe essere fatta a parole. Ecco che il paziente d'Alzheimer cerca di esprimere, mediante delle modalità quasi primitive,

  • la necessità di un proprio spazio di comfort,
  • la necessità di vivere secondo i propri ritmi.
  • Ma anche la necessità di comunicare con gli altri,
  • la ricerca di un rifugio sicuro,
  • il tentativo di nascondere sentimenti come la vergogna o una bassa autostima.
  • Ancora, può essere che sia ricercando sollievo dal dolore fisico,
  • che desideri mantenere  un controllo sull’ambiente, che sente sfuggirgli, nel tentativo di orientarsi,
  • che ricerchi la propria identità.

La mancata soddisfazione di questi bisogni, infatti, porta il paziente ad assumere comportamenti aggressivi per reazione alla sensazione di intrappolamento.

I disturbi del comportamento

Per affrontare i disturbi comportamentali nei pazienti affetti da demenza è necessario individuare le possibili cause che li provocano e per questo è indispensabile raccogliere quante più informazioni. Sia dalla voce diretta del paziente, ove possibile, che dei suoi familiari. Tutte notizie che possono aiutare il medico a indirizzarsi verso una diagnosi, al fine di mettere in luce eventuali sintomi psichiatrici già presenti prima dell’insorgere della malattia.

I disturbi comportamentali del paziente vengono valutati mediante un’anamnesi

  • personale,
  • patologica, remota e prossima,
  • psichiatrica e
  • farmacologica,

rispettivamente svolte da psicologa, assistente sociale e medici specialisti.

I primi passi per ogni intervento

Si parte sempre, in ogni caso, dalla valutazione per esami:

  • un esame obiettivo, delle indagini di laboratorio di routine e altre più specifiche,
  • un esame psichico insieme a una valutazione cognitiva, la valutazione dei sintomi comportamentali riguardanti il rapporto con l’ambiente.
Solo successivamente si potrà scegliere la migliore stata possibile, tra i tre tipi di approcci. L'equipe sarà chiamata a decidere se adottare uno solo di essi o un approccio integrato. Potrà così scegliere tra l’approccio
  • comportamentale, con il sostegno psicologico,
  • quello meramente farmacologico, necessario e praticato dai medici, e
  • quello ambientale, con una serie di interventi mirati all’integrazione (tra cui la musicoterapia e gli altri interventi psicosociali).

Ma sempre partendo dalla reale condizione del paziente e dai suoi bisogni.  Oltre alle sue risorse sane, quelle emotive, spesso le uniche su cui tali interventi possono innestarsi.


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L’importanza di comprendere ed esprimere le emozioni

Tullio De Mauro definisce le emozioni delle intense esperienze psichiche accompagnate da reazioni fisiche e comportamentali. Robert Soussignan afferma che le emozioni danno ‘colore’ alle nostre esperienze quotidiane, è fondamentale identificare le nostre esperienze e capirne le cause e le possibili conseguenze. Anche perché, come spiega Paulo Lopes, psicologo della Yale University, l’intelligenza emotiva favorisce la qualità delle nostre relazioni e aiuta a regolare le emozioni. Perché agevola quel meccanismo che è alla base della socialità e che prende il nome di empatia.

L'intelligenza emotiva

D’altra parte, l’intelligenza emotiva passa dalla nozione del bisogno dell’essere umano, in quanto le emozioni affondano le proprie radici nei bisogni soddisfatti  o insoddisfatti e sono prodotte da eventi che hanno un legame più o meno forte con questi bisogni. Ad esempio, la tristezza ha le proprie radici

  • in un bisogno di condivisione non soddisfatto o
  • nella solitudine di un individuo o
  • nella trama di un romanzo o di un film particolarmente crudi o
  • di un risultato sportivo negativo.

Dato questo presupposto,

  • capire il senso di un’emozione, quindi,
  • valutare i bisogni personali, nostri e altrui,
  • verificarne la misura di soddisfazione e
  • individuare le cause che hanno prodotto quell’esplosione emotiva, senza soffermarsi alle più immediate ma interrogandosi sulle più profonde,

ci consente di analizzare più attentamente quanto ci è d’intorno e, in un’ultima analisi, di capire per capirci. E di capirci per capire gli altri.

Ma questo processo di intelligenza emotiva non può rimanere fine a se stesso. Ha bisogno di estrinsecarsi e relazionarsi con il mondo: le nostre emozioni devono, quindi, essere espresse, una volta identificate e comprese.

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Il linguaggio e le emozioni

Il superamento di queste due conquiste – riconoscere e capire le emozioni – comporta il coinvolgimento

  • del nostro linguaggio,
  • delle nostre capacità di espressione,

nella cernita interiore che noi facciamo nel nostro vocabolario. Al fine di individuare le parole giuste per manifestare ciò che proviamo senza che il fenomeno emotivo alteri l’espressione.

  • Sapere trovare le parole giuste,
  • dare un nome a ciò che si prova,
  • parlarne con le persone vicine,
  • condividere con chi ci circonda il nostro mondo interiore,

tutto questo

  • rende la vita più facile,
  • migliora enormemente le nostre relazioni sociali,
  • se non addirittura la nostra salute.

Provare un’emozione e comunicare agli altri le nostre impressioni con parole chiare, semplici, adatte al nostro interlocutore rende quest’ultimo partecipe delle nostre esperienze e gratifica enormemente noi stessi.

Alessandro Manzoni nel cap. XI del suo capolavoro dice: “Una delle più grandi consolazioni di questa vita è l’amicizia; e una delle consolazioni dell’amicizia è quell’avere a cui confidare un segreto. Ora, gli amici non sono a due a due come gli sposi….: il che forma una catena di cui nessuno potrebbe trovare la fine”. Ergo, le conseguenze di questa condivisione sociale delle emozioni sono soprattutto il rinforzo dei legami sociali fra il narratore e l’ascoltatore. Manzoni chiama questo processo con il termine di amicizia. Ma parliamo della medesima cosa.

“L’emozione confidata suscita un’emozione congruente nell’ascoltatore" spiega in un suo lavoro Moira Mikolajczak. E continua: "se la comunicazione è facilitata, le persone si sostengono e si apprezzano di più”.

Esprimere le emozioni

L’espressione delle emozioni avrebbe un effetto positivo sulle relazioni sociali e uno studio condotto nel 1994 da Nancy Collins e Lynn Miller dell’Università di Buffalo ha dimostrato che le persone che confidano informazioni “intime” sul proprio conto sono più apprezzate di quelle che si limitano a informazioni “classiche”. Certo, è importante sapere esprimere le proprie emozioni, perché da ciò derivano effetti positivi o negativi a seconda delle capacità di ognuno. Tuttavia, le norme sociali di alcune società o di certi ambienti professionali vietano di condividere le proprie emozioni e il loro occultamento produce effetti generalmente deleteri, come dimostrano le ricerche di James Gross, psicologo della Stanford University.

Gross ha constatato “che il semplice fatto di simulare l’emozione provata causa un aumento dei parametri fisiologici associati, come se gli effetti mascherati dell’emozione si trovassero rinforzati nel soggetto”. E che le persone che hanno la tendenza a dissimulare le proprie emozioni vivono meno emozioni positive e fanno esperienza di un maggior numero di emozioni negative durante uno scambio verbale con gli altri.

Questi studi hanno anche dimostrato che il fatto di nascondere la collera causa i disturbi del sonno in persone che soffrono di malattie coronariche  e che questa inibizione emotiva prolungata può alterare il funzionamento del sistema immunitario.

Il vocabolario emotivo

Quindi – come spiega Moira Mikolajczak –, “saper dare un nome a ciò che si prova, parlarne alle persone che ci sono vicine, condividere con chi ci circonda il nostro mondo interiore sono componenti essenziali delle competenze emotive che rendono la vita più felice e meglio adattata alla realtà sociale. E per di più migliorano la salute”.

Questi studi dimostrano, dunque, che la vita sociale, come quella di coppia, si basa in parte sulla capacità di sapere controllare e opportunamente definire proprio le emozioni. Una persona che sa mantenere il controllo di sé è sempre apprezzata in società e in famiglia. Non solo, le persone con buone capacità di regolazione e di comprensione delle proprie emozioni sono meno vulnerabili

  • allo stress ,
  • agli stati d’ansia e
  • “contengono” più facilmente le malattie cardiovascolari e altre patologie.

Addirittura prevengono certi tumori, poiché, se negative, le emozioni liberano ormoni e neurotrasmettitori (come il cortisolo e l’adrenalina) che hanno effetti negativi sul funzionamento dell’organismo. Viceversa,

  • riconoscere,
  • capire,
  • esprimere,
  • regolare e
  • usare in modo appropriato le emozioni

non solo è possibile ma presenta numerosi vantaggi.

Per contro, che cosa sarebbe la nostra vista senza emozioni? Una grande conquista sarebbe l'esserne consapevoli.

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Che cosa sarebbe la nostra vita senza emozioni?

La domanda è di Robert Soussignan, Psicologo contemporaneo del French National Centre for Scientific Research di Parigi.  Nel suo lavoro Emozioni, afferma che  "le emozioni colorano la nostra esperienza  quotidiana e accompagnano gli eventi importanti”. Praticamente la nostra vita è essa tutta un’emozione, un susseguirsi di gioie, dolori, piaceri, disgusti, collere, sorprese. Perciò, analizzando e razionalizzando la nostra vita, dobbiamo arrenderci all'evidenza che ogni nostro vissuto si accompagna a delle emozioni e che esse, a loro volta, sono accompagnate da manifestazioni corporee (aumento del ritmo cardiaco, espressioni del volto o del corpo) e comportamentali (avvicinamento, fuga, lotta) che ci permettono di adattarci alle circostanze.

La funzione delle emozioni

Le emozioni influiscono

  • sulle nostre percezioni,
  • sulla memoria episodica,
  • sulla nostra capacità di prendere decisioni e formulare giudizi.
  • E soprattutto ci consentono di comunicare e trasferire informazioni agli altri.

Dal punto di vista etimologico, come spiega Tullio De Mauro alla pag. 818 del suo Dizionario Italiano, il termine emozione deriva dal latino e-movere (cioè, smuovere, con l'indicazione di movimento di qualcosa che dall'interno si porta fuori) e lo traduce con

  • imprecisione,
  • sensazione forte,
  • turbamento,
  • intensa esperienza psichica,
  • piacevole esperienza accompagnata da reazioni fisiche e comportamentali.

De Mauro dà come sinonimi commozione, turbamento. Ti riconosci?

Quante emozioni conosciamo?

Ma, se da una parte i ricercatori sono concordi sul ruolo esercitato dalle emozioni nella nostra vita, dall’altra essi sono divisi circa la natura e la quantità delle emozioni, nella loro classificazione e nella diversa incidenza sulle nostre reazioni. Già, perché alla fine sono le nostre reazioni che determinano la natura delle emozioni e ne consentono quella chiarificazione di cui sopra.

L’emozione che suscita in noi la nascita di un figlio, l’ascoltare la sua voce che ripete il nostro nome e comincia a dare un nome a tutte le persone e le cose familiari, consegnarlo alla maestra nel primo giorno di scuola, accompagnarlo per tutto il cursus scolastico fino alla maturità e all’università e vederlo camminare con le sue gambe per la via della realizzazione professionale… è indescrivibile. Tuttavia, possiamo immaginare l’espressione del nostro viso davanti a questi eventi: espressione sempre facilmente leggibile dai nostri occhi e capace di trasmettere anche agli altri il nostro stato d’animo. E, se sul nostro volto si può leggere la nostra gioia, è sempre attraverso quello, il volto, che trasmettiamo le nostre sensazioni di paura, di tristezza, di disgusto, ecc.

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Libri aperti sul mondo

Siamo, in altre parole, un libro aperto per gli altri o almeno per tutti quelli che, dotati di sensibilità, sanno leggerlo. Lo stesso dicasi per gli altri: anche loro per noi sono un libro nel quale leggiamo facilmente le loro intenzioni. E questo ci rende umani, vivi. Almeno così dovrebbe essere, anche se questo rimanda all'annosa questione della consapevolezza di sé che ci porta a decifrare, oltre ogni ragionevole dubbio e, talvolta, oltre ogni proiezione, la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni negli altri dopo aver incontrato le nostre.  

Solo la consapevolezza delle nostre emozioni, infatti, ci permette di entrare in empatia con gli altri, poiché essa è l'unica strada per sentire intimamente quello che anche gli altri provano e agevola il processo di sintonia su quel preciso stato d'animo. Proprio come accade quando si respira insieme, in silenzio, il gusto della vita. 

Quanta comunicazione empatica c'è in quel silenzio? Che cosa potrebbe sostituire un momento intenso così, se non esistessero le emozioni?

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Quando le emozioni diventano patologiche

Gioia, paura, disgusto, tristezza, collera sono emozioni che l'essere umano è in grado di provare quando si relaziona col mondo esterno e che gli procurano benessere, a volte malessere e che gli garantiscono la sopravvivenza. Così la collera lo incoraggerà all'attacco, la paura alla fuga, il disgusto gli farà rimettere il cibo avariato mangiato inavvertitamente e così via.

Quello che noi oggi sappiamo delle emozioni – e che risponde a evidenze scientifiche – è che esse dipendono da aree ben definite del nostro cervello, i gangli della base, particolari nuclei di sostanza grigia situati nella regione subcorticale del cervello, il cui malfunzionamento genera patologie che alterano la sfera emotiva (come, ad esempio, accade nei disturbi d'ansia e negli attacchi di panico).

Emozioni patologiche

Normalmente, quando vengono attivati i gangli della base in seguito a una sollecitazione esterna, il corpo risponde mediante alterazioni che possono essere un'accelerazione cardiaca, un aumento della pressione arteriosa, uno stato d'allerta sensoriale diffuso. Nel momento in cui, però, questo stato di accresciuta vigilanza si attiva senza ragione, siamo di fronte alla patologia. Ed ecco che si può avere paura o essere ansiosi anche in totale assenza di pericolo! Le persone che soffrono di questi disturbi non riescono più a controllare le proprie reazioni sensoriali e affettive: possono rimanere paralizzate dalla paura, avere una sudorazione abbondante o un’accelerazione dei battiti cardiaci senza alcuna causa reale.

Ma dove nasce la paura? Oltre ai gangli della base esistono altre strutture cerebrali che regolano i meccanismi della paura, come l’amigdala, un’area del cervello che gestisce le emozioni e soprattutto la paura: secondo gli studi, essa è implicata nei comportamenti di fuga e aggressione che l’individuo assume adattandosi al mondo esterno, quindi, generalmente di fronte a un pericolo immediato. La paura, tuttavia, va detto, non è un'emozione patologica. Lo è la sua degenerazione. Piuttosto, per evoluzione, la paura, se non è paralizzante, è salvifica. Consiglio questo articolo per ogni approfondimento sull'argomento.

Cortocirtuito delle emozioni

Ma quando l’emozione scatenata da una situazione non corrisponde ai rischi reali, siamo di fronte a un malfunzionamento di questa struttura. L’amigdala, inoltre, esercita una imponente azione nei processi di condizionamento: secondo Laurie Mondillon e Martial  Mermillod, ricercatori alla Blaise Pascal di Clermont-Ferrand (“Emozioni Malate” comparso nel mensile Mente & Cervello di Aprile 2010), se attraversiamo un passaggio pericoloso durante un’escursione e abbiamo avuto paura del vuoto, capita che il ricordo di questo passaggio rinforzi questa paura anche in assenza del pericolo. In questo modo ci spieghiamo come mai le  fobie o le paure irragionevoli di un animale (il ragno) o di una particolare situazione sociale come la folla, del vuoto, degli ascensori, corrispondano a un’attivazione ingiustificata dell’amigdala. Ma non finisce qui.

Studi condotti tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI) hanno dimostrato che la sovrattivazione dell’amigdala è anche collegata a dei comportamenti sociali complessi come il razzismo: è emerso, infatti, che essa si attiva di più di fronte a individui di origine etnica diversa dalla nostra e che tale iperattivazione sembra essere causata da una cattiva regolazione della corteccia cerebrale.

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I processi emotivi complessi

Ma l’amigdala non è l’unica responsabile di processi emotivi complessi, sani o patologici. Sono stati studiati, infatti, diversi disturbi emotivi e comportamentali dovuti a delle lesioni della corteccia cerebrale. Un esempio è il meccanismo della depressione, provocato da un malfunzionamento della zona mediana della corteccia frontale, area preposta a regolare la produzione di dopamina. E' un un neurotrasmettitore che svolge molte funzioni nel cervello. Ad esempio, regola

  • il comportamento,
  • la cognizione,
  • il movimento volontario,
  • la motivazione,
  • la punizione e la soddisfazione,
  • il sonno,
  • l’umore,
  • l’attenzione,
  • la memoria.

E, in minima parte, secondo i neurobiologi, sarebbe responsabile anche della depressione. In alcune forme di depressione, peraltro, il sistema della ricompensa – quello, per intenderci, che ci fa apprezzare i piaceri della vita quotidiana - sarebbe poco funzionante. Ecco che, in casi del genere, una forma depressiva, anche non severa, può perfino degenerare in sindrome maniaco-depressiva. E caratterizzarsi per un’alternanza di fasi in cui il malato è apatico e non manifesta alcun interesse per il mondo che lo circonda e fasi maniacali, in cui è euforico.

Gli studiosi affermano che questo disturbo sia dovuto a un passaggio della corteccia orbitofrontale da uno stato di inattività a uno stato di iperattività legata all’euforia e alla motivazione eccessiva.

L'alessitimia

Un malfunzionamento della regolazione emotiva può dare origine anche a un’altra malattia: l’alessitimia. Si tratta di un disturbo che si manifesta nella difficoltà a esprimere, anche mimicamente, le emozioni o, addirittura, a provarle. In base agli studi di Nicolas Vermeleun dell’Università Cattolica di Loviano, la capacità immaginativa e onirica è ridotta e, talvolta, inesistente in persone alessitimiche.  Il paziente affetto da questo disturbo non riesce neppure a individuare la causa che scatena le sue emozioni, a prenderne coscienza e a gestirle.

Il problema, secondo le ricerche a oggi disponibili, deriverebbe da un danno nella regione prefrontale del cervello, la quale, insieme alla corteccia cingolata anteriore e alla corteccia frontale mediana, è responsabile della presa di coscienza delle emozioni medesime. Inoltre, analizzando i punti in comune tra alessitimia e sindrome frontale, particolare patologia caratterizzata fondamentalmente da una scarsa e compromessa capacità di pianificazione delle azioni, è emerso sorprendentemente che la capacità di prendere decisioni è dettata più dalle emozioni che dalla ragione. La qual cosa spiegherebbe molto bene il collegamento tra le due patologie e il comportamento sul mero piano fenomenologico.

Per concludere

Tutti gli studi condotti in questa direzione oggi dimostrano come imparare a riconoscere ed esprimere le emozioni sia una competenza cruciale. La più alta delle competenze, benché la meno battuta da società troppo strutturate, razionali, "numeriche" e focalizzate sui risultati. Finalmente, però, qualcuno ha compreso che il futuro è fare un passo indietro.Insomma: che cosa sarebbe la nostra vista senza emozioni? Soprattutto oggi. ma bisogna saper prendersene cura per non ammalarsi. Da altri punti di vista, tutto questo non è forse anche prevenzione della degenerazione di stati d'animo che, spesso, si fa troppa fatica a comprendere?

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