Tag: alfabetizzazione emotiva

analfabetismo emozionale e salute
Crescita personale

Impatto dell’analfabetismo emozionale sulla salute

Alzi la mano chi, durante gli anni della scuola, ha preso parte ad attività “diverse”, appositamente pensate per incoraggiare l’alfabetizzazione emozionale, ovvero per contrastare l’analfabetismo emozionale. Certo è che l’emergenza  sociale che ci spinge ad occuparcene è figlia dei nostri tempi. In passato, venti o trenta anni fa, quando non se ne sentiva il bisogno, gli insegnanti e gli educatori potevano focalizzarsi sulla preparazione scolastica. In tal modo, la scuola poteva dedicarsi meno alla crescita armonica ed emotiva degli studenti. Ma la scuola moderna è molto diversa. Un tempo, si poteva contare sulle famiglie per l’educazione dei ragazzi e il contenimento affettivo. Oggi, però, è tutto diverso. E anche questo compito è come se dovesse essere esercitato, almeno in buona parte, dall’istituzione scolastica, contro cui si riversa la frustrazione dei genitori. Ecco che si moltiplicano gli episodi di violenza e le difficoltà relazionali tra i giovanissimi. Mentre, di pari passo, crescono ansia, depressione ed altre espressioni di un malessere che ha delle pesanti ricadute sulla salute degli adulti di domani.

Analfabetismo emozionale e aggressività

Il bisogno d’inclusione, di cui il MIUR parla nelle circolari in cui auspica che il docente sia in possesso di competenze relazionali di tipo trasversale, nasce dall’osservazione dei numerosi episodi di violenza tra coetanei, come nei casi di bullismo, da parte degli studenti ai professori e, talvolta, da parte dei genitori verso l’istituzione.

La gravità di questa situazione è lo specchio di un malessere emozionale che si manifesta, in maniera trasversale, in tutte le classi sociali, a livello globale, e che deriva da un disagio emotivo a cui i ragazzi non sanno dare un nome. Cioè, gli adolescenti, nella fattispecie, sanno di stare male ma non sanno dire perché. Mancando un filtro, quello dell’alfabeto emotivo, ogni impulso diventa azione. E ogni azione diventa aggressione.

In tali casi, programmi di addestramento, già dalle scuole d’infanzia o dalle prime classi delle primarie, per il controllo (o, meglio, la gestione) della rabbia (che è alla base dell’aggressività) consentirebbero di affinare l’auto-percezione delle emozioni e del corpo. Dopo l’addestramento, infatti, come scrive Goleman nel suo “Intelligenza emotiva”, nuove abitudini neurali ed emozioni positive possono sostituirsi agli istinti incontrollabili, con chiari effetti positivi sulla salute delle persona che passa anche per la qualità delle sue relazioni adulte.

L’isolamento relazionale

Nel gioco delle relazioni sociali le persone aggressive, quelle che non sanno controllare gli impulsi, vengono vissute come antipatiche e inevitabilmente soggette all’isolamento. Chi vive male le proprie emozioni e non sa gestirle, infatti, non riesce neppure ad entrare in risonanza emotiva positiva con gli altri. Cioè, non percepire le proprie emozioni disordinate inibisce l’empatia.

La relazione tra l’isolamento relazionale e l’incapacità della gestione emozionale è riscontrabile già durante il periodo scolastico: i bambini considerati antipatici e allontanati dai coetanei, commettono numerosi errori quando si chiede loro di associare ad un sentimento, come il disgusto o la rabbia, alcuni volti che manifestano emozioni. Questi bambini vivono il disagio di essere allontanati dal gruppo e, quindi, conseguentemente, di essere svantaggiati nel successivo apprendimento emozionale. Senza amici con cui “allenarsi”, in altre parole, diventa complicato per loro progredire nello sviluppo emozionale.

In tal modo, la loro condizione d’emarginazione non fa che costringerli alla desensibilizzazione rispetto ai loro stessi sentimenti. Le conseguenze sono, talvolta, molto gravi fin da subito. Tra i rischi maggiori:

  • l’abbandono scolastico,
  • la solitudine cronica,
  • l’esposizione a malattie, specie a carico del sistema immunitario.

Ogni attività, comprese quelle in forma di gioco in classe, basata

  • sul dialogo,
  • sull’ascolto e
  • sull’apertura agli altri,

costituisce, tuttavia, un buon programma di prevenzione dell’analfabetismo emozionale che sostiene lo sviluppo armonico della personalità e, più in generale, la salute.

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Analfabetismo emozionale e salute

Ci sono, poi, le ricadute dirette sulla salute che sono riconducibili all’analfabetismo emozionale. Già Daniel Goleman, nel 1996, apre alle possibili conseguenze, in termini di comparsa di casi di

  • depressione,
  • disturbi alimentari e
  • abusi di alcool e droghe.

Vediamo.

La depressione dei giovanissimi

I dati di cui siamo in possesso sono molto eloquenti: la depressione si manifesta in individui sempre più giovani. Per questo, educare i nostri figli, fin da bambini, alla consapevolezza emotiva  dovrebbe diventare (e diventerà) un passaggio obbligato all’interno dei percorsi scolastici. Le indagini sulle cause della depressione evidenziano, infatti, enormi lacune

  • nella sfera relazionale e
  • nel modo di interpretare gli eventi.

Il che ci riporta a quanto fin qui detto.

Le principali cause che alimentano la depressione sono, in effetti,

  • la visione pessimistica della vita,
  • la perdita della speranza e
  • il senso di inadeguatezza personale.

I bambini o gli adolescenti inclini alla depressione, così, accusano se stessi e i propri limiti personali per tutto ciò che capita loro. Al contrario, quelli emotivamente più “dotati” si concentrano su quello che possono fare per migliorare i risultati. Ecco: è in questa seconda direzione che bisognerebbe andare, invertendo la rotta dell’alfabetizzazione emotiva. La buona notizia è che, insegnando ai ragazzi delle tecniche per incontrare le proprie emozioni e ad affrontare più creativamente le difficoltà, si abbasserà notevolmente il rischio di cadute in basso a vantaggio della speranza, come espressione della fiducia in se stessi.

Analfabetismo emozionale e disturbi alimentari

La scarsa consapevolezza emozionale, dei sentimenti e dei segnali del corpo possono essere fattori predittivi anche dei disturbi alimentari. Le ricerche più recenti dimostrano che non sempre essi siano riconducibili, in maniera univoca, all’ossessione sociale che basa la perfezione femminile su un’innaturale magrezza. Quando, però, a questa ossessione si associa l’incapacità di distinguere tra emozioni e sensazioni del corpo, il rischio che compaiano comportamenti alimentari patologici diventa più concreto.

Così, ad esempio, gli studi su ragazze anoressiche o bulimiche evidenziano che reagire con sentimenti negativi alla difficoltà riduce la consapevolezza emotiva: se a ciò viene associata l’insoddisfazione per il proprio corpo, tali reazioni diventano causa di disturbo alimentare.

Nei soggetti obesi, allo stesso modo, l’indagine evidenzia lacune emotive in termini d’incapacità di distinguere sensazioni di rabbia, paura o fame. Il che induce a mangiare in eccesso ogni volta che all’orizzonte si presenta una difficoltà o un disagio.

Rischi per la salute che, una volta di più, rimandano alla necessità della prevenzione, basata sull’alfabetizzazione emozionale che permetta di riconoscere e distinguere gli stati d’animo e di apprendere metodi per rasserenarsi senza ricorrere alle cattive abitudini.

Analfabetismo emozionale e dipendenze patologiche

La dipendenza da alcool e droghe è un’altra conseguenza dell’analfabetismo emozionale. Le difficoltà di capire e gestire le emozioni, infatti, creano isolamento e possono, talvolta, sfociare nella ricerca di una via di fuga che porta sempre più ragazzi a creare paradisi artificiali nelle dipendenze patologiche.

Così, l'abuso di alcool è un prodotto dell’ansia mal controllata; per le droghe, come la cocaina e stimolanti simili, alla fonte c’è la depressione giovanile; ancora, nel consumo di oppiacei ed eroina, alcuni dei fattori scatenanti sono l’aggressività e gli stati collerici.

A quanto è dato di sapere, i soggetti incapaci di controllare questi specifici stati d’animo ricorrono alle sostanze come “auto-cura” o, come dichiarato da alcuni di loro, “per sentirsi come gli altri, almeno temporaneamente”.

La prevenzione possibile

Urge, dunque, rieducare la sfera emozionale per consegnare alla società adulti migliori. In classe, fin da ragazzi, lavorare sulle abilità emozionali non può più essere concepito come un “extra”. Così, il gioco creativo, come quello proposto, tra le altre tecniche, dalle Arti Terapie per sviluppare l’intelligenza emotiva, può aiutare

  • l’identificazione e la denominazione dei sentimenti,
  • la valutazione della loro intensità,
  • il controllo degli impulsi e
  • la consapevolezza della differenza fra emozioni, sentimenti, sensazioni fisiche e azioni.

Gli strumenti, insomma, ci sono. Basta integrarli e usarli coerentemente, senza viverli più come delle interferenze alle attività curricolari.

Proprio la creatività, infatti, che è la più alta forma d’intelligenza, può stimolare le connessioni tra mente emozionale e razionale. Allargando, infatti, lo spettro delle abilità cognitive “classiche”  al dialogo interiore, mettere in discussione o rinforzare i comportamenti, a seconda delle necessità, orientandoli verso un atteggiamento positivo, diventa un obiettivo possibile. Per la crescita e per la salute.

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teatro in classe amore e follia
Fiabe e storie

Teatro in classe per allenare le emozioni: Amore e Follia

Teatro in classe è un progetto per le scuole primarie che nasce da un percorso di aggiornamento del 2011 con le maestre del II Circolo Didattico di Brindisi (titolo del progetto: "La relazione educativa: dimensioni emotive e dinamiche di gruppo"). Insieme al gruppo ho lavorato sulla narrazione autobiografica per la consapevolezza di sé, con la costruzione di fiabe e storie e con le Arti Terapie. Al termine, ad ognuno ho assegnato un monologo da scrivere per dar voce ad una condizione dello spirito. Nasce così una drammaturgia dal titolo "Amore e Follia", sulla falsa riga dell'Invito della Follia, il famoso racconto di Davide Saliva, in cui emozioni, sentimenti e altre comuni condizioni umane hanno preso voce e forma. Ecco, dunque, il canovaccio.

L'invito della Follia

La Follia decise di invitare i suoi amici a prendere un caffè da lei. Dopo il caffè, la Follia propose: "Si gioca a nascondino?". "Nascondino? Che cos'è?" - domandò la Curiosità. "Nascondino è un gioco. Io conto fino a cento e voi vi nascondete. Quando avrò terminato di contare, cercherò e il primo che troverò sarà il prossimo a contare". Accettarono tutti ad eccezione della Paura e della Pigrizia. "1,2,3". - la Follia cominciò a contare.

I personaggi

La Fretta si nascose per prima, dove le capitò. La Timidezza, timida come sempre, si nascose in un gruppo d'alberi. La Gioia corse in mezzo al giardino. La Tristezza cominciò a piangere, perché non trovava un angolo adatto per nascondersi. L'Invidia si unì al Trionfo e si nascose accanto a lui dietro un sasso. La follia continuava a contare mentre i suoi amici si nascondevano. La Disperazione era disperata vedendo che la Follia era gia a novantanove. "Cento! - gridò la Follia - Comincerò a cercare".

La prima ad essere trovata fu la Curiosità, poiché non aveva potuto impedirsi di uscire per vedere chi sarebbe stato il primo ad essere scoperto. Guardando da una parte, la Follia vide il Dubbio sopra un recinto che non sapeva da quale lato si sarebbe meglio nascosto. E così di seguito scoprì la Gioia, la Tristezza, la Timidezza. Quando tutti erano riuniti, la Curiosità domandò: "Dov'è l'Amore?". Nessuno l'aveva visto. La Follia cominciò a cercarlo. Cercò in cima ad una montagna, nei fiumi sotto le rocce. Ma non trovò l'Amore.

Cercando da tutte le parti, la Follia vide un rosaio, prese un pezzo di legno e cominciò a cercare tra i rami, allorché ad un tratto sentì un grido. Era l'Amore, che gridava perché una spina gli aveva forato un occhio. La Follia non sapeva che cosa fare. Si scusò, implorò l'Amore per avere il suo perdono e arrivò fino a promettergli di seguirlo per sempre. L'Amore accettò le scuse. Oggi l'Amore è cieco e la Follia lo accompagna sempre.

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Teatro ed emozioni in classe

Nel rispetto delle indicazioni della tecnica della fiabazione, che oggi confluisce nel mio libro "Il Metodo Autobiografico Creativo", ogni insegnante può, così, creare delle semplici azioni teatrali per facilitare l'alfabetizzazione emotiva degli scolari delle prime classi della scuola primaria.

Avendo, infatti, a disposizione l'originale, procedere è semplice. L'insegnante potrà scaricare dai precedenti articoli le semplici partiture necessarie per creare i personaggi e lasciare gli studenti, partendo da ciascuna di esse, d'improvvisare sul tema.

Abbiamo già, infatti, le parti dei seguenti personaggi (basta cliccare sui link):

Chiaramente, i personaggi possono diventare anche molti di più, in base al numero dei ragazzi coinvolti.

Il resto, anche il finale, è lasciato alla creatività del gruppo. In tutti i casi, risultano utili il training di preparazione, che può durare anche molto tempo, lavorando, ad esempio, anche singolarmente su ogni personaggio, e la verbalizzazione conclusiva che aiuta l'apprendimento delle emozioni e dei sentimenti.

Buon divertimento.

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vocabolario emotivo e apprendimento
Crescita personale

Vocabolario emotivo, apprendimento e abilità di vita

Dei collegamenti tra emozioni e apprendimento ho già trattato in altri articoli di cui consiglio una lettura per ogni approfondimento. Il senso, in sintesi, è che una vita insoddisfacente sul piano emozionale inibisce l’apprendimento, rendendolo inefficace, e limita anche le abilità cognitive e comportamentali che sono ad esso correlate. Il presente lavoro è un focus su questi argomenti per analizzare, in ultimo, come essi, partendo da una corretta alfabetizzazione emotiva, si traducano in abilità di vita.

Apprendimento ed emozioni

Una corretta e funzionale educazione emotiva, a partire dall’età evolutiva, è la chiave di una vita adulta sana e felice. Se, però, apprendiamo da bambini schemi in cui le emozioni sono negate o represse, la capacità di dare un nome a ciò che viviamo nel corpo e di discernere tra il bene e il male crolla drammaticamente.

I giovani con carenze emozionali, e questa è una delle cause del clima di conflitto tra gli adolescenti, non distinguono più, così, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. La causa è la mancanza di un vocabolario emotivo che, tuttavia, può essere appreso. 

E poiché apprendiamo lungo tutta la vita, il filtro delle nostre impalpabili amiche, le emozioni, è sempre attivo e condiziona il modo in cui ci diamo la rappresentazione personale delle esperienze che viviamo.

L'intelligenza emotiva

Per questo, emozioni congrue e positive improntano la personalità degli individui ad esprimersi attraverso elevati livelli di intelligenza emotiva, intesa come le capacità, descritte da Goleman, di

  • identificare e denominare gli stati d’animo;
  • valutarne l’intensità;
  • esprimerli;
  • controllarli;
  • procrastinare la gratificazione;
  • discriminare tra impulsi e azione;
  • dominare le spinte aggressive e distruttive;
  • ridurre lo stress per distrazione, in sé e negli altri.

L’imprinting a vivere in armonia con le emozioni, dunque, lo

  • riceviamo da bambini, esattamente nei primi tre anni di vita, 
  • consolidiamo a scuola,
  • perfezioniamo e 
  • mettiamo a frutto nella vita adulta.

Le abilità cognitive

Tra le abilità cognitive, quelle più sensibili alle variazioni di quello che possiamo definire “potenziale emotivo” sono le capacità, tipiche di persone con elevati livelli di EQ, acronimo che sta per Quoziente Emotivo, di

  • leggere e interpretare i segnali sociali, come collocarsi nella dimensione più ampia della società e riconoscerne le influenze sulle scelte e sui comportamenti codificati;
  • accettare le norme comportamentali;
  • fissare obiettivi e alternative di risoluzione dei problemi (le persone con elevati livelli di EQ hanno, infatti, grandi capacità di problem solving, sconosciute agli altri);
  • orientarsi positivamente verso la vita e verso gli altri;
  • comprendere le altrui prospettive (con elevate doti empatiche);
  • essere consapevoli di sé;
  • condurre un costruttivo dialogo interiore con se stessi per mettere in discussione obiettivamente comportamenti e decisioni;
  • sviluppare aspettative realistiche su di sé.

Le abilità comportamentali

Tra le abilità comportamentali, quelle maggiormente implicate nel processo di sviluppo dell’intelligenza emotiva sono quelle tipiche della sana comunicazione. In particolare, la capacità di 

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Il curriculum della Scienza del Sé

Nell'ideale piramide della Scienza del Sé o dell'Intelligenza Emotiva, se la base è la consapevolezza delle emozioni e, a salire, le abilità cognitive prima e quelle comportamentali poi, il gradino più alto è dato dalle abilità di vita. Si tratta della traduzione in atto pratico di tutto quanto viene appreso.

Ecco parte dei precetti di Goleman che ho arricchito in base ai miei studi e alle esperienze personali.

  • Autoconsapevolezza: osservarsi e riconoscere le proprie emozioni, costruire un vocabolario emotivo.
  • Controllo emozionale: dominare le emozioni negative, come paura e rabbia, e colloquiare con se stessi per correggere i messaggi contraddittori.
  • Controllo dello stress: apprendere metodi di immaginazione guidata e meditazione per rilassarsi davanti a momenti di grande tensione.
  • Empatia, come capacità di assumere il punto di vista degli altri e sentire ciò che gli altri sentono.
  • Capacità di prendere decisioni: la decisione è frutto di pensiero ed emozioni.
  • Comunicazione congrua e coerente: saper ascoltare, saper domandare, parlare di sentimenti ed emozioni.
  • Apertura, in termini di capacità di apprezzare e non strumentalizzare l’apertura degli altri per costruire rapporti fondati sulla fiducia.
  • Perspicacia emotiva: identificare (e, se necessario, isolare) modelli tipici della vita emotiva e delle reazioni più usuali, in sé e negli altri.
  • Autoaccettarsi: sentirsi orgogliosi di sé, ammettere debolezze e punti di forza, vedersi in una luce generale positiva (invece di autoflagellarsi).
  • Autoironia, nel senso di saper ridere di sé e dei propri difetti.
  • Responsabilità: sapersi assumere responsabilità e conseguenze di decisioni e azioni, comprese quelle dettate da spinte emotive, per portare a termine i compiti assunti.

Continuando...

Accanto alle abilità di primo livello, quelle fondamentali per la persona con elevati livelli di EQ, ve ne sono altre, il cui valore è dimostrato dalla pratica quotidiana, spesso date per scontate ma, invero, abbastanza rare in natura.

  • Serenità: tollerare senza frustrazione, passività o rabbia le piccole e grandi avversità quotidiane.
  • Capacità di collaborare: saper stare in gruppo, qualunque sia il ruolo ricoperto (non esiste chi è sempre al comando).
  • Problem solving: capacità di vedere oltre.
  • Creatività: coltivare interessi artistici per sviluppare il potenziale emotivo.
  • Negoziazione: comportarsi con lealtà verso gli altri, anche quando vanno affrontati conflitti, cercare giusti compromessi.
  • Atteggiamento positivo interiore verso la vita e verso gli altri.
  • Dialogo interiore: condurre un costruttivo dialogo interiore con se stessi per mettere in discussione obiettivamente comportamenti e decisioni.
  • Aspettative, nel senso di sviluppare aspettative realistiche su di sé.
  • Atteggiamento proattivo come capacità di agire costruttivamente e positivamente, invece di reagire distruttivamente.
  • Efficacia: esprimere competenze tecniche, relazionali e motivazioni intrinseche.

Per concludere

Tutto questo è possibile? Cioè, può davvero un vocabolario emotivo produrre tutto questo? Può realmente un'educazione emotiva precoce consegnare alla società persone migliori? Sarà incredibile ma è proprio così. E nelle occasioni pubbliche l'ho argomentato e dimostrato, incassando larghi consensi.

Poi va anche detto che i più ritengono che quello del potenziamento dei livelli d'intelligenza emotiva sia un "problema degli altri". Dunque, è più un fatto culturale che sostanziale. Presto o tardi, però, tutti ci arriveranno. Forse occorrerà solo dimostrare come tutto questo sia "monetizzatile" in termini di felicità, successo e anche in termini materiali. Ma non mi piacerebbe tanto che ci si arrivasse "tecnicamente", come oggi il marketing attrae nuovi clienti facendo leva sulle emozioni come motori d'acquisto.

Non ho nulla, intendiamoci, contro il marketing. Anzi, è la mia seconda passione. Ma mi piace pensare romanticamente che, per il rilancio dell'economia (che passa per questa stessa strada), tutti si voglia cominciare dall'essere ogni giorno migliori del giorno prima, con tutto quello che conseguirà. Il resto verrà da sé e sarà per tutti.

 

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contagio emotivo
Crescita personale

Il contagio emotivo: che cos’è e come funziona

Che cos'è il contagio emotivo? Lo spiego con un esempio. Siamo a tavola. Gaia, la figlia di poco più di un anno e mezzo dei miei amici Mirko e Lilli, è nel seggiolone, accanto a quello di Maria Lucia, la nostra bambina della stessa età. All'improvviso, Gaia esplode in un pianto a dirotto. Maria Lucia la guarda e un istante dopo la segue a ruota. Non solo. Prende un pezzo di pizza che ha davanti e glielo porge, come atto consolatorio, mentre entrambe si disperano senza un motivo. Ecco, il contagio emotivo è questo: un sentimento di altri che contagia noi, proprio come se si trattasse di un virus sociale. Daniel Goleman, ne L'intelligenza emotiva, lo definisce come uno scambio emotivo, spesso impercettibile, in una continua interazione reciproca di tipo sotterraneo.

Ascolto ed empatia

Che sia il pianto di più bambini nella nursery  di un ospedale, lo scambio di sensazioni con il barista che ci ignora o una folla che fugge in preda al panico, ogni imitazione non controllabile di stati d'animo altrui è una forma di contagio emotivo. In cosa differisce dall'ascolto e dall'empatia?
  • L’ascolto è un atto intenzionale nel quale a sensibilità di una persona la porta ad assumere un atteggiamento empatico nei confronti del proprio interlocutore.
  • La qualità dell’ascolto dipende molto, a sua volta, dalla capacità di empatizzare, cioè di entrare in empatia con l'altra persona. E' questa sensibilità che ci rende capaci di comprendere l’altro e di instaurare con lui una relazione autentica. L'empatia, come spiego nell'articolo di cui al link precedente che consiglio di leggere per ogni approfondimento,  consente di capire come l’altro potrebbe reagire in una qualsiasi situazione in cui l’emotività prevalga sulla razionalità. A ciò è associata, naturalmente, la personale capacità del soggetto empatico di interagire con l’interlocutore in maniera tale da avviare con lui una comunicazione collaborativa basata su atteggiamenti assertivi.

Il contagio emotivo

Data la somiglianza con  il sentire ciò che gli altri provano, alcuni studiosi (Bonino, Hatfield, Cacioppo, Hoffman) hanno rilevato la frequente confusione tra l’empatia ed il contagio emotivo. Ma, in realtà sono vissuti separati e distinti.

Per questo Bonino precisa che per riconoscere un reale  contagio emotivo occorre trovarsi davanti ad una condivisione emotiva immediata, caratterizzata da reazioni automatiche agli stimoli espressivi manifestati da un’altra persona che vive l’emozione in modo diretto. Durante il contagio emotivo, dunque, non c'è né consapevolezza, né distinzione chiara tra i vissuti delle persone che ne sono coinvolte.

La forma più elementare di contagio emotivo è quella tipica dei primissimi anni di vita, in cui, appunto, ad eccezione di un'innata predisposizione primitiva, manca ogni consapevolezza. Il bambino, tuttavia, riconosce immediatamente il vissuto emotivo dell’altro, attraverso l’azzeramento delle distanze e la totale condivisone delle sue emozioni. A scapito, però, della totale perdita della differenziazione tra il proprio vissuto e quello altrui. Questa empatia primitiva gli permette di sincronizzarsi in modo automatico e involontario con le espressioni

  • facciali,
  • vocali,
  • postulai

di un’altra persona e di convergere emotivamente verso di essa.

Con gli anni, cresce la complessità di questa sintonia empatia atipica che vira verso una condivisione in parallelo, lungo una via associativa e non più imitativa.

La mediazione cognitiva

In effetti, il rischio di contaminazione tra empatiacontagio emotivo c’è. Ma solo se non si tiene in abito conto la mediazione cognitiva che costituisce l’elemento discriminatorio tra la condivisione di un'emozione e la consapevolezza della stessa.

Nel contagio emotivo sono del tutto assenti tre elementi.

  1. Il corretto riconoscimento delle emozioni dell’altro.
  2. La capacità di assumere la prospettiva ed il punto di vista dell’altro.
  3. L’adesione o immedesimazione emotiva, ovvero la condivisione dell’emozione dell’altro.

Viceversa, si caratterizza per due elementi distintivi.

  1. L’imitazione motoria, processo in base al quale il soggetto adegua in proprio atteggiamento fisico, sia in senso mimico che posturale, alla postura e all’emozione dell’altro.
  2. La reazione circolare primaria, legata ad un meccanismo innato di risposta, non di origine sociale.

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Contagio e imitazione

Secondo studi specifici, quindi, il contagio non avviene per diretto accesso all’emozione dell’altro, secondo una forma di condivisione ed espressione congruente e dovutamente assertiva, bensì attraverso l’imitazione di un’espressione e di una postura simili a quelle dell’altro:

  • gli individui tendono ad imitare gli altri;
  • il feedback di tale imitazione influenza lo stato emotivo;
  • elaborando tale stato d’animo gli individui tendono ad assorbire le emozioni altrui.

Classi di contagio

Gli stessi studiosi, approfondendo il tema del contagio emotivo, sono giunti alla conclusione che, laddove un adulto non abbia realizzato una piena differenziazione tra sé e l’altro, si possa insinuare una o più delle quattro classi di contagio. Si tratta di degenerazioni patologiche, alcune anche tristemente note, del fenomeno in sé.

  1. La violazione delle regole (ad esempio, l’adolescente che inizia a fumare per contravvenire alle regole della famiglia).
  2. Il comportamento deliberatamente autolesivo (come la tendenza autolesionista al suicidio di chi aderisce al devastante fenomeno Blu Whale).
  3. Il plagio da stili di vita consumistici (come chi gioca in borsa soltanto per stile meramente emulativo).
  4. Il contagio di malattie di massa psicogene, come l’isteria (di cui era espressione, ad esempio, il Tarantismo nel Salento fino alla fine degli anni '50 del secolo scorso).

Consapevolezza del contagio

In generale, avere consapevolezza dei meccanismi del contagio emotivo si rivela molto utile per la crescita personale.

  • Accresce, infatti, l'autocontrollo emotivo. Nel senso che l'adulto sano diventa più consapevole nel comprendere che la sua sfera emotiva può essere influenzata da quella degli altri.
  • E' funzionale ad una migliore gestione della vita. Aumenta, infatti, i livelli di  intelligenza emotiva, quell'espressione dell'intelligenza globale che porta l'adulto a valutare, in via preventiva, gli effetti sul piano emotivo delle proprie azioni.
  • Si rivela utile, inoltre, per acquisire una percezione realistica rispetto alla possibilità di influenzare ed essere influenzati in situazioni sociali particolari. Ad esempio, laddove vige l'obbligo alla responsabilità che rischia di essere offuscato in caso di contagio.
  • Aiuta, infime, ad assumere un punto di vista critico e distaccato. Per esempio, rispetto alle logiche persuasive che tendono a irretire i consumatori.

È così che lo stare “dentro l’altro” deve, in fondo, diventare, invece, uno stare “con l’altro”. Il che implica la capacità di condividere serenamente i conflitti emotivi degli interlocutori, evitandone il contagio ma, piuttosto, supportandoli dall'esterno mentre attraversano delle difficoltà.

Il distacco estetico

Il giusto equilibrio, afferma Scheff, è in quella sorta di distacco estetico che si stabilisce tra il massimo coinvolgimento (contagio) ed il massimo distacco (difesa). E' nel bilanciamento tra ricordo e percezione, tra passato e presente, tra abbandono ed autocoscienza. Un equilibrio che consente il mantenimento della congruenza in coincidenza con una profonda risonanza emotiva.

Cosicché ogni relazione, da quella affettiva a quella professionale, di aiuto o con gli amici, diventa tanto più efficace quanto maggiore è la consapevolezza della differenza tra noi e gli altri.

 
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Crescita personale, Scuola

Simpatia, flessibilità e coscienza di sé per i docenti più efficaci

"Lei avrebbe meritato ventisette, ventotto. Le ho dato trenta perché ho applicato il coefficiente di simpatia. A volte, quando qualcuno mi è antipatico, tolgo anche due, tre punti. Non c'è niente di peggio dell'antipatia. Sentire, invece, la sofferenza, il pathos, nel senso greco del termine, è una grande qualità per un medico." Sono le parole dell'anziano professore ad un giovanissimo Luigi Lo Cascio nel film La Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordana.  Ma essere simpatici serve solo nel mondo medico o è anche una qualità che rende efficaci i professori nella scuola? Se è così, allora chiediamoci quanto siano stati penalizzati gli studenti che si sono formati con insegnanti antipatici.

La meglio gioventù

Il film è ambientato alla fine degli anni '60. In quegli anni, in pochi sapevano cosa fosse l'empatia, termine oggi fin troppo abusato e spesso confuso con la simpatia. La scoperta dei neuroni specchio era distante ancora un trentennio circa ma il concetto dell'anziano (e antipatico) professore è abbastanza chiaro. Oggi avrebbe parlato, probabilmente, di empatia. Esattamente come se ne parla nella scuola, quando si incoraggiano i comportamenti di comprensione di studenti esuberanti verso quelli più indifesi.

E' un discorso che coinvolge anche gli insegnanti che proprio grazie all'empatia e alla simpatia scoprono di essere più efficaci.

La differenza tra simpatia ed empatia

Per capire qual è il confine che separa l'empatia (letteralmente, sentire dentro) dalla simpatia (letteralmente, sentire insieme), sarà utile un esempio.

Se vediamo che una persona a noi cara sta male:

  • siamo in simpatia con lei (ma non in empatia), se percepiamo la sua condizione mentale, desideriamo aiutarla ma non sentiamo intimamente la sua sofferenza e, quindi, non la condividiamo con quella persona;
  • siamo in empatia con lei (ma non in simpatia), se sentiamo intimamente quella sofferenza, la viviamo sulla nostra pelle come se fosse nostra ma non interveniamo per aiutarla;
  • coesistono empatia e simpatia, se, oltre a sentire intimamente la sua sofferenza, la condividiamo e partecipiamo al suo stato mentale. Questa è la condizione ottimale della relazione d'aiuto.

In breve

La simpatia comporta, dunque, la partecipazione allo stato mentale di un'altra persona verso la quale proviamo una benevola compassione, senza, tuttavia, condividere quelle emozioni, positive o negative. Il suo opposto è l'antipatia, laddove sentire l'altrui pathos comporta l'atteggiamento, generalmente volontario, di non condivisione, di non partecipazione a quello stato d'animo.

L'empatia, viceversa, comporta la consapevolezza emotiva che si riflette nell'abilità o nell'attitudine a imitare, replicare, riprodurre intimamente una condizione interiore dell'altro, senza tuttavia necessariamente partecipare ad essa. Esattamente come accade durante la visione di un film avvincente che ci coinvolge nelle vicende emotive dei protagonisti.

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Flessibilità e coscienza emotiva

Tra le due, generalmente la seconda è implicata in talune condizioni psicopatologiche più della prima, atteso che anche la simpatia è interessata dai deficit relazionali che si accompagnano a patologie franche. Diverse patologie, infatti, anche molto severe, come autismo, demenza, schizofrenia e altri disturbi dello spettro psicotico, si caratterizzano proprio per l'incapacità dei soggetti che ne sono affetti di empatizzare. Dunque, di sentire il sentire dell’altro. Dal punto di vista fenomenologico, le componenti implicate risultano essere

  • la condivisione affettiva e la flessibilità mentale che, in condizioni di sanità, permettono di adottare il punto di vista dell’altro, e
  • la coscienza emotiva, che permette di distinguere le proprie emozioni da quelle degli altri.

Del tuo noto, sono temi ricorrenti nella scuola? Cioè, sono abilità che caratterizzano l'insegnante moderno o c'è ancora molto da lavorare?

Il professore simpatico

Tendenzialmente, tutti vogliamo renderci simpatici. E tutti, in un modo o nell'altro, crediamo di esserlo. Simpatia ed empatia sono alla base delle relazioni sociali e rientrano nelle attitudini innate dell'uomo che, grazie ad esse, si organizza in gruppi accomunati dalla condivisione dei medesimi principi e valori. Scopo della società, infatti, è il sostegno reciproco. L'aiuto, dunque, che nasce dal sentire insieme i bisogni e di mettersi nei panni degli altri membri della collettività.

Se adesso pensiamo la scuola come una piccola società, simpatia ed empatia devono coesistere, affinché il suo scopo sia raggiunto. Questo perché anche in classe è opportuno parlare di relazione d'aiuto. Se, infatti, l'insegnate sente (per empatia) il disagio dello studente meno dotato, può entrare in simpatia con lui per aiutarlo a valorizzare le sue risorse. Anche se sono diverse da quelle degli altri.

Le lezione efficaci

Appare, perciò, evidente che la spiegazione della lezione diventa più efficace se, fatta con simpatia, toccherà i diversi codici rappresentazionali dei diversi componenti la scolaresca. Per questo è inefficace un piatto trasferimento di nozioni che ad alcuni saranno più chiare, meno ad altri.

Il sorriso del professore, l'esempio che spezza il ritmo, l'intercalare di un aneddoto nella lezione, anche quella più ostica, rendono

  • la didattica più fruibile,
  • l'insegnante più simpatico e
  • più efficace.

Rischio antipatia

La dirigente di Istituto Comprensivo della mia città un giorno mi disse che gli insegnanti spesso dimenticano di dover interagire, dialogare con gli studenti. Per alcuni di essi, la storia e la geografia sono quelle. Pertanto, preparano sempre le stesse lezioni e credono che l'aggiornamento non serva. "Per questo ci portiamo dietro vecchi modi di fare che si sposano poco con le nuove necessità didattiche." Per contro, conosco anche tantissimi insegnanti che proprio con me hanno fatto percorsi di formazione sulle dimensioni emotive della relazione educativa.

Fu proprio in apertura di uno di questi incontri che un'insegnante della primaria, con voce rotta dall'ansia, mi disse: "Io vorrei capire come mai i miei bambini sono tutti ansiosi!". Il rischio di non comprendere da dove derivino taluni stati d'animo rende, infatti, inefficace l'insegnamento. Non riconoscerli sposta inevitabilmente l'attenzione dell'insegnante e impedisce di modulare una lezione su bisogni trasversali di apprendimento. Proprio quel rischio di sentire "altro" da quello che è (o di voler negare volontariamente una condivisione anche del proprio entusiasmo) fa apparire disconnessi e, di conseguenza, antipatici.

La riforma della Scuola, del resto, incoraggia la formazione e l'aggiornamento come una necessità per affrontare le imprese quotidiane. Con lo scopo di elevare la qualità dell'insegnamento e di servire al meglio ai bisogni individuali di crescita personale.

Bibliografia e fonti

In materia di scienze umane, ogni evidenza è desumibile da osservazione ed esperienza ma impossibile da incasellare in risultati statistici con rilevanza scientifica. Per approfondimenti, tuttavia, rimando principalmente agli studi di Thomas Gordon (Insegnanti efficaci, Giunti Editore), di Howard Gardner (studi sulle intelligenze multiple) e di Daniel Goleman (Empatia e intelligenza emotiva).


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intelligenza
Crescita personale, Scuola

I buoni voti a scuola sono garanzia di successo nella vita?

Questo signore nella foto è Howard Gardner. E' un insegnate e psicologo americano di origine ebraica. Le evidenze del suo lavoro nascono dall'osservazione dei bambini tra i banchi di scuola e fino all'età adulta e dimostrano che non esiste correlazione diretta tra prestazioni scolastiche e successo nella vita. Gardner, a cui sono legati gli studi e la teoria delle intelligenze multiple, è stato il primo, infatti, a smontare decenni di ricerche sull'intelligenza, in relazione alla quale la visione scientifica dominante non prendeva in considerazione le ingerenze della vita mentale emotiva.

In effetti, la visione delle scienze umane è molto cambiata da quando la psicologia ha compreso il potere delle emozioni nella vita delle persone.

Le intelligenze multiple

Se siamo arrivati a queste conclusioni, il che oggi è un dato acquisito dalle neuroscienze, lo si deve anche al suo contributo. La parola chiave di questa nuova concezione dell'intelligenza umana è multipla. Ovvero, Gardner dimostra l'infondatezza della visione dell'intelligenza come fattore unitario immutabile e misurabile in termini di Q.I. a vantaggio di una visione dinamica, le cui risultanze sono, in sostanza, la sintesi di una gamma di talenti. Egli ne individua sette differenti tra i quali gli individui tendono a svilupparne alcuni più di altri:

  1. l'intelligenza logico-matematica e
  2. l'intelligenza verbale, che insieme compongono l'intelligenza scolastica;
  3. l'intelligenza spaziale, tipica degli artisti;
  4. l'intelligenza musicale, osservabile, ad esempio, nel genio di Mozart;
  5. l'intelligenza cinestetica, osservabile nella fluidità dei movimenti. Infine,
  6. l'intelligenza interpersonale, tipica dei grandi leader, e
  7. l'intelligenza intrapersonale che origina da efficaci introspezioni e riflessioni intorno a se stessi.

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L'intelligenza personale

Le ultime due costituiscono l'intelligenza personale. Ed è proprio a quest'ultima che dedica particolare attenzione per sconfessare la superata visione degli psicologi cognitivisti, secondo cui l'intelligenza era la risultanza di una elaborazione fredda e metodica dei fatti.

Comparando

  • le sue ricerche su classi definite Spectrum (in cui ai ragazzi più bravi venivano proposte prove basate sui diversi talenti con esiti che smentivano le valutazioni scolastiche) con
  • due indagini condotte da George Vaillant, la prima su 95 studenti di Harward (i più brillanti da grandi non si differenziavano quasi per nulla, per risultati ottenuti, rispetto ai meno capaci negli anni del College),
  • la seconda su di un campione di 450 studenti preadolescenti (all'età di 47 anni, il 7% di loro che, da ragazzi, avevano un Quoziente d'Intelligenza, misurato con la scala Standford-Binet, inferiore a 80, era in condizioni di precariato lavorativo, esattamente come la stessa percentuale di altri con QI superiore a 100 durante gli anni della scuola),

è stato possibile osservare solo una generale interrelazione tra i livelli di QI e il livello socioeconomico raggiunto. Ma anche che la grande differenza la facevano le abilità altre maturate durante gli anni dell'avvio delle ricerche, come

  • la capacità di tollerare e superare le frustrazioni della vita,
  • controllare le emozioni e
  • andare d'accordo con gli altri.

Il successo personale

La discriminante del successo personale, in altre parole, era ed è l'intelligenza complessiva in cui giocano un gran ruolo l'empatia e l'intelligenza emotiva. Essa, infatti, risulta fondamentale come meta-abilità, dal momento che determina quanto bene le persone riusciranno a servirsi delle proprie capacità (tra cui, quelle tipicamente intellettive).  Il QI esaminato nei giovani studenti, secondo gli studi di Gardner, contribuisce al più in ragione del 20% alla riuscita nella vita adulta, restando l'80% appannaggio di tutte le altre abilità descritte.

Sapere, dunque, che un uomo (o una donna) è stato un brillante studente può essere, al massimo, predittivo rispetto al suo successo e dimostra un'abilità, quella scolastica, che non dice nulla su come reagirà alla vicissitudini della vita.

La scuola come educazione alla vita

Qual è, dunque, il ruolo della scuola?

In questa visione, la scuola come educazione alla vita non è più quella dei bravi, quella che vuole uniformare la preparazione di tutti ai medesimi standard, quelli auspicati dai programmi didattici, bensì quella che riesce a valorizzare le risorse e i talenti personali. Incoraggiando gli studenti a sviluppare la gamma completa delle abilità, tra cui ognuno potrà scegliere quella a cui attingere per avere successo.

Bisognerebbe considerare che una classe è l'embrione di una società, in cui ci sarà il sindaco, l'avvocato, l'ingegnere, il politico, il meccanico, il musicista, l'impiegato, il grafico pubblicitario ecc.. Se considereremo questo, la didattica potrà essere basata su modalità trasversali di proporre l'insegnamento. In modo, cioè, da far emergere i talenti e le risorse individuali, senza che l'idea dell'apprendimento sia livellata verso le aspettative della scuola (o dell'insegnante, talvolta) che vorrebbe (o che agisce come se si aspettasse) una società di soli sindaci!

Per approdare a questo, c'è una sola strada: valorizzare le dimensioni emotive dell'apprendimento. Il "come" che rende i contenuti accessibili a tutti.

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Crescita personale

Che cos’è, come funziona e a che serve l’empatia?

Detta con parole semplici, l'empatia è la capacità di mettersi nei panni degli altri. E' il termine con cui le neuroscienze indicano lo stato mentale che interessa l'abilità di un individuo di immedesimarsi in un’altra persona in modo diretto ed esperienziale, fino a coglierne gli stati d’animo, le emozioni e i pensieri. Spesso e impropriamente confusa con la simpatia, l'empatia è un'attitudine innata ma che, in realtà, varia per intensità da soggetto a soggetto. In assenza di patologie, essa dipende dall'indole, dalla sensibilità, dalla storia personale, dalla cultura, dalla formazione e, secondo scoperte relativamente recenti, anche dal sesso (le donne avrebbero una spiccata dote in tal senso, molto più sviluppata che negli uomini).

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La scienza della comprensione

Uno dei primi studiosi a descrivere l’empatia (letteralmente, sentire dentro) fu Edward Titchener, il quale nel primo decennio del secolo scorso cercava proprio un temine, distinto da simpatia (letteralmente, sentire insieme, tradotta anche come benevola compassione che non comporta condivisione), per definire il mimetismo motorio tipico dei processi automatici di imitazione somatica

  • delle espressioni del viso,
  • della voce,
  • della postura e
  • del movimento

di un’altra persona e, di conseguenza, di sincronia emotiva con essa, nota come contagio emotivo. Con l’introduzione degli strumenti di neuroimaging, fu possibile attribuire una base neurofisiologica all’empatia nell’interazione tra diverse regioni cerebrali:

  • il cervelletto,
  • la corteccia cingolata mediale anteriore,
  • il sistema limbico e
  • l’insula.

Sono, infatti, dovuti alla presenza di lesioni in queste aree:

  • i disturbi della regolazione delle emozioni,
  • la mancanza di interazioni sociali,
  • l’apatia (lo stato di indifferenza verso il mondo circostante, di inerzia fisica oppure di mancanza di reazione di fronte a situazioni che normalmente dovrebbero suscitare interesse o emozione).

Le conseguenze di tali danni cerebrali  sul piano del comportamento sono devianza e prevaricazione sociale.

I neuroni specchio

A questi processi di identificazione empatica (e della loro disfunzione) concorre anche la scoperta di neuroni specializzati, osservati per la prima volta, alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, nei primati e denominati dall’equipe del Prof. Giacomo Rizzolatti neuroni specchio.

L'equipe dell'Università di Parma assegnò questo nome proprio perché la loro attivazione per imitazione, del movimento e anche della sola intenzione del movimento, agevola la comprensione delle azioni di altre persone, anticipandole e prevedendole, e, quindi, l’apprendimento dall'esperienza.

Di conseguenza, essi sono implicati nell'imitazione anche degli stati mentali delle altre persone e delle emozioni che provano e rappresentano una delle più importanti scoperte degli ultimi decenni nell’ambito delle neuroscienze.

Il loro malfunzionamento, peraltro, oggi si rivela utile nella comprensione anche dei processi patologici in pazienti psichiatrici di cui si dice che "hanno lo specchio rotto". Grazie ai neuroni specchio, infatti, sappiamo che, quando essi funzionano male, si assiste alla totale mancanza di empatia e di comunicazione emotiva (i soggetti autistici, ad esempio, non riescono a riconoscere volti che esprimono un’emozione o ad adottare il punto di vista dell’altro).

Qual è la funzione dell’empatia?

L’empatia, come comprensione profonda degli altri, è una competenza fondamentale nelle interazioni sociali e serve per intrattenere rapporti soddisfacenti e gratificanti. Oggi, tuttavia, mentre corriamo verso specializzazioni professionali sempre più alte, abbiamo dimenticato quanto sia utile sviluppare le competenze di base, quelle emotive, che, così, andiamo via via perdendo.

Essa, infatti, rimanda in maniera determinante al riconoscimento delle emozioni, prima nostre e poi degli altri. Da cui dipende la qualità della nostra comunicazione e delle nostre relazioni. Per questo tale capacità può essere allenata prima che si atrofizzi, come accade per i muscoli che non vengono stimolati per lungo tempo. Solo che, mentre ci tuffiamo a capofitto nel fitness per allenare il nostro corpo, sempre meno ci prendiamo cura della salute della nostra mente.

L'empatia oggi

Io mi auguro che la coscienza sociale che ancora conserviamo voglia cambiare la cultura delle relazioni.

Quanto ci sia bisogna di questo lo hanno capito tutti. Anche le società di marketing, che vivono di relazioni e della fiducia dei clienti, le quali preparano i loro consulenti proprio in corsi improntati alla creatività, al benessere e alle emozioni. Conoscere, infatti, i comportamenti dei consumatori, che acquistano sulla spinta emotiva, permette di prevederne le scelte e, di conseguenza, di anticiparle e condizionarle. Per questo ci fanno compilare tutti quei questionari che ci fidelizzano alla aziende da cui acquistiamo abitualmente.

Lo ha capito anche la scuola che, con la legge 107/2015, riserva ampio spazio alle attività creative e all’alfabetizzazione emotiva che ad esse è strettamente collegata.

La domanda è: a che punto siamo?

Daniel Goleman sostiene che avremmo uomini migliori se i genitori insegnassero l'educazione ai loro figli con intelligenza emotiva. I bambini diventano più empatici e comprendono meglio le loro azioni se vien detto loro:

  • “guarda come hai fatto soffrire il tuo amico”, invece di
  • “è stata una cattiveria”.

Ci ritornerò, anche per trattare la difficoltà empatica nei comportamenti devianti e antisociali come il bullismo. L'argomento merita una trattazione a parte, accorta e approfondita. Una cosa però mi sento di affermare subito: le risposte non vanno cercate nel futuro ma nel passato. Da lì e dai valori dovremmo ripartire per costruire un mondo migliore.


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