La negazione della comunicazione e le relazioni patologiche

la negazione della comunicazione “Ma vi assicuro che non volevo dire…”, stava rispondendo Alice ma la Regina Rossa la interruppe:
“È proprio questo che ti stavo rimproverando! Tu avresti voluto dire un’altra cosa! Ma a che cosa credi che serva una bambina, se non conosce il significato delle parole che dice? Anche una sciarada ha un significato… E io voglio credere che una bambina sia più importante di una sciarada. Non puoi negarlo, anche se tenti con ambedue le mani.”
“Io non nego le cose con le mani”, obiettò Alice.
“Nessuno dice che lo hai fatto”, disse la Regina Rossa. “Ho detto che non puoi farlo, anche se tenti”.

La Regina Bianca e lo svenimento di Alice

“E’ in un tale stato d’animo”, disse la Regina Bianca, “che vuol negare qualcosa ma non sa cosa negare”.
“Ha un carattere villano e viziato”, notò la Regina Rossa.
Seguì un imbarazzante silenzio di alcuni minuti. Poi Alice svenne.

Carroll, nel passaggio tratto da “Nel mondo dello specchio”, deve necessariamente far svenire la povera Alice davanti all’incalzante, insensato discorso delle due Regine. Il passo viene citato da Paul Watzlawick nel libro La Pragmatica della Comunicazione Umana. Non esiste soluzione in questa comunicazione patologica. Piuttosto, vi ritroviamo un elemento noto: la disconferma, la perdita del sé, della dignità personale, che caratterizza talune forme deviate di relazione. Non bisogna per forza cercare nelle psicosi franche. Anche taluni rapporti nascondono patologie che si manifestano con i campanelli d’allarme della negazione della comunicazione.

Relazioni patologiche in famiglia

Una coppia di coniugi sta per partire per un viaggio in auto per prendere parte ad una cerimonia religiosa, la comunione della figliola di una coppia di amici. Lei mette da parte una serie di valigie e altri oggetti. Tra questi, l’abito di lei che lui appende momentaneamente all’omino. Nelle intenzioni dell’uomo, riporre l’abito alla fine, sopra al ripiano del vano portabagagli, servirà a garantirsi che non si sgualcisca.

La donna, però, notando l’abito appeso, lo ripropone al marito (che non ha ancora terminato di caricare l’auto) con la frase polemica: “Metti questo in macchina. Se no, di sicuro te lo dimentichi, come fai sempre con le mie cose”.
“Ma come?” borbotta lui. “Io dimentico sempre le tue cose?”
“Certo!”

“Ma quando mai? Che se non ci fossi io, chissà che fine avresti fatto a quest’ora…”
“Che vorresti dire? Che non sono capace di fare niente nella vita? E che è grazie a te se ottengo qualcosa?”
“No. Volevo dire che tu dimentichi tutto. E che dovresti sapere che non dimenticherei le tue cose, come non dimentico nulla di quello che mi chiedi.”
“So bene invece quello che volevi dire. Pensi che, se non avessi incontrato te, chissà quanto in basso sarei caduta a quest’ora? Solo perché, dovendomi occupare di nostra figlia non mi sento realizzata in questo momento della mia vita…”

Lui ammutolisce, incredulo

Ma lei insiste: “Certo. Ora fai il risentito e usi la tecnica del silenzio!”
“Io resto in silenzio perché non c’è davvero nulla da dire sulle tue affermazioni: non ho mai detto nulla del genere…”
“No! Ora devi continuare a tacere. Altro che mi rivolgi la parola quando vuoi giustificarti. Mi fate schifo voi tutti che pensate di essere chissà chi!”
“Qualcuno dovrà pur interrompere questa interazione deviata e pericolosa” pensa lui, ripiombando nel silenzio che, tempo venti minuti, servirà a distrarre l’organismo di entrambi dalle tossine che ne alterano l’equilibrio.

Gli elementi barriera

Non c’è che dire. Siamo davanti ad una interazione patologica in cui è possibile intravedere almeno tre elementi “barriera”.

  1. Stile “accusatore” (quantificatori universali, domande al negativo).
  2. Disconferma, attacco alla dignità, ai valori e all’integrità.
  3. Negazione della comunicazione.

Il resto potrebbe nascondere un problema di bassa autostima ma esula da questo discorso.

Quante volte e sotto quante forme si presentano difficoltà del genere nelle relazioni?


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Comunicare efficacemente


La comunicazione patologica

Queste, come altre, modalità di comunicare, di fatto, negando la comunicazione, sottraendosi ad essa, rientrano, secondo Watzlawick, nella comunicazione patologica. Quella che osserva, nei suoi studi, nell’interazione dei pazienti schizofrenici con le loro famiglie. Per il fondatore della Scuola di Palo Alto, la patologia dell’interazione è sia causa di psicosi che conseguenza delle stesse. Da qui la sua affermazione: “Non è forse vero che, in una famiglia in cui c’è un paziente schizofrenico, egli non è mai da solo?” Intendiamoci: non è soltanto in questi casi che è possibile imbattersi in una forma patologica di comunicazione. Ma è al tempo stesso sempre vero che, ovunque ci sia un paziente con psicosi, la comunicazione è deficitaria. Il paziente psicotico, infatti, spesso nega di comunicare e non è disponibile ad ammettere che anche il suo diniego rispetto alla comunicazione sia esso stesso una forma di comunicazione.

La pragmatica della comunicazione

Quando ognuno di noi comunica, invia un messaggio del tipo “ecco come mi vedo rispetto a te in questo momento”. Il messaggio di ritorno atteso (il feedback) sarà “ecco come ti vedo rispetto a me in questo momento”.

A questo primo livello dell’interazione già si percepiscono segnali di conferma, rifiuto o disconferma. Man mano che la comunicazione procede, si sviluppano degli ulteriori livelli (“ecco come vedo che mi vedi”, “ecco come vedo che tu vedi come io mi vedo” ecc.), a ciascuno dei quali è possibile trovare ogni volta segnali di accettazione, rifiuto o squalifica, dunque, di conferma, rifiuto o disconferma.

Quando, invece, la comunicazione è francamente patologica, come accade, ad esempio, con i pazienti schizofrenici osservati da Watslawick, il cortocircuito della comunicazione, il fraintendimento o l’ignoranza del messaggio è possibile riscontrarli già al primissimo livello, ovvero già al livello di “ecco come mi vedo” ed “ecco come ti vedo” a cui segue un paradossale “non ti riconosco”.

Impenetrabilità della famiglia schizofrenica

Così, ad esempio, in una famiglia schizofrenica in cui ci siano padre e figlio che interagiscono, il padre potrebbe non accorgersi dei bisogni del figlio che gli parla . Ad esempio, perché non ne condivide i valori perché si aspetterebbe che avesse i suoi medesimi valori. Mentre, il figlio, dal canto suo, potrebbe non accorgersi del fatto che il padre non si accorge dei suoi bisogni. Ecco che si innesca una comunicazione di carattere patologico già al primo livello, il che rende impenetrabile la famiglia schizofrenica.

Cioè, nessuno può entrarvi. E’ come blindata e inaccessibile, raccolta intorno ai suoi codici d’espressione patologici.

La metacomunicazione è la soluzione

Bene, in tutti i casi di comunicazione malsana, nessuna terapia funziona meglio della sospensione della comunicazione sui contenuti a vantaggio della metacomunicazione. Non vale solo in psichiatria ma sempre. L’impegno dei partecipanti alla relazione dovrebbe essere di riportare al centro della comunicazione la comunicazione stessa.

Una comunicazione che rischi una deriva può essere recuperata solo se vengono rivalutati gli elementi di relazione su cui solo successivamente è possibile inserire contenuti. Ma non è sempre detto che questo sia possibile.

Laddove, però, la patologia è franca e conclamata, l’interazione sul livello malsano è scarsamente recuperabile e coinvolge anche altri membri del nucleo familiare. I quali è come se venissero inghiottiti negli stilemi patologici dei soggetti più fragili.

Ecco perché comunicare bene è

Sempre che si desideri crescere in salute, la comunicazione è, in altre parole, la chiave.


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