Mito e narrazione di sè: simbologia del labirinto del Minotauro

Il mito del labirinto del Minotauro

Scrive Hermann Kern (Liptóújvár, 1838 – Maria Enzersdorf, 1912), pittore austro-ungarico: “Nel labirinto non ci si perde. Nel labirinto ci si trova. Nel labirinto non si incontra il Minotauro. Nel labirinto si incontra se stessi.” L’allegoria è potente e legata ad un aspetto dell’essere umano, fondamentale per la sua evoluzione psicologica, sociale e culturale: il labirinto.

Ringrazio Daniela Iaconeta, Arti Terapeuta in formazione con Artedo, per avermi offerto lo spunto, con il suo redazionale, per questa affascinante trattazione. Il mio interesse verso la narrazione di sé per la crescita personale mi porta, dunque, a scandagliare il mito, un genere letterario differente dalle fiabe, di cui solitamente mi occupo nel Metodo Autobiografico Creativo.

Il mito: il labirinto del Minotauro

Il labirinto è un tema allegorico che ricorre spesso nella psicologia, nella letteratura e nella storia dell’arte. Da qualunque punto di vista lo si voglia leggere, occorre conoscerne le origini. Eccoci, dunque, al tempo del mito e della cultura classica.

Siamo sull’isola di Creta, regno del re Minosse, intorno al II secolo a.C.. Secondo il mito, la moglie del re, all’improvviso, perde la testa per un bellissimo toro bianco. Dalla passione dei due nasce una creatura dal capo taurino e dal corpo d’uomo: il Minotauro. Il re di Cnosso, venuto a conoscenza dei fatti, decide, accecato dalla furia, di far confinare il mostruoso frutto del tradimento della moglie al centro di un labirinto, costruito, su commissione dello stesso re, dal giovane Dedalo.

In seguito alla morte del figlio per mano degli ateniesi nel corso dei giochi tauromachici, Minosse, dilaniato dal dolore, decide di sfruttare a proprio vantaggio il terrore che incuteva l’idea che sull’isola di Creta vivesse questa creatura segregata. Il primo a farne le spese è proprio Egeo, il re di Atene, riconosciuto responsabile dell’uccisione del figlio, che viene condannato ad una orribile pena. Egli dovrà inviare a Creta, ogni nove anni, sette fanciulli e sette vergini da sacrificare al Minotauro, rinchiuso al centro del tortuoso labirinto.

Teseo e Arianna

Per mettere fine a questo barbaro rituale, Teseo, il figlio del re di Atene, decide di infiltrarsi tra i giovani ateniesi destinati al sacrificio, per entrare nel labirinto e affrontare il Minotauro.

Giunto nel palazzo di Minosse, Teseo incontra la bella Arianna, figlia del re, e se ne innamora. La fanciulla, che ricambia il suo sentimento e ne ammira il grande coraggio, decide di proporgli un espediente per uscire dal labirinto. Ed è così che Teseo entrerà  nel labirinto con in mano il filo tenuto da Arianna.

E’, infatti, solo grazie a questo stratagemma che, una volta ucciso il Minotauro, il figlio del re di Atene riesce a vincere anche i percorsi tortuosi del labirinto.

La storia d’amore tra i due giovani, però, è destinata a durare poco. Fuggiti insieme per Atene, sulla via del ritorno Teseo, approfittando del sonno di Arianna, la abbandonerà sulle coste dell’Isola di Bacco.

E qui si chiude il mito, per quanto ci riguarda.

Il messaggio iniziatico del labirinto

Ma chi è in realtà il mostruoso Minotauro? Quale messaggio è nascosto dietro questo racconto mitologico? Il mito greco del labirinto e del Minotauro di Cnosso conserva ancora oggi il suo potente valore. Il labirinto è l’archetipo di un’architettura intricata creata dall’uomo e simbolo del suo stesso contorto pensiero.

Ciascuno di noi costruisce il proprio personale labirinto. Quando incontriamo ostacoli nella vita e tentiamo di superarli, non facciamo altro che entrare e uscire da quotidiani labirinti. Il messaggio iniziatico del labirinto è presente in ogni istante della vita: vuol dire rinascere una volta raggiunta l’uscita, dopo aver superato una sorta di simbolica morte temporanea.

Tra i molti interrogativi che possiamo porci, uno merita particolare attenzione: come si esce dal labirinto? Per uscire dalle sue vie intricate, occorre rischiare. Chi non è abituato a farlo è destinato a perdersi. È come se la nostra parte conscia e razionale dovesse essere silenziata per lasciare il posto all’irrazionale e all’emotivo. Seguendo l’esempio di Arianna, è necessario abbandonarsi tra le braccia di Bacco (è così che, infatti, si chiude il mito).

E’ per questo, in fondo, che l’essere umano possiede un cervello formato

  • da una parte pensante e razionale e
  • da una istintiva e irrazionale.

Ma raramente le usa entrambe. E poiché l’essere umano, nel corso della sua esistenza, rincorre la felicità e la realizzazione dei propri desideri, nel momento in cui tutto ciò ha inizio, inconsapevolmente costruisce il grande labirinto che gli impedisce di perseguire il suo pieno potenziale.


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Il mostruoso in fondo al labirinto

Ma bisogna anche imparare a perlustrare il labirinto, per raggiungere una completa e funzionale conoscenza di sé e comprendere in che modo raggiungere gli obiettivi.

I pensieri dell’uomo sono, infatti, spesso contorti, tortuosi: ne sanno qualcosa le nostre relazioni affettive. Per questo vengono paragonati ad un dedalo di vie intricate, tra le quali è necessario perdersi per giungere dinanzi al terribile mostro che vive al centro. Creatura che, come uno specchio, rimanda l’immagine di noi che più temiamo, perché difficile da accettare.

Ecco che il Minotauro diviene la rappresentazione simbolica del

  • oscuro,
  • brutale e
  • violento

che ogni uomo possiede. Il Minotauro è, così, quella parte di noi nascosta e difficile da affrontare e comprendere. E’ quello spazio misterioso che ci ricongiunge con la profondità dell’inconscio dove riposano i fantasmi del nostro vissuto.

Affrontare il Minotauro significa, dunque, affrontare il peggior nemico con cui ci si possa trovare a fare i conti: se stessi. Ma richiede un atto di grande coraggio, proprio come Teseo, scontrarsi con

Il Minotauro e Dorian Gray

Sfidare il Minotauro che vive in ognuno di noi, significa, allora,

  • esplorare ed elaborare il “passato subito” per ritrovare nuovi equilibri e nuove energie.
  • Significa, infine, specchiarsi nella nostra stessa immagine come Dorian Gray nel suo ritratto, sfigurato, non soltanto dai vizi, ma anche dagli insuccessi e dai vissuti traumatici della sua esistenza.

Per

  • approdare, dunque, alla consapevolezza di sé,
  • non esser più schiavi di una realtà che ci fa paura,
  • giungere a capire che non percepiamo mai la realtà per come effettivamente è,
  • realizzare i desideri,
  • ricominciare a sentire le emozioni, vivere in armonia con esse ed ascoltare i pensieri,
  • ricongiungersi, infine, con il proprio io,

è necessario correre il rischio del vuoto e risalire il labirinto con in mano il filo di Arianna. Solo così si può pensare di conquistare quello che si desidera e che quasi mai si riesce ad ottenere.

Un esempio di quali labirinti edifichiamo nella nostra mente è il modo stesso di chiamare desideri e obiettivi. Parliamo al negativo, generando le immagini opposte a ciò che desideriamo, senza sapere che è quello che otterremo. O progettiamo “al futuro“, che per sua natura è ignoto, pur sapendo che non esiste garanzia sulla realizzazione di ciò che desideriamo. Senza rendercene conto, prendiamo atto dell’incertezza del domani e ci ritroviamo perduti nel bel mezzo del nostro labirinto.

L’uscita come rinascita

Come si esce dal labirinto? Basta fare dietro front e ritornare sui propri passi. Un mutamento di direzione significa il massimo allontanamento dal proprio passato. Ma è anche un nuovo inizio. Chi esce dal labirinto, di fatto, si affranca definitivamente dai suoi percorsi tortuosi, poiché al suo centro si celebra il rituale di morte e rinascita in due tempi:

  1. l’entrata nel labirinto e il faccia a faccia col mistero, fase in  cui gli attori sperimentano la perdita di sé.
  2. Poi, il ritorno alla luce, come nuova nascita, che attesta la continuità della vita.

Nei laboratori di Arti Terapie o sul Metodo Autobiografico Creativo, ad esempio, il “gioco” dell’esplorazione del labirinto dentro di noi si concretizza nell’alternanza di tensione e distensione, come nella fiaba. Naturalmente, fino al completamento dell’esorcismo che sancisce la rinascita con la presa di coscienza di essere cresciuti.


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