Tag: metafora

Yonda Buio Luce e Amore
Fiabe e storie

Il duello di Yonda e Kares per il Buio, la Luce e l’Amore

Ecco le tre Forze che governano l'Universo: il Buio, la Luce e l'Amore. Una storia che Michele Bonfitto, Musicoterapeuta in formazione in Artedo, ha scritto, nel corso di un mio laboratorio sul Metodo Autobiografico Creativo per lo Storytelling, per comunicare un proprio punto di vista sulle cose del mondo. Un racconto che mi ha colpito molto perché ospita il gioco delle metafore, tipico di una fiaba, e lo finalizza ad un messaggio d'insegnamento in cui è facile rispecchiarsi. Una perfetta applicazione del mio metodo, dunque. Credo che Michele voglia dirci che dovremmo imparare ad ammettere luci e ombre della vita e dell'amore.

Yonda e il Buio

Si racconta che migliaia di anni fa, questo pianeta fosse perfettamente in equilibrio e che questo equilibrio si basasse solo ed esclusivamente su tre forze: il Buio, la Luce e l’Amore. Tutto funzionava alla perfezione. I disagi non esistevano e non c’erano neppure conflitti e squilibri tra gli uomini. Le risorse abbondavano per tutti e la natura non veniva deturpata da creazioni umane invasive ed irriverenti. Insomma, un mondo perfetto, fatto di totale armonia, quella a cui sempre si ambisce.

Tutto ciò era reso possibile da Yonda, che, per mantenere questo equilibrio mondiale, chiuse le tre forze universali in tre ampolle sigillate da uno strano potere, in modo che nessuno, a parte lui, potesse accedervi.

Si narra che Yonda fosse una strana creatura a tre teste, simile all’Idra, e che ogni testa fosse indipendente nel controllare ogni singola Forza. Nessuno ha, però, mai visto Yonda: c’era chi diceva fosse un Dio, chi una creatura mitologica, chi semplicemente il custode delle Forze Universali.

Ecco Kares, l'angelo Salvatore

Un giorno nacque Kares, un angelo dagli straordinari poteri che, venuto a conoscenza dell’esistenza di Yonda, volle assolutamente trovarlo per scoprire dove fossero custodite le ampolle.

Come era logico che accadesse, Yonda si rifiutò. Ma secondo Kares le tre forze non potevano essere sotto il controllo di una sola creatura ma, piuttosto, nella disponibilità di tutti gli abitanti della Terra.

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I due si sfidarono. Il monito di Yonda fu molto chiaro: “Se mi uccidi, ci sarà il caos: ognuna delle mie tre teste governa una forza e, se anche una sola di esse perirà, crollerà per sempre l’equilibrio”. Ma l’angelo non se ne curò e affondò la sua spada nel collo di ciascuna delle tre teste. Yonda era stato sconfitto e Kares fu acclamato come un eroe dagli abitanti della Terra, quando furono loro distribuiti il Buio, la Luce e l’Amore.

Amore di luci e ombre

Ma la vera storia, quella del modo di oggi, è molto diversa da come ce l’hanno raccontata: l’angelo Kares viene ancora oggi considerato il Salvatore del mondo ma viviamo tutti nel caos, nessuno riconosce più le tre forze e nessuno si rende conto dell’equilibrio che serve a farle funzionare.

Non c’è luce senza il buio, non c’è buio senza luce e non c’è amore senza entrambi.

Ci rifugiamo nell’amore, convinti che sia fatto solo di luce, senza renderci conto che l’amore è fatto di ombre e che lo facciamo al buio. E adesso che abbiamo la convinzione che il tutto sia nostro e di poterlo controllare chi ci proteggerà?

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fiaba storia i Desideri che cadono nel mare
Fiabe e storie

Sider e la Pietra dell’Amore Universale

Ci sono relazioni che non hanno bisogno di molte parole. Anzi, a volte, le parole non servono o, addirittura, rovinano tutto. Nella metafora della fiaba che segue, persone che non hanno la bocca comunicano perché è il loro cuore che le collega. Il messaggio che arriva a noi è che è l'unica forma di potere assoluto è l'amore che crea armonia e che non conosce confini.

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fiaba storia i Desideri che cadono nel mare
Fiabe e storie

Nubi e Siri

Una storia di formazione e trasformazione. Dall'invidia all'amicizia vera con la metafora delle stelle. Jessica, che mi ha fatto omaggio di due racconti da cui ho estratto questa fiaba, afferma che quando si sogna, ci si scopre infiniti e liberi, senza limiti, capaci di essere qualsiasi cosa. Ma partendo dall'amore, principalmente da quello verso se stessi. Tutti possono brillare se imparano a guardarsi dentro e a lasciarsi guardare.

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fiaba storia i Desideri che cadono nel mare
Fiabe e storie

Fragola, Buio e Speranza

La fiaba di Francesca, insegnante di scuola primaria, è il gioco degli opposti: felicità e tristezza, bianco e nero, speranza e buio, protagonista e antagonista. Tra tensione e distensione, emozioni positive e negative, il racconto affronta il tema tipico degli antichi rituali d'iniziazione: il passaggio tra l'adolescenza e la vita adulta. Come il ragazzo primitivo, che viene strappato alla famiglia e lasciato solo nella foresta ad affrontare le sue paure, riceve in dono le armi per diventare uomo, così la nostra eroina deve affrontare il buio con l'aiuto della speranza. Una splendida metafora della crescita.

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Chi ha paura del Plumf?
Fiabe e storie

Chi ha paura del Plumf?

"Chi ha paura del Plumf?" è la fiaba autobiografica, scritta da Carmen nel corso di un laboratorio che ho condotto sul Metodo Autobiografico Creativo con la Tecnica della Fiabazione del 2012. La protagonista, uno tra gli educatori professionali a cui era rivolto il Master di Specializzazione in Arti Terapie dal titolo "La relazione educativa: dimensioni emotive e dinamiche di gruppo", organizzato a Bari nel medesimo anno, si racconta attraverso la metafora. In gruppo, abbiamo lavorato sulla narrazione autobiografica per la consapevolezza di sé, con la costruzione di fiabe e storie, proprio attraverso il linguaggio simbolico. Rileggere la storia scritta, infatti, crea nuovo apprendimento su di sé, a partire da emozioni e sentimenti che sono alla base dell'alfabetizzazione emotiva e dell'intelligenza emotiva.

Chi ha paura del Plumf?

C’era una volta un Pappagallo, un piccolo pappagallino colorato, che viveva in un anfratto della verde foresta lussureggiante.

Felice lo era e la sua vita trascorreva serena. Ma non conosceva la vita al di là dei rami, del verde e di quella luce giallastra che lo circondava.

“Sta attento!”, gli diceva continuamente la Vecchia Lumaca, custode dei segreti. “Non allontanarti da qui, resta sul tuo ramo. Il fitto bosco è pieno di insidie. E poi potresti incontrare il Plumf.” –

“Il Plumf? E che cos’è il Plumf?”

“Nessuno lo sa. Si dice solo che sia una strana creatura, pericolosissima e misteriosa. Tu sei vissuto sempre sul tuo albero e, di certo, non sapresti come affrontarlo.” 

Ora, se vuoi dire a qualcuno quello che deve fare, basta vietarglielo. E’ la storia di sempre. 

A dirla tutta, però, al di là della curiosità, quella vita monotona iniziava a stare un po’ stretta al Pappagallo:

“Va bene la tranquillità, va bene la sicurezza ma … tutto qui!?”

Questa storia del Plumf andava approfondita!  

Fu così che un giorno prese il coraggio a due alette e, con il favore delle tenebre, si avventurò tra i rami della foresta selvaggia per arrivare al Plumf. Di ramo in ramo, a piccoli saltelli, nel buio, con il cuore in gola e infreddolito, ben presto si ritrovò perduto nell’Ignoto Sconfinato: era quello il punto oscuro della foresta.

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L'incontro con il Plumf

La Lunga Attesa Solitaria di quella notte, consigliera dei coraggiosi, fu, però, determinante per vincere ogni paura. Avvertiva una presenza attorno a sé, un respiro, che si faceva sempre più insistente, quasi ansimante. Alzò la testa e scorse un ventre molle, gonfio e pulsante che lo sovrastava. Ne era certo: quello era il Plumf.

“Chi accidenti sei che osi avventurarti fin qui?”, gli chiese una voce cupa e stanca, antica.

“Io sono solo un piccolo Pappagallo e sono venuto fin qui per vedere cosa si nasconde oltre i rami della foresta. Mi hanno detto che qui si nasconde il Plumf e io voglio scoprire cosa sia.”

“Sì, ho sentito che mi chiamano così. Ma non sai che è pericoloso? Cosa credi di aver ottenuto, arrivando fin qui, piccolino, oltre a cacciarti nei guai?”, esclamò la creatura con tono di derisione, mentre la sua voce diventava forte, viscida, cattiva.

Il piccolo Pappagallo non poteva sapere che il Plumf era un essere orribile, con mille tentacoli e ventose che ora si abbattevano su di lui, come tante frustate che a stento riusciva a schivare. Il Pappagallo volava, si dimenava per non essere dilaniato da quella creatura immonda ma le ali non erano abbastanza forti per mettersi in salvo. Il Plumf lo sovrastava, mentre la sua risata agghiacciante si diffondeva per tutta la foresta come se provenisse da tutte le parti. Fu a quel punto che spalancò le fauci e lo ingoiò.

Il miracolo

Serviva un miracolo per uscirne vivo. 

E il miracolo arrivò.

Ad un tratto, un urlo straziante squarciò il silenzio della notte. E una spada luminosa squarciò il ventre del Plumf.  Il Pappagallo spuntò fuori con le ali spiegate e si trovò davanti un simpatico animaletto pelosino dal musetto simpatico.

"Non può essere lui", pensò. "Troppa differenza".

Pensate, quindi, che faccia fece quando fu al cospetto di una splendida donna, dal viso tondo come la luna e con in testa un largo cappello piumato, che si accompagnava all'inoffensiva creatura che aveva appena scorto.

Sembrava che lo avessero seguito dall’inizio del suo viaggio proprio per proteggerlo dai pericoli. Ma non era proprio così. Il Pappagallo, infatti, si guardò intorno e del Plumf non era rimasta traccia.

“Grazie, piccolo, grazie”, gli disse lei.

“Ma come? Mi hai salvato tu e mi ringrazi? Qualcosa non torna”, pensava lui tra sé e sé. 

“Sono io: il Plumf. Cioè, siamo noi, cioè, siamo quel che resta del Plumf. E tu ci hai salvati, venendo fin qui. Io”, continuò la figura femminile,“sono un’antica maga bloccata con il mio Piccolo Aiutante Magico in questa forma da un terribile sortilegio: finché qui non fosse venuto volontariamente, qualcuno dotato di coraggio, senza pretese ma carico di curiosità, io non avrei riavuto la mia forma. Finora ho visto animali, viandanti e cavalieri, tutti passati di qua per caso e tutti, uno ad uno, però, scappavano via terrorizzati o sopraffatti dal Plumf. Tu solo sei venuto qui di tua volontà, mi hai cercata, mi hai trovata e liberata. E ora dimmi: che cosa posso fare per dimostrarti la mia riconoscenza?”

“Nulla”, rispose il Pappagallo. “Io voglio solo conoscere cosa c’è oltre la foresta!”

“E sia”, disse la maga. “Da oggi in poi visiterai il mondo con il potere di trasformarti in tutto ciò che vuoi: potrai essere uomo, donna, animale, sasso o pianta, e potrai così conoscere la vita per quello che è. Ma attento: vedrai cose che non ti piaceranno e da cui dovrai difenderti. Conoscerai la cattiveria della gente, l’invidia per la tua bellezza e la tua semplicità. Ti sembrerà di non avere abbastanza forza per proteggerti. Se ti darò questo potere, in virtù del bene che ti voglio per avermi ridato la vita, mi giuri che avrai cura di te?”.

Non aveva neanche terminato di parlare che il soffio degli alisei scosse gli alberi e il piccolo Pappagallo, trasformatosi in vento, cominciò il suo viaggio per il mondo. La forza del suo desiderio di conoscenza aveva già detto tutto alla maga che, in un solo istante, lo aveva esaudito. La sua nuova forma gli avrebbe dato l’invisibilità e l’eternità di chi tutto osserva e non ha più più paura del Plumf.

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creatività svelamento viaggio metafora e linguaggio simbolico nella fiaba intelligenza emotiva
Crescita personale, Fiabe e storie

Fiabe e crescita personale: in che modo la metafora aiuta l’intelligenza emotiva?

Accettarsi prendendo coscienza di taluni aspetti di sé attraverso l’autobiografia è già un traguardo per ogni “terapia”, poiché porta alla luce esperienze personali taciute (e nascoste nell’inconscio), vissute come dolorose o difficili. Paradigma su cui si fondano le psicoterapie di matrice freudiana, a livello più profondo, e i percorsi di crescita personale. Le prime con l’obiettivo di individuare l’origine dei traumi rimossi, i secondi al solo scopo di riconoscere l’esistenza di elementi intimi che condizionano il modo di essere fuori. Su questi ultimi si basano i percorsi per lo sviluppo dell’intelligenza emotiva a cui la metafora, dalla fiaba classica a quella autobiografica, offre il suo contributo. A tutte le età.

Autobiografia per prendersi cura di sé

Narrare di sé è una panacea, un remedium curativum che agisce sulle implicite necessità di trasformazione e cambiamento dell’individuo. Restando nel limbo che separa il gioco dalla pedagogia o, se vogliamo, l’animazione sociale dalla psicologia. Senza, dunque, aver mai il bisogno di diventare ad ogni costo una pratica medica.

Perché narrare di sé attraverso una fiaba? E' la domanda che trova risposta nella ricerca di un ideale linguaggio simbolico che renda immediato e fluido il racconto. Racconto fantastico che parla di vicende che, solo in apparenza, sono vissute da altri. La metafora attraverso cui esso si esprime, allorché risolta e compresa, infatti:

  • svela nodi esistenziali,
  • conflitti,
  • difficoltà personali e, nondimeno,
  • suggerisce soluzioni per il futuro.

Ecco, dunque, il fulcro del Metodo Autobiografico Creativo con la Tecnica della Fiabazione: incontrare la storia individuale in forma creativa e apprendere da essa. Cioè, senza la mediazione della razionalità (come accade per altre declinazioni, anche più conosciute, dello stesso metodo), per la crescita personale e per adottare i comportamenti emotivamente più intelligenti nelle scelte di tutti i giorni. In parole povere: conoscersi per conoscere.

Funzioni della metafora

Per comprendere la ragione dell’azione sotterranea ed efficace della metafora, occorre risalire alla sua funzione pedagogica. Nella fiaba, il senso di “dire senza dire” è funzionale alla crescita armonica e alla strutturazione funzionale della personalità del bambino.

Le fiabe, con il loro linguaggio, aiutano ad elaborare

  • la fine dell’infanzia,
  • i temi dell’attaccamento alla figura genitoriale,
  • del distacco e
  • della separazione.

Nel gioco di alternanza tra tensione e distensione, presente in ogni racconto, è proprio la metafora che stimola i processi di riparazione necessari allo sviluppo emozionale del bambino. Avere paura, quindi, è necessario. E questo è un insegnamento tanto antico quanto trasceso dai genitori di oggi che, ad ogni costo, provano a schermare i piccoli dalle esperienze emotivamente forti, quelle caratterizzate da emozioni di paura e di rabbia.

Psicologi, pedagogisti ed educatori sanno, però, quanto esse siano importanti per i bambini.

  • La paura è una sfida che va affrontata: serve l’antagonista ed il ruolo del narratore che dia voce all’orco, al lupo cattivo o a Barbablù, poiché è così che il bambino impara ad esorcizzare le sue paure ed a gestire i suoi sentimenti più difficili.
  • La rabbia, allo stesso modo, va incontrata, riconosciuta e canalizzata costruttivamente. Ma deve essere ben gestita con l’aiuto dell’adulto. Inutile dire al bambino “non devi essere cattivo”, come afferma Bruno Bettelheim ne “Il mondo incantato”, poiché egli sa di avere spinte aggressive che, se non canalizzate opportunamente, lo fanno sentire perverso.

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La fiaba come opera aperta

Il fatto che, con la crescita del bambino, anche da adulto la metafora mantenga la sua funzione rende la fiaba un’opera aperta, adatta a tutti. Mentre, però, la metafora della fiaba classica appare banale all’adulto che la legge o la ascolta, quella autobiografica sorprende ancora. E lo motiva a intraprendere un viaggio di ricerca e scoperta dentro di sé tra un’infinità di simboli e personaggi che, in definitiva, sono il ponte tra l’immaginario creativo e la vita reale.

Così, scrivere una storia, come accade nei laboratori del Metodo Autobiografico Creativo, agevola la riflessione sulle azioni compiute dai protagonisti, sulle emozioni che vivono fino ad entrare in empatia con esse. Prima di riconoscerle come proprie. Poco conta che siano un pulcino, un vulcano o la luna. Proprio quello che si fa, comunicato in simboli sul foglio di carta, svela all’autore

  • un aspetto della sua natura,
  • l’influenza della sua esperienza di vita pregressa,
  • le gioie e i dolori repressi

che lo aiuteranno a comprendere meglio se stesso e le sue relazioni con il mondo.

Metafora e linguaggio simbolico della fiaba

La metafora, che ho già definito come il modo di “dire senza dire” con il linguaggio simbolico, agisce di soppiatto, senza che l’autore della fiaba ne abbia quasi coscienza. Semmai, lo conduce a quella coscienza, alla consapevolezza (o, almeno, questo è lo scopo) se egli avrà la pazienza di ascoltare il suo messaggio silenzioso. Ecco che diventa elaborazione di una storia, quella personale, che

  • è per definizione autobiografica e che
  • parte da molto lontano, esattamente alle origini della storia personale,

confondendo in modo molto ordinato (mi sia concesso l’ossimoro!) tutti gli elementi, in quanto sintesi ed espressione spontanea della vita inconscia di chi la crea.

Nel buio della nostra mente, infatti, risiedono le spiegazioni dei comportamenti che il più delle volte non comprendiamo. Elevarli dal cono d’ombra e promuoverli alla luce della verità finalizza, dunque, la storia verso un nuovo apprendimento su di sé che è la chiave per comprendere meglio gli altri e il mondo. E che, quindi, sviluppa e accresce i livelli personali di intelligenza emotiva.

È conoscere la nostra storia, in definitiva, che, in prospettiva, ci prepara ad essere diversi e, quindi, cambiati.

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il punto di Van Gogh
Fiabe e storie

La vera storia del punto di Van Gogh

Arriva un momento in cui anche un punto fisso viene messo in discussione. Ci vuole un grande coraggio per accettare di correre il rischio del vuoto, abbandonando la certezza del piccolo posto nel mondo. Così, a volte, accade di voltarsi indietro con un pizzico di nostalgia e di chiedersi chi sia adesso quel punto fisso nella vita da cui ci siamo affrancati. O se vi sia qualcuno in quel posto che, in fondo, non era poi così male. Ma gli uomini crescono e si evolvono. Perché è legittimo aspettarsi di più da se stessi, se si percepisce che desideri e aspirazioni sono mutati. E che le radici, alcune volte, diventano gabbie insopportabili. Nel salto generazionale della post-modernità, che mette a confronto tradizione e ambizione, svelandone pregi e limiti, c’è sempre chi dice “no”, accanto a chi, anche provocatoriamente, ci spinge a trovare la nostra strada, la nostra giusta dimensione.

Una bellissima storia di fantasia che devo al genio creativo di Monica Corimbi. Per riflettere e per crescere.

C'era una volta un punto

C'era una volta un punto, stanco di essere un punto, un punto e basta. Aveva passato tutta la vita tra la parola "stanco" e "Finché" (con la Effe maiuscola). Quel "Finché" si dava continuamente delle arie perché era la prima parola di una luuuuuunga frase.

Il Nonno del nostro Punto era stato un Punto importante: era stato l'ultimo Punto di un libro di 896 pagine! Suo Nonno, in lunghi anni di onorata carriera di Punto, mai aveva dubitato del suo ruolo, mai, ma il nostro Punto era stanco, stanco di essere un punto e basta. E a ricordargli il suo stato era proprio la parola che gli stava continuamente accanto: la parola "stanco".

A volte si domandava che cosa sarebbe potuto diventare, come avrebbe potuto cambiare la sua vita monotona e noiosa di punto, punto e basta. Accanto alla sua frase, o meglio, alla fine della frase che iniziava con quel presuntuoso di "Finché", c'era un tipo strano, un suo lontano parente, tale Punto Esclamativo, che non ammetteva mai repliche.

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Rimarrai solo un punto!

Lui era lì, sempre meravigliato, stupito. E, quando non era meravigliato o stupito, era arrabbiato. Oppure non faceva che dare ordini. Era perentorio, categorico nelle sue "esclamazioni". Non faceva che ripetergli: “Sarai solo un punto! Non combinerai mai niente! Non fai altro che lamentarti ma solo TU puoi decidere del tuo futuro. Potrai essere solo un punto, un punto e basta, a meno che...

I Puntini di Sospensione (anche loro parenti stretti del nostro punto, cugini per la precisione) intervenuti nella loro discussione, avevano instillato nella sua testa un'idea... quasi rivoluzionaria... un'idea che pareva quasi una pazzia: lui poteva diventare ben altro di un semplice punto alla fine di una frase.

Qualche volta ci aveva provato anche tra le pagine del libro a spostarsi, a essere qualcosa di diverso rispetto ad un semplice punto. Ma veniva sempre sgridato da tutti, dalle virgole in particolare (quelle pettegole non facevano altro che fare la spia): per loro, Punto doveva rimanere solo un punto, un punto e basta.

Ma lui sognava, sognava ben altro per la sua vita. Sì, ma cosa poteva diventare?

Le Virgole Ficcanaso

Così, per prima cosa, decise di spostarsi. E badate bene che spostarsi da "stanco" e da "Finché" non era affatto facile, con le Virgole Ficcanaso sempre pronte a spifferare tutto. Si fece coraggio e allora con un balzo... saltò fuori dalla pagina, rotolò, rimbalzò e alla fine atterrò su di un foglio. Certo, si sentiva un po' ammaccato ma era felice, perché per la prіma volta ѕі ѕentіva lіbero. Approfіttò della dіѕtrazіone dі Theo, che aveva abbandonato il libro (che fingeva di leggere), per dedicarsi a ciò che amava fare di più: inventare storie.

Per il nostro Punto non fu facile affrontare quell'avventura. Fece un balzo e poi un altro e un altro ancora finendo sui disegni che Vincent, il fratello di Theo, lasciava in disordine sulla scrivania che condivideva con lui. Tra un saltello ed un altro, si era trovato prima nella pupilla dell'autoritratto con cappello di feltro di Vincent, poi nel lume della sua camera da letto. Poi come puntino della corolla di una meraviglioso girasole.

Insomma, quello era solo l'inizio della sua nuova vita. La sua non era più la vita noiosa di un punto e basta: adesso era diventato un Punto Artistico.

Perché non ci aveva pensato prima?

Guardarsi indietro

Ogni tanto provava nostalgia per gli amici lasciati dentro il libro: chissà se qualcuno aveva preso il suo posto tra la parola "stanco" e il gradasso "Finché" (con la Effe maiuscola). E se, invece, la sua assenza era passata inosservata? Difficile, in fondo: tutti sanno che una frase senza il punto, accanto ad un'altra, cambia di significato. Insomma, il punto è importante ma questa nuova vita era tutta un’altra vita.

Fu in quel momento che si rese conto di quanto, adesso, fosse tenuto in considerazione da tutti. Anche dal cugino Punto Esclamativo che, con le buone o con le cattive, lo aveva incoraggiato a seguire il suo istinto a trovare la sua strada! Vuoi mettere? Essere un Punto Artistico era davvero la sua vera vita, era davvero tutt'altra cosa! La notte, poi, era il momento che preferiva: si trovava a volteggiare in quel cielo stellato che Vincent aveva dipinto mentre ascoltava una storia fantastica di suo fratello Theodorus, che non amava leggere ma quant'era bravo a raccontare le storie!

Il punto di Van Gogh

Quella Notte stellata dipinta da quel ragazzino un po' introverso, pieno di punti come lui, tutti quei colori lo rendevano felice. Tutti ammiravano quel punto nel bel mezzo di un'opera d'arte del famoso pittore Vincent Van Gogh! Il nostro punto aveva fatto carriera: era davvero diventato un Punto Artistico tra i più apprezzati e ammirati! Adesso poteva viaggiare e visitare le città più belle del mondo: Roma, Parigi, New York, Madrid. E non era che l’inizio.

In famiglia, solo suo cugino Punto, punto e basta, era arrivato a tanto successo, pur rimanendo rinchiuso tra le pagine di un libro. C'era riuscito con il bookcrossing, che per i punti di tutto il mondo era un'occasione di viaggio che genitori e nonni non avevano mai provato.

Nonno Punto era così orgoglioso del nipote Punto Artistico, anche se continuava a borbottare come tutti i nonni che si rіѕpettіno che “la modernіtà poteva anche fare male, che maі luі avrebbe penѕato dі lasciare la sua città, il suo libro, il suo posto a pag 896, ultimo punto dell'ultima fraѕe”.

Punto.

Punto e baѕta.

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Fiabe e storie

La strana magia del cugino Pino

Una storia di formazione per i più piccoli, un viaggio tra mille emozioni e sussulti. Una guida per insegnanti e genitori per educare i più piccoli all'alfabetizzazione emotiva e espressioni mimiche degli stati d’animo e ai valori fondanti del vivere insieme. Una storia che parla anche alla famiglia di amicizia, fiducia, solidarietà, di amore per i genitori, di mutuo aiuto, di rapporto con l'autorità e con la giustizia. Un racconto di fantasia, scritta nella sua prima stesura da Letizia Moro, corsista in Arti Terapie nella Scuola Artedo di Padova, durante un mio laboratorio sulla narrazione di sé con il mio Metodo Autobiografico Creativo, che ho adattato alla divulgazione.

La strana magia del cugino Pino

C’era una volta un polpo triste che non poteva piangere.

Carlino, era questo il suo nome, viveva per la maggior parte del giorno nascosto tra le rocce, alla base di un’alta scogliera.

Dal suo nascondiglio guardava le altre creature marine e fantasticava sulla loro vita. Scrutava i banchi di alici che nuotavano veloci, come squadre di amici affiatati, e, nella sua totale solitudine, sospirava. Fissava le castagnole nuotare lente e serene, che gli ricordavano un po’ le stelle placide e tranquille nella fissità del cielo, e si domandava se, anche lui, come loro, avrebbe mai trovato pace nel suo cuore. Osservava i ricci di mare, che apparivano creature calme ma che in realtà litigavano spesso tra loro, come fratelli che si contendono un gioco. E, anche in quei momenti, pensava che sarebbe stato bello avere qualcuno accanto con cui discutere, addirittura litigare, piuttosto che stare sempre solo.

L’unico momento in cui il polpo si sentiva un po’ meno triste era di notte, quando usciva dal suo nascondiglio per cercare qualcosa da mangiare. Di notte, il mare si riempiva di minuscole creature che a tratti emanavano luci fosforescenti e l’acqua si trasformava in un tappeto luccicante che lo ammaliava. Il polpo adorava tutto ciò che di luminoso esisteva al mondo.

L'incontro di Carlino

Un giorno, mentre se ne stava rintanato nel suo nascondiglio, fu attorniato da una nube di acqua scura, marcia e puzzolente, che lo fece quasi soffocare al punto di costringerlo a scappare fuori dalla sua tana. Ma sempre restando ben riparato tra gli scogli.

Quando fu fuori, restò strabiliato a vedere che sull’uscio del suo nascondiglio stazionava una strana creatura che gli assomigliava ma che non aveva mai visto prima. Aveva, sì, i tentacoli come lui ma erano più corti e li teneva in una posizione strana.

Ma la cosa più sorprendente era che questa creatura non aveva colori, come le altre creature del mare. Anzi, era tutta bianca… era di un bianco che ricordava quello della scogliera nei giorni caldi d’estate, quando il sole la investiva coi suoi raggi e lei rifletteva luce accecante tutto intorno.

Incuteva paura quella strana creatura. Almeno, a lui ne faceva.

Così, per non farsi vedere, si ritrasse per cercare di mimetizzarsi e non farsi scoprire. Ma servì a ben poco: l’essere tutto bianco, infatti, avvertito un leggero spostamento dell’acqua, si voltò e lo vide!

Le prime parole della bianca creatura

«Ehi, amico, scusa, sai dirmi dove posso trovare qualcosa da mangiare? Sono molto affamato e quasi a corto di inchiostro per stanare le prede», disse.

Il polpo, pensando di essere candidato a diventare la sua cena, cercò di divincolarsi e di fuggire ma fu prontamente bloccato dai forti tentacoli della bianca creatura: «Ehi, dico, ma che maleducato che sei! Ti faccio una domanda e tu scappi via? Ti ho fatto, per caso, qualcosa in un’altra vita che in questo momento mi sfugge?».

«Ti prego non farmi del male. Non mangiarmi. Io non ti ho fatto niente!».

«Lo dicevo io che non ci siamo mai incontrati prima d’ora», sospirò felice la creatura. «E anche se ci fossimo già incontrati, nessuno dei due avrebbe potuto fare del male all’altro. Siamo simili io e te e siamo buoni tutti e due».

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Pericolo scampato!

Il piccolo polpo riprese colore e tirò un sospiro di sollievo: «Perché dici che siamo simili? Io non so chi sei».

«Ma come? Siamo cugini! Io sono la seppia albina. Mi chiamo Pino».

«Sei tu il cugino Pino? Non lo sapevo proprio. A essere sincero, ci sono tante cose che non so».

«E adesso perché sei diventato triste tutto d’un tratto?», gli chiese la seppia.

«Non sono triste: sono solo un po’ preoccupato. Perché quello che non so, la mia ignoranza, insomma, dipende dalla mia solitudine. Devi sapere che io vivo sempre solo, isolato da tutte le altre creature marine ed esco dalla mia tana solo di notte per mangiare qualcosina».

«E perché?»

«E’ così da tanto tempo, da quando, da piccolo, i miei genitori sono misteriosamente scomparsi e Re Cernia mi ha cacciato dal villaggio».

«E perché ti ha cacciato dal villaggio?»

Le ragioni del polpo

«Perché io, trovandomi da solo e spaesato, quella notte ho cercato i miei genitori in tutte le case del villaggio marino. Ed essendo disperato perché non riuscivo a trovarli, ho pianto tanto ma le mie lacrime sono risultate velenose per la maggior parte degli abitanti del mare. Molti hanno avuto paura di me e così Re Cernia mi ha ordinato di vivere separato e nascosto da tutti per non fare più del male a nessuno. E così vivo da allora».

«Accipicchia», esclamò la seppia, con una faccia esterrefatta molto più che semplicemente sorpresa. «Che storia triste! Che storia da piangere».

«No, per favore. Che poi scopriamo che sei velenoso pure tu e non sappiamo che fine ci fanno fare».

«Ma che velenoso e velenoso! E poi io non piango mai. Io il mio inchiostro lo uso solo ogni tanto. Così, per stanare piccoli pesciolini da mangiare o, al massimo, per condire i cibi che mi piacciono di più».

«Ah, ecco chi ha riempito la mia tana di quell’orribile acqua tossica!»

«Eh, sì. Volevo stanare qualche granchio e invece ho solo spaventato te. Mi spiace. Senti, invece, la storia che mi hai raccontato è davvero triste. Ma sei sicuro che non ci sia una via d’uscita al tuo problema?».

E il polpo: «Che io sappia, no. Ci vorrebbe un miracolo. O almeno una magia!»

Serve una magia

«Senti…. Mi viene in mente una cosa. Ho un’idea...», disse quasi sussurrando e guardandosi attorno circospetto. «Io sono figlio del Mago Stregone Grande Seppia. Mio padre è bravissimo a fare magie. Andremo insieme da lui e vedrai che troverà una soluzione. Però, ti avverto: una volta arrivati da lui gli dovrai parlare da solo, perché quando mi vede si arrabbia e mi fa la predica».

«E come mai?»

«Perché sono l’unico di tutta la famiglia che non ha mai imparato l’arte di fare magie. E per lui questo è inaccettabile».

«Tutto qua?»

«Eh! »

«Eh….»

«No, no: eh!” La faccia di Pino era quella di uno che aveva chiuso la questione. Ma vedendo l’amico polpo con il punto interrogativo disegnato in mezzo alla fronte (voleva dire che non ci stava capendo niente), decise di spendere ancora un po’ di fiato: «Voi polpi non lo immaginate neppure quanto testardo possa essere un padre seppia quando si impunta

E su queste parole si incamminarono.

Il Mago Stregone

Giunti che furono nei pressi della dimora della Grande Seppia, il Mago Stregone, vedendo il figlio avvicinarsi, arrossì dalla vergogna e si nascose gli occhi sotto i tentacoli. A Pino, affranto, non restò che mandare avanti Carlino a raccontare a suo padre la triste storia.

Lo Stregone rimase in silenzio per un po’, sgomento e attonito. Quell’espressione, pian piano, divenne interesse per il piccolo amico. Poi, improvvisamente, prese in mano un ciuffo di alghe e disse: «Ecco quello che farai. Ti preparerò una crema magica che dovrai portare sempre con te. Quando ti verrà da piangere basterà che te ne spalmi una puntina attorno agli occhi e lei neutralizzerà qualsiasi veleno tu abbia in corpo».

Così disse e così fece.

Nella sua grotta ricca di reperti, collezionati dopo le mareggiate, di anfore sbeccate e di bottiglie accartocciate, ebbe inizio il rito magico.


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La magia ha inizio

Per prima cosa, con una formula magica, si trasformò in un piccolo osso di seppia. Poi, muovendosi come una lama di coltello, sminuzzò alcune alghe verdi e le ridusse in polvere. Infine, sciogliendo la polvere con l’acqua del mare e mescolandola alla bava di mille molluschi, preparò la crema magica. Oltre a neutralizzare i veleni, il preparato magico aveva anche la caratteristica di non finire mai.

«Ecco, è pronta. Prima di andare via, però, fai entrare mio figlio: voglio parlargli in tua presenza».

Così Pino entrò, intimidito, con gli occhi bassi e i tentacoli tremolanti, in attesa della solita sgridata. Invece, Grande Seppia gli avvinghiò i tentacoli al collo e lo abbracciò.

«Figliolo», disse «sono fiero di te».

Pino lo guardò incredulo. Il padre continuò: «Quando ormai avevo perso ogni speranza, hai compiuto la tua prima magia: hai aiutato una creatura che ne aveva disperatamente bisogno. Hai dato una prova così alta del senso d’amicizia e di solidarietà da far vergognare tutti di aver dubitato di te. Anche me. Solo il cuore di un Mago può tanto. Adesso puoi finire l’opera che hai iniziato nel modo giusto, procurando il bene.

Grande Seppia istruisce il figlio

Conduci Carlino da Re Cernia e ricorda al sovrano che a cacciare le creature in difficoltà senza aiutarle si commette peccato. Fagli capire che, se in futuro avrà altri problemi con gli abitanti del suo villaggio, potrà sempre inviare Carlino da me e insieme cercheremo ogni pacifica soluzione. Ma nessun nostro simile dovrà essere mai più messo alla porta.

Poi, compiuta la tua missione, ora che sei un giovane saggio, aiuta Carlino a scoprire il mare e i suoi segreti».

Infine, rivolgendosi affettuosamente al polpo, continuò: «Carlino, da questo momento questa è casa tua. Se e quando ti sentirai solo, potrai tornare qui da noi e sarai sempre il benvenuto».

Il pianto liberatorio di Carlino

Per la generosità e il calore delle parole del Mago Stregone, Carlino pianse di gioia. E fu la prima volta che, con la crema magica attorno agli occhi, si concesse di farlo senza timore. Pianse tanto e a lungo, sfogando tutte le lacrime che aveva dovuto trattenere in anni e anni di solitudine.

Quando si riprese dalle forti emozioni che la Grande Seppia gli aveva permesso di liberare, si sentiva un polpo rinato.

E, infatti, Re Cernia si dimostrò molto comprensivo davanti a questo giovanotto che parlava con tanta sincerità da farlo sciogliere. Per questo lo riammise nelle strade del villaggio marino.

Il ritorno di mamma e papà

Ma, soprattutto, Carlino poté nuotare libero, alla luce del sole che gli faceva brillare i tentacoli. Incontrò così tanti pesci a cui raccontò la sua storia incredibile. Finché tutti, commossi dalle sue coraggiose avventure, si misero all’opera per ritrovare i suoi genitori.

Fu una notte di luglio che Carlino vide far ritorno alla sua amata scogliera il papà e la mamma. E fu la notte più bella e più lunga dell’estate. Quella stessa notte tutti e tre si persero in un abbraccio mentre contemplavano in silenzio e con il cuore ricolmo di felicità le luci fosforescenti nel mare e il luccichio delle stelle su in alto nel cielo.

Delle loro peripezie non raccontarono mai nulla.

Non importavano più. L’unica cosa che importava era che fossero di nuovo lì, come una famiglia.

E tanto bastava per addormentarsi sereni.

Speciale Giornata Mondiale del Libro

[EDUCARE ALLE EMOZIONI A SCUOLA CON LA LETTURA]

Per la Giornata Mondiale del Libro e della Lettura, patrocinata dell’UNESCO, dal 23 Aprile, questo sito ospita la versione sonora della fiaba "La strana magia del cugino Pino" da proiettare in classe su LIM (o supporti similari) a cura degli insegnanti.

L'iniziativa, che ho chiamato "fiaba (sonora) in classe", è di #Artedo e di #Scuola4All, la Rivista del portale “Italia4All Scuola”, ed ha lo scopo di educare alle emozioni i ragazzi delle scuole primarie (ma anche secondarie) e di far riflettere sulle regole della sana convivenza. Il progetto, nato in seguito alla proposta avanzatami della Prof.ssa Rosa Liccardo del 69° Circolo Didattico di Napoli, oltre alla lettura della storia, prevede il coinvolgimento delle classi, dei genitori e degli insegnanti in un dibattito su:

  • riconoscimento ed espressione mimica delle emozioni;
  • senso comunicativo delle emozioni;
  • emozioni e valori.

La versione sonora della fiaba ha la mia voce narrante su sottofondo musicale di Christian Tappa, mio fraterno amico e collega Musicoterapeuta che ringrazio che avermi prestato la sua “Acqua”. 

Ai partecipanti a qualunque titolo all'iniziativa "fiaba (sonora) in classe" , ovvero a chi la utilizzerà per finalità educative, chiedo la cortesia di un commento in questa stessa pagina con un breve racconto dell'esperienza (dove, con chi, con quali risultati ecc.).

E ora siamo davvero pronti.

Versione sonora della fiaba

Consigliata la proiezione in classe su LIM. [embed]https://youtu.be/4R4eBM0W2mw[/embed]

Tutorial per insegnanti ed educatori

A insegnanti ed educatori che utilizzano questa fiaba per l'alfabetizzazione emotiva dei ragazzi e per la discussione in classe è consigliata la visione del tutorial che segue che fornisce spunti e idee per l'utilizzo corretto e mirato della storia a fini educativi.

[embed]https://youtu.be/TwUv2csz_Jk[/embed][jpshare]Continua a leggere