L’insegnante responsabile: maestro di vita o formatore?

C’è un lavoro nascosto che l’insegnante svolge per prepararsi ad affrontare al meglio una classe e un anno scolastico. Non mi riferisco solo alla preparazione della lezione in classe ma a quella relativa alle attività mentali che segnano la differenza tra efficacia e inefficacia dell’insegnamento. I professori responsabili, nel senso latino di “coloro i quali professano un sapere”, sanno bene che il loro compito non si esaurisce negli orari di permanenza nell’edificio scolastico.

L’insegnante: maestro o formatore?

Mauro Scardovelli, in un videolezione pubblicata su youtube, afferma che sarebbe finalmente ora di riscoprire i maestri. I maestri sono coloro i quali plasmano le menti e insegnano a pensare, mentre i formatori vi inseriscono i contenuti. E fanno pensare un po’ più con i pensieri (e, a volte, con la testa) degli altri.

Che l’insegnante debba essere (e che sia) un maestro prima che un formatore lo possiamo considerare un concetto acquisito. Almeno sul piano teorico. Se, poi, sia davvero così, bisognerebbe verificarlo caso per caso. Di sicuro, è una questione di responsabilità dell’insegnante che deve decidere se essere un maestro o formatore.

Preciso che, da formatore, personalmente mi sento prima un maestro, anche per via della mia formazione artiterapica. Molti formatori, non impegnati nell’insegnamento a scuola, sono anche e prima di tutto maestri. Forse la maggior parte di quelli che conosco. Quindi, non intendo usare questa distinzione in senso dispregiativo per la nobilissima professione del formatore ma solo in riferimento alla mia fonte.

Pensare è come soppesare

Pensare ha la stessa radice etimologica di  pesare,  soppesare. Significa, dunque, assegnare alle idee il giusto peso nella nostra mente. Ma noi, se abbiamo un problema, difficilmente riusciamo a spostarlo idealmente ai lati della nostra mente, affinché non ci offuschi la visuale. Ovvero, affinché quel problema non diventi il filtro attraverso cui cataloghiamo gli accadimenti delle nostre vite. La verità è che, se siamo in un momento difficile, quel momento è sempre là, davanti ai nostri occhi, al centro dei nostri pensieri e ci impedisce di pensare in maniera funzionale.

Se, ad esempio, abbiamo litigato con nostra moglie prima di un appuntamento importante, tutto passa in secondo piano. Molto probabilmente il nostro appuntamento andrà male e a noi non importerà neanche un granché. Se accade è perché il nostro pensiero prevalente diventa la risoluzione del nostro problema, visto che non riusciamo a metterlo da parte. Gli attribuiamo, in altre parole, il peso più grande, benché a volte non sia affatto così nell’ordine di ragionevoli priorità. E’ come andare in scena tenendo chiuso il sipario: non vediamo al di là, quindi, non sappiamo pensare. O, almeno, non sappiamo farlo bene fino a quando non avremo…sgomberato l’orizzonte.

Imparare a pensare rende autonomi

Episodi come quello appena citato non sono affatto fantascienza. Anzi, sono molto più frequenti di quanto non siamo disponibili ad ammettere. E ci condizionano moltissimo. A volte basta un commento negativo sui social network per rovinarci una giornata. Quando e perché non riusciamo a sbarazzarci di questi pensieri?

I greci traducevano il verbo pensare con loghein, da cui deriva logos (parola, pensiero). Il verbo greco significa anche legare, collegare. Ma legare cosa? Pensieri, appunto. Chi riesce a pensare bene, dunque, soppesando opportunamente i pensieri ed assegnando a ciascuno la giusta importanza, riesce a creare collegamenti tra le idee. Collegare pensieri e idee, d’altro canto, è la chiave della creatività e dell’intelligenza e permette agli uomini pensanti di essere liberi. Quindi, di darsi proprie regole, sempre dal greco “autòs” e “nomos”. Non essere capaci di mettere in ordine i pensieri e collegarli, viceversa, è causa di filtri (i problemi) che non riusciamo a mettere via.

Per questo saper pensare rende autonomi, non subordinabili, non condizionabili.

Ma quanti sono gli uomini veramente liberi?

Certo che gli educatori hanno un compito difficile. Gli insegnanti, ad esempio, hanno l’enorme responsabilità di formare uomini prima che professionisti. Di insegnare agli studenti, dunque, a pensare bene e con la propria testa per essere autonomi.

Le responsabilità dell’insegnante

S. Bernstein e J. A. Halaszyn, individuano tre livelli di responsabilità per l’operatore della relazione d’aiuto:

  1. verso se stessi,
  2. nei confronti degli utenti e delle loro famiglie,
  3. verso colleghi e superiori.

Vale anche per l’insegnante. La questione è, infatti, se possa insegnare l’autonomia di pensiero un professionista che, di per sé, non lo sia già. O che non faccia tutto il possibile per preservare la propria integrità e salute per il senso di responsabilità verso la propria missione.

Attenzione! Qui non è in nessun modo messa in discussione la preparazione dell’insegnante come professionista. Essa è il punto di partenza di tutto. Entriamo, piuttosto, nelle dimensioni intime e meno visibili che dipendono da fattori di natura personale, spesso trascurati o considerati di secondo piano. Dimensioni fondamentali che possono essere allenate e coltivate.


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La responsabilità verso se stesso

A completamento di quanto fin qui esposto, ecco le principali responsabilità dell’insegnante verso se stesso. Questa è la base della crescita personale e il centro del nostro discorso.

  • Conoscere le motivazioni: perché un insegnante sceglie questa professione?
  • Riconoscere i limiti in termini di consapevolezza di fallimenti, errori, antipatie, automatismi e bisogni.
  • Capacità di adeguare le aspettative alla realtà (di se stessi, del servizio, degli utenti).
  • Mantenere un atteggiamento positivo. Cioè, inibire i pensieri irrazionali controproducenti sabotatore interno di W. R. Fairbairn.
  • Curare la salute fisica e controllare lo stress, pianificando chiare strategie per raggiungere questi obiettivi. Il controllo dello stress, che è causa di burn-out, infatti, non può essere improvvisato ma strutturato, in collaborazione con l’istituzione scolastica.
  • Programmare la crescita professionale e personale. Frequentando, ad esempio, corsi di aggiornamento, workshop, seminari e laboratori.

La responsabilità verso gli altri

Riassumo in questo paragrafo i punti salienti della responsabilità verso utenti, famiglie, colleghi e dirigenti.

  • Un insegnante è chiamato, innanzitutto, ad essere sempre professionale. Più lo sarà nei confronti degli altri, minori saranno le probabilità che vada in burn-out.
  • Deve saper comunicare in modo completo ed efficace, ascoltando con attenzione, riformulando le idee degli interlocutori, anche degli studenti, e verificando le proprie percezioni.
  • Occorre, inoltre, che sia attento alla comunicazione non verbale e al contenuto emozionale del linguaggio, di cui deve essere un conoscitore.
  • In classe e durante gli incontri scuola-famiglia, meglio che utilizzi linguaggio semplice, empatia ed esempi concreti, evitando il gergo professionale.
  • Ultimo ma non ultimo, l’insegnante deve sapersi mettere in discussione. Ad esempio, deve saper chiedere aiuto al suo interlocutore, se non si riesce a comunicare adeguatamente con lui.

A chi servono queste cose?

Ogni insegnamento si basa su di un sistema di relazioni. E le relazioni, anche quelle con i colleghi e con la Dirigenza, sono molto rischiose, perché possono diventare fonte di grande stress.
Ma la scuola, i ragazzi, le famiglie e i colleghi hanno bisogno del benessere dell’insegnante.
Ecco: la strada è tracciata.
Ma chi avrà il coraggio di seguirla?
Molti credono di averlo già fatto o farlo già. Ma è davvero così?
E chi sta intorno che cosa ne pensa?


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