Se le relazioni in famiglia si ammalano, il conto lo pagano la scuola e la società

 se le relazioni si ammalano il conto lo paga la società

Che cosa rappresentano per noi le relazioni? Come dovrebbero funzionare per vivere meglio? La nostra vita è costellata di relazioni, da quelle più strette, familiari, a quelle professionali. Tutte le persone con cui entriamo in contatto, fin dal primo giorno, possono influenzarci positivamente o negativamente, e, allo stesso tempo, il nostro modo di essere nei loro confronti influenza notevolmente la qualità delle nostre relazioni. Dalla qualità di queste ultime, ne consegue, dipende il nostro personale quoziente di felicità.

Le relazioni in famiglia

Nasce tutto nella nostra famiglia di origine. Se le relazioni sono improntate all’accettazione a alla conferma, in primis dai genitori verso i figli, ogni individuo cresce in fiducia e autostima. I conflitti, parimenti, vengono risolti alla fonte e ognuno porterà fuori, nella scuola, in società, un modello di relazione che crea rapporti sani e persone migliori. A volte, però, questo non accade. I fenomeni dilaganti di prevaricazione, come ad esempio negli episodi di bullismo che vedono protagonisti molti adolescenti, sono, dunque, lo specchio di una società che non riesce più ad educare, di famiglie che troppo spesso si deresponsabilizzano dal loro ruolo, lasciando il compito esclusivo ad una scuola che non può fungere anche da genitore. Allora, bisognerebbe chiedersi chi educhi i genitori o, meglio, chi li abbia educati e con quali modelli. E quasi sempre che si scopre che, in fondo, non è neppure tutta colpa loro.

I meccanismi di coping

Ecco che tutto torna. Perché veniamo tutti da lì. Perché, chi vive sottomesso o resta sottomesso (anche da adulto) o finisce per diventare carnefice. Dipende dai meccanismi di coping appresi nel corso della vita, ovvero dai comportamenti che ereditiamo, che vediamo porre in essere, dapprima in famiglia e poi nella società, e che, a nostra volta, mettiamo in atto quando entriamo in relazione con altre persone, soprattutto se rispetto a queste ultime ci collochiamo o veniamo collocati in posizione di disparità. Un po’ come accade nei conflitti intergenerazionali tra genitori e figli.

Come in questo caso, anche nella nostra vita fuori molto dipende dal modo in cui impariamo a gestire il nostro e l’altrui livello di autorità e di potere, se diversi dal nostro. Ed eccoci a spasso a far danni nel mondo adulto con il nostro bel fardello di conflitti.

Il potere e l’autorità

Ma qual è la differenza tra potere e autorità?
L’autorità può assumere tre forme:

  • quella che scaturisce dall’esperienza (come, ad esempio, quella di un meccanico o di un medico);
  • quella conferita a figure specifiche, già in sé investite di autorità (un poliziotto, un magistrato o un insegnante);
  • infine, c’è quella conferita per contratto (pensiamo al datore di lavoro rispetto ai suoi dipendenti).

Fin qui tutto bene. Solitamente riconoscere l’autorità non desta problemi, poiché presuppone accordi taciti.
Ma quando l’autorità ricorre al potere, alla coercizione, il tacito accordo crolla per far posto ad altro. E’ qui che erano i gioco i  meccanismi di coping che abbiamo appreso durante la nostra crescita:

  • opposizione;
  • adeguamento;
  • sottomissione;
  • fuga.

Il coping nelle relazioni quotidiane

Non serve cercare esempi nella sfera professionale: senza andare troppo lontani, basterà pensare ai rapporti tra pari o all’interno delle coppie, dove di paritetico c’è ben poco. A volte siamo noi a menare le danze, altre volte le subiamo. Con quale stile di coping? Dalla risposta a questa domanda dipendono i perché a molti interrogativi sul funzionamento delle relazioni in qualunque ambito.

Così, un adolescente vessato in famiglia (e magari anche vittima di maltrattamenti da parte di coetanei), cresciuto all’ombra di genitori maneschi o verbalmente violenti e autoritari, da adulto è più facile che in situazioni di contrasto finisca per sottomettersi. Un esempio: se un uomo cresciuto così sposerà una donna dal carattere forte, andrà più facilmente incontro ad essere tradito (perché è già stato tradito da piccolo, in fondo) e ad accettare passivamente il potere dell’altro. Un ragazzo viziato, conseguentemente, è più probabile che sia altamente oppositivo.

Stili diversi

Naturalmente, non c’è nulla di patologico nell’adozione di uno stile rispetto ad un altro. E non vale per tutti come in un’equazione algebrica. Tuttavia, il binomio condotte adulte-relazioni familiari dà, in genere, per così dire, grandi soddisfazioni agli osservatori attenti. Insomma, se non fosse una battuta di cattivo gusto, verrebbe da affermare che i nuovi serial killer ce li stiamo allevando in casa. Molti oggi indossano ancora il grembiule e seggono tra i banchi di scuola in attesa della campanella.

A questo punto, la domanda è: “che fare?”

  • Sarebbe banale affermare che basterebbe imparare a comunicare. Dovrebbero farlo i genitori che, a loro volta, dovrebbero insegnarlo ai figli. Thomas Gordon, mica uno qualunque, afferma che la buona comunicazione è alla base delle relazioni felici.
  • Meglio ancora sarebbe assicurarsi di non ripetere gli errori che altri hanno commesso con noi. Tuttavia, bisogna possederne gli strumenti.

Ma, in fondo, a chi e a che cosa serve un corso sulla comunicazione efficace, giusto? Tutti sappiamo parlare. Ma sappiamo anche comunicare? Se la differenza ci sfugge, allora è davvero di caso di leggere questo articolo di approfondimento.


Interessati al tema della devianza negli adolescenti? A questo link è possibile trovare un utilissimo corso online con una serie di strumenti in forma di gioco da utilizzare in classe per la prevenzione del bullismo.


Facebook Comments

Rispondi