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Metodo Autobiografico Creativo Creatività relazioni
Crescita professionale

Creatività e intelligenza emotiva per costruire relazioni felici

Nella continua asimmetria delle relazioni, che appartiene a tutti, la competenza sociale, basata sull'intelligenza emotiva e sull'empatia, aiuta la buona comunicazione e rende efficaci le relazioni interpersonali. Il rapporto tra la propria individuale conoscenza di con quella dell’altro racchiude il senso della competenza sociale, di cui ciascuno abbisogna per avvalorare la chiave di lettura dell’autoconoscenza e per conoscere gli altri. Questa particolare propensione alla consapevolezza di sé rende molto più semplice il concetto di interazione con gli altri secondo la personale capacità di costruire relazioni sane.

Lo structogram

Stefan Zweig, scrittore e drammaturgo naturalizzato britannico, scrive che "colui che ha trovato se stesso non può più smarrire nulla in questo mondo. E colui che ha compreso l’uomo che è in sé comprende tutti gli uomini".

Partendo da questo presupposto, gli studi di carattere antropologico hanno messo bene in evidenza l’importanza dell’analisi biostrutturale. Lo structogram, questo il nome tecnico, studia il cervello come sistema operativo non modificabile (hardware) del computer biologico, messo in relazione con programmi software modificabili. In tal senso, l’uomo è assimilato ad un computer programmabile in modi diversi ma che, all’interno del suo sistema di funzionamento, ha strutture di base che stabiliscono come esso reagirà a determinati input. In sostanza, il patrimonio ereditario è implicato nello sviluppo della personalità ma non è mutabile.

L’analisi biostrutturale riflette, dunque, condizioni rilevanti per sistemi complessi aperti. Per quanto la dinamica caotica e l’esito di avvenimenti situazionali dipendano dalle rispettive condizioni iniziali e da costellazioni di fattori, i modelli di risonanza e reazione che si creano dalla forza degli attrattori specifici al sistema sono affidabili e ordinati. Tutto questo corrisponde ad un lavoro interiore finalizzato alla dinamicità del personale essere nel mondo e del viaggio verso l’altro.

Per comprendere gli altri

L’analisi biostrutturale è uno strumento molto potente in grado di far comprendere meglio la realtà, come confortato dalla neurobiologia. Il cervello funziona, infatti, tramite schemi biologici e chimici. Come risultato visivo dell’analisi biostrutturale, c’è un principio di classificazione per strutturare le predisposizioni e i processi di apprendimento nel rapporto con se stessi (e con gli altri). Essa, complessivamente, è un sistema dinamico per ottenere l’autoconoscenza e lo sviluppo del potenziale della personalità.

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Funzioni dello structogram

  • Capire meglio la propria indole,
  • riconoscere e gestire al meglio le proprie risorse e
  • adottare una comunicazione empatica, predisponendo se stessi e gli altri ad un’apertura vantaggiosa per entrambe le parti.
  • Riconoscere, inoltre, ciò che ragionevolmente ciascuno possa aspettarsi da se stessi e dagli altri,
  • prevedere eventuali reazioni e
  • aumentare la competenza sociale, attraverso un rinforzo di autostima e fiducia.

Cosicché, la massima di Ippocrate, “capire meglio il cervello per capire meglio l’uomo”, lascia intendere quanto sia interessante scoprire gli ordini ed i principi che governano la mente per spiegarsi l'agire umano, oltre i processi cognitivi.

Il ruolo delle emozioni

Ecco che ritorna il tema della centralità delle emozioni che trasmettiamo gli altri e che ci dicono quanto siamo propensi ad accoglierli o rifiutarli. In questo modo, lo schema proposto dallo structogram è applicabile in azienda, a scuola, in un'associazione. Sapere preliminarmente, infatti, da quali emozioni siamo, a volte, dominati, può aiutarci a capire che cosa dovremmo fare per dominarle, e non restarne succubi, e da quali stati d'animo sono pervasi anche gli altri. E adeguarci a loro, se il nostro obiettivo è intrattenere relazioni efficaci.

  • Prendiamo una classe. Quanto sarebbe d'aiuto all'insegnante conoscere le proprie emozioni e quelle dei suoi alunni? Questa conoscenza non aiuterebbe una didattica ad personam, piuttosto che una didattica a pioggia? Se è vero, come è vero, che l'apprendimento è un fatto principalmente emotivo, quanto appare utile e fondata l'analisi biostrutturale?
  • E in azienda non è forse utile questa consapevolezza per assegnare ad ognuno un ruolo adeguato?

Utilizzo dello structogram

L’utilizzo concreto dell’analisi biostrutturale consente, infatti, di equilibrare le relazioni interpersonali in ogni contesto aggregativo. Tant’è che essa rappresenta lo studio più applicato anche nelle imprese di grandi dimensioni. Ambienti in cui la conoscenza del carattere dei componenti dell’apparato "risorse umane" diventa fondamentale per la giusta collocazione nella mansione più idonea al carattere e all'indole di ognuno. Ovvero, dalla conoscenza che ognuno ha del proprio carattere, della propria personalità, a ciascuno viene assegnato un colore diverso.

Colori diversi, come nella foto, perché diverse sono le persone che, in appositi percorsi di consapevolezza, imparano a mettere in gioco le proprie emozioni. Porsche e Siemens, ad esempio, dietro alla porta di ciascun impiegato, mettono il colore Structogram corrispondente al carattere della persona che ci lavora dentro. Così, uno lo sa prima se, bussando, riceverà un segnale di accoglienza o un rabbioso vaffa... Naturalmente, ci scherziamo un po' su.

Il risultato

In questa maniera l'azienda evita di collocare persone più adatte alla vendita in mansioni amministrative. O al contrario. Per lo stesso motivo, chi è più incline alle relazioni non finirà in magazzino. Tutto questo ottimizza produttività ed efficienza aziendali. Non diversamente da come accade nella scuola.

Non bisogna cercare di cambiare le persone né inibire la personalità. Basta modulare questo livello della conoscenza per rendere migliori le relazioni, impostandole diversamente. Ci sono appositi percorsi di formazione che insegnano come farlo. Ma questa è un'altra faccenda.

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cervello irrazionale colori
Arti Terapie, Crescita professionale

Il cervello irrazionale sceglie in base al colore

Che i colori abbiano una forte presa sul nostro cervello è ormai una conoscenza di dominio diffuso. Sappiamo anche, che pur avendo bisogno di coltivare l'illusione di decidere razionalmente, la maggior parte delle scelte avviene al livello delle emozioni.  Quindi, decidiamo con l'emisfero destro, quello creativo, intuitivo e irrazionale. Da qui, la cura ossessiva alla scelta dei colori, ad esempio, nelle pubblicità, in tv e sui cartelloni stradali, che esercitano un forte condizionamento nelle decisioni d'acquisto dei consumatori.

Effetto del colore

Il colore è la percezione visiva generata dai segnali nervosi. Sono i fotorecettori della retina, situati negli occhi, che inviano tali segnali al cervello, quando assorbono le radiazioni elettromagnetiche di determinate lunghezze d’onda e intensità nello spettro visibile.  Tutti i colori conosciuti (e percepiti) sono il risultato della mescolanza di un numero ristretto di colori chiamati primari.

La preferenza personale di un colore rispetto ad un altro svela tratti del carattere e, in alcuni momenti della vita di una persona, può essere in risonanza con stati d'animo particolari o rispecchiare il temperamento.

Diversi studi, da cui, peraltro, hanno origine la cromoterapia e taluni orientamenti dell'Arteterapia, come quello antropologico di matrice steineriana, dimostrano che il colore è in grado di alterare

  • umore,
  • pressione del sangue,
  • appetito e perfino alcune funzioni metaboliche.

Al punto che i medici, in taluni casi, consigliano diete basate sui "colori", con ciò intendendo consigliarci di mangiare frutti pigmentati con le cinque tonalità cromatiche principali.

Il colore ed il benessere

Quando, anni fa, iniziai un esperimento di musicoterapia d'ascolto nel reparto di Infettivologia dell'Ospedale di Galatina, in provincia di Lecce, il Direttore fece ridipingere di arancione tutte le pareti della corsia e delle stanze. La scelta dei brani, da me proposti e pensati per i momenti

  • del risveglio,
  • dell'ora della terapia
  • e del sonno,

unitamente all'effetto cromatico di un ambiente "de-sanitarizzato", voleva essere un sostegno al trattamento terapeutico di pazienti con HIV. La finalità: il perseguimento del benessere psicofisico delle persone ricoverate in una visione olistica della terapia.

Funzionò, fintanto che fu possibile portare avanti la ricerca, come spesso accade nelle istituzioni pubbliche. L'umore al risveglio, con i suoni della natura in un ambiente colorato, era più alto e molti raccontavano di sogni fiabeschi che contribuivano al rilassamento generale.

Quindi, il colore può influenzare il benessere sia fisico che emotivo. Al punto che la nostra personalità si esprime appieno, in un lavoro artistico, attraverso un colore che la rappresenta o che la condiziona.

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Casi illustri

Non mi addentro nella simbologia dei colori: in internet, del resto, è possibile trovare molto sull'argomento. Riporto, però, esempi illustri in cui il colore ha determinato successo o insuccesso in una scelta o in un comportamento. Senza, per ciò, volerne trarre un principio di carattere generale.

Uno dei più celebri e ricorrenti nella storia del calcio riguarda i calciatori dai capelli biondi. Pavel Nedved, centrocampista della Juventus, raramente veniva sanzionato per falli di gioco e simulazioni perché l'angelica capigliatura, gli occhi azzurri e la carnagione chiara davano l'idea di "uno buono" che mai e poi mai avrebbe fatto del male agli altri.

Mi viene, poi, in mente, il caso dell'acqua Lete che, al di là di tutto, deve parte del suo successo al colore della bottiglia che richiama, pari pari, la più famosa Ferrarelle. Al punto che, negli ultimi anni, la storica azienda che commercializza le acque della fonte di Roccamonfina "100% bollicine naturali" ha cambiato colori sulla confezione, appesantendo sia il rosso dell'etichetta che il verde della bottiglia di plastica.

Il colore nel neuromarketing

Anni fa, era facile credere di aver acquistato una confezione di Ferrarelle, mentre, invece, si portava a casa una confezione di Lete. Anche perché, non era solo una questione di confusione cromatica. La ragione, che oggi ha studiato il neuromarketing, è che nel cervello irrazionale del consumatore si attiva una sorta di inconscia connessione basata sulla proprietà transitiva. E' come se il nostro cervello ci dicesse: "se una confezione con quei colori è buona, anche altre con le stesse caratteristiche lo saranno."

Il punto è che, quando acquistiamo, siamo pressoché  irrazionali e ci facciamo guidare dalle sensazioni. Sensazioni che hanno carattere emotivo e si fanno condizionare da una serie di informazioni che le aziende venditrici sanno come manipolare abilmente.

Un famoso esperimento, condotto da Louis Cheskin negli anni '50, dimostra come il colore della confezione, dunque, il packaging, condiziona il successo del prodotto sul mercato.

Neuromarketing e psicologia del colore

Cheskin consegnò allo stesso gruppo di massaie, in momenti diversi, affinché li provassero, tre diversi detersivi in confezioni diverse:

  1. la prima era di colore giallo vivo;
  2. la seconda di colore blu;
  3. la terza ed ultima di colore blu con inserti gialli.

Pur trattandosi dello stesso detersivo, le massaie si dissero scontente dei primi due ed entusiaste del terzo!

E ora ho una domanda per voi: quali sono i colori dominanti sulle confezioni del Dash e del Dixan, i due detersivi più conosciuti e pubblicizzati?

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immagini mente angelo demone
Crescita personale

Creatività e intenzione: immagini straordinarie dalla nostra mente

Quando osserviamo qualcosa, come una forma che ci sembra di riconoscere nelle nuvole, la nostra attenzione si ferma davanti a figure che già conosciamo. Sono immagini depositate nella nostra memoria inconscia che la nostra intenzione rievoca. Questo, in fondo, è il motivo per cui a noi sembrano qualcosa e ad altri no. Oppure, questo è lo stesso motivo per cui in un dipinto astratto vediamo volti e oggetti che altri non vedono in alcun modo. Siamo, dunque, noi che, con la familiarità, spesso inconsapevole, con talune forme, le portiamo fuori e ci sembra di vederle. Anzi, siamo noi che intendiamo vederle e vi ci soffermiamo l'attenzione. La differenza tra vedere in quest'immagine un angelo o un demone è tutta qui.

Intenzione e scotoma mentale

Allo stesso modo, se decidiamo di non vedere qualcosa, riusciamo ad ignorare anche ciò che abbiamo sotto gli occhi in ogni momento di tutti i giorni. Anche in questo caso, è la nostra intenzione di non vedere che sposta altrove l'attenzione. O, meglio, l'intenzione della nostra mente di seguire i sentieri più comodi del pensiero riproduttivo, agli antipodi del pensiero laterale creativo. In parole semplici, alla nostra mente non piace sforzarsi: perciò si ferma, tendenzialmente, alla prima immagine che riconosce. Si chiama scotoma mentale, buio della mente, argomento di cui ho già parlato in un articolo di qualche tempo fa dal titolo "Come si può rimediare ai deficit dell'attenzione?".

Da che cosa dipende? Di sicuro, una delle cause è il nostro vedere selettivo che prima struttura e poi dipende dalle nostre mappe mentali che confinano ad uno stato permanente di attenzione parziale. Cioè, siamo mediamente distratti e questo agevola il fatto che "ci accontentiamo" di quello che si vede subito, senza approfondire.

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La creatività è la soluzione

Noi oggi sappiamo come un’esperienza "altra", come un viaggio o un momento di relax, benessere e divertimento, agevoli la comparsa dell’insight creativo (questione di onde elettromagnetiche di tipo alfa che caratterizzano l’attività elettrica del cervello in tali occasioni extra-ordinarie). Ma la stessa esperienza facilita i processi attentivi. Ecco perché intenzione, attenzione e creatività sono strettamente collegate tra loro.

Ma occorre cambiare stile di vita o concedersi spazi diversi in cui coltivare la consapevolezza e il contatto con se stessi per potenziare l’attenzione e la capacità di rispondere positivamente e con creatività anche alle sfide della quotidianità. Perché, più siamo attenti, più siamo creativi, più sviluppiamo il nostro potenziale come esseri umani.

Essere attenti, infatti, significa tendere a, essere proiettati verso, ovvero è molto di più di una passiva registrazione di stimoli. L’attenzione è un’azione dinamica che il soggetto compie dinnanzi all’oggetto della propria osservazione. Il che richiede intenzione, presenza, consapevolezza e comporta l’acquisizione di un metodo attraverso un training, un percorso, una ricerca che nasce e finisce in noi stessi. Improbabile che ciò avvenga nella frenesia del nostro movimento veloce, tra discussioni in famiglia e con i colleghi, traffico, clacson che suonano inferociti, autobus da prendere e appuntamenti a cui presentarsi in orario o stando seduti dietro ad una scrivania. Anche perché viviamo facendo sempre più cose contemporaneamente, distraendo continuamente l’attenzione dal presente.

Il Sistema di Attivazione Reticolare e l'intenzione

L'intenzione, dunque, attraverso il Sistema di Attivazione Reticolare (il sistema di connessioni che collega il cervello al midollo spinale), indica verso quale stimolo sensoriale (dove e su cosa) dirigere l’attenzione, mentre la creatività è strumentale all’attivazione di questo processo.

Dal punto di vista fisiologico, funziona in questo modo: l’intenzione filtra le informazioni dall’esterno (anche quella di vedere creativamente, come nella foto in evidenza, delle forme nelle nuvole) e stimola dei geni che producono nuovi neurotrasmettitori che, a loro volta, stimolano nuove connessioni sinaptiche.

Più questo avviene, più il cervello si attiva e diventa creativo, aumentando così la probabilità di produrre rivelazioni creative. Grazie all’apertura simultanea di una miriade di cassetti che contengono informazioni già acquisite, che in tal modo si rimescolano con quelle nuove appena prodotte. A questo punto, fa soffermare l’attenzione su qualcosa in particolare, qualcosa che interessa. In quest’arco di tempo in cui l’attenzione è focalizzata, l’informazione ricevuta dall’esperienza acquista senso e porta il soggetto a comportarsi di conseguenza.

Le tre componenti

Dal punto di vista del funzionamento della nostra mente, tre sono le componenti che indirizzano l'attenzione:

  1. le mappe di salienza,
  2. il controllo esecutivo e
  3. il rivelatore di pericolo.

Delle mappe di salienza mi sono già occupato (e consiglio la lettura dell'articolo linkato). Esse, insieme alle altre due componenti, spiegano una buona parte delle situazioni attenzionali nelle quali ci imbattiamo.

  • La conservazione delle funzioni esecutive è, d’altro canto, strettamente connessa all'odierna strutturazione della nostra società: l'abbondanza di stimoli sonori e visivi, legati alla moltiplicazione multimediale o all'accelerazione dei ritmi della vita, rende difficile la concentrazione stabile. Gli insegnanti, ad esempio, ogni giorno osservano, non senza preoccupazione, la riduzione delle capacità attentive in molti studenti.  Non sorprende, dunque, che l’attenzione sia, dunque, dominata da molte forze contrarie tra loro. Per questo è così  difficile rimanere concentrati a lungo su di un obiettivo specifico. Il che, in qualche modo, incoraggia il proliferare di strumenti e tecniche, come la mindfullness, le arti terapie, lo yoga e altre forme di meditazione che, attraverso esercizi mirati, permettono di intervenire per recuperare il controllo attenzionale.
  • I rivelatori di pericoli, infine, completano la panoramica. Non mi dilungo ma, brevemente, ricordo quanta attenzione noi poniamo alle situazioni di pericolo o a tutti quegli episodi in cui ci siamo sentiti in pericolo. E che ricordiamo con vivida memoria, proprio perché, o mentre accadevano o subito dopo, hanno catturato tutta la nostra attenzione.

Vediamo quello che ci aspettiamo di vedere

Le tre personalissime componenti, attraverso cui si esprime il nostro Sistema di Attivazione Reticolare, strutturano il nostro modo di prestare attenzione a ciò che ci accade intorno con l'ausilio dell'intenzione. Nel caso della foto dell'articolo, che ho avuto la fortuna di scattare personalmente, ognuno ci vede ciò che l'intenzione dice che rappresenta, sulla base di contenuti intrapsichici inconsci. E', dunque, l’intenzione che vuole trovare ciò che si è prefissa di trovare. Sicché, la coscienza adatterà in vario modo le immagini fino a quando la mente non avrà riconosciuto ciò che ha già deciso di trovare.

Ma naturalmente, più pratichiamo la creatività, più siamo creativi, più immagini vedremo: esse fluiranno, compariranno e si rimescoleranno in nuove forme, esattamente come sostiene Eric Kandel nella sua teoria della memoria intelligente, generando nuove informazioni per il nostro cervello. E maggiori possibilità di comparsa di un insight creativo, quello che ci fa vincere le sfide della nostra quotidianità.


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samba lezione creativa
Scuola

La lezione in classe: più è creativa e meglio si apprende

Una lezione può essere statica o dinamica. Se è dinamica, creativa, stimola i sensi degli studenti e facilita l'apprendimento. Occorre, tuttavia, che l'insegnante non abbia paura di osare e di mettere in campo tutta la sua creatività. Egli deve, cioè, pensare che la matematica, ad esempio, possa essere spiegata come si racconta una storia. Perché tutti amano ascoltare e raccontare storie che ricorderanno per sempre. Questa è la vera cultura.

Una creativa lezione di storia

La storia che si studia a scuola non cambia ma può essere raccontata in modi diversi e divertenti. Se, ad esempio, devo tenere una lezione su Argentina e Brasile, potrò farlo creativamente attraverso la musica. Da una parte, un tango, triste, nostalgico, che ancora oggi è la fotografia della cultura dell'Argentina, per lungo tempo colonia spagnola da cui si affrancò dopo una guerra d'indipendenza. Dall'altra, un samba, allegro, festoso, tipico dei cugini brasiliani, che ebbero sorti molto diverse con i dominatori portoghesi che concessero loro l'indipendenza dopo la caduta dell'impero napoleonico.

La musica racconta la storia di due popoli così vicini eppure così diversi. Così, faccio ascoltare i due brani e faccio divertire la mia classe mentre racconto le vicende dei due Stati. E tutti le ricorderanno.

Fate la prova!

Posso anche spiegare la storia del Messico portando con me un sombrero. Lo faccio vedere, magari lo indosso, lo faccio girare tra gli studenti perché tutti sperimentino l'esperienza tattile con un oggetto culturale e spiego come nasce e perché è il simbolo di una Nazione. Far vedere quello che si spiega è la chiave del successo di una lezione, di un intero corso di studi e dell'efficacia di un insegnante.

Ma ci vogliono creatività e immaginazione  per stimolare i sensi che producono rivelazioni creative negli studenti. E, quindi, per definizione, apprendimento.

Gli esempi possono essere innumerevoli. L'importante, cari insegnanti, è che, nel corso della lezione, più sensi vengano sollecitati contemporaneamente. Se ancora non usate questa modalità creativa, provate. E fatemi sapere com'è andata.

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Funziona più o meno così

La rivelazione creativa (o insight) è il risultato finale di un lungo processo che nasce dai sensi. In particolare, dalla vista, al punto che potremmo affermare che noi comprendiamo il mondo intorno a noi guardandolo.

Vedere, infatti, è il risultato di un’esperienza attiva e complessa che si sviluppa attraverso il flusso di una serie articolata di informazioni che vengono analizzate partendo dai recettori sensoriali ubicati negli occhi che trasportano tali informazioni al cervello, dove avviene il fenomeno che chiamiamo visione. Gli occhi, in altre parole, catturano la luce e mettono a fuoco ma il senso a colore, forma, espressioni facciali è il cervello a darlo.

Questo perché negli occhi sono ubicati circa il 70% di tutti i recettori sensoriali del nostro corpo (i fasci di nervi che dagli organi della vista vanno al cervello, peraltro, sono molto più spessi dei nervi che collegano al cervello quelli degli altri quattro sensi). Il che spiega per quale motivo, anche a distanza di tanto tempo, ricordiamo cose, scene o situazioni che abbiamo visto (o appreso sotto forma di immagini) mesi prima.

 

La memoria visiva

Secondo gli studi, a distanza di un anno, siamo capaci di ricordare quelle immagini impresse nella nostra mente con un’efficienza del 63%. Mentre, se assistiamo ad una presentazione orale, dopo soli tre giorni ricordiamo non più del 10%, salvo toccare vette del 65%, se vi è associata anche un’immagine. Lo dicono gli studi condotti sui relatori pubblici. Questo spiega due cose:

  1. la prima, perché i bravi oratori parlano per immagini (portando esempi che fanno “vedere” ciò di cui parlano);
  2. la seconda, che l’apprendimento multisensoriale è molto più efficace di quando sfruttiamo solo uno dei nostri sensi.

Assistere, ad esempio, ad una presentazione ben fatta agevola l’apprendimento ma a condizione che siano opportunamente associate immagini a suoni. Molti relatori, tuttavia, espongono slide composte da gran quantità di testo che nessuno ricorderà mai, dal momento che per il nostro cervello le parole non esistono.

Allo stesso modo, molti insegnanti spiegano quello che dice il libro ma non raccontano storie. Cioè, non portano la classe all'interno dell'esperienza visiva che una storia racconta.

L'apprendimento multisensoriale

Per il nostro cervello esistono, dunque, solo immagini. Naturalmente, anche attraverso l’udito, captando rumori e suoni, fondamentali sul piano evolutivo, alla sopravvivenza della specie umana, il cervello raccoglie informazioni vitali dall’ambiente circostante. Ecco perché, la combinazione di vista e udito costituisce una fonte privilegiata di apprendimento multisensoriale. E,

Allenare la creatività

Il punto è che siamo tutti creativi, chi più e chi meno. Ma non ce ne rendiamo conto o non usiamo il potenziale della nostra creatività, a causa del frastuono che producono tutti i pensieri che attraversano il nostro cervello in ogni istante della nostra giornata.

Insights e rivelazioni, pur sollecitate dallo stimolo sensoriale, sono, infatti, come dice Estanislao Bachrach, “come un cellulare che suona nel bel mezzo di una festa: se il rumore di fondo è forte, non si riesce a sentirlo. Bisogna essere rilassati perché si abbassi il volume della corteccia, del frastuono, per poter ascoltare quel che dice l’inconscio”. Oppure bisogna immergersi volontariamente nell’esperienza creativa, come frequentare un corso di meditazione, di pittura, di arti terapie o studiare uno strumento musicale. O frequentare un corso sul Metodo Autobiografico Creativo per risvegliare le risorse creative sopite.

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gorilla invisibile attenzione
Crescita professionale

Il gorilla invisibile: mappe di salienza e controllo dell’attenzione

Sembra incredibile ma, se siamo assorti in qualunque impegno che prende tutta la nostra attenzione, potremmo non accorgerci neppure di un gorilla che attraversa il nostro campo visivo. E che a noi, pertanto, risulta invisibile. Molto dipende dalle mappe di salienza e dal modo in cui riusciamo a fissare e, soprattutto, a mantenere l'attenzione su di un certo oggetto o su di un compito specifico per un determinato periodo di tempo. Come funziona, allora, la regolazione dell'attenzione? Alla domanda risponde il risultato di una ricerca, pubblicata nel numero di marzo 2012 del mensile di psicologia e neuroscienze Mente & Cervello, condotta da Jean-Philippe Laschaux, ricercatore presso il Centro di Ricerca in Neuroscienze di Lione e autore del libro "Le cerveau attentif".

Siamo davvero attenti?

In linea di principio, tutti sappiamo benissimo cosa vuol dire fare attenzione e tutti ci consideriamo persone attente. Ma quando cerchiamo di interrogarci con precisione che cosa accada nella nostra testa quando dirigiamo l'attenzione verso un oggetto, una persona, un discorso, un'immagine o un'idea, il fenomeno diventa meno facile da spiegare. Probabilmente, la difficoltà maggiore risiede nel fatto che siamo contemporaneamente “padroni” e “schiavi” della nostra attenzione.

Riusciamo, infatti, a orientarla e focalizzarla su qualcosa ma spesso è solo questione di attimi, prima di essere attratti e catturati da eventi esterni. Chi riesce a dominare la propria attenzione, secondo questa ricerca, si dice che eserciti un controllo “dall'alto” o top-down: è quello che accade quando un individuo fissa deliberatamente la sua attenzione su di un obiettivo che egli stesso definisce. Se, viceversa, è l'ambiente esterno a catturare l'attenzione, si parla di meccanismo “dal basso” o bottom-up.

Le due diverse modalità si contendono

  • il controllo,
  • lo spostamento e
  • la conservazione dell'attenzione.

Comprendere i loro rapporti di forza è, pertanto, fondamentale per recuperare adeguatamente la nostra attenzione quando si focalizza dove non vorremmo. Il mondo visivo al di fuori del campo dell'attenzione appare, infatti, come un caos disorganizzato di forme e colori, in attesa che l'attenzione lo assembli sotto forma di oggetti.

Il gorilla invisibile

In un esperimento del 2010, divenuto ormai un classico, dal titolo "Il gorilla invisibile", lo psicologo statunitense Daniel Simons ha sottoposto ad alcuni soggetti la visione di un breve filmato nel quale un gruppo di persone giocava a basket. Senza che gli spettatori fossero avvisati, una persona travestita da gorilla compariva nel video, attraversava il campo da gioco, si fermava tra i giocatori, salutava e poi scompariva dalla parte opposta. Nel corso dell'esperimento, Simons ha potuto così osservare che la maggior parte degli spettatori non si accorgeva della presenza del gorilla quando veniva assegnato loro il compito di seguire attentamente la palla e contare il numero dei passaggi tra i giocatori.

Questo fatto sorprendente è spiegabile con il legame esistente tra

  • attenzione,
  • percezione e
  • memoria.

Un eccesso di informazioni

Il sistema visivo riceve continuamente, infatti, molte più informazioni di quante poi riesca effettivamente ad elaborarne. Evidenza da cui derivano due considerazioni.

  1. La prima è che, se il gorilla fosse stato dipinto di rosso, tutti l'avrebbero notato.
  2. La seconda è che, se i soggetti fossero stati avvertiti della presenza di un gorilla, tutti l'avrebbero individuato.

Nel primo caso, una caratteristica ambientale (il rosso) ha il potere di attirare l’attenzione degli spettatori.  Nel secondo, l'attivazione del concetto di ”gorilla” nel campo della coscienza degli osservatori guida la loro attenzione. Questa seconda riflessione, peraltro, rimanda al rapporto tra

  • intenzione (letteralmente, tensione verso l’interno) e
  • attenzione (letteralmente, tensione verso l’esterno).

Il processo di attenzione viene sempre innescato, infatti, proprio dall’intenzione. Cioè, da tensione verso l’interno, momento in cui

  • informazioni specifiche,
  • indizi particolari,
  • colori,
  • suoni o
  • forme,

provenienti dal mondo circostante, vengono inviate al nostro cervello nel modo in cui egli se le aspetta.

Per dirla con parole semplici, gli scienziati affermano che vediamo sempre quello che ci aspettiamo di vedere e che l’osservazione libera, aperta e oggettiva è abbastanza rara.

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Le mappe di salienza

Gli oggetti che appartengono al mondo intorno a noi catturano la nostra attenzione inizialmente con le loro caratteristiche fisiche: un oggetto che spicca per luminosità, colore, forma o movimento ci attira quasi naturalmente. E’ così che un oggetto viene definito “saliente”, come nel caso delle ciliegie mature su di un albero. Ma altri fattori possono contribuire a rendere saliente un oggetto, come, ad esempio, l'emozione che può suscitare. Ognuna di queste proprietà viene presa in considerazione dal cervello per costruire, istante per istante, una “mappa di salienza” del nostro ambiente.

Le mappe di salienza sono stabilite sulla base di proprietà visive come le discontinuità dell’immagine. Così,

  • discontinuità cromatiche,
  • un oggetto in movimento su uno sfondo statico,
  • zone più luminose

spiccano e catturano l’attenzione. La loro forza d'attrazione è di gran lunga superiore a quanto non accada per immagini

  • fisse,
  • statiche e
  • cromaticamente continue.

La lista della spesa

Il motivo è che proprio queste speciali mappe orientano e indirizzano lo sguardo e, di conseguenza, ciò che cattura l’interesse del nostro cervello. Tuttavia, se tutto potesse essere ricondotto ai meccanismi di funzionamento delle mappe di salienza, sarebbe impossibile, ad esempio, trovare sugli scaffali del supermercato il panetto di burro che abbiamo in mente di acquistare e abbiamo annotato nella lista della spesa.

Non è per niente detto, infatti, che la sua confezione abbia le caratteristiche che  lo rendono “saliente”.  Spesso, in effetti, proprio la confezione del burro è completamente bianca ma noi riusciamo a trovarla ugualmente in mezzo ad almeno altre dieci marche. Questo fatto dimostra che coesistono diverse influenze nel nostro cervello, le cui azioni congiunte e sincroniche guidano l'attenzione.

Nel caso in esempio, saranno quelle di tipo top-down che ci permetteranno di arrivare in fondo alla lista delle confezioni da acquistare. Più o meno allo stesso modo funziona tutto quello che ci colpisce dell'ambiente circostante, inclusi gli spot televisivi che, oggi più che mai, fanno leva proprio su questo principio.

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processo creativo
Crescita personale

Il processo creativo: come scocca la scintilla che fa vedere oltre?

Come funziona il processo creativo? Perché è sempre difficile produrre idee innovative e non convenzionali? La ragione per cui è sempre così difficile pensare cose nuove è che questa è una delle attività più dispendiose, in termini di energia, che il nostro cervello possa compiere. Ideare, infatti, nuove soluzioni alle sfide che ci vengono proposte non è né immediato né automatico. Anzi, richiede predisposizione, preparazione e intenzione. Dunque, un grande impegno a cui le nostre funzioni intellettive assolvono con un costante allenamento.

Le fasi del processo creativo

In realtà, esperti e studiosi del processo creativo sostengono, con Graham Wallas, che esso sia caratterizzato da cinque fasi:

  1. preparazione;
  2. incubazione;
  3. rivelazione;
  4. valutazione;
  5. elaborazione.

Durante la prima fase, quella della preparazione, siamo chiamati a definire l’obiettivo, la nostra sfida creativa: che cosa siamo chiamati a risolvere? Qual è il problema?

Definita la sfida, ci caliamo nella fase successiva, quella di incubazione, in cui si attivano le idee al di sotto del livello di coscienza.  In questa fase, lasciamo defluire idee e pensieri lungo un percorso lineare ma senza guidarle coscientemente, affinché inizino a stabilirsi dei collegamenti non abituali tra di essi. Questa tappa, in cui pure intervengono momenti di consapevolezza, è prevalentemente inconscia e, come tale, ritenuta quella più creativa e può durare istanti, minuti, giorni o anni.

L'insight o rivelazione creativa

Quando la natura associativa del nostro cervello collega qualche informazione inconscia con la nostra sfida e la porta a livello di coscienza, appare l’insight, la rivelazione. Pur comparendo dopo un periodo mediamente lungo di gestazione, secondo l’esperienza comune, è solo quando siamo veramente preparati e predisposti che giungiamo a rivelazioni importanti o creative, come accade a tutti coloro i quali lavorano duramente alla soluzione di un dato problema. La cosa più affascinante, tuttavia, è che spesso la soluzione arriva in un momento inatteso, proprio quando si è con la mente distanti dalla sfida stessa.

Ma il processo creativo non si esaurisce qui. Una volta avuta l’idea, infatti, essa va sottoposta a valutazione, sia la nostra che quella altrui, che determinerà se la strada trovata sia percorribile. Sottoporre l’idea creativa al giudizio permette, in effetti, di prendere distanza dalla stessa per poterla osservare meglio. E attribuisce all’intero processo creativo la dimensione sociale, collettiva, dal momento che, per la sua divulgazione, è richiesta anche la valutazione di terzi.

Del resto, perché l’idea si riveli giusta, vincente, esatta, essa dovrà superare critiche, giudizi e pregiudizi esterni che le attribuiranno il carattere di innovazione e creatività. Prendiamo ad esempio il caso di un’azienda che stimoli i creativi a ricercare una soluzione ad un dato problema. Se la soluzione trovata alla sfida creativa non supererà la fase di valutazione di colleghi e superiori, difficilmente potrà essere portata avanti. Ovvero, senza diventare collettiva, l’idea è destinata ad essere messa da parte.

L'elaborazione

Quando l’idea è pertinente, allora (e solo allora) si avvia la quinta ed ultima fase del processo creativo: l’elaborazione, quella che parte da una massa informe e che  richiede più tempo e più lavoro per essere trasformata nella risposta alla sfida. Edison diceva: «il genio è per l’1% ispirazione e per il 99% sudore».

Bisogna, insomma, perfezionare l’idea e questo richiede

  • diligenza,
  • competenze,
  • tempo,
  • perseveranza.

E solo quando avremo in mano il prodotto finito il processo creativo potrà dirsi concluso.

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La scintilla creativa

Ma come nasce la scintilla creativa? Come ci vengono in mente le idee? La creatività si nutre di idee e queste idee da qualche parte devono pur nascere. Diciamo, per semplificare al massimo il concetto, che, dal momento stesso in cui veniamo al mondo, ogni nostra esperienza, che ci arriva dall’ambiente circostante attraverso i sensi rimane impressa da qualche parte nel nostro cervello. Insieme a tutto ciò che che impariamo.

Questo bagaglio di informazioni compone quella che le neuroscienze chiamano memoria intelligente. Tali informazioni, che definiscono la nostra personalissima mappa della realtà, non sono immediatamente fruibili, data l’impossibilità  (e anche l’inutilità) di tenere sempre a disposizione (e, quindi, in memoria) il risultato dell’apprendimento di tutta una vita. Per questo, esso viene parcheggiato nell’inconscio.

La Teoria della memoria intelligente

E’ come se tutte le informazioni, apprese nel corso della nostra esistenza, venissero archiviate in tanti cassetti che si aprono ogni volta che la natura associativa del nostro cervello lo ritiene necessario. In questo modo i contenuti si combinano all’infinito, ogni volta in maniera casuale, generando sempre nuove connessioni e, dunque, nuovo apprendimento (Teoria della memoria intelligente di Eric Kandel).

Quando questo processo giunge al livello della coscienza nascono le idee. E se, per agevolarle, svolgiamo pratiche che spingono verso la creatività, è come se questi cassetti si aprissero più rapidamente, creando un maggior numero di connessioni e producendo le rivelazioni creative, gli insights. Accade

  • quando siamo rilassati,
  • durante un viaggio,
  • durante la pratica sportiva,
  • mentre ascoltiamo musica o pratichiamo l'arte,
  • quando siamo felici o ci divertiamo,
  • in tutti in casi quando siamo al riparo da fonti di stress.

Per dirla con un’immagine stereotipata, il gran numero di connessione che lo stato di benessere genera si traduce in una grande attività elettrica del cervello che così ha maggiori possibilità di accendere la lampadina delle (nuove) idee.

Tutte le idee si rivelano utili?

No, non  tutte. Ma ci permettono di selezionare quelle funzionali alla risoluzione delle nostre sfide, seguendo le fasi del processo creativo descritto. Certo è che, per essere creativi, bisogna trovarsi in un ambiente stimolante. Funziona così dalla nostra primissima infanzia fino all’ultimo giorno in un continuum di apprendimento di informazioni sotto forma di (sempre) nuove connessioni neurali.

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Crescita personale, Scuola

L’attenzione rubata: le nuove armi di “distrazione” di massa

Viviamo circondati da armi di distrazione di massa. E forse non ce ne accorgiamo: il traffico, i cartelloni pubblicitari, internet, lo smartphone che squilla e la radio sempre accesa. Con tutti questi stimoli rimanere concentrati diventa sempre più difficile. In che modo è possibile resistere alle mille distrazioni della vita quotidiana? Alla domanda risponde uno psichiatra dell'Ospedale Sainte-Anne di Parigi, Christophe André, con un articolo pubblicato in italiano a marzo 2012 con il titolo “l’attenzione rubata”.

La distrazione o furto d’attenzione

Nel suo lavoro, il medico francese sostiene che attrarre l'attenzione degli altri per ottenere qualcosa da loro è una strategia antichissima che tutti, più o meno coscientemente, mettono in atto. Dove ci sono interazioni, infatti, ci sono da sempre tentativi di influire sull'attenzione. Il fenomeno, quindi, non è affatto nuovo. Sembra, tuttavia, che la nostra epoca eserciti molta più pressione sull'attenzione di un tempo, al punto che gli studiosi catalogano comportamenti di questo genere, che hanno una distrazione continua come conseguenza, come “attacchi attenzionali” o “furti d’attenzione”.

La causa, secondo André (ma non solo, aggiungo),  è da individuare, prima di tutto, nella società materialistica. In questo mondo super produttivo, ci sono ormai più prodotti in vendita che acquirenti, il che crea una competizione feroce tra le aziende per catturare lo sguardo e, soprattutto, il cervello del potenziale cliente. Quindi, per attirarne l’attenzione, anche al costo di rubarla.

Ma, a furia di offrire la nostra attenzione a tutto, finiamo per cadere nella rete della perenne distrazione. Perché è impossibile prestare la stessa attenzione a tutti gli stimoli.

Il bisogno di essere sempre connessi

A ciò si aggiungano
  • l'iperconnessione tra gli individui,
  • la telefonia mobile,
  • l’impatto dei social,
  • la realtà aumentata e
  • ogni altro genere di strumento o stratagemma pensato per il consolidamento e l’allargamento dei legami sociali.

Questi inganni tecnologici, che spostano la realtà da un piano di concretezza alla virtualità, moltiplicano esponenzialmente le domande d'interazione, a detrimento della continuità di attenzione.

Siamo, dunque, sempre più soggetti a sollecitazioni della nostra attenzione in troppe direzioni, al punto da subire almeno altrettante interruzioni delle nostre attività. Richieste, intrusioni e, persino, effrazioni troppo spesso ci portano via la concentrazione da compiti complessi che facciamo fatica a riprendere subito dopo. Per forza, poi, siamo così distratti!

Le molte sollecitazioni, infatti, finiscono col prosciugare la nostra mente dei tre elementi vitali per il mantenimento delle capacità attenzionali:

  1. calma,
  2. lentezza e
  3. continuità.
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Distrazione e calo del benessere

Gli studi scientifici sulla tossicità dell'ambiente moderno, come fattore di rischio per l’attenzione, iniziati da alcuni anni, non rassicurano affatto. E questo nonostante la medicina e la psicologia dell'ambiente siano relativamente recenti.

Una delle principali conseguenze dell’eccesso di sollecitazioni, dicono le ricerche e le proiezioni, è la dispersione mentale. Uno studio condotto alla Harvard University ha evidenziato che più la mente si disperde, ossia è poco o per nulla coinvolta nelle attività in corso, più tende a diminuire il benessere soggettivo complessivo della persona.

Altro rischio che comportano gli ambienti iperstimolanti è la pressione di scelta, fenomeno studiato e così definito dallo psicologo statunitense Barry Schwartz. Nella sua ricerca, dal titolo "il paradosso della scelta", egli ha dimostrato come il progressivo calo del benessere soggettivo dei consumatori moderni sia direttamente  proporzionale all'aumento dell'offerta e della sua diversificazione. Cioè, più cresce l’offerta di beni e servizi e più essi sono diversificati, peggio stiamo.

Proprio perché l'eccesso di disponibilità

  • invade,
  • confonde e
  • distrae.

Distrazione nei luoghi di lavoro

Un recente rapporto della società statunitense Basex stima in un 28% i tempi di lavoro e i salari perduti a causa delle distrazioni. In effetti, tutte le ricerche condotte nei luoghi di lavoro portano nella stessa direzione: le interruzioni hanno un effetto deleterio sulle performance.

Nello studio Basex sono stati rilevati quattro tipi di interruzioni. Vediamo.

  1. Al primo posto, ci sono le interruzioni totali: sono quelle di cui è vittima chi abbandona un compito per dedicarsi ad altro.
  2. Seguono le interruzioni dominanti. Ad esempio, cercando informazioni su Internet ci si ritrova, di link in link, su pagine che non hanno più alcun legame con quelle che si stavano inizialmente cercando.
  3. Poi, c'è la distrazione volontaria.
  4. Infine, il rumore di fondo, quello in cui si sta, ad esempio, quando si lavora con la radio accesa.

C'è distrazione e distrazione

C’è, però, molta differenza fra la distrazione subita e quella volontaria. Cambia molto, infatti, alzarsi per andare a prendere un caffè, continuando a riflettere sul lavoro da fare, dal semplice bisogno di rilassarsi per alcuni minuti. La prima situazione può rivelarsi addirittura positiva.

Le interruzioni scelte, quelle volontarie, sostengono Atsunori Ariga e Alejandro Lleras, psicologi dell'Università dell'Illinois, possono, infatti, avere un effetto positivo sulle capacità attenzionali, al contrario di quello che accade con quelle subite.

Un dato finale: i due ricercatori hanno anche dimostrato che la durata delle interruzioni subite si è raddoppiata negli ultimi dieci anni e continuerà ancora ad aumentare, proprio per effetto del crescente ”sovraccarico digitale”.

Sta a noi decidere. Sapendo tutto questo, fare prevenzione si può.

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apprendimento creativo attenzione
Crescita personale, Scuola

Insegnamento creativo per un apprendimento multisensoriale

Prestiamo molta più attenzione a chi stimola le nostre capacità di apprendimento stimolando, prima di tutto, i nostri sensi. E' con quelli che decodifichiamo la realtà circostante.  Grazie all'azione dei sensi, quindi, scegliamo quale informazione trattenere e quale lasciare andare. Per questo il nostro livello di apprendimento è migliore se chi ci insegna qualcosa è così creativo da fornirci le informazioni nel modo in cui è più congeniale recepirle per i nostri sensi.

Emozioni e apprendimento

Modulare opportunamente gli stimoli diretti agli uditori di un'aula è retaggio dei relatori di successo. Chi parla in pubblico con sistematicità sa bene, infatti, che la comunicazione viaggia sull'onda delle emozioni che l'oratore riesce a trasmettere. E che, per mantenere viva l'attenzione della platea, la sua abilità dev'essere quella di agganciarne l'interesse, stimolando la sensorialità con gli aspetti emotivi di un discorso.

I contenuti vengono a ruota, dopo che egli si sarà sintonizzato con il pubblico sul canale della simpatia, del sentire insieme. Nel senso che l'oratore è efficace se riesce a far sentire agli altri le sue emozioni, in maniera tale che il pubblico comprenda quando egli crede a ciò che racconta e di cui intende convincere gli altri.

Un'informazione "ben confezionata" non può limitarsi, pertanto, al trasferimento passivo di notizie da una fonte emittente ad una stazione ricevente che ascolta e registra.

Fiducia e apprendimento

Che sia una relazione pubblica o una lezione in classe, ogni trasferimento di nozioni deve, pertanto, contenere più stimoli. Deve, cioè,

usando delle ancore sensoriali per tenere gli uditori incollati alle poltrone e motivarli ad apprendere. La prima dipende dall'energia e dalle emozioni che il relatore deve saper trasmettere ed è funzionale ad agganciare l'attenzione della platea. La seconda dipende dalla sollecitazione contemporanea di più canali sensoriali, attraverso i quali vengono agevolati apprendimento e assimilazione.

Perciò, se assistiamo ad una lezione dai contenuti interessanti ma tenuta da un relatore (o un docente, un formatore) che parla in maniera piatta, magari da seduto, mentre legge o commenta delle slides dense di contenuto, non apprenderemo granché. Il motivo è che il senso dell'udito, sovraccaricato di informazioni senza rinforzi emotivi, dopo pochi minuti mollerà la presa.

E noi inizieremo a vagare con i nostri pensieri, finendo altrove.

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Il formatore efficace e creativo

Se, viceversa, qualcuno ci parla con forza e convinzione, qualcuno che

  • ci racconta una storia,
  • ce la fa immaginare  e vivere,
  • ci parla in piedi, per far defluire le emozioni che prova mentre spiega,
  • alternando pause a momenti di enfasi,

l'attenzione dei nostri sensi sarà massima e l'apprendimento migliore. Nel caso di specie, stimolando vista e udito contemporaneamente, chi ascolta impara meglio e, soprattutto, trattiene quell'informazione molto più a lungo. Così, se l'insegnante usa la creatività durante la spiegazione in classe, diventa divertente anche la lezione di geografia (badate bene: è solo un modo di dire!), perché stimolerà i sensi e l'immaginazione degli uditori.

Proprio la stimolazione dell'immaginazione, infatti, spinge a ricordare e ad apprendere, perché stimola forme diverse d'intelligenza, a cui i destinatari eterogenei hanno accessi diversi.

Al contrario, le sole parole, dopo poco tempo, vengono dimenticate. Per questo i più imparano a memoria ma non assimilano: il "come" è sempre più importante del "che cosa" si dice.

L'apprendimento come strategia

Oggi, grazie agli studi di Richard Mayer, un importante esperto in apprendimento e memoria, sappiamo che impariamo di più e meglio se le informazioni che ci pervengono sono integrate e associano contemporaneamente stimoli sensoriali diversi. Con questo contributo sulla multisensorialità dell’esperienza, possiamo sperimentare ogni giorno che apprendiamo meglio, ad esempio, nel corso di una presentazione se:

  • i testi (le parole) sono associati alle immagini;
  • testi e immagini sono presentati contemporaneamente (e non in successione);
  • parole e immagini sono ravvicinate spazialmente tra loro.
  • gli argomenti non pertinenti (o già trattati) vengono espunti;
  • l' animazione (a video) di  un discorso e la narrazione sono contestuali.

Purtroppo, quello che apprendiamo nel corso di una lezione o di una presentazione lo dimentichiamo quasi subito. Nel giro di un mese, senza ripetizione, i concetti appresi saranno dimenticati al 90%. Ma questo è un processo naturale di sopravvivenza, poiché non potremmo vivere tenendo a memoria ogni informazione acquisita. Per questo, apprendere bene aiuta a conservare ciò che attira la nostra attenzione nei cassetti della nostra memoria (Teoria della memoria intelligente di Eric Kandel) per rendere disponibili quelle informazioni per i futuri utilizzi (e per gli insight creativi che verranno, grazie alla natura associativa spontanea del nostro cervello).

Anche l’apprendimento, al pari di altre competenze, è, dunque, il risultato di una strategia.

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emisfero sinistro ascolto musica
Arti Terapie

E’ l’emisfero sinistro che ci permette di percepire il senso della musica

Nell'emisfero sinistro, secondo le ricerche, è localizzato il senso della musica. Ma non tutti percepiscono gli eventi musicali allo stesso modo. Perché? In un articolo precedente mi sono occupato della ricerca del centro cerebrale della musica. Ma, separando la specificità dei due emisferi cerebrali, in base a quale sia quello dominante in ognuno, nell'ascolto analitico o complessivo, è apparso chiaro che non esistono condizioni universali che siano comuni a tutti. Anche perché, lo sviluppo di quel centro della musica sembra molto differente in chi possiede chiare competente musicali, rispetto ai neofiti o a chi ne sia del tutto digiuno.

Tra musica e terapia

Dal punto di vista neurofisiologico, la meccanica dell’ascolto musicale è chiara e comune a tutti. Per decodificare le onde sonore come musica abbiamo bisogno dell’apparato sensoriale dell’orecchio e dei suoi collegamenti con il cervelletto e con la corteccia uditiva.

Detto questo,

  • le  capacità di decodificare la musica dipendono dalle competenze musicali di ognuno;
  • la somma di tutte le esperienze musicali dell’individuo ne influenzano il modo di percepire la musica;
  • le emozioni provocate dalla musica la rendono ancora più personale e soggettiva.

Quindi, si allontana l’idea che la musica, come impropriamente sostengono alcuni, possa sostituire o essere essa stessa una terapia. Lo è, in effetti, ma nel modo corretto in cui, in tal senso, si esprime certa Musicoterapia, quella ad orientamento psicodinamico, ad esempio. Altre correnti sostengono tuttavia che la Musicoterapia abbia diritto di essere annoverata tra le professioni sanitarie, viceversa, proprio sulla scorta delle evidenze che spiegano i suoi effetti sull’organismo.

Pertanto, adesso che è più chiaro che lo stesso effetto ottenuto con una persona non può essere replicato con certezza scientifica anche con altre, data la complessità del processo delle informazioni musicali, se ne apprezzano le evidenze che rendono efficace una terapia ad personam. Senza la velleità che si possa arrivare a farne una scienza esatta.

Alla domanda se, dunque, esista un centro della musica la risposta è sì, dal punto di vista neurofisiologico. Ma, dal punto di vista psicologico, esso si sposta lungo tutta l’esperienza musicale di ogni singolo individuo.

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Emisfero sinistro e senso della musica

Le indagini di matrice neurofisiologica, fondate su dati clinici e sperimentali, hanno confermato l'esistenza di un centro cerebrale della musica. Più difficile è localizzarlo. La conclusione che più si avvicina alla verità è che esso, nei destrimani, ha sede nell’emisfero sinistro, in corrispondenza con i centri del linguaggio.

Il linguaggio, infatti, ha un ruolo di primo piano in musica per diverse ragioni.

  • Esistono strette interconnessioni con la lettura e la scrittura musicale.
  • Il linguaggio interviene nel riconoscimento di un’aria cantata (limitatamente a titolo, nome del compositore e movimenti dell’opera).
  • E' fondamentale nella percezione dei ritmi.
  • Ha un suo ruolo fondamentale nella conservazione dei ricordi di natura musicale. Mettendo a confronto test di musicisti con test di non musicisti, si nota, ad esempio, che nell’emisfero sinistro si registra una maggiore attività elettrica (neuroni in funzione) nel caso dei musicisti, il cui atteggiamento spontaneo rispetto all’ascolto è analitico, contro un ascolto complessivo dei non musicisti.

Il recettore della musica

In tutto questo, anche l’emisfero destro ha il suo ruolo. Anche se è, più specificamente, quello di “recettore” della musica. Cioè, con l’emisfero destro noi captiamo le melodie. Tale capacità, infatti, resta intatta nel caso di lesioni nell’emisfero sinistro, con conseguente alterazione delle funzioni del linguaggio. A dimostrazione, del fatto, quindi, che l’emisfero destro è un supporto di un ascolto complessivo, prevalentemente impegnato nell’afferrare le linee melodiche di un brano, al di là del suo coinvolgimento prevalente nella decodifica della portata emozionale del messaggio.

Secondo gli studi di Eckart Altenmuller, Gundhild Liebert e Maria Schuppert, dunque, l’emisfero cerebrale destro permetterebbe:

  • il riconoscimento di semplici arie;
  • il riconoscimento di melodie familiari, tonalità e timbri di strumenti;
  • la riproduzione del canto nella sua espressione melodica e nella modulazione della voce (mentre non interviene nella riproduzione delle parole dello stesso canto);
  • l’apprendimento di nuove arie e la loro riproduzione.

L'apprendimento musicale

Sentire, ascoltare e capire, sono i tre “percorsi” dell’apprendimento musicale permessi dall’organizzazione del nostro sistema nervoso centrale. E questo vale per tutti, indipendentemente dal livello delle competenze musicali. È per questo che lo studio dei dati neurofisiologici, basato sugli effetti cerebrali degli ascolti musicali, conduce alla conclusione dell’esistenza di centri universali della musica. Ogni essere umano che abbia un sistema nervoso centrale integro, ha, infatti, la stessa possibilità di recepire il messaggio sonoro. Se la musica fosse soltanto un linguaggio codificato secondo caratteri analizzabili a livello dei centri nervosi, solo i soggetti di un medesimo livello culturale farebbero registrare lo stesso livello di recettività. Ma la musica è linguaggio degli affetti e funziona con tutti.

Certo, però, che una cosa è la neurofisiologia dell’ascolto della musica, altra cosa sono i dati psicologici che permettono di capire perché la ricettività differisce da un soggetto all’altro. I suoni, le vibrazioni trasmesse dall'orecchio alla corteccia cerebrale si trasformano in emozioni in tutti gli esseri umani. Eppure l’intensità e la natura di queste risposte non saranno uguali per tutti i soggetti sottoposti all’ascolto di uno stesso brano musicale.

Cioè, potrebbero esserlo ma

  • non è un regola che lo siano, anche se i soggetti hanno la stessa cultura musicale;
  • è molto più facile che le risposte siano differenti.

Effetti diversi della musica sul cervello

Così,

  • un soggetto in perfetto stato di rilassamento muscolare, tradurrà la sua emozione in immagini visive.
  • Un altro sarà pervaso da sensazioni di astratta bellezza.
  • Ad un terzo affioreranno ricordi, mentre
  • ad un quarto verrà spontaneo muoversi al ritmo di quella musica.

Da queste differenze tra individui deriva il tipo di recettività che rende unica e personale l’esperienza musicale. Come unica e personale è la musicoterapia che si rende necessaria nel caso di interventi riabilitativi e terapeutici.

Se, dunque, è vera l'affermazione "a ciascuno la propria musica", è altrettanto vera quella secondo cui "a ciascuno la propria musicoterapia". Conosciamo, infatti, le premesse scientifiche alla musica che cura. Bene: declinarle in base al gradimento e all'esperienza personale amplifica gli effetti di interventi mirati per il benessere delle persone.


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