Lo sguardo nell’autoritratto, tra autobiografia e psicoterapia

Che cosa rappresenta lo sguardo? È un modo, non l’unico ma certamente quello privilegiato, di guardare il mondo esterno. E nel “mondo esterno” ci sono gli esseri umani, le abitazioni e i loro interni, l’ambiente della natura, gli animali, l’ambiente urbano. Il mondo esterno lo percepiamo con i sensi ma, quando parliamo di “sguardo”, è la vista che viene subito in mente. Eppure, nella elaborazione di ciò che vediamo, le interferenze degli altri sensi possono modificare la percezione di ciò che abbiamo davanti. In base al modo in cui posiamo lo sguardo su esseri viventi, eventi naturali o oggetti, attiviamo sentimenti, emozioni, stati d’animo sempre diversi. Nel modo come noi guardiamo chi o cosa ci circonda è attiva, in altri termini, tutta la personalità, comprese le fragilità e le difese.

Lo sguardo nel lavoro autobiografico

I due autoritratti dell’immagine in copertina sono il prodotto artistico di due corsiste di uno dei miei laboratori di formazione alla consapevolezza emotiva con il Metodo Autobiografico Creativo. Laboratori in cui i partecipanti lavorano su di sé e, contemporaneamente, apprendono tecniche da applicare nella conduzione di percorsi, individuali o di gruppo, con altre persone.

La consegna è semplicemente: “fai un tuo autoritratto.” Naturalmente, non tutti hanno le medesime capacità artistiche. Del resto, in questo articolo porto l’esempio di due lavori esteticamente gradevoli perché molto esplicativi, in quanto realizzati da due artiste. Tuttavia, raramente accade, nei percorsi come il mio o con le arti terapie, in cui non è richiesta competenza artistica, che vengano fuori “bei” prodotti. Ma l’osservazione è sempre possibile.


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Sguardi differenti, emozioni differenti

Si nota la differenza tra lo sguardo nell’autoritratto di sinistra rispetto a quello di destra? Possiamo notare altro? Entrambi esprimono emozioni intense, benché diametralmente opposte. Sicuramente, siamo di fronte a vissuti diversi.

  • Quello di sinistra a me appare come uno sguardo inquieto, tra il pensieroso e il preoccupato, quasi nascosto, protetto, dalla tendina dei capelli. Non guarda negli occhi lo spettatore: guarda di lato, quasi nel vuoto. E’ come distratto, assorto nei suoi pensieri. La bocca è serrata, le pupille sono marcate e della stessa intensità dei capelli mossi. Esprime una forte tensione interna. E’ uno sguardo serio, severo, che trasmette emozioni di rifiuto. Questi elementi mi danno la sensazione di essere di fronte ad una persona introversa, chiusa.
  • Pupille marcate anche per l’autoritratto a destra ma emozioni diverse. E’ la cornice generale che lo suggerisce. Tratto gentile, ordinato e senza fronzoli, fronte spaziosa, bocca delicatamente chiusa, capelli che non nascondono gli occhi, sguardo diretto a incrociare gli occhi dello spettatore. Tutti elementi che mi confermano la prima sensazione di una persona solare, serena, aperta, disponibile al dialogo, felice.

Lo sguardo in psicoterapia

E’ a partire dalla psicoterapia di Jung, che ha come caratteristica principale del setting l’incontro “faccia a faccia” del paziente e del terapeuta, che si inaugura l’importanza dello sguardo in psicoterapia.

Giovanni Jervis, psichiatra italiano scomparso nel 2009, alcuni anni fa, faceva notare come la concezione che l’analisi si faccia solo con le parole sia ormai superata. Chi fa il mio lavoro non può non essere d’accordo. Certo, la psicoanalisi di Freud era una talking cure, una “cura con le parole”.  Ma il linguaggio delle parole è solo una parte della psicologia della comunicazione. Altrimenti non avrebbero senso gli innumerevoli contributi creativi dati alla disciplina dagli analisti delle generazioni successive.

Se vogliamo, Jervis non scopre nulla nuovo: la relazione non è fatta solo di parole ma anche, e soprattutto, dal comportamento non verbale che è inevitabilmente parte della persona e del suo modo di esprimersi. Il suo contributo è aver portato questo concetto nella psicoterapia verbale.

Poiché lo sguardo, al pari del silenzio di chi ascolta con attenzione, è parte del comportamento non verbale di una persona, diventa un elemento indispensabile anche nella relazione tra paziente e terapeuta.

Uno sguardo per capirsi

Lo abbiamo detto tutti almeno una volta: “basta uno sguardo per capirsi”. E’ una frase che rimanda al senso  della comunicazione non verbale. Se è così, come è così, uno sguardo in un autoritratto trasmette emozioni tipiche di quando si comunica senza usare le parole.

Con la creatività, che dà forma al non verbale,  come si può vedere dall’immagine in copertina, si comunica spesso anche meglio. Perché riporta alle origini della comunicazione, quando solo i segnali del corpo garantivano ai nostri antenati una possibilità di espressione e di socialità.

Se vogliamo, infatti, sono proprio questi i limiti della psicoanalisi freudiana:

  • aver considerato il corpo solo nei segni del sintomo (per esempio, un tic, un pianto, uno svenimento, il lavarsi frequentemente le mani, ecc., cioè nel registro del nevrotico) e
  • aver del tutto tagliato fuori proprio lo sguardo (nel suo setting, il paziente è disteso sul divano e l’analista alle sue spalle).

Immagini e comunicazione

Poiché il nostro cervello non conosce le parole ma funziona per immagini, esse assumono importanza fondamentale nel processo comunicativo.

Tanto

  • sia a livello della macrocomunicazione attraverso i mezzi di comunicazione collettivi, come la tv, internet, la pubblicità in tutte le sue forme,
  • sia a livello della microcomunicazione interattiva, relativa a “ciò che accade” tra le persone che stanno interagendo.

Siamo tutti esposti alla percezione visiva degli altri. Gli altri ci guardano; noi guardiamo gli altri. Nascono così i sentimenti tra le persone. Ma lo sguardo e la vista non sono la stessa cosa: si può guardare con il cuore, con le mani, con le sensazioni. I sentimenti sbocciano lo stesso, indipendentemente dai sensi che vengono attivati.

Le emozioni nello sguardo

Poiché è lo sguardo, nel senso più ampio, ciò attraverso cui entriamo in relazione con gli altri, aver idea di cosa trasmettiamo quando osserviamo gli altri è un’informazione fondamentale per la nostra crescita personale. Attraverso l’atto del guardare  noi siamo dei soggetti vivi che sentono l’influenza che l’altro ha su di noi, al pari di quella che noi abbiamo sull’altro.

Lo sguardo non è solo, dunque, percezione visiva ma rimanda anche all’idea che noi ci facciamo del mondo. Il che riguarda la personalità nel suo insieme e, come osserva Michael Argyle, psicologo inglese studioso del linguaggio del corpo, l’attaccamento e la socievolezza. Atteso che l’evitamento dello sguardo rimanda invece a sentimenti negativi verso l’altro.

Non è dato di fare interpretazioni selvagge ma quest’ultima è la sensazione che si rischia di ricevere osservando l’autoritratto di sinistra. Per questo il Metodo Autobiografico Creativo è fonte di apprendimento su di sé, utile alla consapevolezza di quello che comunichiamo agli altri senza rendercene conto.


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