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Scuola

Apprendimento: la noia danneggia il potere creativo del cervello

La noia inibisce l'apprendimento. Che c'è di peggio, infatti, di un relatore, di un formatore o di insegnante noioso? La noia, come la rabbia, la vergogna, la colpa e la paura, sono tra le emozioni distruttive perché inibiscono le capacità creative del cervello. In questo modo l'apprendimento si rivela inefficace. Lo dicono le neuroscienze. Se nel processo di formazione, educazione, istruzione non vengono coinvolte le emozioni positive, parte dei circuiti che permettono di memorizzare le nozioni restano  inattivi. Ad esempio, l’amigdala, ghiandola del cervello, situata nei circuiti limbici, che gestisce le emozioni (e, in particolar modo, la paura), che funge da filtro dei dati che immagazziniamo nell’ippocampo. Archiviare informazioni con una forte valenza emotiva, infatti, rende più facilmente recuperabile dalla memoria implicita quell’informazione che potrà essere reimpiegata all’occorrenza. Invero, accade anche con le forti emozioni negative ma, per ragioni evolutive che spingono il cervello a rifuggire le sensazioni spiacevoli, tutte le informazioni associate a emozioni negative vengono percepite come dolorose e messe da parte. Continua a leggere

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Scuola

Non valutare il pesce da come si arrampica sugli alberi

In un video che è divenuto virale sul web, un noto attore porta sul banco degli imputati, davanti ad una giuria, la scuola e il sistema educativo per vederli condannare a risarcire gli ingenti danni inflitti alla popolazione studentesca e, per estensione, agli adulti di oggi. Il motivo? La scuola prepara al passato, invece che al futuro. E uniforma l'educazione, non meno di quanto uniformi le anime. Questo articolo è la trascrizione di una stupefacente arringa, arricchita, naturalmente, da un minimo di considerazioni personali. A beneficio di chi se lo fosse perso...

La scuola che crea robot

Albert Einstein una volta disse che ognuno di noi è un genio ma che, se giudichiamo un pesce dalla sua capacità di salire su di un albero, lui vivrà tutta la sua vita credendo di essere uno stupido. Ecco, da un bel po’ di tempo a questa parte, è come se la scuola chiedesse ad ognuno dei suoi studenti di essere un pesce ma contemporaneamente arrampicarsi sugli alberi.  È così, in fondo, che

  • la scuola trasforma milioni di persone in robot. Perché i ragazzi sono messi a nuotare in un acquario contro corrente ma senza che riescano a trovare i loro talenti.
  • le persone si convincono di essere stupide.

Il sistema educativo, al contrario, dovrebbe

  • incoraggiare l’autonomia,
  • favorire l’indipendenza,
  • sostenere la libertà di pensiero e
  • la scoperta dei talenti
  • In una parola, la scuola dovrebbe fornire un assist alla creatività dei ragazzi.

Poiché non accade, si producono ogni anno masse di menti chiuse, stereotipate e livellate verso il basso, che assolvono a grande fatica all’obbligo formativo, di fatto imparando a memoria e pregando che il tempo passi in fretta.

Non c'è più il futuro di una volta

Pensiamo quello che è successo dello studio, dell'evoluzione e del progresso. La tecnologia è cambiata, le auto sono cambiate ma, se osserviamo le foto delle aule scolastiche di un secolo fa, scopriamo che esse sono organizzate nella stessa identica maniera delle aule di oggi. Questo significa solo una cosa: la scuola non ha seguito lo stesso livello di evoluzione del resto del mondo che è profondamente cambiato.

Parimenti, i nostri ragazzi che seguono gli stessi programmi curricolari erogati sempre nella stessa identica maniera.

  • E così, dunque, che la scuola intende preparare le nuove generazioni al futuro?
  • O non è piuttosto vero che la scuola prepara per un futuro che è molto diverso da quello a cui si preparavano i nostri nonni e genitori?

Per questo, è più corretto dire che la scuola di oggi prepara ad affrontare un passato che non esiste più.

  • Le aule oggi come ieri sono disposte in file rettilinee ben ordinate e organizzate.
  • I ragazzi alzano la mano per chiedere la parola e, in otto ore di impegno scolastico, hanno la stessa breve pausa per rigenerarsi tra le lezioni.
  • Ma quel che è ancora più grave e che la scuola ancora oggi impone ai ragazzi quello che devono pensare e il modo in cui devono pensarlo.

Il tutto per ottenere un voto elevato. Il punto è che non abbiamo più bisogno di automi che pensano nella stessa maniera perché  il mondo è cambiato, è progredito e ha bisogno di persone in grado di pensare, che non chiedano costantemente di essere assistite nel lavoro personale per incapacità di rendersi autonome.

Generatori di dipendenza

E’ a questa mancanza di autonomia e a questa forma di subdola dipendenza, infatti, che la scuola oggi prepara. Non meravigliamoci, allora, che i giovani non riescano a trovare, ciascuno per sé, la propria strada.

  • Serve creatività,
  • serve indipendenza, autonomia, capacità di problem solving
  • Servono, in altre parole, competenze che i nostri ragazzi non hanno per demerito inconsapevole di un’istituzione scolastica vecchia e superata.

Se, infatti, le scienze oggi affermano che non esistono due cervelli uguali, perché mai la scuola si ostina a erogare una formazione stereotipata, cioè tarata su di una uniformità di

  • cervello,
  • mente e
  • pensiero

che, di fatto, è sconfessata da qualsiasi studio scientifico?

E’ come costringere tutti ad indossare l'abito di una stessa, unica misura. E' come pensare di plasmare le menti con una formina che vuole ottenere a tutti costi lo stesso stereotipato risultato. Purtroppo, però, il risultato è proprio questo: i ragazzi si comportano tutti nella stessa maniera, parlano nella stessa maniera e soltanto in pochi emergono.

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La negazione dell'unicità

John Ford sosteneva che c'è progresso solo quando esso appartiene a tutti. Ma non mettere ognuno nella condizione di progredire vuol dire non tenere conto della sua unicità, della sua differenza rispetto agli altri. E del suo personale modo di accedere alle risorse interne.

  • In che modo la scuola tiene conto di tutto questo?
  • Come giudicheremmo un medico che prescrive a tutti lo stesso farmaco?
  • Che cosa penseremmo di lui se intendesse curare con l'aspirina il mal di testa come il cancro?

Il risultato sarebbe tragico e tutti allontanerebbero un medico di questo genere. Ma, in fondo, non è quello che fa la scuola? Perché è esattamente quello che accade.

Attenzione! Non si tratta di cercare colpevoli ma di individuare le responsabilità ed intervenire su di esse per migliorare le cose.

  • Se, infatti, è giusto personalizzare una cura,
  • un abito sulla taglia che ciascuno indossa,
  • se ognuno può personalizzare a proprio piacimento la pagina del proprio social network,

allora è contemporaneamente giusto e sacrosanto che la didattica venga personalizzata sulle risorse e sui bisogni di autonomia della persona.

Una classe è, infatti, una piccola società in cui ci sarà il futuro professionista, il futuro imprenditore, l'operaio ed il disoccupato (i dati parlano chiaro). Persone che hanno

  • talenti diversi,
  • desideri diversi,
  • sogni diversi,
  • risorse personali diverse

come possono studiare le stesse materie e performare nella stessa maniera?

Personalmente, ne ho già parlato quando ho definito l'apprendimento multisensoriale creativo nel progetto d'introduzione dell'ora curricolare d'intelligenza emotiva in classe. Dal mio punto di vista, la risposta ai mali della scuola del nostro tempo.

Assolvete gli insegnanti!

Gli insegnanti non c'entrano con tutto questo. Essi svolgono il compito più importante al mondo ma sono sottopagati per il ruolo fondamentale che ricoprono nella nostra economia globale. Sono demotivati, vessati, oberati di lavoro.

  • Chi si occupa del loro benessere? Nessuno.
  • E come sono giudicati dalla società?

Un tempo erano una casta di menti elette. E lo sono. Ma sono ancora visti così? Piuttosto, oggi sono visti come persone che non hanno altra scelta nella vita che rifugiarsi nel grigiore di una classe (che nemmeno li riconosce più per il loro ruolo).

Gli insegnanti non vengono tenuti nella giusta considerazione in quanto persone, ciascuna con le proprie fragilità da curare e preservare, in quanto responsabili dell'avvenire della nostra società. Il loro è il lavoro più importante al mondo, inutile nasconderlo.

Tuttavia, essi operano e agiscono in un sistema che non offre loro alcuna scelta, tantomeno diritti. I corsi di studio sono scelti dalla classe politica che non ha mai passato una sola ora in un'aula di formazione, in una scuola, ad insegnare la conoscenza a ragazzi ossessionati da

  • test,
  • esami,
  • prove di ammissione.

Come se il futuro dei ragazzi dipendesse da lì.

Le anime non possono essere omologate

  • Garantire l'autonomia,
  • perseguendo talenti e
  • seguendo le inclinazioni personali.

Questo dovrebbe essere il compito della scuola. E gli insegnanti andrebbero messi nella condizione di concentrarsi su questo. Ma, per farlo, dovrebbero possedere i mezzi per arrivare all'anima dei ragazzi. Questo dovrebbe essere il lavoro degli insegnanti in ogni classe.

La matematica, la letteratura, la geografia, la storia sono indubbiamente importanti ma contattare l'anima dei ragazzi e le loro emozioni lo è ancora di più.

Solo che non sta scritto in grassetto nei programmi ministeriali della didattica scolastica.

Questa è la strada giusta, perché è solo così che ogni talento avrà la sua opportunità.

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Scuola

Il dialogo genitori-insegnanti per una holding educativa di successo

Un estratto dall'ebook Emozioni e relazioni a Scuola di Ilaria Caracciolo (Ed. Circolo Virtuoso), ancora una volta ospite sul mio sito,  pone l'accento sull'importanza della holding educativa, basata sul dialogo insegnanti-genitori per concordare le migliori strategie educative congiunte nell'interesse della crescita armonica dei ragazzi. Un ulteriore tassello a sostegno della tesi dell'urgenza dell'introduzione dell'ora curricolare d'intelligenza emotiva in classe, finalizzata al benessere dell'insegnante e all'apprendimento multisensoriale creativo degli studenti.

Il dialogo genitori-insegnanti

Fondamentali al buon divenire della vita scolastica sono, senza dubbio, gli attori (tutti principali, non essendovene di secondari) della relazione educativa e dei processi di apprendimento e crescita:

  • gli insegnanti e
  • i genitori degli allievi.

Ultimamente - afferma Ilaria Caracciolo nel suo testo - mi è capitato di parlare con una mamma di un bambino che frequenta la prima classe elementare. Mi ha raccontato che il bambino per un mese non era stato coinvolto in una serie di attività scolastiche poiché non aveva i giusti sussidi (quaderni e particolari attrezzi di lavoro) e che lei si era trovata a doversi lamentare con le insegnanti per non aver ricevuto una corretta informazione in merito. Banalmente le ho domandato: “Ma quando vi siete incontrate in altri momenti non potevano far presente il problema?”.

La risposta che ho ottenuto mi ha lasciato molto perplessa. Nella Scuola in questione si è adottata la regola di evitare che i genitori abbiano modo di parlare con gli insegnanti, se non in occasioni formali (colloqui, richiami formali, ecc.). Questo perché l’anno precedente alcuni avevano lamentato dei favoritismi nei confronti dei figli di quelle mamme che “parlavano di più con le maestre e ne erano diventate amiche”!

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Fine di un paradosso?

Ma, se i genitori e i docenti non si incontrano per parlare tra di loro, come è possibile restituire ai bambini un'immagine integra ed unitaria rispetto a chi si occupa di loro? Come è possibile immaginare una continuità tra esperienza scolastica e familiare?

  • Come può un insegnante conoscere fino in fondo il bambino che ha innanzi senza avere informazioni su chi è lui al di fuori della scuola?
  • Come può un genitore instaurare un clima di serena fiducia nei confronti di chi ha il delicato compito di aiutare suo figlio a diventare un adulto?

Una situazione simile a questa sembra invece foriera di incomprensioni (come anche raccontato dalla signora alla quale facevo riferimento), di un clima sfiducia e di delega all’altro. E non è certo di questo che i nostri bambini hanno bisogno.

Insomma, chissà se, con l'auspicata introduzione dell'ora curricolare di Intelligenza Emotiva nelle classi della scuola italiana, questo enorme paradosso avrà fine.

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arteterapia a scuola per apprendere e motivare
Arti Terapie, Scuola

Case study: l’arteterapia a scuola per motivare ad apprendere

G. ha 11 anni, frequenta la prima media di un Istituto Comprensivo di un piccolo paese della provincia tarantina. Il passaggio alla Scuola Media appare in un primo momento positivo. G. è bene integrato nel suo gruppo classe, formato per circa il 40 % da compagni che avevano condiviso con lui anche gli anni della Scuola Elementare. Dopo i primi colloqui (che i genitori riportano di aver percepito in maniera positiva) avviene un’inversione di rotta. G. comincia ad allontanarsi dal gruppo, anche dai suoi amici. Il suo rendimento scolastico cala, mentre i genitori non rilevano particolari cambiamenti sul piano emotivo e comportamentale del ragazzo a casa. Osservano che G. ha meno voglia di parlare della Scuola, ma imputano il fatto al passaggio evolutivo legato alla fase preadolescenziale. Basandosi sulla stessa convinzione, accettano senza troppe preoccupazioni un abbassamento del rendimento di G., che viene comunque valutato dagli insegnanti come sufficiente.

Arteterapia in classe

L’anno successivo, già fin dai primi giorni di Scuola, c’è un peggioramento della situazione. G. non vuole più conferire alla lavagna, ha una postura accasciata, è distratto, comincia ad avere problemi di concentrazione e memorizzazione e ne parla con i suoi genitori.

Nella Scuola è attivo uno sportello di ascolto presieduto da una Psicologa ed una insegnante dell’Istituto. I genitori si rivolgono a loro che, unitamente al Dirigente Scolastico, decidono di attivare una serie di incontri di gruppo condotti con la metodologia dell’Arteterapia Plastico Pittorica nella classe di G., nella quale c’erano stati precedentemente anche altri problemi di elevata rivalità tra alcuni membri, che aveva fatto vivere momenti di tensione all’interno delle ore scolastiche.

L’intervento viene progettato partendo dalla rilevazione della necessità di favorire un cambiamento nei modi relazionali e comunicazionali all’interno del gruppo classe. Questo si pensa possa aiutare la classe a superare l’empasse conseguente alle forti rivalità interne ed, al contempo, una ritrovata capacità di vicinanza emotiva tra i ragazzi può avere una ricaduta positiva su G., aiutandolo a ritrovare il piacere dello stare insieme e del cooperare per ottenere sempre nuovi risultati, anche in termini di apprendimento.

Parallelamente, le due referenti dello sportello organizzano una serie di tre incontri consecutivi dei docenti del Corso in questione per promuovere uno spazio di riflessione sull’esperienza di quella classe ed, in particolar modo, sui vissuti emotivi di ciascun insegnante  rispetto a quel contesto.

Il lavoro nei gruppi

I gruppi, per i primi tre incontri, procedono parallelamente.

È attivo un lavoro su almeno due versanti differenti.

  1. Il primo è quello della razionalità e della focalizzazione sugli aspetti pratici e coscienti delle problematiche della vita scolastica, rilevabile dal contenuto delle verbalizzazioni e produzioni grafico pittoriche dei gruppi.
  2. L’altro versante, osservabile attraverso la lettura delle dinamiche createsi durante gli incontri, è relativo al piano dei meccanismi inconsci attivati dalla relazione educativa e, per ciò che riguarda i docenti, dal contatto con le peculiarità, quando non le problematiche, dei ragazzi.

I ragazzi  lavorano sulla comunicazione circolare, sul senso di autostima necessario a relazionarsi agli altri, sulla condivisione emotiva e sulla sospensione del giudizio verso l’altro, temi fondamentali per la risoluzione dei conflitti nati all’interno del gruppo.

Gli insegnanti verbalizzano le loro difficoltà nella relazione tra di loro e con i genitori dei loro allievi. Tecnicamente lamentano un gran dislivello tra le competenze in entrata dei diversi ragazzi ed un’incapacità di gestire le diversità a causa della mancanza di sussidi scolastici adeguati e tempo a disposizione.

Necessità condivise

Da entrambe le parti viene sottolineata la mancanza di sufficienti momenti di discussione di tematiche collaterali all’attività didattica e, nei momenti in cui questo avviene, all’origine delle discussioni e come tema centrale di esse vengono posti problemi scolastici di taluni ragazzi o svogliatezze e lentezze dell’intero gruppo.

La metodologia adottata per l’intervento prevede la produzione, alla fine di ogni incontro, di materiale a scelta tra: cartelloni o disegni su grande foglio (2,5 x 6 mt), piccoli video o raccolte fotografiche, presentazione in Power Point. Viene organizzato un ultimo incontro per entrambi i gruppi, in cui, a ciascun gruppo di lavoro, sono presentate le produzioni dall’altro.

Gli insegnanti presentano due cartelloni con collage e scritte esplicative delle fondamentali questioni emerse durante il lavoro ed un grande foglio con la rappresentazione grafica della loro scuola (come immaginano fosse 100 anni fa, come è ora, come sarà tra 100 anni).

I ragazzi decidono autonomamente, invece, di preparare una breve presentazione in Power Point che viene mostrata ai docenti.

Nell’ultimo incontro, sia ai ragazzi che agli allievi, viene fatta richiesta di provare a lavorare con lo strumento utilizzato dall’altro gruppo per pervenire ad una o più possibili proposte per risolvere le questioni problematiche emerse durante gli incontri precedenti.

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La creatività dei ragazzi

Gli allievi, ritagliando e incollando parti dei cartelloni e del grande dipinto creati dai loro insegnanti e integrandolo con altri ritagli di giornale e parti colorate, decidono di riprodurre una pianta bidimensionale della loro classe, proponendo nuove geometrie e dinamiche relazionali.

Gli insegnanti, con l’ausilio di una fotocamera digitale, riproducono scene in cui si evidenzino le dinamiche positive veicolate dalla comunicazione circolare, da un atteggiamento di ascolto e rispetto dell’altro, da una buona capacità empatica e di condivisione emotiva delle esperienze e dei vissuti. Il materiale viene successivamente montato in una presentazione in Power Point.

Il materiale così ottenuto viene ora condiviso da tutto il gruppo in una sessione plenaria in cui sono stati invitati anche i genitori degli allievi della classe. Ciò che emerge nella discussione successiva è orientato al tentativo di definire l’origine del problema per rimandare al lavoro in classe la risoluzione dello stesso. Emergono vissuti di difficoltà dei ragazzi (soprattutto di quelli che provenivano dalla stessa classe elementare) rispetto alla differenza percepita tra l’atteggiamento degli insegnanti della scuola elementare (che gli allievi continuavano ad incontrare, data la copresenza dei due gradi di scuola all’interno dello stesso Istituto Comprensivo) e quelli della scuola media.

Le fantasie emergenti

I secondi erano descritti, rispetto ai primi, come più incostanti nel mostrare interesse verso il lavoro dei singoli ed i ragazzi. Emergeva la fantasia degli alunni rispetto alle possibili ritorsioni di cui sarebbero stati vittime qualora si fossero aperti agli insegnanti parlando delle loro difficoltà. Gli insegnanti delle elementari erano descritti non come più comprensivi, bensì come più vicini, anche fisicamente, ai loro allievi.

Una ragazzina, ad esempio, ricordò l’abitudine di recarsi alla cattedra a raccontare alla maestra, in forma privata,  alcune scoperte o esperienze fatte durante il fine settimana trascorso con i genitori. Disse che questo la faceva sentire importante e che aveva, in quelle occasioni, l’impressione che la maestra si occupasse solo di lei, descrivendo così una situazione nella quale lei aveva potuto sperimentare un senso di appartenenza maggiore alla classe proprio perché le era stato concesso uno spazio privato.

Questo, ad esempio, è uno degli errori più frequentemente commessi in ambito scolastico: si pensa, erroneamente, che per favorire una buona integrazione tra gli allievi sia necessario parificare l’atteggiamento nei confronti di ciascuno per evitare che si possano fraintendere preferenze ed agevolazioni. In realtà è necessario che un insegnante sappia differenziare non solo l’offerta formativa, partendo dalle competenze e possibilità di ciascuno, ma anche l’atteggiamento emotivo nei confronti dei diversi alunni.

Io ti vedo e ti riconosco

Concedere a chi ha più bisogno di condivisione emotiva degli spazi in cui sperimentare una relazione più stretta significa affermare “Tu ci sei. Io ti vedo e rispondo alle tue necessità” e questo non è solo una grande possibilità per quel bambino, bensì per tutti quanti i bambini di quella classe. Essi potranno pensare “Chi si occupa della nostra educazione è attento ai nostri bisogni. Questo è un buon posto in cui crescere”.

A favore dei nuovi insegnanti, i ragazzi spesero parole descrivendoli come dotati di una maggiore formazione e conoscenza rispetto a quelli delle classi inferiori, affermando di essere ben felici di affrontare compiti anche più difficili rispetto a quelli che erano solitamente abituati a svolgere, se sicuri che un eventuale fallimento non sarebbe diventato un motivo di punizione.

Gli insegnanti, dal canto loro, assunsero una posizione rassicurante e contenitiva. In particolare, rivolsero i loro interventi e le loro proposte per migliorare la situazione,  la maggior parte delle volte, verso gli allievi, e non solo verso i loro genitori come avveniva normalmente durante i colloqui. I genitori intervennero poco, era come se fossero diventati dei testimoni di ciò che stava accadendo. Al tempo stesso funzionavano per i ragazzi da tranquillizzatori, poiché essi percepivano un clima maggiormente familiare ed informale, contro il clima istituzionale e formale solito, da loro lamentato.

Cambiare prospettiva

Come si può evincere dal racconto di questa esperienza, la forza promotrice di un cambiamento di prospettiva nelle relazioni interpersonali a Scuola può emergere se giustamente sollecitata. L’aspetto maggiormente significativo ed efficace di questo breve progetto è stata l’ideazione di un intervento che vedesse coinvolte, in diversi momenti e con diverse modalità, le varie parti coinvolte nella relazione educativa:

  • docenti,
  • discenti e
  • genitori.

Inoltre, si è così agito sulla particolare situazione di G., leggendo e trattando il suo malessere come espressione di un malessere condiviso del suo gruppo di appartenenza e non stigmatizzando le sue difficoltà come singolo individuo.

Infine, la metodologia utilizzata, già in fase di progettazione era stata immaginata come una possibilità di avvicinamento non solo tra mondi emotivi differenti, bensì anche tra strutture mentali e caratteriali differenti. Lo scambio del mezzo espressivo ha, nella pratica, avvicinato i due gruppi di lavoro, promuovendo una presa in carico delle capacità e delle visioni altrui al fine di pervenire a nuovi risultati.

Esistono, in fondo, molte analogie tra questa esperienza ed il senso stesso, oltre che la pratica, dell’insegnamento.

Fonte: ebook Emozioni e relazioni a Scuola di Ilaria Caracciolo (Ed. Circolo Virtuoso).Continua a leggere
Scuola

Il mal di scuola: nuove risposte dalla relazione docente-discente

Thomas Edison, Giacomo Puccini, Paul Cezanne, Albert Einstein, Thomas Mann, il profeta indiano Tagore, Daniel Pennac. Questi solo alcuni dei personaggi famosi dalla quale biografia è possibile evidenziare una qualche forma di “mal di scuola”, quasi in tutti i casi per motivi relativi all’incomprensione degli insegnanti della particolaritàche caratterizzava i loro piccoli allievi o perl’inadeguatezza del metodo proposto alle loro aspettative enecessità.Esistono addirittura delle malattie acquisite per il solofatto di andare a scuola, come la scoliosi e la miopia e tuttauna serie di malattie psicosomatiche, come disturbi digestivi,mal di testa, ansia e disturbi del sonno (incubi,enuresi ecc.).Sembrerebbe che, in alcuni casi, anche i bambini piùdotati e creativi rischino di incorrere in problematiche chescaturiscono dalla loro permanenza nell’Istituzione scolasticasempre meno rispondente alle loro vere e profondenecessità. Il più delle volte, il gap tra necessità degli alunnied offerta formativa si crea a causa della necessità digestire, in una maniera che sia semplice, economica e rassicurante,classi composte da un grande numero di allievi,con poco dispendio in termini di risorse economiche edenergie psichiche. Questo fa sì che i bambini si trovino asopportare situazioni che anche un adulto avrebbe difficoltàa reggere, e questo non può che comportare una progressivasfiducia dei più piccoli nei confronti del mondoadulto.Inoltre, questo scenario è peggiorato dalle difficoltà digestione delle due fondamentali dimensioni del tempo edello spazio. Gli insegnanti sono spesso affannati nelcompito di assolvere a tutte le varie richiestedell’Istituzione (programmi, compiti, valutazioni, riunioni,ecc.) e gli spazi impongono una restrizione delle possibilitàdi movimento ed esperienzialità, aspetti fondamentalinella promozione di un benessere totale dell’individuo, siaesso un bambino o un adulto.Questi aspetti così profondamente connessi con il tipodi vissuto provato tendono a invadere il piano della relazionalitàe così le parti coinvolte nel processo educativo sidistanziano progressivamente sul piano della emozionalitàe della condivisione di desideri ed aspettative.Sul finale della scenetta descritta in seguito soffermeremol’attenzione sulla strategia adottata per cercare didiminuire questo gap tra insegnanti ed allievi, con la speranzache, con un cambiamento nella prospettiva di osservazionedei fenomeni emergenti ed adeguati accorgimentitecnici, questo tipo di esperienza possa essere replicata indiversi contesti.G. ha 11 anni, frequenta la prima media di un IstitutoComprensivo di un piccolo paese della provincia tarantina.Il passaggio alla scuola Media appare in un primomomento positivo, G. è bene integrato nel suo gruppo19classe, formato per circa il 40 % da compagni che avevanocondiviso con lui anche gli anni della Scuola Elementare.Dopo i primi colloqui (che i genitori riportano diaver percepito in maniera positiva ) avviene un’inversionedi rotta. G. comincia ad allontanarsi dal gruppo, anchedai suoi amici, il suo rendimento scolastico cala, mentre igenitori non rilevano particolari cambiamenti sul pianoemotivo e comportamentale del ragazzo a casa. Osservanoche G. ha meno voglia di parlare della Scuola, ma imputanoil fatto al passaggio evolutivo legato alla fasepreadolescenziale. Basandosi sulla stessa convinzione,accettano senza troppe preoccupazioni un abbassamentodel rendimento di G., che viene comunque valutato dagliinsegnanti come sufficiente.L’anno successivo, già fin dai primi giorni di Scuola,c’è un peggioramento della situazione. G. non vuole piùconferire alla lavagna, ha una postura accasciata, è distratto,comincia ad avere problemi di concentrazioneContinua a leggere
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Arti Terapie

Sand Art e Arteterapia: creatività per la cura dell’anima

Realizzare qualcosa con creatività che un attimo dopo non esiste più. Imparare a vivere il momento e tollerare la frustrazione della separazione. E' il senso della Sand Art, tecnica illustrativa con la manipolazione dei granelli di sabbia in condizione di controluce, su di un piano luminoso. Un lavoro di Serena Baretti, Arteterapeuta in formazione in Artedo, i cui lavori ospito sempre volentieri sul mio sito.

La Sand Art

Siamo abituati a vedere i capolavori dei bravi artisti che, con la maestria e la creatività, lasciano il pubblico a bocca aperta davanti alla manipolazione della sabbia. Ma non è sempre così. Soprattutto se la Sand Art viene applicata in un percorso di Arteterapia, meglio addirittura che l'utente sia digiuno di nozioni tecniche. Esattamene come l'adulto che, chiamato a disegnare una casa, la riproduca con il tratto deciso di un bambino delle scuole elementari.

Con questa soluzione visiva, sono, tuttavia, nate negli anni '70 le prime animazioni di sabbia, successivamente evolute in performance estemporanee con la formula dello spettacolo visivo strabiliante, in connubio con la musica.

Lo spettacolo di Sand Art, specialmente in arteterapia, è un viaggio suggestivo che si consuma sulle note di diversi strumenti musicali e voce. La musica in quanto commento sonoro è, infatti, un elemento aggiuntivo fondamentale in un percorso arteterapico, poiché aiuta i destinatari dell'intervento

  • a lasciarsi andare e
  • a farsi trasportare dal suono e dalla sabbia,
  • mentre il calore della lampada, che, sotto le dita, diventa sempre più calda, luminosa e piacevole, crea introspezione, rilassamento e senso di benessere.

Usando solo le dita e i palmi delle mani, le immagini forgiate dall’utente vengono immortalate in alcuni step, attraverso uno scatto fotografico o un video, così da permettere sia al gruppo, in caso di incontri di gruppo, sia allo spettatore o creatore, nell’incontro singolo, di rivederle in un secondo momento. O di viverle, usando, ad esempio, un proiettore, in tempo reale.

Tollerare la separazione

L’utente, attraverso questa tecnica che la fa emergere, con una leggerezza unica data dalla volatilità della sabbia, così effimera nella sua palpabilità, impara a

  • tollerare la separazione dalla sua opera, appena emersa e già scomparsa,
  • equilibrare l’eccitazione data dall’atto creativo con la frustrazione dell’immediata distruzione nel qui ed ora dell’esperienza.

Impara, altresì, a tenere e a dare importanza agli elementi più significativi e non esserne dipendente, concedendosi la possibilità di

  • realizzare,
  • osservare,
  • verbalizzare e, infine,
  • lasciare andare con leggerezza e in consapevolezza.

Opere fluttuanti autobiografiche

Le illustrazioni di sabbia sono, infatti, opere d’arte fluttuanti, che appaiono e svaniscono, perdendosi nella realtà ma permanendo solo nella memoria degli spettatori. In pochi attimi, tutto si

  • crea,
  • distrugge e
  • modifica

in altre forme, seguendo una fluida metamorfosi. Le immagini che nel processo rimangono più a lungo presenti possono essere riprodotte, successivamente, su supporto cartaceo, affinché sia possibile analizzarle e farle convivere, trovando

  • dialoghi,
  • relazioni interne e
  • connessioni con la vita personale

che nella verbalizzazione l’utente potrà far emergere. Le mani modellano i granelli in una danza di movimenti, l’atmosfera si pregna di una suggestione unica, rievocativa, romantica dove emergono luci ed ombre: così le magie delle sabbie appaiono come favole e racconti visivi, in divenire…

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Erica Abalardo "Eka"

Originariamente, la tavola luminosa era destinata all’uso della fotografia. Su questo supporto luminoso, Erica Abelado, in arte Eka, controllava i negativi e le diapositive dei suoi scatti analogici. Erano altri tempi, i precursori dell’era digitale della fotografia.

Il primo light table dell’artista è stato costruito da suo padre, fotografo, ancor prima della sua nascita. Resistente e duttile, l’ha accompagnata nella sua crescita di illustratrice, fino al giorno in cui una nuova anima è stata concessa a questo strumento.

Oggi lo stesso light box viene trasportato di palco in palco, di evento in evento, per gli spettacoli di sand art e di illustrazione. Ma mai era stato utilizzato in arteterapia.

Sand Art e Arteterapia

Solo ora grazie ad una mia esperienza in un percorso svolto per un utente, ho potuto adattare questa tecnica alla cura e al rilassamento, sperimentando la sua forza

  • nell'introspezione della persona e
  • nella sua capacità di dare voce all’inconscio, attraverso le immagini evocate.

Tecnica che, se accompagnata da brani musicali pensati ad hoc, meglio se con l'aiuto di un musicoterapeuta,  può smuovere le emozioni più intime e portare benessere psicofisico alla persona durante e dopo il processo esecutivo.

Ho applicato la sand art in abbinamento all'arteterapia nel trattamento di un adulto con depressione grave. Gli ho proposto le due tecniche e i risultati sono stati sorprendenti. Siamo riusciti a raggiungere un buon livello di rilassamento che ha facilitato l'emergere di immagini su cui abbiamo, poi, basato i lavori grafici pittorici, con tecniche di arteterapia, che hanno portato ad una lettura più consapevole delle sue zone d'ombra.

Animando la sabbia, il mio paziente le ha donato vita. Una vita breve ma intensa, in un gioco di creazione e distruzione che appartiene alla vita reale. E' così, in fondo, che ognuno, nel complesso divenire delle vicende umane, trova le risorse giuste per affrontare il cambiamento, grazie all'immenso potenziale della creatività, come medium per ritrovare il benessere personale.

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Arteterapia gravidanza calco gesso mamma pancione
Arti Terapie

Arteterapia in gravidanza: il calco di gesso del pancione materno

Il lavoro che presento in questo articolo sull'Arteterapia in gravidanza è di Serena Baretti, artista e arteterapeuta in formazione in Artedo. Diventata mamma da poco e avendo così vissuto tutti i cambiamenti emotivi e fisici che sono legati alla maternità, l'idea del lavoro sul calco del pancione materno nasce dal desiderio, personale prima di tutto, di valorizzare la femminilità nel momento più delicato in cui ogni donna si prepara ad accogliere ed accudire una nuova vita. "Non mi sentivo pronta ma poi lo sono diventata. In fondo, nessuno ti dà un libretto di istruzioni", afferma sorridente. "Così, ho deciso di mettere a disposizione di altre future mamme la gioia e ogni sconvolgimento che ho vissuto in prima persona e che ho affrontato con l'aiuto dell'arte e dell'arteterapia". Vi lascio alle sue parole, alla cui resa efficace spero di aver dato la giusta forza, non prima di aver ringraziato lei (all'opera nella foto di copertina), per il contributo che ospito, e le mamme che hanno concesso la liberatoria alla divulgazione delle immagini.

Il calco in gravidanza

L’immagine del calco celebra la grandezza della donna e del suo potere che va oltre. Ritengo utile questo lavoro per diversi motivi:

  1. intanto, perché permette di immortalare e rendere concrete le emozioni delle mamme che, attraverso di esso, creano un legame comunicativo con il bimbo all'interno di una scultura;
  2. poi, perché la forma che contiene il feto è l'essenza stessa della maternità;
  3. infine, perché, dopo la nascita, lo stesso calco, imbottito e reso morbido come un nido, può nuovamente contenere il bambino. Così, il piccolo si sentirà nuovamente protetto e contenuto, come all’interno della pancia della madre, e sostenuto nel passaggio dall’ambiente interno, più contenitivo, a quello esterno, oggettivamente più freddo e dispersivo.

Per questo motivo, oggi più che mai, anche se se ne parla ancora poco,  ritengo sia importante introdurre l’arteterapia in un percorso di preparazione alla nascita: per aiutare le nuove mamme ad ascoltarsi e a vivere questo momento come uno dei più belli e unici della loro vita. Oltre che per accompagnarle alla consapevolezza di sé e di ciò che si sta muovendo dentro. E, come tutti i lavori che devono acquisire un senso forte per chi vi si dedica, ho iniziato molto presto la fase di preparazione. Molte delle mie amiche (le chiamerò così) avevano appena saputo di essere in dolce attesa.

Ma bisognava partire da lontano, lavorare sull'introspezione e sul benessere, prima che il pancione prenda forma. E che la fiducia delle future mamme sia completa verso il conduttore. Cioè, verso di me.

Il momento giusto

Il periodo migliore per realizzare il calco in gesso è quello compreso tra la trentaduesima e la trentottesima settimana di gravidanza, quando il pancione è rotondo e bellissimo. Ma non è una regola: si possono posare le bende anche il giorno prima del parto, visto che creare il calco in gesso sul corpo è una procedura dolcissima che non nuoce né alla mamma, né al bambino. Tra l'altro, oltre ad immortalare momenti preziosi di libertà espressiva che non si vorrebbero dimenticare, costellati di forti emozioni e così incredibili da volerli ricordare per sempre, il calco in gesso ha delle funzioni specifiche in un percorso di preparazione alla nascita.

  • Innanzitutto, conservare il prezioso guscio dopo la nascita, rievoca ad ogni contatto la memoria sensoriale: la mamma può toccare ancora ciò che ha accarezzato, in uno dei momenti più belli e straordinari della vita di una donna.
  • Il guscio rievoca la memoria del corpo femminile e delle sue trasformazioni, ne fa comprendere realmente la sua funzione in modo consapevole e reale.
  • Attraverso il calco, la donna diventa parte attiva del processo di creazione artistica. Creatività e creazione hanno la medesima radice etimologica. Così, la futura mamma è parte del momento di "creazione prima della procreazione", simbolicamente ed emotivamente straordinario. Cioè, essa non è solo spettatrice nella preparazione della scultura che indossa ma ne sperimenta, attraverso la sua complessità, la profondità e l’unicità (perché ogni pancione ha una forma unica, mai uguale ad altri, come unica è ogni gravidanza di per sé e come unico sarà ogni bambino) che anticipano l'accoglienza.

Vita che prende forma

Posso affermare che il calco è "vita che prende forma". Trovo impressionante, infatti, come le dieci mamme, al cui pancione ho fatto il calco,  lo abbiano vissuto e visto in modo delicato e personale. In fondo, era già la forma del loro bimbo.  Non diversamente da come, in un secondo momento, abbiano voluto condividere in gruppo le sensazioni da cui sono state accomunate.

I calchi creano, infatti, un'atmosfera incantevole e anticipano la magia della maternità. Non semplici oggetti ma simboli eterei che concretizzano e fermano il miracolo della trasformazione della femminilità, marcandone tratti fondamentali che appartengono alla percezione di sé della futura mamma ma anche a come essa si percepisce al di fuori di sé.

Premetto che prima di iniziare la posa ho avuto dubbi e perplessità su ciò che effettivamente questo lavoro poteva smuovere nella madre. Perché, per lei, diventa quasi un vedersi al di fuori di sé. Ma con la giusta atmosfera e il giusto contenimento sapevo che sarebbe andato tutto bene.

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Fasi del lavoro

A questo punto la madre ci arriva nella fase finale del lavoro, dopo un lungo lavoro introspettivo e di comunicazione con il feto. Infine, raggiunta una buona consapevolezza di sé, può avere inizio l'attività di realizzazione del calco.

  • Scelgo le musiche,
  • preparo acqua tiepida e bende gessate mediche, completamente atossiche e anallergiche,
  • creo l'atmosfera.

La mamma deve essere comoda:  lo spiego chiaramente, poiché il procedimento è un po’ lento e può essere più complesso in base a cosa viene inglobato nella struttura. Spetta a lei decidere, ad esempio, se comprendere solo la pancia o anche i seni e le spalle. A volte, la futura mamma chiede di imprimere l'impronta delle mani

  • del compagno
  • o le proprie
  • o addirittura del primo figlio.

Le mani nel calco sono importantissime, specie in arteterapia: le mani sono già di per sé comunicative nell'atto in cui noi le usiamo per

  • dare amore attraverso un gesto, una carezza o
  • per dare sicurezza.

Teniamo forte la mano dei nostri bimbi e attraverso le mani diamo loro un senso di protezione e di guida. Creano legame che non vorremmo interrompere e, per tutti questi motivi, hanno una forte valenza simbolica impresse sul calco che diventerà la prima culla del nascituro.

Un'esperienza incredibile

Durante la posa delle bende, esercito un lieve massaggio che rilassa la mamma e arriva dolcemente al bambino: da lì parte già un'attivazione comunicativa. In arteterapia questo processo serve poiché, in questo periodo, il bambino ha preso familiarità con i rumori esterni, con le voci che lo rassicurano e lo si sente meno muoversi. Ma, durante la posa delle bende, il piccolo viene stimolato alla comunicazione dal terapeuta che esegue il calco (in questo caso, da me) e che offre un mezzo per riattivare la comunicazione che si esprime nel  movimento che viene percepito dalla madre.

Quello che avviene è, per la coppia madre-bambino, un'esperienza stupenda, unica e irripetibile. In circa venti minuti tutte le bende sono posate. Servono almeno due o tre strati di bende per rendere forte e stabile la struttura. Occorrono altri venti minuti perché il guscio si indurisca e possa essere staccato con una leggera contrazione dell'addome della mamma. Momento in cui si possono notare anche le impronte dei piedini del bimbo (potete immaginare la faccia della mamma a vedere questo spettacolo?).

E’ meraviglioso notarlo attraverso l’espressione facciale delle mamme, a volte accompagnata dalle lacrime di commozione e dall’emozione di quel preciso momento.

  • Vedere la forma della pancia da una prospettiva diversa da come viene vissuta,
  • prenderne una piena consapevolezza  e
  • cogliere l’immensità e la profondità del corpo che, in quella forma, diventa un guscio prezioso che contiene la vita,

diventano simboli indelebili della maternità e del suo intrinseco processo trasformativo.

Un nido decorato per il feto

Poi, il guscio,

  • verbalizzato,
  • carteggiato e
  • decorato da ogni mamma con le immagini più importanti della sua vita (come accade per il body painting),

potrà accogliere e fare da nido al bimbo stesso, in un continuum di magia e fusione con la mamma, anche una volta fuori dalla sua pancia.

Il bambino, così, continua a sentirsi protetto e avvolto dal guscio del pancione pur essendo ormai fuori. Ed ecco il senso di tutto: il guscio diventa vita che accoglie la vita.Continua a leggere
cliente inferocito
Crescita personale

Il cliente infuriato: un quesito sull’intelligenza emotiva

La capacità di gestire al meglio le emozioni negative di un cliente inferocito è una qualità che le aziende apprezzano molto nei propri dipendenti. Spesso, la competenza relazionale è la ragione che spinge i manager ad assumere persone che posseggono la dote dell'empatia. Immaginate, ad esempio, di lavorare al servizio consumatori della vostra azienda e di trovarvi al telefono con un cliente infuriato. Come vi comportate? Le reazioni emotive allo stress, come in questa situazione, sono indicatori chiave dell’intelligenza emotiva. Ecco quattro possibili opzioni, in base ad un test pubblicato dalla Rivista di Psicologia e Neuroscienze "Mente e Cervello"  nel Numero di Luglio/Agosto 2006.

Le 4 opzioni

Lavorate al servizio consumatori della vostra azienda e vi trovate al telefono con un cliente molto arrabbiato. Che fate?

  1. Riagganciate. Non accettate di farvi insultare da nessuno.
  2. Ascoltate il cliente e ripetete con parole vostre ciò che avete capito di come si sta sentendo.
  3. Spiegate al cliente che vi sta trattando ingiustamente e che state solo cercando di fare il vostro lavoro.
  4. Dite al cliente che capite la sua frustrazione e vi offrite di fare una cosa specifica che può aiutarlo a risolvere il suo problema.

Gli studi dimostrano che formarsi all'intelligenza emotiva comporta una riduzione del 30% del cortisolo, l'ormone dello stress, ed un più elevato tasso di benessere nelle persone.

La risposta emotivamente più corretta

Nel video che segue è contenuta la risposta considerata dagli esperti quella emotivamente più corretta.[embed]https://youtu.be/wh1gf8ZhgWQ[/embed][jpshare]Continua a leggere