Ambienti di lavoro più intelligenti per aiutare i giovani a crescere

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Chi aiuta i giovani a crescere? Se non lo fanno le famiglie, sarebbe lecito aspettarsi che lo facessero le aziende nelle quali lavorano. Ma che ambiente di lavoro trovano? Ecco il punto di vista di Simon Sinek, emerso da una sua celebre intervista in tv, rivolto ai Millennials, narcisisti, egoisti e pigri ma anche colpevolmente abbandonati al loro destino dai capi delle loro famiglie d’adozione, le imprese. “Crolla così, definitivamente, la speranza di avere un esempio da seguire”, questo il pensiero e queste le parole del famoso autore, corredate dalle mie. 

Gli ambienti di lavoro

I ragazzi in azienda crescono poco o non crescono affatto. Ma in che grado ne sono direttamente responsabili? A volte, nonostante le considerazioni espresse sull’inadeguatezza dei Millennials, i giovani non hanno alcuna colpa. Se vengono catapultati in contesti aziendali a cui di loro non importa nulla, la crescita e l’autonomia rallentano fino alla demotivazione. Alle aziende, infatti, importano

  • i numeri,
  • i risultati a breve termine,
  • l’anno commerciale e non la vita.

In ambienti così fatti, essi non vengono aiutati

  • ad apprendere la fiducia e la cooperazione,
  • a superare le difficoltà e a
  • perseguire la gioia, oltre la gratificazione del momento.

Perché questi traguardi arrivano insieme ai risultati di lungo periodo, non prima, e richiedono un notevole sforzo da parte dei manager.

Dov’è, allora, la responsabilità (o, meglio, la compartecipazione alla responsabilità) dei giovani? Nel fatto che, poiché possono volerci anni, essi si scoprono frettolosi, impazienti, per nulla disposti ad attendere tanto. E, non riuscendo ad attendere, finiscono per pensare che sia colpa loro. Il che peggiora ancora di più le cose.

Non è, dunque, solo colpa loro: è colpa delle aziende che mancano di leadership positiva. Ma i giovani non hanno i mezzi per accorgersi di questo. Non li hanno perché non li hanno ricevuti dagli adulti che si sono presi cura della loro educazione e della loro crescita. Potrebbero accorgersene solo se

  • i genitori,
  • la scuola e
  • la società

avessero fatto un lavoro migliore. Ma purtroppo non è così.


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Le responsabilità dell’azienda

Se entrano in azienda, è compito nostro, come imprenditori, raccogliere i cocci e provare a rimetterli insieme per aiutarli a costruire le loro certezze. Dovrebbe, in questo mondo, spettare all’azienda insegnare loro le abilità che non posseggono. Ma leader e manager arrivano in riunione con gli smartphone in mano, li appoggiano sul tavolo e tutti pensano che sia giusto continuare a fare così.

Manca, dunque, un esempio che insegni loro a comportarsi diversamente da come hanno incolpevolmente imparato a fare. Sono le relazioni, in fondo, che creano la fiducia. Ma nessuno sembra avere più tempo per le relazioni. E le relazioni, d’altronde, si sviluppano solo quando c’è voglia e tempo di parlarsi, guardandosi negli occhi. Come si fa senza?

La crescita professionale, al pari di quella umana, è un percorso lento, continuo, costante che non si perfeziona con un singolo evento ma con la maturazione delle relazioni interpersonali. Ciò a cui i nostri ragazzi non sono più abituati e in cui, in fondo, anche noi li lasciamo soli.

Idee e soluzioni

Del resto, non avendo più tempo per gli altri, ci stiamo privando di tutti quei piccoli momenti per noi stessi che viceversa aiutano il proliferare delle idee e la ricerca di soluzioni creative alle grandi e alle piccole sfide della quotidianità. Impossibile farlo, d’altro canto, se passiamo il tempo a fissare uno schermo. Tutti indistintamente, giovani e adulti.

E il fatto, tuttavia, è che non riusciamo e non possiamo più fare a meno di questa tecnologia ma dovremmo trovare il modo di riparare ai danni che derivano dall’uso smodato che ne facciamo. Se ci accorgiamo di questo,

  • possiamo aiutare i giovani ad avere pazienza e a coltivare la fiducia;
  • riusciamo a metterli in guardia dai problemi conseguenti alla mancanza di consapevolezza della condizione nella quale siamo calati.

C’è solo un modo per venire fuori. E non si tratta di rifondare le culture e le società. Basta occuparsi di più di se stessi e degli altri. Osservare di più, ascoltare di più, parlare di più. In due parole: coltivare relazioni.

La società dell’intelligenza emotiva incalza ed è l’àncora  di salvezza, sia delle persone che delle economie dei Paesi. Guai, però, ad aspettarsi che il cambiamento inizi sempre dagli altri. E’ solo con le piccole azioni giornaliere di ognuno che accadrà. Se accadrà.


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